Dov’è la vittoria, a “San Paolo Show” anteprima con dibattito

Dov’è la vittoria, in uscita il 13 maggio in libreria, presentato in anteprima a San Paolo Show, la trasmissione di Tv Luna condotta da Paola Mercurio. Coinvolti nel dibattito che ne è nato anche Beppe Bruscolotti, Patrizio Oliva, Rino Cesarano, Massimo D’Alessandro e Angelo Pompameo.

DOV’È LA VITTORIA – le due Italie nel pallone

Dov’è la Vittoria – Le due Italie nel pallone (Aspetti sportivi della malaunità politico-economica) è un saggio di indagine sulle cause delle differenti performance sportive dei movimenti calcistici del Nord e del Sud d’Italia, inquadrate nell’ottica del divario interno italiano su cui convergono da sempre la politica e la finanza nazionale, e approfondisce le dinamiche oscure che – da sempre – regolano il “dietro le quinte” del Calcio italiano.

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copertina Edizione 2015

Il Calcio italiano fa i conti con la sua credibilità. È influenzato, in modo fin troppo evidente, dalle pulsioni che attraversano la nostra società: le crisi economiche, i giochi della finanza, la corruzione politica, la sfiducia nelle istituzioni, le polemiche sui giudici (arbitri), le strutture inadeguate, l’insicurezza, i localismi, l’intolleranza. E poi, il divario Nord-Sud. L’Italia continua a non perseguire una vera unità e il suo divario interno, che è un unicum nel panorama dei paesi economicamente avanzati, continua a squilibrare anche il movimento calcistico nazionale. Insomma, il Calcio italiano, di fatto, riflette perfettamente la condizione del Paese, il suo regresso, che è anche, e soprattutto, causato dalla sua divisione interna che lo indebolisce.

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copertina Edizione 2017

La centocinquantennale “Questione meridionale” è un aspetto latente e mai analizzato a fondo – eppure assai decisivo – del Pallone italiano, dominato storicamente da tre squadre del Nord, espresse dal “triangolo industriale”, che sfruttano i vantaggi di localizzazione e attingono dal serbatoio di passione del Centro-Sud, un’altra forma di emigrazione meridionale, diversa da quella fisica di studenti e lavoratori. Sull’altro fronte, solo il Napoli e le squadre di Roma riescono a competere, a cicli alterni e diradati nel tempo.
Perché il Nord ha vinto più di 100 scudetti mentre il Sud non è arrivato neanche in doppia cifra? Perché le squadre del Sud faticano ad affacciarsi alla Serie A? Come hanno fatto le squadre settentrionali a prendere il pallino del gioco? E come l’hanno mantenuto? Cosa ha consentito a Cagliari, Napoli, Roma e Lazio di raccogliere le briciole lasciate dalle squadre del Nord? Perché Juventus, Milan e Inter sono squadre “nazionali”? E perché sono le più amate ma anche la più odiate? Perché il Napoli gode di una passione smisurata ed è considerata la vera nazionale dal suo popolo? Quando e come nasce la discriminazione territoriale? Chi ha manipolato la passione degli italiani? Tutti quesiti cui dare adeguate risposte, individuabili con una macrovisione dello show-business, fondamentale per comprendere il significato del fenomeno calcistico nella vita della Nazione unita e nel contesto storico, politico ed economico d’Italia.
La squadra più vincente d’Italia è legata a una famiglia piemontese che ha fatto la storia dell’industrializzazione italiana del Novecento. È una delle squadre di Torino, prima capitale del Regno e città dei Savoia, la dinastia che forzò un più corretto percorso di Unità nazionale e “piemontesizzò” la Penisola nel secondo Ottocento. Mentre si realizzava l’Unità geografica, in Inghilterra nasceva il Foot-ball, lo sport che, come tutti i costumi britannici, sarebbe divenuto uno strumento di affermazione egomonica della “Perfida Albione” nel mondo. Il Regno Unito, che esercitò la sua forte influenza nel piano sabaudo di unificazione monarchica della Penisola, avrebbe caricato i palloni da calcio a bordo delle proprie navi piene di merci e li avrebbe portati nei porti di mezzo mondo, compresi quelli italiani, importanti nella rotta verso il nuovo Canale di Suez, realizzato per accorciare le distanze con l’Oriente. Non a caso il Foot-ball di casa nostra vide la luce a Torino e in quella Genova che ne era il principale sbocco sul mare, per poi abbracciare Milano. Il “loro” campionato fu precluso alle squadre del Sud per circa trent’anni e l’Albo d’Oro contempla scudetti esclusivamente settentrionali, siglati prima che il Ventennio fascista aprisse la contesa anche al resto del Paese, procurando fastidio al movimento di quel Settentrione che nel frattempo riceveva massici favori nell’industrializzazione. Il dopoguerra consacrò il Calcio industriale. E oggi cosa accade?
Dov’è la Vittoria è un’indagine a carattere storico-sociologico-antropologico supportata da studi di economisti, docenti universitari e istituti di ricerca, per individuare le cause delle differenti performance sportive dei movimenti calcistici del Nord e del Sud d’Italia, inquadrate nello scenario del divario interno italiano. Anche attraverso la ricostruzione dei maneggi oscuri nel “dietro le quinte” della grande passione degli italiani – su cui convergono la politica e la finanza nazionale – ne viene fuori una fotografia del Calcio tricolore che illustra con completezza un aspetto poco dibattuto dell’annosa “Questione meridionale”. I veri protagonisti sono l’Italia e gli italiani, che in realtà non esistono, e trovano anche nel Football un linguaggio comune per dimostrarselo.

