Angelo Forgione – La trasmissione Report torna a occuparsi di un altro pilastro della cultura gastronomica napoletana: la pizza. L’indagine lungo tutta la penisola di Bernardo Iovene, che andrà in onda il 5 ottobre su Rai Tre, vuol dimostrare che il disco condito e cotto nel forno a legna può contenere elementi cancerogeni, a causa dei fumi, della farina carbonizzata e della cattiva manutenzione dei forni stessi, che i pizzaiuoli non puliscono. Insomma, un rischio per la salute. E non è che sia proprio una gran scoperta! Le pizze, anche a Napoli, non sono tutte della migliore qualità insegnata al mondo dai napoletani (come il caffè) ed è la stessa Coldiretti ad avvisare che la metà delle novecento milioni di pizze servite nelle venticinquemila pizzerie italiane, Napoli compresa, sono preparate, all’insaputa del consumatore, con farine canadesi e ucraine, pomodori cinesi, olio d’oliva tunisino o spagnolo e cagliate dell’Est-Europa in luogo della mozzarella. Report ne fa anche una questione di cottura, come del resto le associazioni di categoria che tutelano il marchio “Pizza Napoletana STG” e il suo disciplinare di preparazione, in cui è scritto che “il pizzaiolo deve controllare la cottura della pizza sollevandone un lembo, con l’aiuto di una pala metallica, e ruotando la pizza verso il fuoco, utilizzando sempre la stessa zona di platea iniziale per evitare che la pizza possa bruciarsi a causa di due differenti temperature”. Insomma, ognuno, prima di gustare una pizza servita al piatto, dovrebbe controllare se il suo fondo è bruciato; basta questo piccolo errore di preparazione per distinguerla da una vera pizza napoletana STG. I fumi? Sono un problema relativo, nel senso che questi tendono a salire per principio fisico, e stagnano sulla volta superiore del forno, mentre la pizza deve essere cotta e girata sempre sullo stesso punto della platea (fondo). Alzarla con la pala e cuocerla ad altezza fumi è un errore! È importante ricordare che il forno a legna raggiunge la temperatura di 485 gradi, e il manuale HACCP sull’igiene alimentare indica che già a 450 gradi viene distrutto ogni microrganismo potenzialmente patogeno. Il forno a legna, con tutte le sue incognite, non è particolarmente dannoso, a differenza di quello elettrico, che cuoce le pizze a un massimo di 300 gradi; anche perché “i tempi di cottura non devono superare i 60-90 secondi”, periodo molto ristretto che non consente al prodotto di “assorbire” sostanze di combustione nocive (nel forno elettrico, una pizza ci resta circa dieci minuti!). Di fronte a queste valutazioni più sottili si trovò qualche anno fa anche l’Unione Europea, che prima minacciò di bandire i forni a legna e poi tornò sui suoi passi.
Una vera Pizza Napoletana STG, se preparata secondo il disciplinare, non è affatto dannosa. Anzi, nell’iter che condusse al riconoscimento STG, furono riconosciute da autorevoli ricerche scientifiche le proprietà salutari del piatto principe della cucina napoletana, grazie al licopene del pomodoro che contrasta l’attività dei radicali liberi e ai polifenoli dell’olio extra-vergine d’oliva che funzionano come spazzini delle arterie, elementi che riducono il rischio di malattie cardiovascolari e dei tumori all’apparato digerente. Il consiglio scientifico è quello di gustare una volta a settimana una STG, che evidentemente si riconosce a vista e a digestione. Se quella della vostra pizzeria mostra evidenti parti annerite sul bordo e sul fondo, e non è facilmente digeribile (lievitazione incompleta), è meglio cambiare. È una questione di cultura della preparazione, così come della consumazione. In questo senso, e solo in questo, Report non andrebbe fuori strada.
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«Disastro Gelmini. Ai giovani inculcata arretratezza del Mezzogiorno»
Angelo Forgione – Da Retenews24, alcune mie dichiarazioni sul taglio degli autori del Sud dai programmi scolastici dei licei italiani.
Forgione, condivide la tesi che gli autori del Sud siano assenti dai programmi scolastici dei licei italiani?
E come non condividerla? L’eredità delle sciagure lasciateci dalla Gelmini sarà lunga. Letterati importantissimi come Quasimodo, Sciascia, Vittorini, Silone, Ortese, Serao e altri sono stati marginalizzati da una commissione di “esperti” nominata dall’ex ministra alla Pubblica Istruzione. Di quale cultura nazionale parliamo se agli studenti italiani non viene insegnata l’opera degli autori del Sud? Addirittura i liberali, per gli interessi del loro tempo, assegnarono agli storici post-unitari l’incarico di creare una storia d’Italia che appartenesse a tutti, in cui andava rappresentata la grandezza del Paese e di cui il popolo potesse essere orgoglioso. Evidentemente le cose, invece di migliorare, peggiorano.
Quali sono le ragioni dietro questa scelta, secondo lei?
