1° Maggio. Napoletane le prime vittime operaie

1° Maggio. Napoletane le prime vittime operaie

Pietrarsa 1863: Bersaglieri e Carabinieri sparano sui lavoratori

di Angelo Forgione per napoli.com

1° Maggio, festa dei diritti dei lavoratori conquistati dopo sacrosante battaglie operaie. Una ricorrenza nata negli Stati Uniti nel 1886 dopo i gravi incidenti accaduti nei primi giorni di quel Maggio a Chicago, quando la polizia locale sparò su degli operai manifestanti facendo numerose vittime.
Ma le prime vittime della storia operaia per mano governativa in realtà furono napoletane. Se scaviamo nella storia, già qualche anno prima, nell’estate del 1863, si era registrato il triste episodio di Portici, nel cortile delle officine di Pietrarsa. Una vicenda storica poco conosciuta data la copertura poliziesca della monarchia sabauda, subentrante a quella borbonica, che da poco aveva invaso il Regno delle Due Sicilie dando vita all’Italia piemontese. I documenti del “Fondo Questura” dell’Archivio di Stato di Napoli riportano ciò che accadde quel giorno. Fascio 16, inventario 78: è tutto scritto lì.
Il “Real Opificio Borbonico di Pietrarsa”, prima dell’invasione piemontese, era il più grande polo siderurgico della penisola italiana, il più prestigioso coi suoi circa 1000 operai. Voluto da Ferdinando II di Borbone per affrancare il Regno di Napoli dalle dipendenze industriali straniere, contava circa 700 operai già mezzo secolo prima della nascita della Fiat e della Breda. Un gioiello ricalcato in Russia nelle officine di Kronštadt, nei pressi di San Pietroburgo, senza dubbio un vanto tra i tanti primati dello stato napoletano. Gli operai vi lavoravano otto ore al giorno guadagnando abbastanza per sostentare le loro famiglie e, primi in Italia, godevano di una pensione statale con una minima ritenuta sugli stipendi. Con l’annessione al Piemonte, anche la florida realtà industriale napoletana subì le strategie di strozzamento a favore dell’economia settentrionale portate avanti da quel Carlo Bombrini, uomo vicino al Conte di Cavour e Governatore della Banca Nazionale, che presentando a Torino il suo piano economico-finanziario teso ad alienare tutti i beni dalle Due Sicilie, riferendosi ai meridionali, si sarebbe lasciato sfuggire la frase «Non dovranno mai essere più in grado di intraprendere». 
Bombrini era uno dei fondatori dell’Ansaldo di Genova, società alla quale furono indirizzate tutte le commesse fino a quel momento appannaggio di Pietrarsa. Prima del 1860, nata per volontà di Cavour di dar vita ad un’industria siderurgica piemontese che ammortizzasse le spese per le importazioni dalle Due Sicilie e dall’Inghilterra, l’Ansaldo contava la metà degli operai di Pietrarsa che raddoppiarono già nel 1862.
Dopo l’Unità d’Italia l’opificio partenopeo passò alla proprietà di Jacopo Bozza, un uomo con la fama dello sfruttatore. Costui, artificiosamente, prima dilatò l’orario di lavoro abbassando nello stesso tempo gli stipendi, poi tagliò in maniera progressiva il personale mettendo in ginocchio la produzione. Il 23 Giugno 1863, a seguito delle proteste del personale, promise di reimpiegare centinai di operai licenziati tra i 1050 impiegati al 1860. La tensione era palpabile come testimonia il fitto scambio di corrispondenza tra la direzione di Pietrarsa e la Questura. Sui muri dello stabilimento comparve questa scritta: “muovetevi  artefici, che questa società di ingannatori e di ladri con la sua astuzia vi porterà alla miseria”. Sulle pareti prossime ai bagni furono segnate col carbone queste parole: “Morte a Vittorio Emanuele, il suo Regno è infame, la dinastia Savoja muoja per ora e per sempre”. Gli operai avevano ormai capito da quali cattive mani erano manovrati i loro fili.
