Mercoledì 22 giugno 2016, nella prestigiosa Sala del Capitolo del Convento di San Domenico Maggiore a Napoli, alle ore 11,30 sarà presentata la prima edizione a stampa dei 13 Minuetti del musicista Ligure di Scuola Napoletana Pasquale Anfossi ritrovati due anni orsono dai musicisti e musicologi Roberto Allegro e Vittoria Aicardi presso la Biblioteca del Conservatorio di Musica “San Pietro a Majella” di Napoli, con un dibattito dal titolo “Napoli e Venezia – Pasquale Anfossi, il Mare e la storia dell’Ospedaletto”. Riguardo i Minuetti, anticipano il Maestro Allegro e la Dott.sa Vittoria Aicardi, si tratta di pezzi brevi, pregevoli sia da un punto di vista musicale che all’ascolto. Riteniamo che il loro contributo, come quello in generale un po’ tutta la celebre Scuola napoletana (Piccinni, Porpora, Traetta, Paisiello e Anfossi stesso) abbiano influenzato in maniera importante sia il classicismo viennese che lo stesso Mozart». Mozart medesimo, infatti, conobbe ed apprezzò molto Pasquale Anfossi, componendo diverse arie per le sue opere e definendolo, in una sua lettera “molto cognito napolitano”, mentre in un’altra, confermando quanto il compositore tabiese fosse apprezzato e considerato a Vienna, aggiunse “i miei nemici dicono che io voglio correggere l’opera di Anfossi”. Sarà presente oltre all’autore della pubblicazione Roberto Allegro Direttore artistico dell’Orchestra da Camera Italiana “Antonio Vivaldi e Presidente dell’Associazione Musicale “Antonio Vivaldi” di Mortara (Pavia), l’Assessore alla Cultura del Comune di Napoli Nino Daniele, il Critico musicale Stefano Valanzuolo ed Enzo Amato Presidente dell’Associazione Domenico Scarlatti che ha organizzato l’evento in collaborazione con l’Associazione Musicale Antonio Vivaldi di Mortara. In questa occasione, saranno rivelate verità nascoste dell’affresco di Jacopo Guarana presente all’Ospedaletto di Venezia.
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Restaurato l’antico forno di Capodimonte
Angelo Forgione – Restaurato il forno settecentesco a legna all’interno del bosco di Capodimonte voluto da Ferdinando IV di Borbone. L’iniziativa è stata sollecitata dal direttore del museo Sylvain Bellenger affinché diventi presto un’attrattiva turistica. Non un forno qualsiasi ma un forno reale, che cuoceva pizze per la corte, e forse già la ‘margherita’. Sì, già a inizio Ottocento, ma è impossibile saperlo, anche perché la narrazione postrisorgimentale ci ha tramandato la data del 1889. La leggenda vuole che lì, in quell’anno, sia stata preparata la prima tricolore, che in realtà già esisteva almeno dal 1810. E mi tocca ripetere – repetita iuvant – che solo di leggenda si tratta, una leggenda legata alle condizioni igieniche di Napoli e alla popolarità dei Savoia al Sud.
Perché il parto della pizza tricolore sarebbe stato postdatato al 1889? Semplice. Nel 1884 Napoli fu colpita da una nuova ondata di colera, e la pizza, cibo povero venduto in strada, fu boicottata come nelle precedenti epidemie ottocentesche perché possibile veicolo di contagio, visto che l’impasto era fatto con acqua. Gli italiani del Nord la consideravano un alimento da straccioni e poveracci afflitti dalla pandemia, un alimento lurido, un pasticcio per maleducati che lo mangiavano con le mani. Nel 1886, Carlo Collodi, autore di Pinocchio, per presentare agli italiani la pizza napoletana, usò toni sprezzanti:
Vuoi sapere cos’è la pizza? È una stiacciata di pasta di pane lievitata, e abbrustolita in forno, con sopra una salsa di ogni cosa un po’. Quel nero del pane abbrustolito, quel bianchiccio dell’aglio e dell’alice, quel giallo-verdacchio dell’olio e dell’erbucce soffritte e quei pezzetti rossi qua e là di pomidoro danno alla pizza un’aria di sudiciume complicato che sta benissimo in armonia con quello del venditore.

