L’Ercole Farnese, il grande rimpianto di Napoleone

Angelo Forgione –  È uno dei pezzi più pregiati della parte scultorea della Collezione farnesiana, sparsa tra Parma, Piacenza e Roma prima che Carlo Borbone Farnese e il figlio Ferdinando, legittimi proprietari della stessa, la portassero interamente a Napoli nel Settecento. L’Ercole Farnese fu trasportato da Roma all’ombra del Vesuvio nel 1787 per volontà di Ferdinando IV, e inizialmente collocato nella Reggia di Capodimonte, edificata dal padre per ospitare proprio la parte emiliana della Collezione, quella pittorica. La statua, scolpita nel III secolo D.C. dallo scultore greco Glicone su un prototipo di Lisippo e rinvenuta nel 1546 nelle terme di Caracalla da papa Paolo III Farnese, si trovava nel portico del cortile di Palazzo Farnese. Fu caricata, insieme a tutte la sculture della Collezione, su delle imbarcazioni che attraversarono il Tevere per raggiungere delle navi sulle quali poi approdarono a Napoli. Come pure l’Ercole Latino, un’altra replica dello stesso tipo, portato nel 1788 nella Reggia di Caserta, oggi visibile ai piedi dello scalone d’onore.
L’Ercole Farnese, sul finire del Secolo contrassegnato dai tumulti della Rivoluzione francese, finì nelle mire parigine. Le truppe napoleoniche, una volta entrate in Italia, iniziarono a razziare opere d’arte e monete. Il Direttorio di Parigi diffuse la teoria per cui la Repubblica di Francia era superiore per Lumi, rappresentava l’Universale, ed era quindi la nobile destinazione, sola Nazione degna di proteggere i capolavori dell’umanità. Così la pensavano anche i giacobini napoletani della Repubblica del 1799, che lasciarono spogliare Napoli con veri e propri furti, indicati come “estrazioni”. L’Ercole Farnese fu imballato e approntato per andare ad arricchire l’esposizione del Louvre, ed essere sostituito con un volgare stampo in gesso. Fortunatamente non fece mai quel viaggio perché i funzionari transalpini che occupavano i musei borbonici indugiarono. La Repubblica Napoletana cadde in pochi mesi e Ferdinando, al quale a Palermo era giunta notizia che la scultura era partita, potè tirare un sospiro di sollievo quando, al suo ritorno a Napoli dall’esilio, si accorse che era invece al suo posto.
Ma Napoleone, diventato imperatore, continuò nel suo proposito di appropriarsene, ritenendola il grande vuoto da colmare nell’esposizione universale del Louvre. Quando, nel 1808, il fratello Giuseppe Bonaparte fu fatto Re di Napoli, spuntarono ulteriori propositi per assicurare la statua alla Francia. Per Bonaparte, quella statua non poteva proprio mancare alla sua collezione, e lo chiarì ad Antonio Canova nell’ottobre del 1810, quando lo chiamò a Parigi affinché realizzasse il ritratto dell’Imperatrice Maria Luigia. Il grande scultore neoclassico gli manifestò l’intenzione di tornare a Roma alla conclusione del lavoro, e l’Imperatore cercò di trattenerlo a Parigi così:

«Il centro è qui: qui tutti i capolavori antichi. Non manca che l’Ercole Farnese, che è a Napoli. Ma avremo anche questo».

Canova gli rispose con vena patriottica:

«Lasci Vostra Maestà almeno qualche cosa all’Italia. Questi monumenti antichi formano catena e collezione con infiniti altri che non si possono trasportare né da Roma, né da Napoli».