L’ideologia della Gelmini è chiara. Da ministra, sostenne che le scuole del Sud abbassavano la qualità dell’istruzione. Disse anche che aveva superato l’esame di Stato per la professione di avvocato a Reggio Calabria perché lì c’era una percentuale di successo decisamente più alta delle città del Nord-Italia. E da semplice membro del Comitato di Presidenza di Forza Italia ha dichiarato in tivù di voler rilanciare l’impegno del partito a partire da Milano, dal Nord e dalla Lombardia. Non ci vuole molto a capire che la Gelmini ha una visione molto “limitata”, direi quasi leghista, e non conosce il concetto di cultura nazionale. Le carenze del Sud vanno risolte con politiche integrative, non con cancellazioni.
Quindi la rivisitazione dei famosi “indicatori nazionali” potrebbe essere un passo importante?
È una faccenda molto complessa, e non darò un parere da esperto in materia, ma gli indicatori sono un’occasione per aggiornare la didattica, rafforzare il valore della formazione di base e aggiornare i riferimenti culturali e sociali del Paese, che in questo momento sono assolutamente inesistenti per i ragazzi. Fosse per me, farei tabula rasa della piattaforma scolastica esistente e ripartirei con una ricostruzione globale. La nostra scuola è un cardine indebolito.
La questione meridionale, il divario nord-Sud, sono tematiche affrontate a sufficienza tra i banchi di scuola?
Assolutamente no. Ai più giovani viene inculcata in modo subliminale l’arretratezza del Meridione, in modo nozionistico e indirettamente, cioè senza spiegarne in alcun modo le cause e senza collocarne le origini. I ragazzi crescono nella percezione di due Italie, ma solo in età matura i più onesti d’intelletto, o, se vogliamo, i più curiosi, si interessano in modo autodidattico della Questione Meridionale, che neanche più la politica propone in dibattimento. Eppure nessuna disputa regionale all’interno dei singoli Stati europei ha mai prodotto qualcosa che si avvicinasse, per ampiezza di territorio interessato e persistenza nel tempo, al divario tra Nord e Sud d’Italia. Tale da dedicargli una materia apposita. E invece nulla.
Milano non vuol mollare il calciomercato
Nonostante i forum, le tavole rotonde e i convegni pubblici per cambiare la sede del calciomercato e renderla itinerante, pare che ci si avvii alla conferma dell’Atahotel di Milano. Le candidature di Taormina e Napoli sembrano ostacolate da logiche che l’avvocato Claudio Pasqualin non riesce a comprendere. Parla di “presa in giro” il presidente di AvvocatiCalcio:
«Agli operatori di mercato non interessa chi gestisce l’organizzazione, ma che non si prendano decisioni sulla loro testa nonostante le rassicurazioni di voler cambiare le cose. L’Adise è sempre stata con noi. Il Comune di Taormina si è mosso ufficialmente per ospitare il mercato, cosi come anche la Fiera di Napoli, e non si capisce perché si debba tornare in quella tristezza lì (all’Atahotel di Milano), senza appeal. Valuteremo il da farsi. Siamo cittadini della repubblica del calcio, ma a questo punto potremmo esercitare una disobbedienza civile, fatti salvi ovviamente i primari interessi dei nostri assistiti. Ci sentiamo presi in giro. Si diceva che l’Atahotel era un postaccio e adesso invece tutti torneremo lì. Valuteremo la nostra posizione ufficiale. E ci tengo a precisare una cosa. Non siamo assolutamente rassegnati, continueremo a far valere le nostre ragioni».
Emanuele Cammaroto, ideatore e coordinatore del progetto “Calciomercato a Taormina”, si trattiene in attesa delle sentenze, ma preannuncia battaglia:
«Restiamo rispettosi e fiduciosi circa l’operato delle Istituzioni calcistiche e le scelte definitive che verranno fatte a breve. Vogliamo aspettare prima di spiegare e commentare meglio tutto quello che sta accadendo. Sia chiaro, però, che per questa estate o per il prossimo inverno che sia, Taormina non mollerà niente. Non vorremmo che forse qualcuno pensi che, a prescindere dai contenuti dei progetti, l’Italia debba ancora iniziare e finire in riva al Po o che il futuro del Calciomercato debba appartenere alle solite logiche del passato, con una sede da individuare a priori per fattori geografici e “piramidali”. Nell’era del mondo globale non è più tempo di roccaforti».
Il calciomercato deve abitare al Sud
il Mezzogiorno non ha una sede istituzionale nel calcio

Angelo Forgione – Lo scompenso tra Nord e Sud del Paese è forte ed evidente anche nel mondo del calcio, che è un’economia d’impresa. È violenta la sproporzione, non solo nel numero di scudetti vinti dal movimento settentrionale rispetto a quello meridionale, e non sono secondari nell’analisi il coinvolgimento e l’esposizione mediatica di un calcio che “legge” un quotidiano sportivo nazionale a Milano e uno a Torino, a fronte di uno a Roma che cerca di estendersi all’utenza di una Napoli già priva di network televisivi, altrove capaci di influenzare l’opinione nazionale. Mettiamoci poi che la Lega calcio ha sede a Milano, che la Nazionale abita a Firenze e che la FIGC è di casa a Roma, dopo essere nata a Torino e transitata a Bologna. Il calcio che conta, più giù della capitale non scende.