Capitoli

  1. Un affare da “screanzati” – prefazione di Oliviero Beha
  2. Divide et impera – introduzione dell’autore
  3. Una Questione nazionale – il divario Nord-Sud
  4. Prima il Nord – la Federazione con la palla al piede
  5. Fatta l’Italia, facciamo i tifosi – il tifo nel Paese dei campanile
  6. Sudditi di Sua Maestà – impronte anglosassoni sul pallone
  7. Stringiamci a Coorte – il triangolo Genova-Torino-Milano
  8. Il Regno d’Italia – il matrimonio Juventus-Fiat
  9. Fratelli d’Italia – la discriminazione territoriale
  10. Libera frode in libero Calcio – un secolo di scandali italiani del pallone
  11. L’Italia chiamò – il maxiflop nazionale dei Mondiali ‘90
  12. Siam pronti alla morte – conclusioni dell’autore

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► Intervista su iogiocopulito.it de Il Fatto Quotidiano

La ‘Pallamaglio’, radice napoletana del Golf

Angelo Forgione Febbre calcistica a Napoli, città compatta attorno alla squadra che ne porta il nome e alla passione per una disciplina oltre la quale non cresce l’erba. Una passione che nasce nel primo Novecento, quando il calcio diventa aspetto elitario delle aree in corso di modernizzazione e poi fenomeno di massa. Prima di allora, qualche passione a carattere ludico-sportivo pure c’era, perché i napoletani, almeno fino alla diffusione del biliardo, prediligevano la pallamaglio, una disciplina sportiva individuale e a squadre in cui con un bastone di legno a martelletto, detto “clava lusoria”, si doveva lanciare una palla di legno, nel minor numero di tiri possibili, in direzione di un buco o verso una meta ad archetto piantata a terra. Si tratta di un antico sport originario proprio del Regno di Napoli e giocato nella città partenopea e dintorni almeno dal secolo XII. Certamente diffuso nel Napoletano già in pieno Quattrocento, epoca in cui un giocatore, durante una partita a Sant’Anastasia, nei pressi di un arco dell’acquedotto romano che fiancheggiava la strada da Napoli a Somma Vesuviana, fece finire la palla contro un albero di tiglio e perse la partita. Furioso per la sconfitta, iniziò a bestemmiare e, non contento, a colpire con la sfera di legno un’immagine votiva della Vergine dipinta su un muro, centrando la guancia sinistra. Si racconta che la Madonna cominciò a sanguinare, e allora il giocatore di pallamaglio fu inseguito dalla folla per essere linciato, ma poi salvato momentaneamente dal conte di Sarno, e da questi fatto impiccare all’albero una volta constatato il miracolo. Quel miracolo, avvenuto nel giorno di Pasquetta, diede origine alla tradizione dei “fujenti”, i battenti vestiti di bianco con una fascia trasversale azzurra,che camminano a piedi nudi o in ginocchio durante la processione verso l’edicola votiva della Madonna dell’Arco, una delle devozioni mariane più sentite nel Regno di Napoli e oltre.