La promessa di Bozza fu uno dei tanti bluff che l’impresario nascondeva continuando a rassicurare i lavoratori e rallentando la loro ira elargendo metà della paga concessa dal nuovo Governo, una prima forma di cassa-integrazione sulla quale si è retta la distruzione dell’economia meridionale nel corso degli anni a venire, sino a qui.
Il 31 Luglio 1863 gli operai scendono ad appena 458 mentre a salire è la tensione. Bozza da una parte promette pagamenti che non rispetterà, dall’altra minaccia nuovi licenziamenti che decreterà.
La provocazione supera il limite della pazienza e al primo pomeriggio del 6 Agosto 1863, il Capo Contabile dell’opificio di Pietrarsa, Sig. Zimmermann, chiede alla pubblica sicurezza sei uomini con immediatezza perché gli operai che avevano chiesto un aumento di stipendio incassano invece il licenziamento di altri 60 unità. Poi implora addirittura l’intervento di un Battaglione di truppa regolare dopo che gli operai si sono portati compatti nello spiazzo dell’opificio in atteggiamento minaccioso.
Convergono la Guardia Nazionale, i Bersaglieri e i Carabinieri, forze armate italiane da poco ma piemontesi da sempre, che circondano il nucleo industriale. Al cancello d’ingresso trovano l’opposizione dei lavoratori e calano le baionette. Al segnale di trombe al fuoco, sparano sulla folla, sui tanti feriti e sulle vittime. La copertura del regime poliziesco dell’epoca parlò di sole due vittime, tali Fabbricini e Marino, e sei feriti trasportati all’Ospedale dei Pellegrini. Ma sul foglio 24 del fascio citato è trascritto l’elenco completo dei morti e dei feriti: oltre a Luigi Fabbricini  e Aniello Marino, decedono successivamente anche Domenico Del Grosso e Aniello Olivieri. Sono questi i nomi accertati dei primi martiri della storia operaia italiana.
I giornali ufficiali ignorano o minimizzano vergognosamente il fatto a differenza di quelli minori. Su “Il Pensiero” si racconta tutto con dovizia di particolari, rivelando che in realtà le vittime sarebbero nove. “La Campana del Popolo” rivela quanto visto ai “Pelligrini” e parla di palle di fucile, di strage definita inumana. Tra i feriti ne decrive 7 in pericolo di vita e anche un  ragazzino di 14 anni colpito, come molti altri, alle spalle, probabilmente in fuga dal fuoco delle baionette.
Nelle carte, dai fogli 31 a 37, si legge anche di un personaggio oggi onorato nella toponomastica di una piazza napoletana, quel Nicola Amore, Questore durante i fatti descritti, solerte nell’inviare il drappello di forze armate, che definisce “fatali e irresistibili circostanze” quegli accadimenti. Lo fa in una relazione al Prefetto mentre cerca di corrompere inutilmente il funzionario Antonino Campanile, testimone loquace e scomodo, sottoposto a procedimento disciplinare e poi destituito dopo le sue dichiarazioni ai giornali. Nicola Amore, dopo i misfatti di Pietrarsa, fece carriera diventando Sindaco di Napoli.
Il 13 ottobre vengono licenziati altri 262 operai. Il personale viene ridotto lentamente a circa 100 elementi finché, dopo finti interventi, il governo riduce al lumicino le commesse di Pietrarsa, decretando la fine di un gioiello produttivo d’eccellenza mondiale. Pietrarsa viene declassata prima ad officina di riparazione per poi essere chiusa definitivamente nel 1975. Dal 1989, quella che era stata la più grande fabbrica metalmeccanica italiana, simbolo di produttività fino al 1860, è diventata un museo ferroviario che è straordinario luogo di riflessione sull’Unità d’Italia e sulla cosiddetta “questione meridionale”.
Alla memoria di Luigi Fabbricini, Aniello Marino, Aniello Olivieri e Domenico Del Grosso, napoletani, morti per difendere il proprio lavoro, ogni napoletano dedichi un pensiero oggi e in ogni festa dei lavoratori che verrà. Uomini che non sono più tornati alle loro famiglie per difendere il proprio lavoro, dimenticati da un’Italia che non dedica loro un pensiero, una piazza o un monumento, come accade invece per i loro carnefici.