Il governo del pallone avrebbe dovuto dare già da tempo un segnale di attenzione alla parte più depressa del Paese, e questo segnale può essere l’assegnazione della sede del calciomercato a Napoli, o a qualche località del Sud, riequilibrando territorialmente la propria presenza. Del resto, l’inventore del calciomercato, inteso come sessione di incontri, è stato un palermitano, stravagante nobile di nome Raimondo Lanza di Trabia, proprietario del Palermo. Negli anni Cinquanta frequentava l’hotel Excelsior Gallia di Milano, nella piazza della stazione, gettonato da molti uomini di affari, e lì iniziò a ricevere i presidenti delle altre squadre, spesso immerso nella vasca da bagno e con un bicchiere di whisky in mano. Era “l’uomo in frac” che ispirò Domenico Modugno, alcolizzato e morto suicida (ufficialmente) nel 1954 per essersi lanciato dalla finestra dell’hotel “Eden” di Roma. Fu lui a inventarsi la riunione dei dirigenti a fine campionato per intavolare trattative. Nel lussuoso albergo milanese, col tempo, iniziarono ad affluire sempre più operatori di mercato, con la stampa sportiva – a riprova della tendenza che ha sempre esercitato – che iniziò ad assegnare “lo scudetto del Gallia” alla squadra che metteva a segno il colpo più importante. L’affollamento e la denegerazione manageriale aumentarono sempre più, finché la direzione dell’hotel milanese non prese la decisione di non consentire, durante il calciomercato, l’accesso alle persone che non vi soggiornavano. Il Gallia sfrattò e il vicino Hilton, nel 1970, accolse tutti, allestendo una sala stampa con servizio di segreteria, telex, cabine telefoniche. Poi, nel ’76, venne il tempo del Leonardo da Vinci di Bruzzano, periferia milanese, dove, due anni dopo, apparvero i carabinieri per apporvi i sigilli. Si passò a Milanofiori, e poi all’Atahotel Executive, negli ultimi anni, sempre a Milano, ma ormai considerata sede caotica e inadeguata. Il contratto con la Lega è scaduto, quindi stop!
Il calciomercato “rischia” di abbandonare il capoluogo meneghino, c’è bisogno di strutture fieristiche più adeguate, ma c’è bisogno – aggiungo – di portare via da Milano il carrozzone del mercato del pallone e trasferirlo al Sud. Napoli sembra interessata, ed è bene che non lasci passare questo treno e si inserisca in questo momento propizio, perché una fiera del mercato calcistico significa vantaggi in ogni senso; ma intanto una candidatura ufficiale del Sud è già stata presentata ai vertici del calcio italiano, con un progetto che punta a portare gli operatori del settore nella regione di Raimondo Lanza di Trabia. È il Comune di Taormina a volerli da subito. Il sindaco Eligio Giardina, il responsabile del Servizio Turistico Regionale Salvo Giuffrida, il presidente di Confindustria Turismo e Alberghi Sebastiano De Luca hanno già incassato il gradimento di Claudio Pasqualin, noto procuratore sportivo. Il coordinatore del progetto, il giornalista Emanuele Cammaroto, si è espresso proprio per una maggiore attenzione al Mezzogiorno: «l’auspicio principale è che venga dato spazio al Sud in un contesto non solo sportivo ma di sistema-impresa che per tanti anni ha guardato solo a Nord. Abbiamo letto di recente che anche Napoli potrebbe essere interessata a questo evento e magari proprio un asse strategico Taormina-Napoli tra le due città simbolo del Meridione può essere la chiave giusta per aprire in Italia la strada a una nuova stagione di reale e doveroso equilibrio territoriale».
l’EXPO di Milano e il grande inganno della pizza
Angelo Forgione – L’EXPO di Milano ci parla di pizza con un un video e una descrizione davvero interessanti sul sito ufficiale della manifestazione, raccontandoci che il disco condito, in origine, non fu capito dagli italiani, considerato un cibo da lazzaroni che lo portavano alla bocca con le mani. Collodi lo definì un “sudiciume complicato”. Ma i napoletani, con la pizza, dimostravano indirettamente di essere decisamente avanti, anticipando di due secoli la pizzamania esplosa nel dopoguerra. Oggi la pizza è il simbolo della cucina italiana, mangiata in tutto il mondo con le mani, con buona pace dei lazzaroni golosi di sudiciume.