Nel Cinquecento accennò all’origine partenopea del gioco della pallamaglio il poeta fiorentino Anton Francesco Grazzini nel Canto di giocatori di palla al maglio. Lo ribadì poco dopo la metà del secolo anche il forlivese Girolamo Mercuriale, il primo medico a teorizzare la pratica della ginnastica, che sottolineò come quel gioco nato molti anni prima nel Regno di Napoli si fosse ormai diffuso per quasi tutta l’Europa. Giordano Bruno, prima di bruciare al rogo dell’Inquisizione romana, scrisse la commedia Il Candelaio in cui citò la pallamaglio tra i giochi popolari napoletani. L’orientalista romano Pietro della Valle, nel Seicento, descrivendo un suo soggiorno in Persia, scrisse che lì era il re a insegnare la disciplina di origine napoletana, facendo riferimento alla pallamaglio a cavallo, una sorta di moderno polo. Certo è che la prima partita di polo registrata nella storia fu giocata proprio in quegli anni in Persia fra locali e turkmeni.
Era verosimilmente proprio la pallamaglio il diletto dal quale nacque il nome di tre strade di Napoli dette “del Pallonetto”, cioè della piccola palla, a Santa Chiara, Santa Lucia e San Liborio. Il gioco era praticato in alcuni spazi larghi all’aperto, non solo a Napoli ma in tutta Italia, dove si diffuse nel periodo rinascimentale, e poi in Francia, dove fu detto Palle Malle e ispirò il biliardo. In Inghilterra fu tradotto in Pall Mall e a Londra prese casa in una strada frequentata da nobili signori, amanti del tabacco. Chi ha il vizio del fumo conosce bene le sigarette con questo nome, prodotte dalla British American Tobacco di Londra. Così come dal calcio fiorentino gli inglesi avrebbero tratto il football, dal gioco napoletano avrebbero fatto nascere il croquet e il golf.

Napoletani e londinesi, differenti per clima e… bevande

Limonata e cognac per spiegare come Napoli fosse meno pericolosa di Londra

Angelo Forgione Quando Johann Wolfgang Goethe giunse a Napoli, nel 1787, non era impreparato. Ricordava le belle parole che il padre, dopo averla visitata, aveva sempre usato per descriverla, racchiuse in una definizione che lui stesso immortalò su carta:

“[…] mio padre non riuscì mai ad essere del tutto infelice, perché il suo pensiero tornava sempre a Napoli”.

Da buon viaggiatore, il drammaturgo tedesco, prima di partire alla volta dell’Italia, aveva letto il volume Notizie storico-critiche d’Italia dell’amico Johann Jacob Volkmann, in cui, nel capitolo Napoli e i suoi dintorni, era scritto che per le strade della città c’erano dai trenta ai quarantamila oziosi. Goethe volle verificare di persona prima di scrivere le sue memorie e si mischiò tra la gente, sperimentando con curiosità la realtà napoletana, in cui individuò evidenti differenze col mondo nordico ma attribuendole a motivi climatici e sociali. Solo dopo aver osservato coi propri occhi la Napoli capitale negò l’esistenza di un atteggiamento refrattario al lavoro, ed entrò in polemica con Volkmann.
Per Goethe, i napoletani erano semplicemente diversi dai tedeschi di Prussia ma non per questo da considerare peggiori. Era la diversa piattaforma sociale a far apparire il popolo partenopeo una massa di mendicanti per vocazione. Apprezzata invece la possibilità di godersi la vita, vero motivo per cui coloro che erano impossibilitati a farlo – i più laboriosi nordici – consideravano inoperosi quelli che non lavoravano tutto il giorno. Il 28 maggio 1787 scrisse:

