Il Napoli allo sceicco? Molti “rumors” e poco realismo.

Angelo ForgioneRispetto il lavoro della redazione di Cronache di Napoli ma non riesco a trovare ragionevolezza nella notizia della cessione del Calcio Napoli allo sceicco Hamad bin Kamad bin Khalifa bin Ahmad Al Thani, presidente della Federcalcio del Qatar, per la sola visibilità in vista dei Mondiali in casa del 2022. Che dei contatti ci siano stati è verosimile, e del resto lo yacht dell’ex primo ministro qatariota Hamad bin Jassim bin Jaber Al-Thani ha fatto bella mostra di sé al porto di Napoli lo scorso luglio. Ma credo che in quell’occasione sia potuta nascere al massimo l’idea di portare la finale di Supercoppa a Doha.
I qatarioti vogliono diventare i padroni del Calcio europeo, certo, ma non per il gusto di alzare coppe e trofei. Attraverso il loro fondo sovrano Qatar Holding, stanno divorando l’economia continentale e il Football gli serve per quel che rappresenta nei tempi moderni, ovvero come strumento per ottenere consensi e accesso ad affari ben più remunerativi. Il Qatar, grande, anzi piccolo come l’Abruzzo, é la terza riserva al mondo di gas naturale liquefatto (LNG), risorsa che frutta miliardi di euro. La larghissima famiglia Al Thani va dove si moltiplicano i suoi soldi. A Parigi, ad esempio, dove il tifoso del PSG Nicolas Sarkozy, da presidente della Repubblica, gli aprì le porte firmando un trattato fiscale molto vantaggioso per i residenti e gli investitori qatariori sul territorio francese, esentandoli dalle imposte sulle plusvalenze immobiliari. Insomma, la Francia è divenuto un paradiso fiscale ad hoc per gli sceicchi e Tamim bin Hamad Al Thani si è preso il PSG.  Con Hollande al posto di Sakozy all’Eliseo le cose non sono cambiate. Tra i due paesi intercorrono interessi in tema di turismo, aviazione, gas, petrolio, elettricità, infrastrutture, sicurezza del territorio, politiche sociali e cooperazione scientifica.
Un altro pezzo della famiglia, Abdullah Bin Nassar Al Thani, altro uomo d’affari e cugino di quello del PSG, sempre nel 2010, comprò il Malaga in Spagna. Iniziò a metterci bei soldi, perché le sue prospettive erano su un nuovo stadio in periferia e sul porto della città. Gli accordi coi politici spagnoli sono venuti meno e i rubinetti si sono praticamente chiusi. “Non ho trovato il rispetto e la stima: mi dispiace, ma adesso me ne vado“; così ha annunciato il proprietario qualche mese fa, e ora cerca acquirenti per levare le tende.
I qatarioti in Italia ci sono venuti, come in ogni parte d’Europa, ma non per il Calcio. Approfittando della crisi, hanno acquistato la maison Valentino e la Costa Smeralda, e continuano ad investire nel settore immobiliare. Ma il nostro pallone non gli interessa, perché è sgonfio, fallimentare, e non apre ad affari veramente appetitosi. Loro sanno bene in che condizioni versa il nostro Paese, perché stanno contribuendo all’alienazione di pezzi della nostra economia, e sanno che l’Italia è un inferno fiscale; e sanno pure che neanche gli stadi nuovi con le strutture ricettive attorno riusciamo a fare. Sicuramente sono a conoscenza del fatto che il Sud-Italia è la macroarea arretrata più estesa e popolosa dell’Eurozona, cioè una colonia interna. Loro che investono in Gran Bretagna, Francia e Germania, quale vantaggio reale potrebbero ottenere immettendo danari nel Napoli? Farebbero più presto a comprarsi quello che gli serve, visto che è in (s)vendita; e infatti già lo fanno, senza girarci troppo attorno.

Territorio italiano disastrato? Perché cancellati gli insegnamenti borbonici.