2 giugno, festa di una Repubblica incostituzionale
Angelo Forgione – 2 giugno, settantesima celebrazione della Repubblica e di quel turbolento cambio di forma governativa (18 morti a Napoli l’11 giugno 1946) che non è servito a mutare la deriva del Paese unito, semmai acuita. Bellissima a leggersi la Costituzione italiana, per cui l’Italia dovrebbe essere una Repubblica democratica, fondata sul lavoro, un diritto di tutti i cittadini. Tutti potrebbero manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La sovranità dovrebbe appartenere al popolo. La Repubblica dovrebbe riconoscere e promuovere le autonomie locali, promuovere lo sviluppo della cultura e ripudiare la guerra. Ma, soprattutto, tutti i cittadini dovrebbero avere pari dignità sociale e il compito della Repubblica sarebbe quello di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano l’eguaglianza dei cittadini, cioè il divario Nord-Sud.
In settant’anni, le cose sono andate in tutt’altra direzione. Ci troviamo evidentemente di fronte al tradimento dei principi fondamentali della Repubblica italiana, che non ha in alcun modo riparato ai danni del precedente periodo monarchico. La diversa Italia va colpevolizzata soprattutto per non aver colmato le differenze tra Nord e Sud create dalla monarchia sabauda e dai suoi governi. E la pressione mafiosa è anche cresciuta. Il Paese è passato da una monarchia colonialista e corrotta a una repubblica colonialista, corrotta e mafiosa. Qualcosa è cambiato.
1864, Napoli capitale d’Italia. Ma Vittorio Emanuele II disse «no».
Angelo Forgione – Tra gli ideali che ispirarono l’Unità italiana, quello laicista fu sicuramente uno dei più importanti. Rifacendosi alle più avanzate nazioni protestanti europee, gli artefici dell’annessione di Napoli e Roma al Regno d’Italia piemontese dovevano rendersi protagonisti della diffusione di un’ideologia svincolata dalla fortissima tradizione cattolica d’Italia, e contribuire ad allentare lo stretto rapporto con la Chiesa di Roma che aveva sempre caratterizzato la vita degli stati italiani.
A preservare l’autorità del Papa ci pensò un francese, non un italiano. Napoleone III, imperatore di quella Francia “figlia primogenita della Chiesa” piena di cattolici e di un consenso da preservare, piazzò le sue truppe in territorio romano mentre il Piemonte incamerava parte dello Stato Pontificio, e fu un bel problema per Garibaldi ma anche per la pletora sabauda. Vi era bisogno di tutta la scaltrezza piemontese per risolvere la rogna, anche perché la posizione geografica di Torino, troppo vicina al confine nemico, la condannava a non essere per troppo tempo la capitale d’Italia. Le trattative diplomatiche portarono alla Convenzione di settembre del 1864, con cui il Re di Francia si impegnò a ritirare gradualmente i suoi uomini in cambio dell’impegno a non invadere il territorio pontificio. A garanzia degli impegni presi dai piemontesi, il sovrano francese impose il trasferimento della capitale in un’altra città, cosa che avrebbe dovuto provare la definitiva rinuncia alle seducenti mitologie di Roma capitale dell’Italia laica. I piemontesi miravano semplicemente a far sloggiare i garanti di Pio IX, per poi rompere i patti alla loro maniera. C’era solo da rinunciare in anticipo ai ministeri di Torino, alle ambasciate e ai fiumi di danaro pubblico, e da affrontare la rivolta dei cittadini torinesi, convinti che in assenza di Roma dovesse farne le veci solo la loro città, ormai pienamente interessata dagli investimenti per l’edilizia espansiva. Sommossa repressa nel sangue di cinquantacinque uomini disarmati, ma ormai tutto era già deciso: la capitale doveva trasferirsi altrove. Furono proposte Firenze, sostenuta dal Consiglio dei generali perché non esposta all’aggressione marittima, e Napoli, preferita dal consiglio dei ministri in quanto maggior metropoli italiana, lontana dal confine e meno esposta a un eventuale intervento austriaco richiesto dal Papa, ex capitale rispettata in Europa, la terza più popolata del Continente e già pronta a ricevere i dicasteri senza necessità di grandi spese, città di cultura degna delle grandi capitali europee. Tale scelta, secondo i sostenitori dell’ipotesi, avrebbe potuto contribuire a sradicare il brigantaggio meridionale che metteva a rischio la compattezza geografica. Prevalse la piccola Firenze, ma la volontà fu più che altro sovrana. Vittorio Emanuele II sapeva quanto fosse rilevante il peso di Napoli agli occhi dell’Europa e cercò di evitare che tornasse capitale. Il Re, invitato ad esprimere il suo pesante parere ai ministri, indirizzò la scelta verso la città toscana:
«Andando a Firenze, dopo due anni, dopo cinque, anche dopo sei se volete, potremo dire addio ai fiorentini e andare a Roma; ma da Napoli non si esce; se vi andiamo, saremo costretti a rimanerci. Volete voi Napoli? Se ciò volete, badate bene, prima di prendere la risoluzione di andare a stabilire la capitale a Napoli, bisogna prendere quella di rinunziare definitivamente a Roma.»