“[…] Non tardai a sospettare che il ritenere fannullone chiunque non s’ammazzi di fatica da mane a sera fosse un criterio tipicamente nordico. Rivolsi perciò la mia attenzione preferibilmente al popolo, sia quando è in moto che quando sta fermo, e vidi, bensì, molta gente mal vestita, ma nessuno inattivo.
[…] Più mi guardavo intorno, più attentamente osservavo, e meno riuscivo a trovare autentici fannulloni, nel popolino minuto come nel ceto medio, sia al mattino sia per la maggior parte del giorno, giovani o vecchi, uomini o donne che fossero.
[…] Sarei quasi tentato d’affermare per paradosso che a Napoli, fatte le debite proporzioni, le classi più basse sono le più industriose. Non si può pensare, beninteso, di mettere a paragone quest’operosità con quella dei paesi del Nord, la quale non ha da preoccuparsi soltanto del giorno e dell’ora immediati, ma nei giorni belli e sereni deve pensare a quelli brutti e grigi e nell’estate deve provvedere all’inverno. Postoché è la natura stessa che al Nord obbliga l’uomo a far scorte e a prendere disposizioni, che induce la massaia a salare e ad affumicare cibi per non lasciare sfornita la cucina nel corso dell’anno, mentre il marito non deve trascurare le riserve di legna, di grano, di foraggio per le bestie e così via, è inevitabile che le giornate e le ore più belle siano sottratte al godimento e vadano spese nel lavoro. Per mesi e mesi si evita di stare all’aperto e ci si ripara in casa dalla bufera, dalla pioggia, dalla neve e dal freddo; le stagioni si succedono inarrestabili, e l’uomo che non vuol finire malamente deve per forza diventare casalingo. […] È la natura che lo costringe ad adoperarsi, a premunirsi. Senza dubbio tali influenze naturali, che rimangono immutate per millenni, hanno improntato il carattere, per tanti lati meritevole, delle nazioni nordiche; le quali però applicano troppo rigidamente il loro punto di vista nel giudicare le genti del Sud, verso cui il cielo s’è dimostrato tanto benigno.
[…] E un cosiddetto accattone napoletano potrebbe facilmente sdegnare il posto di viceré in Norvegia e declinare l’onore, se l’imperatrice di Russia gliel’offrisse, del governatorato della Siberia.
[…] Se si pensa alla quantità di alimenti che offre questo mare pescoso, dei cui prodotti la gente è obbligata per legge a nutrirsi in alcuni giorni della settimana; a tutti i generi di frutta e d’ortaggi offerti a profusione in ogni tempo dell’anno; al fatto che la contrada circostante Napoli ha meritato il nome di Terra di Lavoro (dove lavoro significa lavoro agricolo) e l’intera sua provincia porta da secoli il titolo onorifico di Campania felix, campagna felice, ben si comprende come là sia facile vivere.”
[…] Si giungerebbe forse allora a concludere che il cosiddetto lazzarone non è per nulla più infingardo delle altre classi, ma altresì a constatare che tutti, in un certo senso, non lavorano semplicemente per vivere ma piuttosto per godere, e anche quando lavorano vogliono vivere in allegria.
Nel quinto capitolo della sua Storia Naturale Plinio concede soltanto alla Campania una descrizione diffusa. «Quelle terre» egli dice, «sono così felici, amene e beate che vi si riconosce evidente l’opera prediletta della natura.
[…] Su questo paese i Greci, popolo che aveva una smisurata opinione di sé, hanno espresso il più lusinghiero giudizio dando a una sua parte il nome di Magna Grecia.”