Ebbe ragione l’artista, perché Gioacchino Murat, mandato a succedere a Giuseppe a Napoli, in crescente contrasto con il cognato Imperatore da cui si sentiva manovrato e svalutato, accantonò il progetto di trasferimento dell’Ercole Farnese in Francia. L’Europa napoleonica crollò qualche anno dopo e la statua rimase a Napoli nella sua definitiva collocazione, il Real Museo di Napoli (oggi Museo Archeologico Nazionale), il primissimo dell’Europa continentale, voluto da Ferdinando IV e antecedente al Louvre di circa un ventennio. L’Ercole “francese” rimase solo una suggestione di Napoleone, con buona pace della Grandeur, cui quel pezzo di Napoli mancò.

fonte: Storia di Pio VII scritta da Alexis Francois Artaud

Il Comune di Napoli ricorda (solo) i giacobini (e inciampa sull’Illuminismo)

Angelo ForgioneNei giorni scorsi, a cura del Comune di Napoli e dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, è stata scoperta una targa commemorativa presso l’entrata della Basilica del Carmine in ricordo del martirio dei giacobini napoletani. Giusto ricordare gli eventi drammatici che posero fine alla Repubblica Napoletana del 1799, con le circa 120 esecuzioni tra gli aderenti alla stessa, ma pure manca un ricordo per gli almeno 3000 napoletani del popolo che persero la vita nel tentativo di evitare l’ingresso in Città delle milizie francesi del generale francese Jean Étienne Championnet.
Furono mesi, quelli da gennaio a giugno, molto difficili, sporcati da sangue, morte e barbarie, che impressero una ferita mai rimarginata. La cultura locale è da allora spaccata tra giacobini e sanfedisti, tra repubblicani e monarchici, ma ogni contesa che genera accesi estremismi e distanti fazioni finisce con lo scompaginare gli eventi e renderli poco chiari. La Storia di Napoli è complessa e va invece analizzata serenamente, senza nostalgie, recriminazioni e strumentalizzazioni. Accade quindi che anche il Comune di Napoli incappi in un non lieve errore storico nel comunicato stampa della Giunta (leggi qui), parlando di martirio degli “illuministi napoletani”. Gli uomini della Repubblica Napoletana non erano illuministi ma più correttamente colti esponenti della borghesia filomassonica. Gli illuministi, i riformatori che fecero di Napoli il centro universale dei Lumi, erano stati Pietro Giannone, Giambattista Vico, Bartolomeo Intieri, Ferdinando Galiani, Antonio Genovesi e Gaetano Filangieri. Gli eccezionali scritti di quest’ultimo animarono gli intellettuali della Repubblica, ma il giurista napoletano aveva sostenuto e consigliato il primo ministro monarchico Bernardo Tanucci; e prima ancora, Antonio Genovesi aveva sostenuto la monarchia illuminata di Carlo di Borbone. Certamente un anello di congiunzione tra il giacobinismo e l’illuminismo furono alcuni figli della dottrina economica di Antonio Genovesi, tra cui spiccava Francesco Mario Pagano; ma questi, dopo l’assorbimento degli influssi rivoluzionari, deviarono il grande Pensiero napoletano rivolto alla soluzione dei problemi locali verso la corrente francese nata da una piattaforma sociale diversa. Quella parte di borghesia massonica era pure stata a Corte, ben vista e agevolata dalla massona Maria Carolina (Eleonora Pimentel Fonseca sua bibliotecaria, Domenico Cirillo suo medico, etc). Fu proprio grazie alla regina che accrebbero posizione e influenza. Tradirono la grande fiducia che la sovrana concesse loro per riformare il Regno quando il Gran Maestro napoletano Francesco d’Aquino fu rimpiazzato nel ruolo di favorito dall’inglese John Acton. Ripicche politiche da perdita di influenza, insomma, e ancora nel 2015 si confonde l’Illuminismo napoletano col giacobinismo, che fu invece il sottoprodotto dell’esterofilia della dotta borghesia filomassonica.