Tutti a Firenze! Una città di poco più di centomila abitanti invasa dalle istituzioni, dal Parlamento, dal Re, dalla corte e di tutto ciò che necessitava una capitale. Trentamila burocrati piemontesi a sconvolgerne le abitudini, le tradizioni e l’urbanistica. Ma gli uomini del “Re Galantuomo”, che gli accordi li prendevano per romperli, attesero che Roma fosse defrancesizzata e, dopo cinque anni e mezzo, invasero lo Stato Pontificio. Pio IX si ritirò in Vaticano, dichiarandosi “prigioniero d’Italia” fino alla morte, e si rifiutò di riconoscere la legge delle Guarantiglie, con cui il Regno d’Italia dei Savoia intese regolare i rapporti con la Santa Sede. Il Pontefice vietò ai cattolici di partecipare all’attività politica italiana e scomunicò tutti coloro che avevano partecipato al processo risorgimentale, a partire dai Savoia, ma si trovò di fronte l’ambigua figura di Vittorio Emanuele II, ricorso ai poteri forti d’Europa e alla Massoneria internazionale per coronare l’unificazione nazionale anche contro il Cattolicesimo, nonostante fosse riconosciuto religione di Stato dall’articolo 1 dello Statuto Albertino del Regno di Sardegna, poi esteso all’Italia unita. Pio IX scomunicò il primo re d’Italia per ben tre volte lungo l’arco della sua trono tricolore, ma ritirò il provvedimento nel 1878, in punto di morte del baffuto piemontese, inviando un sacerdote al suo capezzale per impartirgli l’assoluzione, poiché il primo sovrano dello stato nazionale italiano, comunque cattolico, non poteva e non doveva morire senza sacramenti.
Il Vaticano e l’Italia restarono separati in casa fino all’avvento del Fascismo, nel primo Novecento, mentre a rappresentare il rafforzato potere laico contrapposto alle forze conservatrici e clericali ci pensò la Massoneria. Il Potere temporale fu in qualche modo riabilitato dai negoziati tra Benito Mussolini e Pio XI, culminati nei Patti Lateranensi, con cui fu siglato un reciproco riconoscimento tra Regno d’Italia e Stato Vaticano. Fallita sul nascere la creazione di un Paese condiviso e giusto, naufragava anche lo scopo fondante di sradicare la sua appartenenza religiosa.