La strage di Portici in musica (Stormy Six)

Su Rai radio2, Paolo Filo Della Torre contro meridionali

Su Rai radio2, Paolo Filo Della Torre contro meridionali
caso di razzismo filo-risorgimentale ai giorni nostri 

Giovedì 28 Aprile, su Rai radio2 va in onda la trasmissione radiofonica “Un giorno da pecora“, e con essa il più sfacciato razzismo contro i meridionali.
Ospite dagli studi di Napoli l’Onorevole Clemente Mastella per dibattere delle elezioni amministrative nel capoluogo campano. Ma la discussione politica assume “drammatici” toni sociali quando il dibattito si sposta sul matrimonio di William e Kate del giorno seguente e viene introdotto in diretta telefonica il Conte Paolo Filo Della Torre, giornalista e scrittore, uno dei pochi italiani invitati all’evento.
All’aristocratico viene chiesto se Luca di Montezemolo sia di destra o di sinistra e la risposta scatena un conflitto verbale quando vengono attribuite al presidente della Ferrari delle qualità relative: «Secondo me è di destra, ed è anche un gentleman… poi è nordico».
Mastella chiede chiarimento: «Uno di destra è nordico e quello di sinistra è sudico?».
«Si, quello di sinistra è un po’ sudicio», ribatte Filo Della Torre.
I conduttori evidenziano che l’ospite è uno dei tre soli italiani invitati alle nozze del secolo. E qui parte il richiamo alle vicende risorgimentali che sottomisero le Due Sicilie grazie alla regia inglese.
«Di italiani esportabili – dice Filo Della Torre – siamo (e non “sono”) molto pochi. Se qui ci mandassero di nuovo i sudici sarebbe veramente un disastro. Gli inglesi dovettero sovvenzionare Garibaldi per “annettere” il sud d’Italia al nord, se non ci fossero stati i soldi inglesi per il vecchiaccio con la camicia rossa…».
E poi ancora spocchia: «Mi hanno invitato perchè gli inglesi, a differenza degli italiani, sanno fare le cose. Sono dei signori, non sono dei sudici così come gli “accentacci” dell’Italia del sud».
Clemente Mastella, a questo punto, salta dalla sedia e chiede rispetto al posto di simili “stronzate”. Filo Della Torre incalza: «È la verità, registrati e sentiti come parli. La maggior parte dei meridionali sono sudici». Poi, colpito dalle definizioni dell’onorevole di Ceppaloni (“broccolo”), diventa anche lui un sudicio e chiede: «ma che ca..o dici?».
I conduttori riescono a sedare la gazzarra chiedendo allo scrittore se fosse sicuro che non fossero invitati degli italiani del sud al matrimonio di William e Kate. La risposta è non meno irriverente e ricca di pregiudizi: «Difficile che potessero esserci. Se ci fosse stato ancora quel “simpaticone” del grande comandante Lauro, forse anche per divertirsi, l’avrebbero invitato. Ma adesso il sud equivale ai burini».
«Ci dissociamo, neanche Borghezio – dice uno dei conduttori – ha delle posizioni così».
L’intervento razzista sfuma tra altre illazioni del soggetto in questione che una cosa giusta finisce per dirla: «Gli inglesi sono gente seria, infatti non hanno invitato neanche i Savoia».
Certo, i Savoia no, ma i Borbone si! E sebbene l’erede della Real Casa delle Due Sicilie sia nato in Francia, è meridionale a tutti gli effetti in quanto rappresentante della famiglia reale dell’antico stato del sud. Tanto per chiarire chi fossero gli italiani invitati alle nozze dei serissimi inglesi.
Poi il “nobile” saluta, non prima di aver dibattuto sul suo prossimo libro in uscita e sponsorizzando la superiorità della razza ebraica. A questo punto i conduttori si dissociano completamente e un disgustato Mastella ribadisce che c’era da dissociarsi già precedentemente, quando era stato offeso il sud.

Ascolta le affermazioni di Paolo Filo Della Torre (al minuto 50:13)
http://www.radio.rai.it/podcast/A9143475.mp3

contatti con la redazione del programma:
http://ungiornodapecora.blog.rai.it/le_pecore/
https://www.facebook.com/ungiornodapecora?ref=ts

Documentario: FENESTRELLE, LAGER DEI SAVOIA

Documentario: FENESTRELLE, LAGER DEI SAVOIA
come venivano uccisi i prigionieri napoletani (e Napoli)

È online il documentario RAI sulla fortezza di Fenestrelle, misteriosamente danneggiato il 20 Marzo dall’anticipo della messa in onda rispetto all’orario programmato e dall’oscuramento della stessa trasmissione sul territorio nazionale nei venti minuti finali che ha scatenato la protesta dei meridionali all’indirizzo della redazione della TV di Stato.
Si tratta di una delle pochissime testimonianze di una corretta lettura di certi avvenimenti “censurati” dalla propaganda risorgimentale che ha nascosto il luogo dove comincia e finisce la storia di migliaia di italiani prigionieri di altri italiani, deportati in veri e propri campi di concentramento. La storia dei prigionieri di guerra del Regno delle due Sicilie fatti morire di freddo e fame dai piemontesi. Ma anche la storia della distruzione del tessuto sociale, economico e industriale del meridione pre-unitario.

parte 1

parte 2

Nozze di William e Kate. Avanti Borbone, indietro Savoia!