Bisogna anche chiarire il concetto di “rivoluzione”, e chi la fece. Una rivoluzione la fa il popolo, e il popolo, in quei mesi turbolenti, fece la resistenza. Il resto furono intrighi politici e interessi personali annegati purtroppo nel sangue. La “rivoluzione” partenopea non fu compiuta dal popolo napoletano e neanche dagli intellettuali della borghesia, bensì dalle milizie francesi, con lo scopo di assorbire soldi e opere d’arte in città. Dieci anni di tasse non pagate dai cittadini francesi dopo la Presa della Bastiglia necessitavano di rimedio, e l’Italia offriva liquidità da spremere nonché la nuova moda europea del momento, scoppiata col rinvenimento dei reperti vesuviani operato: il Neoclassicismo. Il temibile esercito francese, tra grandi resistenze, entrò a Napoli anche grazie ai giacobini napoletani, che aprirono il fuoco alle spalle del popolo da Castel Sant’Elmo, lasciando a terra migliaia di corpi esanimi. Erano napoletani, popolani, che cercavano di fermare l’ingresso del più forte esercito d’Europa con una strenua resistenza, ammirata dal generale Championnet, lo stesso condottiero che, come testimonia la pubblicazione Souvenirs du général Championnet (Flammarion – Parigi, 1904), annunciava con delle lettere inviate al ministero dell’Interno del Direttorio di Parigi la spedizione di gessi, statue, busti, marmi e porcellane di pregio trafugate a Napoli (lo straordinario pieno di opere d’arte in Italia e oltre consentì a Napoleone di riorganizzare nel 1800 l’esposizione del Louvre). Persino l’Ercole Farnese, principale obiettivo francese, fu imballato e approntato per andare a Parigi. Non partì perché i transalpini indugiarono. Eleonora Pimentel sapeva e qualcosa pure la raccontò sul suo Monitore Napoletano (la sottrazione di tutte le collane d’oro dispensate ai cavalieri del Toson d’Oro). Lei e tutti gli intellettuali giacobini sostenevano la tesi di Parigi per cui la Francia era l’unica nazione capace di garantire l’inviolabilità delle grandi opere e garantirle all’umanità nei secoli futuri.
E fu sempre il popolo a riprendersi la città e il Regno, dopo neanche sei mesi, approfittando dello sbandamento delle truppe napoleoniche, via dall’Italia dopo gli affanni di Bonaparte in Egitto e ovviamente disinteressato a dare protezione agli uomini della Repubblica Napoletana, che nel frattempo non avevano prodotto alcuna riforma politica. Non conoscevano le necessità del popolo, dimostrando di non  aver recepito l’altissimo insegnamento di Genovesi. I dotti massoni di Corte tradirono, sapendo a cosa andavano incontro. Il tradimento, ai quei tempi, era punito dappertutto con la pena capitale. Sapevano anche di mancare di adesione popolare ma erano sicuri di essere protetti dai fortissimi francesi. Fecero male i loro calcoli.
Stime ufficiali indicano circa 3.000 morti a Napoli, ma ne furono di più nell’arco di quei sei mesi; il generale francese Paul-Charles Thiébault, tra i protagonisti di quelle vicende, trascrisse nelle sue memorie la stima di 60.000 vittime in tutto il Regno, limitata ai primi mesi del ‘99. Morti che sembrano non aver mai pesato sul bilancio tra le parti.
E allora, di quale rivoluzione si continua a parlare a distanza di più di due secoli? Qualche anno fa, in una puntata del programma televisivo Passepartout di Philippe Daverio, Nicola Spinosa, ex Sovrintendente Speciale per il Patrimonio Storico, Artistico ed Etnoantropologico di Napoli  (premiato nel 2008 col “FIAC Excellency Award 2008” come uomo che ha più contribuito alla diffusione della cultura italiana negli Stati Uniti), si espresse con toni molto duri nei confronti di chi continua a raccontare male e faziosamente la storia, definendo quella che ancora oggi tramandiamo come “rivoluzione napoletana” come qualcosa che non ha lasciato alcun segno nella cultura della Città, «un recupero storicistico operato da certi settori dell’intellighenzia napoletana» (guarda qui). Settori che hanno stimolato la realizzazione della nuova targa commemorativa in piazza Mercato e che però spingono per dimenticare le migliaia di morti tra il popolo napoletano perché poveri, incolti, straccioni.
Dunque, se è vero che per la repubblica il popolo è sovrano, ricordiamo anche il massacro dimenticato di migliaia di “lazzari” oltre alle notissime decapitazioni tra la borghesia partenopea… per rispetto della Storia e in nome dei diritti civili e della Libertà.