Lo scrittore britannico Harold Acton, nella sua opera The Bourbons of Naples del 1956, racconta che un contemporaneo inglese di Goethe ne condivise l’analisi e l’approfondì con uno straordinario esempio utile a spiegare perché la delinquenza napoletana non era più spaventosa di quella di Londra. Tutto racchiuso nelle bevande preferite dai due popoli:

“A Napoli vi è un numero molto inferiore di moti rivoltosi o di reati di qualsiasi tipo di quanto non ci sarebbe aspettati di avere in una città dove la polizia è ben lungi dall’essere severa, e dove ogni giorno si incontrano moltitudini di poveri disoccupati. Questo deriva in parte dal carattere nazionale [napolitano] che, secondo me, è quieto, sottomesso e rifugge dalle sommosse e dalle ribellioni; e in parte deriva anche dal fatto che il popolo è universalmente sobrio, e mai infiammato dall’alcool, come avviene invece nei paesi nordici. L’acqua ghiacciata e la limonata sono cose di lusso tra la gente più povera; […] Il lazzarone seminudo ha spesso la tentazione di spendere quel poco denaro che è destinato al mantenimento della sua famiglia in questa magica bibita, come il più dissoluto tra i poveri di Londra lo spende in gin e in cognac, così che ciò che rinfresca la povera gente di una città tende ad eccitare quella di un’altra fino a far compiere atti di smoderatezza e di brutalità.”

Certe abitudini, evidentemente, non sono cambiate granché.

Un’inglese addolorata dalle parole di Antonella Cilento

Ricevo e pubblico lo scritto di Dawn Bissell, 41enne inglese di Birmingham residente a Roma, amante di Napoli, addolorata per le parole della scrittrice Antonella Cilento al TG1.

Salve. Ho scritto un messaggio alla Signora Antonella Cilento, e volevo farvi conoscere il mio grandissimo dispiacere nel sentire la sua intervista al TG1, dove dice che Napoli nel 1600 era “GIÀ corrotta, sporca, puzzolente…”. Sono INGLESE, e se si indigna un’inglese davanti alle sue parole, figuriamoci tutti quei napoletani che sono orgogliosi della propria città, e che si trovano a dover lottare sempre contro lo sport nazionale di denigrare Napoli in ogni occasione. Parole come quelle della Signora Cilento non aiutano a far aprire gli occhi della gente su tutto ciò che c’è di bello e di apprezzabile a Napoli. Forse sembrerà un’esagerazione, ma ogni parola negativa affidata ai grandi media è una pietra in più che viene scagliata contro la città, che non le permette di avere il rispetto degli italiani.

Dawn Bissell
(residente a Roma, nata e cresciuta a Birmingham-UK)

La “Grande Puzza” di Londra (che denigrava Napoli)