Nozze William e Kate. Avanti Borbone, indietro Savoia!
per le famiglie reali d’Europa, il rispetto per quelle italiane è sempre e solo per i Borbone

“Sgarbo” al Risorgimento nell’anno delle celebrazioni dei 150 anni dell’Unità d’Italia: alle nozze di Kate Middleton William d’Inghilterra non sono stati invitati membri dei Savoia: né Vittorio Emanuele, né il figlio Emanuele Filiberto, né il cugino e rivale Amedeo d’Aosta. “Sorry”, ma ci sarà Carlo di Borbone, attuale erede del casato dell’ex Regno delle Due Sicilie, con la moglie Camilla Crociani.
La storia si ripete, e oggi come allora, il rispetto delle corti d’Europa è per la famiglia reale “Napolitana”. Nessuno gradisce un uomo implicato in processi, scandali e storie di omicidi come Vittorio Emanuele. Sgradita ovviamente tutta la famiglia, compreso il cugino che paga l’astio e la contesa per il riconoscimento del capo del casato. Anche la scazzottata “sabauda” del 2004 al matrimonio di Felipe di Spagna è un precedente che ha reso invisi i Savoia; meglio evitare dunque per chi vuole assicurarsi pace in un giorno speciale.

MALAUNITA’ a Marcianise

MALAUNITA’ – Forgione, De Chiara e Gulì a Marcianise
il 15 Aprile alle 18:30 al centro “Ave Maria”

L’associazione “Amici del libro” di Marcianise presenta “MALAUNITA’, 1861-2011 Centocinquant’anni portati male”, un incontro con Angelo Forgione, Pompeo De ChiaraVincenzo Gulì, tre dei tanti prestigiosi giornalisti e meridionalisti autori del libro-verità diretto alle coscienze degli italiani e capace di illuminare su nascita e sviluppo dell’Italia dall’unità ad oggi.
Gli interventi riguarderanno i risvolti sociali (Forgione), politici (De Chiara) ed economici (Gulì) di quella unità, fatta con metodi sbagliati ancora oggi “segretati”, che avviò purtroppo la questione meridionale ancora drammaticamente attuale.
Appuntamento alle ore 18:30 al centro “Ave Maria” della parrocchia SS. Annunziata di Marcianise in Via San Giovanni Bosco n.34.

info: www.amicidellibro.it

Sempre alle 18:30, “Malaunità” sarà presentato a Boscoreale da Eddy Napoli, Gennaro De Crescenzo e Salvatore Lanza, presso la Cappella di Palazzo Zurlo.

Dalle parole di “rabbia, ragione e amore” di Schifano all’analisi “nuda e cruda” di Del Boca, dalle ironie amare di Guarini alle ricerche inedite di Di Fiore sui rapporti tra origini del Paese e criminalità, dalle riflessioni tra passato e futuro di Patruno a quelle sulla “nazione duale” di Pino Aprile, “reduce” dallo strepitoso successo di Terroni; gli scenari internazionali che fecero da contesto ai fatti (Abbondante), il quadro economico pre e post- unitario (Gulì), le troppe storie sconosciute del “brigantaggio” (Romano), la battaglia contro i luoghi comuni e le falsità storiche (De Crescenzo), le 100 domande (ancora senza risposta) di Lanza e Picciano, le citazioni più significative (e non a caso meno famose) ritrovate da De Chiara e Forgione, i tanti primati pre-unitari spesso inediti (Boccia), le ricche e preziose indicazioni di fonti archivistiche e bibliografiche (Terzi), fino alla sintesi musicale e poetica di Eddy Napoli.
Ognuno con il suo stile, ognuno con le sue idee, ognuno libero di collocare un piccolo mattone nella necessaria e urgente ricostruzione della verità storica.

Tutti uniti dal rispetto e dall’amore per memorie e radici comuni. Con l’esigenza non di “rivedere” ma di scrivere ex novo la storia del cosiddetto “risorgimento”.

Malaunità è un piccolo dossier realizzato da un gruppo di affermati giornalisti e di attenti ricercatori che si sono sostituiti ai tanti intellettuali che in 150 anni di Italia unita non hanno mai avuto il coraggio di affrontare l’argomento “unificazione” in modo diverso, non si sono mai spostati di un centimetro dalle loro posizioni e che non hanno approfondito in modo oggettivo e sereno eventi risalenti ad appena 150 anni fa.