Interessante leggere nella descrizione dell’EXPO di kilt, tartan e cornamusa in quanto antiche tradizioni inventate “per conferire una patina di nobiltà a una regione particolarmente arretrata e desiderosa di rifarsi un’immagine dopo il suo ingresso nel Regno Unito”. Il “grande inganno” diventa ancora più significativo proseguendo nella lettura:
“La pizza così come noi italiani la intendiamo è nata infatti all’inizio dell’Ottocento a Napoli, […] con la nascita delle prime pizzerie e l’invenzione della pizza Margherita in occasione della visita dei Savoia a Napoli nel 1886”.
In realtà, la pizza, come la conosciamo, è nata a Napoli nel primo 700, non nell’800 come erroneamente riportato, e la Margherita è stata partorita tra il 1796 e il 1810, ben prima del parziale falso storico dell’omaggio alla regina piemontese da parte di Raffaele Esposito, il quale a Margherita di Savoia portò in dono una pizza già esistente in città da decenni. A proposito di costruzione di immagine e grande inganno…
Mastroberardino in “Fior di margherita” all’antica pizzeria Lombardi di via Foria
La dieta mediterranea ha smarrito casa
alimentazione sana nata a Napoli e codificata al Sud, dove ora cresce l’obesità
Angelo Forgione – Anche l’Expo di Milano, con uno spot istituzionale, apre una triste riflessione sulla tradizione alimentare meridionale: La dieta mediterranea, che nasce a Napoli e viene codificata nel Mezzogiorno negli anni Cinquanta, non abita più a casa sua (nel video). Nel mio Made in Naples ho espresso una riflessione sull’argomento, che riporto in sintesi di seguito con qualche passaggio del libro.
Ancel Keys, in un convegno mondiale sull’alimentazione svoltosi a Roma nel 1951, apprese dal collega napoletano Gino Bergami della ridottissima incidenza delle patologie cardiache in Campania. E così studiò l’alimentazione dei napoletani, ricca di carboidrati, verdure, olio di oliva, pane, legumi e pesce, convincendosi con le sue ricerche nei laboratori del Vecchio Policlinico di Napoli che la riduzione dei grassi animali era alla base della buona salute della popolazione locale.
“A Napoli la dieta comune era scarsa di carne e prodotti caseari, la pasta generalmente sostituiva la carne a cena. Nei mercati alimentari scoprii montagne di verdura e le buste della spesa delle donne erano cariche di verdura frondosa. Nello stesso tempo, i campioni di sangue degli uomini sotto controllo medico che noi stavamo visitando presentavano un basso livello di colesterolo. I pazienti con disturbi cardiaci alle coronarie erano rari negli ospedali e i medici locali ci dissero che gli attacchi di cuore alle coronarie non erano molto frequenti. I disturbi cardiaci alle coronarie erano ritenuti essere più comuni nelle classi benestanti dove la dieta era più ricca di carne e prodotti caseari. Mi convinsi che la dieta salutare era un motivo dell’assenza di disturbi cardiaci.”
Keys girò per il Meridione, trovando ulteriori spunti di ricerca nella località calabrese di Nicotera e in quella cilentana di Pioppi, e giunse alla codifica delle diete di vari Paesi con culture e stili di vita differenti, codificando il modello nutrizionale della dieta mediterranea quale misura alimentare per prevenire l’infarto, ispirata alle usanze di Italia, Grecia, Spagna e Marocco, riconosciuta patrimonio culturale immateriale dell’umanità dall’UNESCO nel 2010.
Tutto questo, descritto in maniera più chiara e completa in Made in Naples, mi ha condotto ad una riflessione nella trattazione della “denapoletanizzazione” da arginare.
[…] Così Napoli si è fatta, più di ogni altro luogo, cuore di una riflessione che riguarda le metropoli più antiche del mondo che hanno smarrito il loro orientamento. Il suo limite, il più devastante, autentico dramma sociale della miseria, è identico a quello del 1750, quando Antonio Genovesi e Bartolomeo Intieri individuarono nella carente formazione intellettuale il freno di un popolo dalle grandi potenzialità. È l’ignoranza diffusa la vera inibizione della Napoli del Duemila, figlia della dispersione scolastica che tocca percentuali inaccettabili. A questa si associa l’influenza negativa del mondo esterno globalizzato che, inquinando il pensiero individuale, omologa e sconvolge la specificità. Il popolo che nel 1951 stupì Ancel Keys per la sua alimentazione, presa a modello per la formulazione della dieta mediterranea, è oggi il più affetto da obesità d’Italia.
Purtroppo la dieta mediterranea, globalizzata dall’Unesco, è sempre meno seguita in Italia, dove i potentati del cibo spazzatura impongono i propri stili, soprattutto tra i giovani e le fasce con un basso livello socio-economico. Numerose indagini hanno infatti mostrato un aumento di sovrappeso e obesità e il fenomeno è più diffuso al Sud, particolarmente in Abruzzo, Molise, Campania, Puglia e Basilicata, ovvero lì dove è nata la dieta mediterranea.