Angelo Forgione L’ennesima alluvione a Genova ha creato di nuovo distruzione e lutto, per la seconda volta nell’arco di tre anni. Al di là degli sconvolgimenti climatici ormai irreversibili, le cause sono note e raccontano di una delle tante emergenze del territorio italiano, in cui le conseguenze delle calamità naturali producano sempre più danni. Corsi d’acqua ingovernabili, pareti montuose ad alta possibilità di frana, rischio sismico ignorato dal metodo edilizio… lo stato d’allerta ha ormai da tempo superato la soglia dell’imponderabilità. Oggi Genova è di nuovo in ginocchio e rivoltata come un calzino, e nel frattempo abbiamo dovuto assistere al disastro sismico in Emilia. E ritorna in testa la famosa frase di Paolo Villaggio, che tre anni fa tuonò contro la “cultura sudista meridionale borbonica, piaga di tutta l’Italia”, che, al contrario, insegnò a governare il territorio e a limitare gli effetti catastrofici della natura. Se i canali di scolo non fossero stati cementificati e si fosse costruito utilizzando il legno in muratura, così come ci insegnarono i Borbone, non saremmo arrivati a questo. Ribadire con i videoclip quanto ho scritto con maggiore approfondimento in Made in Naples consolida il messaggio, soprattutto se dopo la pubblicazione del lavoro ci hanno pensato scienziati e ricercatori a rafforzarne la veridicità, sconfessando la cultura storica tradizionale e tutti coloro che accusano di nostalgie chi indaga nella storia con serietà. Il passato, invece, può insegnarci a magliorare le conoscenze e la società futura. Vi siete mai chiesti, ad esempio, perché nelle università italiane di ingegneria non si insegna a progettare in legno, col risultato che nelle zone ad alto rischio sismico si costruisce con solo cemento armato, spesso di scarsa qualità?

Si allarga l’area Unesco di Napoli

Angelo Forgione È stato ratificato con ufficialità l’inserimento di altri grandi monumenti di Napoli nell’area protetta dall’Unesco, come proposto dal Comune di Napoli. Si tratta di: Reggia e Parco di Capodimonte, Castel S. Elmo e Certosa di S. Martino, Villa Floridiana e Parco, Villa Rosbery e Parco, Villa Comunale e Real Orto Botanico. La decisione è stata presa in occasione della 38° sessione del Comitato per il Patrimonio mondiale Unesco che si è tenuta a Doha (Qatar) nello scorso giugno.
Il Comitato ha inoltre riconosciuto la proposta del Comune di Napoli di individuare una zona di protezione del sito UNESCO, particolarmente utile per la garanzia di conservazione dell’integrità dell’area già protetta. Tale zona di protezione viene così sottoposta allo stesso regime di tutela e monitoraggio del sito vero e proprio. Qesto riconoscimento rende omogenea la vasta area già individuata e inserita nella lista del Patrimonio mondiale Unesco.

Il vaccino contro Ebola è made in Naples

Angelo Forgione Ebola minaccia l’Occidente? Puntualmente giunge il vaccino! E arriva da Napoli, la città in cui fu realmente scoperta la Penicillina (grazie a Vincenzo Tiberio e Arnaldo Cantani). Il prodotto per la sperimentazione è firmato da Okairos Gsk, operante a Pomezia (Roma) ma fondato dal biologo molecolare napoletano Riccardo Cortese e poggiante sul Ceinge (Centro di Ingegneria Genetica) di Napoli diretto dal napoletano Franco Salvatore, dove lavora la parte più importante dell’attività di ricerca, con un gruppo di venti ricercatori, molti dei quali napoletani. Ed è proprio qui che sono nate e sono state sviluppate le ricerche che hanno condotto al brevetto. Un mezzo miracolo, considerati gli scarsi investimenti italiani nella Ricerca.
L’ho dimostrato in Made in Naples e lo dico in ogni occasione che Napoli continua a civilizzare e che la sua universalità non morirà.

L’Autostrada del Sole ha compiuto 50 anni. Viva l’automobile!