Il tributo di sangue del Sud nella ‘Grande Guerra’
Angelo Forgione – 24 maggio, giorno di commemorazione dell’entrata dell’Italia nel primo conflitto mondiale. La guerra, con tutto il suo carico di morti, tragedie e devastazioni, era già in corso da dieci mesi quando l’Italia abbandonò la neutralità e si schierò al fianco delle forze dell’Intesa contro gli ex alleati dell’Impero Austro-Ungarico e della Germania. Nonostante la maggioranza della popolazione fosse contraria alla guerra, a prevalere furono le posizioni di chi premeva per la partecipazione al conflitto. Tra questi, un ruolo fondamentale lo recitarono gli industriali e la massoneria del nuovo triangolo industriale Torino-Genova-Milano, che dagli eventi avrebbero ottenuto grandissimi vantaggi economici. Le fabbriche avrebbero sfornato armi e mezzi bellici, il vero business per far crescere la piattaforma del Nord-Ovest, e gli operai si sarebbero trasformati in militari impiegati in catena di montaggio. In trincea ci sarebbero andati soprattutto i meridionali, già condannati all’agricoltura e ora alla sopravvivenza in battaglia. La chiamata al fronte consegnò i campi da coltivazione del Mezzogiorno all’incuria e sottrasse alle famiglie ogni tipo di mantenimento. I territori del Sud beneficiarono – si fa per dire – del 7,4% degli stanziamenti militari; il Nord e il Centro del restante 92,6. A guerra finita fu la borghesia imprenditoriale del Nord ad avvantaggiarsi dell’allargamento dei mercati e delle risistemazioni postbelliche.
Che vi fossero italiani di Serie A e altri di Serie B lo dimostra il movimento calcistico, in crescita in quegli anni, fortemente legato proprio allo sviluppo industriale del Nord, e quindi anche a quello sociale. La sospensione del campionato, detto nazionale pro forma ma di fatto spaccato, comportò la mancata assegnazione del titolo di Campione d’Italia. Dopo quattro anni, quel titolo fu attribuito d’ufficio al Genoa (che non lo aveva richiesto), in testa al girone Nord al momento dell’interruzione, nonostante al Centro-Sud l’Internazionale Napoli, il Naples e la Lazio si stessero contendendo il titolo del’altra Italia che avrebbe consentito di disputare la finalissima per il Tricolore. Ai meridionali non restò che festeggiare per i sopravvissuti di ritorno dal fronte o piangere i loro morti.
Una chiacchierata Made in Naples con Raffaella Iuliano
‘Dov’è la Vittoria’ a Marcianise (Caserta)
L’associazione Myricae di Marcianise (CE) presenta Dov’è la Vittoria. Appuntamento con Angelo Forgione fissato per venerdì 13 maggio, ore 18.30, alla bibioteca comunale in via Vespucci, 7.
La “Fior di margherita” con le mie mani
Angelo Forgione – Mettersi al banco di lavoro di una pizzeria napoletana e dar vita a una pizza che sappia di storia di Napoli. È quel che mi capita a Le Parùle di Ercolano (NA), che già nel nome comunica quella storia. Le Parùle, in napoletano, significa “gli orti”… e Giuseppe Pignalosa prova proprio a raccontare nel suo locale la ricchezza di biodiversità dei prodotti della fertile terra vesuviana, che fino al secondo Settecento rappresentò il principale orto polmone di approvvigionamento di verdure per la città e per i napoletani, detti “mangiafoglia”. Poi arrivò la pasta di grano duro e divennero “mangiamaccheroni”. Anche “mangiapizza”, aggiungo io.
Marina Alaimo, giornalista enogastronomica, invita me e altri quattro personaggi (Serena Bernardo, Rosaria Castaldo, Carlo Olivari e Mimmo Gagliardi), tutti legati per diversi aspetti alla divulgazione della cultura napoletana a tavola, per #sonocometumivuoi, uno stimolante contest creativo di assaggi. Tutti chiamati a fare i pizzaiuoli per un giorno e a realizzare le proprie idee di condimento. Tutti provvisti, tranne me, dei loro ingredienti per ideare pizze davvero mai viste e abbinamenti d’alta scuola che solo a vederli nelle vaschette mi prende l’ansia. Io armato dei più classici: pomodoro, fiordilatte e basilico. Punto sulla tradizione, ma incanalata nella tanto cara ricerca storica. Posso reggere il confronto solo dando un sapore e un aspetto diverso alla tradizione. Ed eccomi pronto a dar vita alla mia “Fior di margherita 1790”, in onore della pizza borbonica che precede la romantica leggenda della pizza inventata nel 1889 per la regina Margherita di Savoia.