“Questo libro a più voci è ammirevole, fecondo e luminoso ed era indispensabile per ritrovare la memoria della “nostra” Storia”. (Jean-Noël Schifano)



Il Consiglio Regionale chiede la vera storia dell’unità d’Italia

Il Consiglio Regionale chiede la vera storia dell’unità
Le verità dei meridionalisti sempre più ascoltate

di Angelo Forgione per napoli.com

Non è di quelle notizie che i telegiornali danno in pompa magna, ma un significativo passo avanti verso la verità storica dei fatti che portarono all’Unità di Italia è stato fatto dal Consiglio Regionale della Campania che ha approvato all’unanimità l’ordine del giorno per far rimuovere il  “Segreto di Stato” su 150.000 documenti relativi al Mezzogiorno d’Italia pre e post unitario, ovvero nel periodo fra il 1860 e il 1870. La Giunta regionale si impegna così a fare da soggetto garante presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri e il Parlamento affinchè si chiarisca e sia raccontato tutto ciò che realmente avvenne a danno del Sud in quel periodo su cui esistono contrastanti ricostruzioni storiche. L’annuncio è stato dato dalla consigliera regionale campana dell’Italia dei Valori Anita Sala, promotrice dell’ordine del giorno.

”A 150 anni dall’Unita’ d’Italia – dice Sala – il Sud ritiene che non possa più reggere l’impossibilita’ di conoscere quei fatti avvenuti fra gli anni 1860 e 1870. Ancora oggi in diverse realtà del Mezzogiorno, e anche della Regione Campania, è aperta una discussione culturale tesa ad una rilettura più puntuale del processo di unificazione nazionale che in particolare ha interessato il meridione. Su tale problematica appare però che non esista ancora la voglia di fare opportuna chiarezza. Pertanto, nonostante interrogazioni parlamentari e solleciti, 150.000 pagine della nostra storia rimangono ancora prive di visibilità. Al Sud si nega dunque l’occasione – conclude Sala – di poter accedere a quelle pagine che potrebbero raccontare la vera storia”.

Quando i piemontesi tolsero il panorama al Vomero

Quando i piemontesi tolsero il panorama al Vomero
Storia urbanistica del quartiere collinare