La “liberazione”, insorgenza europea che partì da Napoli
La “liberazione”, insorgenza che partì da Napoli
le “quattro giornate” movimento di un popolo mai veramente libero
La festa della liberazione d’Italia, celebrazione della “Resistenza”, è anche detta “Secondo Risorgimento”. Non per caso, visto che la data del 25 Aprile corrisponde alla fine dell’occupazione nazifascista di Torino e Milano nel 1945. E così come il 17 Marzo viene identificato come data dell’Unità d’Italia (1861) perchè proclamata a Torino quando in realtà mancavano Roma (la Capitale!) coi suoi territori pontifici e tutto il Veneto, anche il 25 Aprile è data simbolica riferita al Nord poiché altre città furono liberate dopo e la liberazione completa è databile solo al 1° Maggio ’45.
Fu vera liberazione o si passò da un’occupazione militare tedesca ad un’altra coloniale americana? Revisionismo a parte, di fatto l’insurrezione europea contro il nazismo vide nel Meridione d’Italia la sua origine nel Settembre del 1943 e fu Napoli la prima grande città del vecchio continente ad insorgere e a cacciare i feroci invasori con un movimento di popolo senza supporto militare che vale per la città partenopea il grande onore della decorazione al “Valor Militare”, ma sarebbe più giusto definirlo “Civile”, con la seguente motivazione: «Con superbo slancio patriottico sapeva ritrovare, in mezzo al lutto ed alle rovine, la forza per cacciare dal suolo partenopeo le soldatesche germaniche sfidandone la feroce disumana rappresaglia. Impegnata un’impari lotta col secolare nemico offriva alla Patria, nelle “Quattro Giornate” di fine Settembre 1943, numerosi eletti figli. Col suo glorioso esempio additava a tutti gli Italiani, la via verso la libertà, la giustizia, la salvezza della Patria».
Memorabili le strategie di guerriglia dei furbi napoletani, arroccatisi nelle loro case a tirare dai balconi ogni tipo di arredo e suppellettile per colpire dall’alto i soldati tedeschi intenti a raggiungere la zona collinare (guarda il video).
Il politico comunista Luigi Luongo, nel suo libro “Un popolo alla macchia”, scrisse nel 1947 che “dopo Napoli la parola d’ordine dell’insurrezione finale acquistò un senso e un valore e fu allora la direttiva di marcia per la parte più audace della Resistenza italiana”.
Una settimana prima di Napoli insorse Matera e il movimento risalì l’Italia ingrossandosi di aiuti militari fino a concludersi completamente nel Maggio di due anni più tardi.
Da poco Vittorio Emanuele III di Savoia, dopo la caduta di Mussolini, era fuggito vilmente da Roma alla volta di Brindisi lasciando disorientato l’esercito e scoprendo lo stesso Stato.
Certo, gli Alleati angloamericani erano rassicuranti alle porte, dopo aver bombardato violentemente la città, le sue fabbriche e i suoi monumenti, per sollevare il popolo partenopeo, ma i napoletani esasperati dettarono la via all’Italia e all’Europa liberandosi della ferocia nazista, la più grande che l’umanità abbia mai conosciuto. Non sarebbero però mai riusciti a liberarsi della subdola colonizzazione italiana e conseguenti povertà e disoccupazione; e mai sono riusciti a liberarsi della camorra, così come il Sud intero delle mafie, che proprio in quel periodo rialzarono la testa dopo che la repressione fascista mussoliniana pure era riuscita a mettervi qualche argine; con la complicità degli Alleati i quali, sbarcati in Sicilia (sempre lì) nel Luglio del 1943, misero a capo delle amministrazioni locali dei dichiarati mafiosi in quanto antifascisti per ovvie ragioni. Nè più e nè meno ciò che accadde nel “primo” Risorgimento con mafiosi e camorristi assoldati da Garibaldi.
Nord e Sud tra sesso e autoerotismo
Milano e Roma in testa agli accessi Youporn, Napoli e il Sud praticano più sesso
Angelo Forgione – A “La Radiazza” di Gianni Simioli (video in basso), su Radio Marte, sono state ripescate le statistiche degli accessi al sito youporn.com, divulgate nel 2012, che indicarono l’Italia tra i Paesi con più frequenze e Milano e Roma in testa tra le città che a livello mondiale avevano fatto registrare il maggior numero di traffico sul sito di filmati pornografici gratuiti per eccellenza. Primato per le due città non proprio dei più prestigiosi ma comunque da prendere con le pinze, vista la differenza di informatizzazione e accessi a internet tra Nord e Sud.