Quando Sant’Antonio detronizzò San Gennaro

Angelo Forgione – 13 giugno, Sant’Antonio da Padova, nato a Lisbona, per circa 15 anni patrono di Napoli, in luogo di San Gennaro.
All’alba del 1799, i giacobini francesi avevano instaurato la Repubblica Partenopea, affidandola alla pochezza politica della borghesia e della nobiltà locale, incapaci di produrre riforme e indulgenti rispetto ai furti di opere d’arte e danaro che i francesi operarono in città. Ferdinando IV fu costretto a riparare a Palermo ma godette del sostegno del popolo, che, ingrossando l’inferocito Esercito della Santa Fede guidato dal Cardinale Fabrizio Ruffo, risalendo dalla Calabria, dopo soli sei mesi gli restituì il trono. Su pressione inglese e per risentimento della tradita Maria Carolina, furono giustiziati un centinaio di repubblicani giacobini e furono inflitte detenzioni ed esili. Tra questi, Domenico Cirillo, ex medico personale della regina, ed Eleonora de Fonseca Pimentel, per vent’anni sua amica e bibliotecaria personale, prima di cambiare atteggiamento e definire la Regina “tribade impura”. Certamente, con quel centinaio di esecuzioni, al patibolo venne traumaticamente strozzata l’intellighenzia che aveva costituito linfa del grande Settecento napoletano cui attinse il mondo intero, ma le migliaia di civili massacrati in battaglia dai francesi e dagli stessi repubblicani, che gli riversarono colpi di cannone alle spalle da Castel Sant’Elmo, sembrano non aver mai pesato sul bilancio tra le parti. Stime ufficiali ne indicano circa tremila, ma ne furono probabilmente di più; il generale francese Paul-Charles Thiébault, tra i protagonisti di quelle vicende, trascrisse nelle sue memorie la stima, limitata ai primi cinque mesi di governo franco-giacobino, di sessantamila vittime complessive di parte napoletana-cristiana-borbonica, oltre ad incalcolabili saccheggi dalle Calabrie alle Puglie.
I napoletani arrivarono addirittura a “detronizzare” San Gennaro, accusato di parteggiare per i giacobini, artefici di una guerra sistematica contro la fede cattolica. Il generale francese Jean Étienne Championnet impose all’arcivescovo di Napoli, Capece Zurlo, di dichiarare che la liquefazione del sangue era avvenuta nel giorno dell’arrivo dei francesi. Quando le armate della Santa Fede giunsero a liberare la città, era proprio il 13 giugno, e il posto di patrono di Napoli fu assegnato a Sant’Antonio da Padova, raffigurato da quel momento con la bandiera borbonica. San Gennaro sarebbe tornato al suo “posto” solo dopo la Restaurazione del 1815, circa quindici anni dopo.
Celebre il Canto dei Sanfedisti, in cui Sant’Antonio è protagonista della riscossa.

Alli tridece de giugno sant’Antonio gluriuso.
‘E signure, ‘sti birbante ‘e facettero ‘o mazzo tante
So’ venute li francise, aute tasse n’ci hanno mise.
Liberté… egalité… tu arruobbe a me io arruobbo a te.
Sona sona sona Carmagnola
sona li cunsiglia viva ‘o rre cu la Famiglia.

De Masi contro pizzaiuoli e finti creativi napoletani

Nel suo nuovo libro Tag, il sociologo Domenico De Masi attacca la creatività napoletana (un luogo comune) e i pizzaiuoli di Napoli, rei questi ultimi di non aver mai brevettato e industrializzato la pizza mentre ora sono «poveri nani» in mezzo a concorrenti giganti che vendono pizze napoletane in tutto il mondo.
Sul Corriere del Mezzogiorno, il dibattito sul pensiero del sociologo molisano al quale si oppone la mia risposta.demasi