di Angelo Forgione per napoli.com

I Greci la chiamavano Bomos, da βωμός, cioè altura. I Romani, invece, Paturcium, trasformato nel medioevo in “Patruscolo” e poi, nel Rinascimento, “Patruce”, per opera del grande umanista Giovanni Pontano, uomo di corte aragonese, proprietario di un’amplissima villa che occupava tutta l’area tra Antignano e il Torrione di San Martino, proprio sotto la cinquecentesca fortezza di Sant’Elmo. Nel Seicento si diffuse il nome “Vomero”, derivazione del greco Bomos. Chiaro che si tratti del popolarissimo quartiere napoletano, un tempo colle campestre e poi, tra il secondo Ottocento e la prima metà del secolo successivo, massicciamente urbanizzato.
Nel primo Settecento, allorché divenne capitale indipendente, Carlo di Borbone non rivolse particolari attenzioni a questa collina, preferendole quella di Capodimonte, dove fece edificare una nuova reggia. Nel 1799, i repubblicani giacobini la ribattezzarono “Monte Giannone”, ma tornò a essere il Vomero con la repentina riconquista del regno da parte di Ferdinando I, che si interessò al luogo più del padre e acquistò, nel 1817, i terreni utili all’edificazione della Villa Floridiana, per se e la sua sposa morganatica Lucia Migliaccio di Floridia. La realizzò l’architetto toscano Antonio Niccolini, gran protagonista della stagione neoclassica napoletana, autore del rifacimento totale del Real Teatro di San Carlo dopo l’incendio del febbraio 1816. In quegli anni fu realizzata la salita dell’Infrascata, attuale via Salvator Rosa, per consentire non solo al Re di spostarsi il Palazzo Reale e la Floridiana ma anche all’aristocrazia della Capitale di raggiungere le case di villeggiatura in collina. Tre queste, anche l’ancora esistente villa Genzano-Majo all’Infrascata, firmata dallo stesso architetto, dove Gaetano Donizetti scrisse gran parte della gloriosa Lucia di Lammermoor, assoluto capolavoro composto a cavallo tra la primavera e l’estate del 1835, in quaranta giorni di intenso lavoro tra l’alloggio cittadino di via Corsea, l’attuale via Cervantes, e il ritiro estivo messogli a disposizione dall’editore musicologo di origine francese Guglielmo Cottrau, che ne era proprietario.
Quando, nel 1860, Garibaldi invase Napoli, fece suo un recente decreto borbonico di Francesco II di Borbone, ultimo re di Napoli, col quale decretò la costruzione “nei siti più propri allo estremo dello abitato della città e sulle colline che la circondano, di case salubri ed economiche per il popolo, e massime per gli operai”. La congestione urbana di Napoli necessitava di soluzioni importanti, e allora si cominciò a costruire in collina per rispondere alle sempre maggiori esigenze abitative. Nel 1885, sotto la spinta dell’epidemia di colera che aveva colpito la città, fu emanata la “legge per il Risanamento di Napoli”, con la quale si pianificò l’edificazione di un nuovo quartiere collinare. I territori tra San Martino e Antignano, quelli che furono del Pontano, erano stati da poco acquisiti dalla Banca Tiberina, una banca piemontese agevolata dalla monarchia sabauda che aveva spodestato quella borbonica. L’11 Maggio del 1885, Re Umberto I e la Regina Margherita presenziarono alla posa della prima pietra per la costruzione del nuovo rione Vomero, che venne formalmente inaugurato il 20 Ottobre 1889 con l’apertura della funicolare che conduceva a Chiaia. Le nuove strade furono battezzate il 19 Aprile del 1890, allorché il Comune definì i trentasette nomi di artisti vari a cui intitolarle. Nel 1891 fu la volta dell’inaugurazione della funicolare che collegava il quartiere a Montesanto.
Il tessuto viario a maglia reticolare appena nato prendeva corpo con le vie Luca Giordano, Scarlatti, Bernini e Morghen, e con la piazza Vanvitelli, nuovo luogo centrale di aggregazione attorno alla quale sorsero i quattro palazzi pressoché omologhi in stile neorinascimentale.
Partiva intanto la costruzione del nuovo rione Arenella, che prevedeva una sua grande piazza centrale, l’attuale Medaglie d’Oro, da cui sarebbero partite a raggiera ben sette strade nuove.
La zona collinare venne così a saldarsi alla città bassa, ma in maniera disordinata, e subito si avvertì una diversità fra i due livelli cittadini ancora oggi evidente. Nacque una conurbazione sicuramente moderna ed elegante, pronto a rappresentare il nuovo riferimento residenziale in città, ma con un errore che oggi in pochi rilevano: il piano attuato dalla banca piemontese era “bidimensionale”, adatto a una città nordica, non certo a Napoli, non considerando le tre dimensioni tipiche della città obliqua, protesa verso il mare. La verticalità tra Vomero e centro fu sostanzialmente ignorata nel progetto urbanistico; un’omissione visibile, oggi come allora, nell’ostruzione della vista panoramica, in buona parte preclusa dai palazzi e sprecata da una visione imprenditoriale fatta da uomini incapaci di rispettare l’orografia del luogo. Anche il secondo tratto del corso Vittorio Emanuele, dal Suor Orsola Benincasa all’Infrascata, cioè a piazza Mazzini, fu realizzato costruendo edifici sul lato mare, diversamente dal primo tratto borbonico, dal Santuario della Madonna di Piedigrotta al complesso monastico orsolino. Il periodico d’elite Napoli Nobilissima, nel 1893, così descrisse gli interventi appena realizzati: “Le opere sono mirabili e danno alla città un aspetto ordinato, ma quanto si è guadagnato, tanto si è perduto di notevole bellezza”.
Il nuovo quartiere continuò a prendere forma nei primi decenni del Novecento con villini dotati di giardini, chiese, scuole, impianti sportivi, cinema, studi cinematografici (qui nacque la Titanus, poi trasferita a Roma), teatri, ristoranti, esercizi commerciali e anche nosocomi, facendo della zona una vera e propria città di sopra attigua a quella di sotto, maggiormente collegata col centro tramite una terza funicolare, inaugurata nel 1928 col nome di “Centrale” per la sua posizione intermedia tra quella di Chiaia e Montesanto.
Il collasso urbanistico prese il via nel secondo dopoguerra, quando l’attività edilizia subì un’impennata vertiginosa che accrebbe la densità popolativa del trecentosessanta percento circa. Si trattò di quella speculazione edilizia di proporzioni incredibili che Franco Rosi immortalò nel film Le mani sulla città. Gli interessi politici si sposarono con la crescente domanda di una casa al Vomero, possibilmente ai piani alti, là dove il mare era possibile scorgerlo, privando il quartiere anche della sua prerogativa di zona a misura d’uomo. Ai villini di pregio architettonico si sostituirono i casermoni borghesi che si espandevano dal centro del quartiere verso i nuovi rioni più alti, cambiando definitivamente i connotati alla collina e rendendola ambita ma comunque ben lontana dagli standard di vivibilità che il posto avrebbe potuto offrire.
Gli ultimi interventi al quartiere si registrarono negli anni Novanta, con l’apertura delle fermate della Metropolitana collinare che dotarono il quartiere di un ulteriore mezzo di trasporto e di nuovi arredi urbani nelle piazze a lungo interessate dai lavori.
A testimonianza di un’urbanizzazione che ha divorato la collina agreste ma anche di una storia antichissima che fa del Vomero la corona della città, nel Dicembre 2010 l’antica Vigna dei Monaci di San Martino tra la trecentesca Certosa di San Martino e il corso Vittorio Emanuele, oggi privata, divenne monumento nazionale per decreto ministeriale. Lì, in un’oasi protetta di sette ettari tra cemento e automobili, si coltivano viti autoctone, agrumi ed altre specie da frutto. È l’ultimo pezzo di Bomos, l’ultimo lembo di verde della celebre Tavola Strozzi, miracolosamente sopravvissuto al sacco edilizio.