Dunque, i meridionali sono davvero meno avvezzi all’autoerotismo? Forse, ma non è questo il dato interessante. Meglio riferirsi alla recente ricerca di mercato realizzata da Doxapharma, promossa dalla Società italiana di urologia (Siu) e dell’Associazione ginecologi ospedalieri italiani (Aogoi), per fotografare le abitudini sessuali di coppia in Italia. Coinvolto un campione di 3 mila uomini e donne, fra i 18 e i 55 anni. Lo studio conferma il proverbiale “ardore” degli uomini del Sud: Sicilia, Campania, Basilicata e Calabria sono infatti le regioni dove i maschi sono più attivi sotto le lenzuola e alzano la media. Più “freddi”, in coda nella classifica, sono invece i friulani, i trentini e i lombardi, che insieme ai toscani sono anche i meno soddisfatti della propria vita sessuale. L’attività sessuale è forse condizionata dell’ansia da prestazione, visto che i più frustrati e timorosi di deludere la compagna sono proprio gli uomini del Friuli, mentre i meno preoccupati di lasciarla insoddisfatta sono i siciliani. I più ossessionati da un possibile tradimeno della partner sono calabresi e lucani, e perciò, pur essendo tra quelli in testa per frequenza dei rapporti, sono anche i più colpiti dal problema dell’eiaculazione precoce maschile, con una frequenza doppia rispetto alla media. Qui vincono Piemonte, Valle d’Aosta, Liguria ed Emilia Romagna.
In generale, gli italiani fanno l’amore 108 volte all’anno, al di sopra della media del pianeta (103 rapporti). Insomma, il sesso made in Italy prevede 9 rapporti al mese, alla media di 1 ogni 3 giorni. Il problema è che gli italiani lo fanno frettolosamente: una coppia italiana su quattro è insoddisfatta dei tempi dell’amore e non raggiunge il piacere perché il rapporto si consuma entro i 2 minuti. Inoltre, 7 italiani su 10 si sentono insoddisfatti della proprie vita intima, aprendosi a infedeltà e rottura.
L’Italia di Crozza tra bellezza e fallimento unitario
Angelo Forgione – Chi ha scritto di Gaetano Filangieri (al quale si deve anche l’obbligo di motivazione delle sentenze), di diritto alla felicità e di illuminismo napoletano in Made in Naples, non poteva non ascoltare con attenzione il monologo di Maurizio Crozza sul palco dell’Ariston a Sanremo: un elogio del made in Italy molto efficace nell’evidenziare il contrasto tra la grande bellezza della cultura italiana e il grande disastro della sua progressiva umiliazione. Qualcosa di discutibile il brillante comico pure l’ha detta, e non solo in quest’occasione, ma il messaggio è stato chiaro e ha ben indicato come le grandi culture italiane abbiamo insegnato al mondo. Bisogna solo aggiungere che il disatro italiano è da tradurre in una parola: fallimento. E un fallimento ha sempre una causa. La vera Italia, quella descritta dal monologhista genovese, era quella delle esperienze e delle lingue differenti, delle diverse culture che dialogavano tra loro e si facevano ascoltare in tutto l’Occidente. L’Unità imposta e forzata, nata da un’operazione militare giostrata da Inghilterra e Francia e senza spontaneità, e perciò non verificata nella sua necessaria fattibilità, non ha affatto rafforzato un Paese che è rimasto vassallo, ereditando la debolezza politica dei suoi Stati preunitari. Le ideologie sorte con l’Unità militare hanno sepolto la produzione intellettuale e partorito un Paese che non appartiene a nessuno, talmente conflittuale da interrompere le contaminazioni e la profusione culturale. L’Italia che poteva essere non è, e non sarà mai se non fiorirà il rispetto delle sue diversità e una differente cultura politica, nata col dogma della corruzione e sempre fedele a sé stessa. Quando accadrà, gli italiani smetteranno di considerare gli altri italiani un problema e gli europei finiranno di vederli come i cugini scemi da mettere nella chiusa comica delle barzellette. Tanto per individuare la causa del disastro, o meglio, del fallimento.
La Scala di Milano figlia dell’Illuminismo napoletano
Piermarini mise in pratica a Milano gli studi fatti a Napoli.
Stendhal fu colpito dalla Scala ma poi restò abbagliato dal San Carlo.
Angelo Forgione per napoli.com
Il Real Teatro di San Carlo è il più antico e, per opinione diffusa, il più bel teatro lirico del mondo. È il luogo in cui è passata la storia e dove la musica, nel Settecento, è cambiata. Eppure la reggia della musica di Napoli è meno nota e considerata del Teatro alla Scala di Milano. Realmente bellissimo, il San Carlo lo è diventato nel 1817, quando, dopo un incendio devastante, fu
ricostruito su progetto di Antonio Niccolini, il quale, in soli sei mesi di lavoro, restituì a Napoli e al mondo il gran teatro, mutato nella sala (oltre che nella facciata da lui realizzata nel 1810), ancor più bella di quella rococò firmata nel 1737 da Giovanni Antonio Medrano. Eppure, il mondo che pensa all’Italia ha come riferimento il Teatro Alla Scala di Milano, che fu costruito nel 1778, quarantuno anni dopo il napoletano, dall’architetto Giuseppe Piermarini, uno dei più celebri, se non il più celebre, degli allievi di Luigi Vanvitelli, architetto dei Borbone di Napoli. Dopo una prima formazione nella sua Foligno, Piermarini si recò a Roma per studiare col suo maestro impegnato per la corte papalina. Il Vanvitelli
lo volle con sé una volta chiamato a Napoli da Carlo di Borbone, e lì si dedicò allo studio degli scavi archeologici vesuviani, che, a partire dalla metà del Settecento, iniziarono a sconvolgere prima il gusto vanvitelliano e poi quello di tutti gli architetti seguenti. A Napoli finì il Barocco e nacque il Neoclassicismo, ed è proprio lì che guardavano i nuovi architetti europei.