Il gusto “Regno delle Due Sicilie” vince il GelatoFestival

Angelo Forgionegelato_5Domenica 17, alla tappa napoletana del GelatoFestival che si è svolta al quartiere Vomero di Napoli, ho avuto la fortuna di assaporare un prodotto veramente eccezionale: il gusto “Regno delle Due Sicilie”, un sensorial tour dalla Sicilia alla Campania, con pistacchio di Bronte, cioccolato di Modica, nocciola di Giffoni IGP e Arancia bionda di Sorrento.
Ideato e proposto dai simpatici Oreste e Marcella Mantovani, della gelateria Gelatosità di Napoli, il suo nome potrebbe indicare un giudizio di parte. Il fatto è che il festival prevedeva una gara tra tutti i gusti proposti dalle varie gelaterie, e il mio è stato solo uno dei tanti voti della giuria popolare che hanno decretato vincitore per plebiscito il gusto delle Due Sicilie, mentre la giuria tecnica premiava ex aequo il napoletano Marco Infante di Casa Infante con il gusto “Terramia” e Pina Moltierno di Caserta con il gusto “Desir Noir”.
La vittoria di tappa manda ora i fratelli Mantovani alla finalissima europea di ottobre di Firenze, ultimo evento del Tour 2015 che proclamerà il miglior gelatiere d’Europa. Il gusto “Regno delle Due Sicilie” ci sarà. Anche in gelateria, si spera.

‘E quatto ‘e maggio

il giorno dei traslochi nella Napoli di una volta

 

Il 4 maggio è, nella tradizione popolare napoletana, sinonimo di traslochi e sfratti che in passato avvenivano tutti in questo giorno. Tutto ha origine con l’usanza dei meridionali di compiere l’operazione il 10 Agosto, fortemente contestata dei facchini costretti a lavorare con il gran caldo. Così, nel 1587, il viceré Juan de Zunica conte di Morales, spostò la data al 1° maggio, festività dei santi Filippo e Giacomo; i napoletani, devoti dei due santi ai quali dedicavano una festa con processione, non obbedivano alla data designata e facevano di testa loro. A rimettere ordine fu il viceré Don Pedro Fernandez de Castro conte di Lemos, stabilendo nel 1611 che traslochi e sfratti si tenessero il 4 maggio, giorno dal quale decorreva anche il pagamento del canone mensile di locazione detto in napoletano mesata o pesone da cui “pigione”. In quella data precisa, quasi come un evento, si vedevano in città tantissime persone chiassose andare da un capo all’altro portandosi dietro carretti carichi di suppellettili e arredi vari.
Per questo, ‘o quatto ‘e maggio, nel linguaggio napoletano corrente per frasi fatte, significa fare un trasloco ma indica anche un grande cambiamento oppure la fine di un rapporto di amore o di amicizia, e può sottolineare anche un evento rumoroso e chiassoso nelle strade di Napoli.
Certamente, come ogni fatto della tradizione napoletana, anche questo è stato immortalato in una canzone classica. Armando Gill, il primo cantautore della storia della musica italiana, neanche a dirlo napoletano, scrisse nel 1918 proprio ‘E quatto ‘e maggio (proposta nella versione contemporanea di Ciro Sciallo), giorno in cui perde bottega, casa e fidanzata… ma da buon napoletano non si dispera affatto.