Il principe naufrago che la fa sul tricolore

Il principe naufrago che la fa sul tricolore
il Savoia sull’Isola dei Famosi

Aveva cominciato con “Quelli che il calcio” come tifoso. Poi, nel corollario della sua carriera televisiva, è approdato a “Ballando con le stelle” come ballerino, al “Festival di Sanremo” addirittura come cantante, a “I Raccomandati” come presentatore… e ora eccolo a “L’Isola dei Famosi” della sabauda Ventura come “naufrago”. Garibaldi sbarcò a Marsala per conto del suo antenato Vittorio Emanuele II, lui è sbarcato in Honduras. E c’è da star certi che non finirà qui!
Quando sostenne la causa di famiglia nella richiesta di risarcimento danni all’Italia forse sapeva bene cosa avrebbe ottenuto. La richiesta fu ritirata tra mille polemiche, e chissà che non abbia avuto rassicurazione su un futuro televisivo che, in qualche modo, quella richiesta la sta appagando. Compromessi italiani di una televisione, quella italiana, sempre più priva di contenuti e di personaggi. Quelli di grande calibro prediligono le pay-tv o altri scenari, e allora nasce il bisogno di creare nuovi fenomeni. Ecco dunque che chi paga il canone finisce indirettamente per contribuire a questo “alternativo risarcimento danni” al Savoia.
E il principe, dunque, approdò sull’isola sfoggiando un vasino da notte tricolore nel quale evacuare… e un libro, il suo, da promuovere nell’operazione marketing senza doversi sacrificare più di tanto in una realtà senza agi e comfort perchè, in fondo, lui è già ben preparato, abituato com’è a fare a meno del bidet.

Emanuele Filiberto e il suo rapporto col bidet


Emanuele Filiberto fischiato dai Neoborbonici a Sanremo


a 1:40, l’orchestra di Sanremo e i Neoborbonici protestano contro E. F.

Benigni “Pinocchio” e la coerenza

Benigni “Pinocchio” e la coerenza

Il controverso show di Roberto Benigni al festival di Sanremo 2011 dedicato ai 150 anni d’unità d’Italia trova delle contraddizioni nello show dello stesso grande artista in occasione della recitazione della “Divina Commedia” del 2007. Guardare per credere.

.

.


LE TRE GIORNATE DI NAPOLI – Controcelebrazioni 150 anni d’unità d’Italia

LE TRE GIORNATE DI NAPOLI
Il video e la cronaca delle controcelebrazioni del 150°