Tra il 1765 e il 1769, Piermarini collaborò con
il Vanvitelli alla Reggia di Caserta. In quegli anni si dedicarono alla realizzazione del raffinatissimo Teatro di Corte, voluto in corso d’opera da Re Carlo. Nel primo progetto vanvitelliano, infatti, il Teatrino non era previsto, ma fu aggiunto per volontà sovrana, visto l’enorme eco che il San Carlo aveva velocemente avuto in tutt’Europa. Carlo pensò bene di far realizzare qualcosa di simile anche nella nuova reggia, in vista delle nozze del figlio

Ferdinando IV con Maria Carolina d’Asburgo. Seppur piccolo, stupì per la sua bellezza superiore a quella del primo San Carlo, da cui trasse la tipologia di sala a ferro di cavallo, ossia “all’italiana”, che garantiva un’elevata qualità acustica. Un gioiellino con cinque ordini di palchi interrotti da un Palco Reale che sovrastava l’ingresso centrale, sormontato da una grande corona
dalla quale discendeva un ricco drappeggio di cartapesta di colore azzurro dei Borbone con gigli dorati. Sala abbellita da fasci di pilastri e da dodici colonne in stile corinzio di marmo alabastrino di Gesualdo; il palcoscenico, largo quanto la sala, sarebbe stato aperto sui giardini reali nel 1770 da Francesco Collecini con un portale smontabile, dando vita a una prospettiva di grande effetto scenografico.
Terminata la costruzione del teatro palatino, Vanvitelli fu richiesto a Milano per il restauro del Regio Palazzo Arciducale dal conte Carlo Giuseppe di Firmian, già ambasciatore d’Austria a Napoli dal 1752 fino alla nomina di governatore generale della Lombardia austriaca. Vanvitelli, oltre il figlio Carlo, si portò dietro anche il Piermarini. Ma i contrasti con la corte di Vienna convinsero il maestro a tornarsene subito a Napoli per dedicarsi completamente alla Reggia di Caserta, trasferendo l’incarico all’allievo, che ne mise a frutto l’insegnamento realizzando diversi edifici neoclassici e ottenendo subito grande fama nella città lombarda. Il Neoclassicismo architettonico di matrice napoletana iniziò così a
dilagare a Milano, una città in cui a Giuseppe Piermarini si accodarono il suo allievo Luigi Canonica, Giacomo Quarenghi e il napoletano Carlo Rossi. Due architetti questi ultimi che, successivamente, resero neoclassica anche la russa San Pietroburgo.
Il Piermarini avviò nel 1772 la realizzazione del Palazzo Belgioiso (foto a destra) per il principe Alberico XII di Belgioioso d’Este, una residenza nobiliare ispirata alla Reggia di Caserta. Prima di nominarlo Imperial Regio Architetto, fu proprio l’imperatrice Maria Teresa d’Austria, madre della regina di Napoli Maria Carolina, a incaricare il Piermarini di costruire il “Nuovo Regio Ducal Teatro”, date le sue competenze acquisite al fianco dell’architetto reale di Napoli. Piermarini predispose la demolizione della chiesa gotica di Santa Maria alla Scala, intitolata alla veronese
Beatrice Regina della Scala e risalente al XIV secolo, e avviò l’esecuzione del progetto, d’impronta napoletana, rifacendosi cioè al Real Teatro di San Carlo e al Teatro di corte della Reggia di Caserta, al quale aveva lavorato anni prima.
Piermarini fece un gran bel lavoro, che Vanvitelli avrebbe certamente apprezzato se non fosse morto nel 1773. Il teatro milanese
probabilmente superò per bellezza il primo San Carlo rococò. l’Opera, a Milano, non era a quel tempo sacra come a Napoli, tant’è che, durante gli spettacoli, il teatro veniva usato dai proprietari dei palchi per ospitare invitati, mangiare e, nel ridotto, giocare d’azzardo. Stendhal lo considerò il più bello di tutti, tanto che nel suo Roma, Napoli e Firenze – Viaggio in Italia da Milano a Reggio Calabria del 1816 scrisse:
“[…] È per me il primo teatro del mondo, perché è quello che procura dalla musica i maggiori piaceri. […] Per quanto riguarda l’architettura, è impossibile immaginare nulla di più grande, di più magnifico, di più solenne e nuovo. Con ciò, mi trovo condannato a ripugnanza eterna nei confronti dei nostri teatri: è l’inconveniente serio di un viaggio in Italia […]“.