Indosso il grembiule d’ordinanza e parto nel mio divertissement. Stimolante (ri)scrivere la storia con le mani in pasta, stendere il formidabile e soffice impasto di Peppe Pignalosa (che mi osserva divertito), accarezzarlo di San Marzano col cucchiaio, guarnirlo con il Fiordilatte tagliato a fette, disposte in modo radiale per disegnare i petali, con il pomodorino giallo Giagiù al centro a far da capolino, e con il basilico a tocco di foglie. Stupore e sorrisi alla vista dell’affresco, uno spettacolo emozionante solo a guardarlo crudo, prima di andare in cottura ed essere governato in pala dal sapiente addetto al forno a legna. Et voilà, pronta la margherita che parla di Napoli capitale e della rivoluzione alimentare dei Borbone di fine Settecento, quando la pizza è divenuta definitivamente rossa.
Di pizze ne assaporiamo tante, in uno stimolante panel di assaggi con gran riuscita di sapori per tutti i gusti, abbinati a diversi vini locali (la mia, con un Coda di Volpe). Bravi tutti, davvero! E per chiudere, la pizza fritta doc, stavolta approntata a regola d’arte da Pignalosa, che se non fosse eccezionale non ne avremmo per mandarla giù.
Perfetta l’atmosfera e bella la location, sulla via Benedetto Cozzolino, sospesa tra il golfo e il cono del Vesuvio, che ci offre Capri all’orizzonte. Nelle mie mani ancora l’esperienza sensoriale dell’impasto lavorato. Solo se la fai di persona puoi capire davvero una pizza. Bella “storia” davvero.
Solita storia, lo Scudetto resta al Nord. È il n. 104!
Angelo Forgione – Scudetto numero 32 per la Juventus. E la ripartizione dei diritti televisivi del Calcio (tabella a lato), primaria fonte dei bilanci dei club italiani, continua a rappresentare un grande limite alla competitività della Serie A. Finché sarà assegnata in base ai bacini d’utenza, cioè al numero dei tifosi, il club bianconero, più di Milan e Inter, otterrà la fetta più grossa e beneficerà del grande seguito dell’Italia bianconera, Sud compreso. Qualcuno, per cambiare la storia, studia la modifica del sistema, proponendo il parametro della densità popolativa delle città al posto dei bacini d’utenza (frutto di sondaggi e non di censimenti), e l’aumento della percentuale da dividere in parti uguali (oggi il 40% della torta).
Tratto dal ‘Brigantiggì’, il mio commento all’epilogo del campionato italiano di Calcio, vinto ancora una volta dalla Juventus, tra limiti strutturali e caratteriali di Napoli e Roma ed errori arbitrali.
► Clicca qui per vedere l’intera puntata del Brigantiggì
Jean-Noël Schifano: «Anche sotto la Torre Eiffel vedo il Vesuvio»
Jean-Noël Schifano ha presentato il suo nuovo lavoro, Chroniques napolitaines III – Encore un tour autour de la vie (Gallimard), all’Istituto francese di Napoli ‘Grenoble’ di via Crispi, una delle sue case sotto il Vesuvio. La serata è stata introdotta dal Console generale di Francia, Jean-Paul Seytre, e dall’Assessore alla cultura del Comune di Napoli, Nino Daniele. Momento intenso il “siparietto” con uno dei relatori, lo psichiatra Salvio Esposito, una cui riflessione ha dato la stura allo scrittore francese per un’ennesima dichiarazione d’amore per Napoli.«Io sto a Napoli anche quando non sto a Napoli. Io sono sempre a Napoli, anche sotto la Torre Eiffel, nostalgicamente. Anzi, non vedo la Torre Eiffel; vedo il Vesuvio. Mi ci sono voluti sette anni per entrare nel movimento perpetuo di quello che chiamo “barocco esistenziale” di Napoli. Non posso capire il mondo senza Napoli. Non posso capire l’umanità senza un esempio napoletano. Napoli fa parte di ogni mio battito di cuore, è l’alfa e l’omega della mia vita. Se non potessi vedere più Napoli morirei subito.»
Una recensione del libro, a cura di Donatella Gallone, relatrice al ‘Grenoble’ insieme a Stella Cervasio de la Repubblica, è disponibile sul sito ilmondodisuk.it. Degli scenari storici, Schifano ha parlato con Gino Giammarino per la striscia settimanale di informazione meridionalista Brigantiggì.