Angelo Forgione – A metà dell’Ottocento, l’egemone Inghilterra ignorava completamente le conseguenze dello sviluppo industriale, preferendo compiacersi dei privilegi di una Londra già grande e classista. A quel tempo, con Parigi, Vienna e Napoli, era tra le città europee che si potessero definire capitali. Popolosa, abbiente, ma anche illiberale, discriminatoria e sporca, ma talmente sporca che i londinesi vivevano nel lerciume e nell’assenza pressoché totale d’igiene. Questa era la Londra di Palmerston e Gladstone che, per scopi politici, denigrava politicamente la Napoli già dal 1832 provvista del “Regolamento per la nettezza delle strade, ed altri siti”, col quale era fatto divieto di gettare a qualsiasi ora da balconi e finestre “alcun materiale di qualunque sia la natura”, comprese “le acque servite per i bagni o qualunque altro uso domestico”. Tutti accorgimenti per il decoro per la città ma anche per contrastare (inutilmente) le epidemie di colera che imperversavano in Europa da nord.
Il 31 agosto del 1854 una violentissima epidemia colpì il quartiere londinese di Soho. Nel giro di tre giorni morirono 127 persone. In poco più di una settimana Londra si ritrovò in ginocchio: alla fine si contarono 616 vittime in tutta la città. Moriva chiunque bevesse acqua ma non chi era ebreo e neanche chi tracannava birra. Perché mai? Semplicemente perché gli ebrei si lavavano le mani più spesso degli altri – interrompendo così il ciclo-orofecale – e gli avventori del pub bevevano birra pastorizzata che distruggeva i batteri. Londra aveva circa 200.000 pozzi neri ma la maggior parte non erano espurgati. Questo si traduceva in un fetore diffuso, frequenti straripamenti nelle condutture stradali ed epidemie. La situazione peggiorò notevolmente nella caldissima estate del 1858: l’acqua del Tamigi, dove i londinesi riversavano escrementi e rifiuti di ogni sorta (ma anche sulla strada, per finire comunque nel fiume trasportati dall’acqua piovana), si ridusse notevolmente. Le feci finirono per intasare il letto del fiume, che si riempì di cadaveri animali, viscere dei macelli, alimenti avariati e scorie industriali. Uno spettacolo allucinante! Per Benjamin Disraeli il Tamigi era “una puzzolente pozza stigiana di ineffabile ed insopportabile orrore”. La gente camminava per le strade proteggendosi con dei fazzoletti, attanagliata dall’afa che favoriva la diffusione dei batteri. Ne venne fuori un tanfo così vomitevole che per consentire le sedute alla Camera dei Comuni si montarono tende imbevute di cloruro di calcio. Quell’odore fu chiamato The Great Stink, la “Grande Puzza”, un evento che ebbe una tale portata sociale e politica da influenzare la storia della città, sollevando l’ignorato problema dell’igiene urbana. È storia di una Londra che imponeva la sua egemonia e difendeva a scapito altrui il proprio posto di prestigio nella politica internazionale, facendosi giudice di giustizia e punendo ciò che riteneva sbagliato.
Il Metropolitan Board of Works decise di implementare il sistema fognario (che all’epoca non arrivava al centralissimo Soho), la rete idrica cessò di essere contaminata e le epidemie di colera divennero un tragico ricordo, anche se la decenza nel centro di Londra ci mise anni per imporsi. Come scrisse a inizio Novecento Jack London ne Il popolo degli abissi, “La civiltà ha centuplicato le capacità produttive dell’uomo e, a causa della cattiva gestione, i suoi uomini vivono peggio delle bestie”.
Cos’è successo dopo a Londra, Napoli e Parigi, è più o meno noto a tutti.

la BBC racconta la Napoli Capitale

Italy Unpacked è un programma di successo della BBC che incolla il pubblico britannico al teleschermo mostrando le bellezze d’Italia. Il critico d’arte inglese Andrew Graham-Dixon e lo chef italiano Giorgio Locatelli (un lombardo che lavora a Londra), esplorano le varie regioni d’Italia, condividendo con gli spettatori la loro conoscenza della cultura e della cucina del “Belpaese”. Il loro viaggio parte da Napoli, “un posto diverso da qualsiasi altro nel mondo”, dove i due protagonisti, dovendo condensare l’immenso mondo partenopeo in pochi minuti, hanno preferito immergersi nella cultura artistica e gastronomica della Napoli settecentesca, capitale del regno indipendente. Si parte con un giro su due ruote per giungere nell’abitazione dei discendenti di una famiglia aristocratica molto vicino alla corte borbonica, dove Locatelli prepara un delizioso “sartù”. Parlando di Grand Tour settecentesco, si passa poi all’arte presepiale, per culminare nel cuore dell’illuminismo e dell’esoterismo della Napoli dei Lumi, la Cappella Sansevero.
Il racconto è ricco di fascino e valeva la pena sottotitolarlo per gli affezionati frequentatori di questo blog e per i lettori di Made in Naples.