Testimonianza storica, utile alla data del 26 settembre 1816, ma aggiornata dallo stesso scrittore il 12 gennaio 1817, quattro mesi più tardi, all’inaugurazione della nuova sala del Real Teatro di San Carlo, quella della ricostruzione post-incendio firmata da Antonio Niccolini con tanto di azzurro borbonico. Quel che di più grande, di più magnifico e di più solenne non era risuscito a immaginare a Milano, si fece realtà. Il piccolo Teatro di Corte di Caserta era diventato immenso e gli occhi di Stendhal, che avevano visto la Scala e altri teatri, rimasero sbarrati alla vista del ricostruito tempio della musica napoletano, capace di suscitare stupore ed emozione fino allo stordimento:
“La prima impressione è d’esser piovuti nel palazzo di un imperatore orientale. Gli occhi sono abbagliati, l’anima rapita. […] Non c’è nulla, in tutta Europa, che non dico si avvicini a questo teatro, ma ne dia la più pallida idea. […] Questa sala, ricostruita in trecento giorni, è come un colpo di Stato. Essa garantisce al Re, meglio della legge più perfetta, il favore popolare. […] Io stesso, quando penso alla meschinità e alla pudica povertà delle repubbliche che ho visitato, mi ritrovo completamente monarchico.”
Ma allora, perché il più antico e il più bel teatro del mondo, nonché il più glorioso e il più calcato dai più grandi compositori dell’epoca fino alla seconda metà dell’Ottocento, è oggi eclissato da quello milanese? La Scala era il luogo di cultura della Milano asburgica, quello in cui i generali austriaci prendevano a ceffoni i borghesi che non si levavano la tuba durante l’’esecuzione dell’’inno imperiale. È il teatro di una Milano che nel 1859 passò dal Regno Lombardo-Veneto di controllo austriaco al Regno di Sardegna sabaudo, che si sarebbe allargato a tutta l’Italia. È il teatro in cui si gridava «Viva Verdi», inteso come acronimo di “Vittorio Emanuele Re d’’Italia”, e si lanciavano volantini antiasburgici dalla piccionaia. È il teatro che più di ogni altro ha legato la sua storia all’opera di Giuseppe Verdi, che, una volta divenuta risorgimentale, trovò difficoltà ad andare in scena senza censura nella Napoli capitale indipendente. Il trionfo del Nabucco (1842) dopo gli insuccessi verdiani precedenti, per il forte sentimento patriottico che suscitò nella Milano attraversata dai fermenti del nascente Risorgimento italiano, rafforzò l’immagine simbolica della Scala. Ben 57 repliche oltre le 8 rappresentazioni previste segnarono un record mai registrato né prima né dopo in una sola stagione. In quell’opera furono colti non solo i sentimenti patriottici degli ebrei esiliati a Babilonia ma anche quelli dei lombardi assoggettati all’Austria. Quel «Va’ pensiero» inaugurò il percorso che avrebbe fatto di Verdi il maestro nazionale del Risorgimento italiano, e della Scala il teatro dell’Unità nazionale. Anche in maniera strumentalmente politica, visto che il compositore di Busseto, nel frontespizio del libretto, aveva dedicato il Nabucco all’arciduchessa d’Austria Maria Adelaide (“Dramma in quattro parti di Temistocle Solera. Posto in musica e umilmente dedicato a S.A.R.I. la Serenissima Arciduchessa Adelaide d’Austria il 31 marzo 1842 da Giuseppe Verdi”) e che l’impresario Bartolomeo Merelli, suo amico e protettore, era al servizio degli Asburgo, considerato un “austricante” non gradito in città dopo le Cinque Giornate di Milano del 1848. Il giovane Verdi che lasciò Busseto per andare a Milano non aveva alcuna consapevolezza dei moti risorgimentali. Anche la sua esperienza nel primo Parlamento italiano del 1861 fu più frutto del rispetto per la volontà di Cavour che un’intima convinzione personale di un dovere istituzionale verso la nuova Italia, che infatti fu interrotto bruscamente con la morte del conte piemontese.
Il glorioso e per nulla risorgimentale San Carlo, in ottica politica, divenne specchio di Napoli conquistata dai Savoia, e dopo la caduta del Regno delle Due Sicilie subì un graduale declino rispetto ai grandi teatri europei, pagando il favoritismo riservato alla storia cui si era legata la Scala di Milano. Le fondazioni lirico-sinfoniche italiane versano oggi in gravi difficoltà economico-patrimoniali, ma, in ogni caso, a soffrir meno di tutti i teatri è comunque la Scala, che, oltre alle donazioni private, beneficia annualmente di una quantità di fondi statali per lo spettacolo di molto superiore a quella destinata al Massimo napoletano. Senza contare il caso limite del megastipendio del suo sovrintendente e direttore artistico, il francese Stéphan Lissner, con il suo compenso da oltre 1 milione di euro lordi all’anno più benefit e appartamento in centro.
approfondimenti sul Neoclassicismo napoletano nel libro Made in Naples (Magenes, 2013)