Succo d’arancia nella Fanta. E Napoli creò l’aranciata

Angelo Forgione – Sbirciando su Instagram mi è capitato di vedere una simpatica immagine pubblicitaria in cui una Sprite, una Coca-Cola Zero e una Coca-Cola classica festeggiano una Fanta. Tanti auguri a Fanta Aranciata. Che bello festeggiare con gli amici di sempre”, si legge nella descrizione del visual. La più famosa delle aranciate nel mondo festeggia un anniversario la cui origine ci catapulta nella Napoli del dopoguerra, al culmine di una bizzarra genesi della bevanda frizzante, che nacque proprio in piena Seconda Guerra Mondiale, quando la Germania di Hitler vietò l’importazione della Coca-Cola made in USA. Era il 1941, e Max Keith, direttore della principale società di imbottigliamento tedesco della bevanda nera a base di caffeina, trovò l’alternativa con quello che riuscì a rimediare per una nuova formula da realizzare sul territorio e salvare così la fetta di mercato che si era conquistato. Sottoprodotti della produzione del formaggio, del sidro di mela, della marmellata e quel poco di frutta che si riusciva a reperire in Italia. Ne venne fuori uno strano gusto e il nome Fanta, abbreviazione della parola tedesca fantasie. Ci voleva infatti molta immaginazione per sentire il sapore della frutta in quella bevanda frizzante “al gusto arancia”, molto vago, completamente diverso da quello che conosciamo.
Finita la guerra, il partito comunista italiano spinse per lanciare sul mercato italiano la Fanta, in modo da ostacolare la Coke americana. L’imposta di consumo al 25% per la Coca e al 10% per tutte le altre bevande gassate andava proprio in quella direzione. Negli stabilimenti napoletani della SNIBEG (Società Napoletana Imbottigliamento Bevande Gassate, oggi a Marcianise – CE) fu avviata la produzione della Fanta in versione tedesca, che però non piacque troppo agli italiani. Perciò, il conte napoletano Ermelino Matarazzo, impresario dalla Società, sperimentò una formula fornitagli dalla Marchesa Bosurigi, sua amica e titolare di una industria di succhi di frutta a Catania. All’ombra del Vesuvio fu sperimentato l’uso del succo naturale di arancia, dando la spinta definitiva all’affermazione nel mondo della bevanda, ora “aranciata” e non più semplice bevanda al “fantasioso” gusto arancia. A tal punto che nel 1958 proprio The Coca-Cola Company ne acquistò i diritti, decidendo di puntarvi per trainare la Coca-Cola sul mercato europeo.
Ed è proprio la versione napoletana, quella definitiva, ad essere festeggiata in questi giorni. 29 aprile 1955, questa la data del primo imbottigliamento. 60 anni di una leggendaria bevanda “made in Naples”, anche se il nome nacque una quindicina di anni prima.

Made in Naples a ‘Studio Mattina’ (Canale 9)

madeinnaples_mercurioClaudia Mercurio e Salvatore Turco ospitano Angelo Forgione a ‘Studio Mattina’, in onda sull’emittente napoletana Canale 9, per parlare del libro Made in Naples.

Tratto dalla trasmissione del 16 marzo ’15.

La sartoria partenopea, al top nel mondo

Angelo Forgione giaccaLe giacche napoletane «zompano arrèto», cioè sono più corte sul dietro; hanno le maniche «a mappina», cioè con le pieghe all’attaccatura; hanno la «spalla napoletana», senza imbottitura per seguire la forma del cliente; hanno «il tre bottoni strappato a due», con il primo dei tre che resta sempre slacciato e quasi nascosto; hanno «lo scollo a martiello» con l’apertura sulla camicia. E poi c’è la la cravatta «a sette pieghe», un pezzo unico di seta che viene ripiegato 7 volte senza aggiungere imbottitura.
È piena di particolarità la sartoria partenopea, uno stile originale e antico di interpretare l’eleganza in modo disinvolto, morbido e piacevole, anche in quelli che possono essere considerati difetti. Le pieghe, per esempio, sono motivo di comodità e segno di vita in continuo movimento capace di eliminare l’aria da manichino in chi indossa un abito made in Naples. Tutto il contrario della giacca inglese, molto più strutturata, dura e segnata in vita.
Già nel Settecento Napoli era considerata la città più importante per la sartoria maschile. Lungo la via Toledo e le strade di Chiaja si aprirono negli anni numerose sartorie per abiti da uomo, frequentate dall’alta borghesia e dai viaggiatori stranieri, che si facevano confezionare abiti artigianali su misura e sceglievano scarpe e guanti di fattura locale, richiestissimi in ogni dove.
Ancora oggi, grazie alla tradizione che si è tramandata negli anni, Napoli vanta il più alto numero di maison maschili per abiti su misura che esportano nel Globo e dettano i canoni dell’eleganza. La sartoria partnopea, poco valorizzata, è indiscutibilmente una delle migliori al mondo.