Spirito napoletano in un supermarket di Londra

Saclà UK, ramo britannico dell’azienda piemontese di conserve vegetali, ha fatto irruzione in un supermercato londinese con lo “spirito italiano”… sulle note di Funiculì Funiculà.
Qualche giorno fa, l’azienda ha organizzato un’Opera improvvisata nel John Lewis Oxford Street Foodhall, al Waitrose di Londra, con i cantanti travestiti da clienti e personale del negozio, sorprendendo i veri clienti. Sul sito di Saclà UK si legge: “Godetevi tutto lo spirito e la passione d’Italia in questa breve “Shopera”.

video / Ippolito Nievo, le ruberie dei Mille e la prima strage di Stato

Tratto da La storia siamo noi (Rai), l’enigma del vapore Ercole, la nave scomparsa nel nulla che trasportava la scottante contabilità della spedizione dei Mille. Partì da Palermo la sera del 4 marzo 1861. A bordo c’era Ippolito Nievo con altre settantanove persone tra equipaggio e passeggeri, e il Rendiconto nel quale si dimostrava, con meticolosa precisione, l’operato di tutta l’Intendenza delle finanze garibaldine. Nel fascicolo erano contenute notizie riservate, che non sarebbe stato opportuno rivelare perché avrebbero acclarato la pesante ingerenza del Governo di Londra nella caduta del Regno delle Due Sicilie. Nievo aveva dovuto gestire un ingente finanziamento in piastre turche proveniente dalle massonerie britanniche, che aveva favorito l’arrendevolezza di gran parte degli ufficiali borbonici e delle alte cariche civili duosiciliane: un’immobilità che aveva paralizzato l’Esercito e soprattutto la Marina borbonica, senza la quale il più grande Stato della penisola italiana, con la terza flotta europea di quel tempo, sarebbe difficilmente caduto. Il Vice Intendente era rimasto nauseato da ciò che aveva visto, da come veniva trattato il popolo siciliano e di come le cose erano andate contro le sue aspirazioni.
Il rendiconto non arrivò mai a Napoli, da dove doveva proseguire per Torino. Il console amburghese Hennequin, che a Palermo curava gli interessi inglesi, aveva cercato di dissuadere Nievo dall’imbarcarsi su quella nave, ma il Vice Intendente ignorò, forse consapevole del suo destino, il criptico avviso dell’annunciata prima strage di Stato dell’Italia unita.

Qualcuno faccia girare uno spot di Napoli a Benitez

Angelo Forgione – Rafa Benitez continua a promuovere le bellezze di Napoli. Dopo aver tessuto le lodi dei napoletani in un’intervista al quotidiano spagnolo La Sexta, attraverso le pagine dell’Indipendent, ha sollecitato gli inglesi a visita la città:

“Napoli è un posto bellissimo per lavorare e ho voluto già osservarla oltre il suo amore per la squadra. Ho visitato Pompei la scorsa settimana con la mia famiglia. È qualcosa di indescrivibile. Ho anche fatto visita alla Reggia di Caserta e al Teatro di San Carlo, vicino alla centralissima Piazza del Plebiscito. Un’altra esperienza incredibile in una sala dove è stata scritta la grande storia dell’Opera italiana. Per chi non l’avesse ancora fatto, consiglio di organizzarsi per andare a visitare Napoli.”

Benitez, che ha l’immagine serena dell’uomo di cultura, parla quattro lingue ed è riconosciuto nel mondo perché uno degli allenatori più capaci, andrebbe scritturato per uno spot televisivo da circuitare all’estero. La Camera di Commercio di Napoli e gli assessorati competenti ci pensino. Come sta promozionando Napoli e dintorni lui, forse, non l’ha mai fatto nessuno.