Dal nostro punto di vista, con un pizzico di presunzione, abbiamo onorato Napoli. Abbiamo visto tanta gente e pochi giovani assembrarsi a Piazza del Plebiscito il 17 Marzo per le celebrazioni dell’unità d’Italia, molti dei quali probabilmente hanno dimenticato che questa città è passata in 150 anni dall’essere Capitale europea a capitale della “munnezza”, del crollo monumentale, della disoccupazione e della criminalità. No, non c’era proprio nulla da festeggiare e chi l’ha fatto magari ha preferito non pensarci. Noi non l’abbiamo dimenticato e anzi questo pensiero ci ha assillato e continuerà a farlo costantemente per chissà quanto tempo ancora.
I giovani erano invece tutti a Piazza dei Martiri, dimostrando voglia di riscatto e quell’ideale di speranza che in questa terra sembrava essere ormai svanito. Così non è! Vederli tutti insieme (bambini compresi) con le bandiere bianche della nostra storia, non certo per invocare monarchie o il passato ma per ostentare identità e chiedere un futuro di pari dignità, opportunità e di orgoglio, è stata una gioia immensa. I ragazzi hanno bisogno di questo, di una luce, di una speranza per la terra che amano che questo stato ha sottratto e negato. Hanno bisogno di classi dirigenti meridionali fiere, laboriose ed efficaci che il Sud non ha mai prodotto. Ecco perchè noi eravamo in piazza, per far sentire la nostra voce e per far capire alla politica locale e nazionale che i Napoletani sono stanchi di assistere alla deriva e starsene con le mani in mano, per far capire che gli staranno col fiato sul collo, a cominciare dalle prossime elezioni amministrative.
Circa 300 persone con più di 200 bandiere distribuite hanno urlato forte “Malaunità”V.A.N.T.O., Neoborbonici, Insieme per la Rinascita e R.D.S. insieme, con la presenza del cantautore Eddy Napoli e di Enrico Durazzo patron di Napolimania. Tutti ad ostentare orgoglio e ad urlare verità!
Il resto è il rifiuto di una retorica che ha caratterizzato queste celebrazioni che con l’unità non avevano nulla a che fare. La stragrande maggioranza degli italiani non conosce la storia e non si è accorta che si è festeggiata la dinastia dei Savoia, la loro conquista del Sud e non l’unione del paese avvenuta nel 1870, non certo nel 1861. Il 17 Marzo di quell’anno si verificò al Parlamento di Torino l’autoproclamazione di Vittorio Emanuele II Re d’Italia, invasore senza dichiarazione di guerra dei territori meridionali ai quali regalò morti e devastazioni in ogni campo del tessuto sociale. Il Capo dello Stato Giorgio Napolitano gli ha purtroppo reso omaggio al Pantheon mentre uno striscione che ne denunciava i genocidi veniva fatto rimuovere senza che il protagonista avesse vilipeso la bandiera italiana e si fosse avvalso di qualcosa di diverso dall’articolo 21 della Costituzione che riguarda la libertà di espressione.
Per le vittime del sud di quella casata piemontese nessuna memoria se non la nostra, la sera prima della “festa” e proprio in quel luogo dove questa si sarebbe svolta. Nella chiesa di San Ferdinando la nostra celebrazione (non del sacerdote che ha assistito felice) è stata veramente toccante: 200 nomi tra le centinaia di migliaia dei meridionali che perirono in quel momento storico per decisione di Vittorio Emanuele II di Savoia hanno riecheggiato nella chiesa borbonica. Alla fine un lunghissimo applauso ha accompagnato la viva commozione dei presenti. Poi una deposizione di fiori con lumini accesi e bandiere listate a lutto al Plebiscito. Dopo 150 anni qualcuno ha finalmente ricordato quegli sfortunati uomini che parlavano la nostra lingua, il napoletano, ma anche il dialetto calabrese, lucano, pugliese, abruzzese e siciliano.
E ancora prima avevamo presentato il libro-verità “Malaunità” in una Sala della Loggia del Maschio Angioino piena di gente appassionata e curiosa che da oggi ha una nuovo potente strumento per scavare nel proprio passato identitario.
Tre eventi riuscitissimi che chiaramente non potevano godere del risalto informativo ma che hanno fortemente espresso protesta, memoria e cultura, riassunti in un videoclip in cui l’orgoglio e la voglia di verità e vera unità sono visibili sui volti dei giovani e dei meno giovani che alla retorica hanno dato un calcio ben assestato.
Il resto sono solo polemiche di chi può vedere in tutto questo della sterile nostalgia o un tentativo di creare divisioni e polemiche. No, noi non siamo secessionisti ma abbiamo “solo” onorato il nostro amore per Napoli che ci da la forza di combattere ogni giorno in strada per il suo riscatto, guardando al futuro senza perdere di vista il nostro passato. Chi ci accusa lo fa da dietro una scrivania, contribuendo allo “demolizione” della dignità collettiva di un popolo che si vuol tenere in stato di dormiveglia. E dunque, se contribuire proattivamente al risveglio dei giovani della nostra città significa essere nostalgici, allora noi siamo fieramente nostalgici. E anche fieri di come abbiamo “diversamente” celebrato l’unità d’Italia.
Noi non possiamo restituire ai Napoletani il lavoro che manca o la sicurezza del futuro. Ma almeno un merito ce l’abbiamo, ed è quello di lavorare per la restituzione dell’orgoglio, da cui poi nasce la corretta convivenza, il senso civico e l’amore per il bene condiviso. Le “tre giornate di Napoli” ci hanno detto che siamo sulla strada giusta. Andiamo avanti!

Angelo Forgione

Il video de “le tre giornate di Napoli”

vai alla fotogallery di Repubblica.it

da NapoliUrbanBlog, un video significativo:
Al Plebiscito, una signora nel suo analfabetismo si dimostra più sveglia dei napoletani presenti che hanno festeggiato il loro funerale