Angelo Forgione L’Autostrada del Sole ha compiuto 50 anni. L’opera venne completata definitivamente il 4 ottobre del 1964 e unì il Nord al Sud, ma fermandosi a Napoli, attraverso sei regioni. Una grandiosa opera che divenne il simbolo stesso del miracolo economico italiano.
La prima pietra fu posata l’8 dicembre del 1958. Era l’Italia che usciva dalla Guerra con gli aiuti del Piano Marshall per la ricostruzione. Erano state rimesse in piedi anche le fabbriche vitali, come la Fiat, a cui erano state assicurate commesse negli USA in cambio del licenziamento degli operai comunisti per accordo tra i vertici torinesi (Vittorio Valletta e Gianni Agnelli) e l’ambasciatrice statunitense Clare Boothe Luce, forte oppositrice del comunismo italiano.
Nel 1954, gli uomini Fiat Valletta e Agnelli erano entrati nel nascente Gruppo Bildeberg, un club occulto riservato agli uomini più influenti d’Europa e degli Stati Uniti, legati a varie massonerie. Proprio nel 1954, Fiat, Eni, Pirelli e Italcementi avevano dato vita alla SISI Spa (Sviluppo Iniziative Stradali Italiane) per favorire il mercato automobilistico a scapito del trasporto su ferro, attraverso l’imposizione all’opinione pubblica dell’equazione “autostrade uguale sviluppo economico”. Senza le strade, le macchine le avrebbero acquistate solo i più ricchi borghesi delle grandi città. Lo Stato intervenne a sostegno, costituendo la Società Concessioni e Costruzioni Autostrade Spa per aggirare le limitate disponibilità dell’Anas. I finanziamenti furono impegnati sullo sviluppo della motorizzazione, mentre alle Ferrovie dello Stato furono destinate scarse risorse con le quali fu solo riattivata, e lentamente, una rete ormai inadeguata, che invece avrebbe necessitato della costruzione di nuove tratte e della correzione di quelle insufficienti.
Il progetto pilotato di “motorizzazione” degli italiani prevedeva un asse orizzontale Torino-Milano-Venezia-Trieste, una diramazione da Milano per Genova, un asse verticale da Milano verso Bologna che si sarebbe biforcato, verso Roma-Napoli e verso Ancona-Pescara. Per le auto che scendevano al Sud, mentre gli operai che le costruivano salivano al Nord col “Treno del Sole”, occorreva un nome simbolico: “Autostrada del Sole” era perfetto. La realizzazione della rete autostradale e il boom economico misero gli italiani al volante. La Casa di Torino crebbe in produzione, dipendenti, esportazione e fatturato. Missione compiuta! Solo quando ormai tutti possedevano una macchina e lo scenario delle città era cambiato (in peggio, con l’invasione dal nuovo simbolo del miraggio di libertà) furono affrontatati, con importanti finanziamenti, gli aspetti critici della rete ferroviaria, alcuni ancora irrisolti al Centro-Sud. Oggi, per risolvere il problema della congestione urbana da automobili, si realizzano metropolitane sotterranee o leggere in ogni città di rilevanti dimensioni. Inutile dire che gli investimenti sulla rete autostradale e su quella ferroviaria sono tuttora concentrati più al Nord, ma questa è un’altra storia. Ma anche no.

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Pizza cancerogena? Quella Napoletana STG è anticancro!

Angelo Forgione La trasmissione Report torna a occuparsi di un altro pilastro della cultura gastronomica napoletana: la pizza. L’indagine lungo tutta la penisola di Bernardo Iovene, che andrà in onda il 5 ottobre su Rai Tre, vuol dimostrare che il disco condito e cotto nel forno a legna può contenere elementi cancerogeni, a causa dei fumi, della farina carbonizzata e della cattiva manutenzione dei forni stessi, che i pizzaiuoli non puliscono. Insomma, un rischio per la salute. E non è che sia proprio una gran scoperta! Le pizze, anche a Napoli, non sono tutte della migliore qualità insegnata al mondo dai napoletani (come il caffè) ed è la stessa Coldiretti ad avvisare che la metà delle novecento milioni di pizze servite nelle venticinquemila pizzerie italiane, Napoli compresa, sono preparate, all’insaputa del consumatore, con farine canadesi e ucraine, pomodori cinesi, olio d’oliva tunisino o spagnolo e cagliate dell’Est-Europa in luogo della mozzarella. Report ne fa anche una questione di cottura, come del resto le associazioni di categoria che tutelano il marchio “Pizza Napoletana STG” e il suo disciplinare di preparazione, in cui è scritto che “il pizzaiolo deve controllare la cottura della pizza sollevandone un lembo, con l’aiuto di una pala metallica, e ruotando la pizza verso il fuoco, utilizzando sempre la stessa zona di platea iniziale per evitare che la pizza possa bruciarsi a causa di due differenti temperature”. Insomma, ognuno, prima di gustare una pizza servita al piatto, dovrebbe controllare se il suo fondo è bruciato; basta questo piccolo errore di preparazione per distinguerla da una vera pizza napoletana STG. I fumi? Sono un problema relativo, nel senso che questi tendono a salire per principio fisico, e stagnano sulla volta superiore del forno, mentre la pizza deve essere cotta e girata sempre sullo stesso punto della platea (fondo). Alzarla con la pala e cuocerla ad altezza fumi è un errore! È importante ricordare che il forno a legna raggiunge la temperatura di 485 gradi, e il manuale HACCP sull’igiene alimentare indica che già a 450 gradi viene distrutto ogni microrganismo potenzialmente patogeno. Il forno a legna, con tutte le sue incognite, non è particolarmente dannoso, a differenza di quello elettrico, che cuoce le pizze a un massimo di 300 gradi; anche perché “i tempi di cottura non devono superare i 60-90 secondi”, periodo molto ristretto che non consente al prodotto di “assorbire” sostanze di combustione nocive (nel forno elettrico, una pizza ci resta circa dieci minuti!). Di fronte a queste valutazioni più sottili si trovò qualche anno fa anche l’Unione Europea, che prima minacciò di bandire i forni a legna e poi tornò sui suoi passi.
Una vera Pizza Napoletana STG, se preparata secondo il disciplinare, non è affatto dannosa. Anzi, nell’iter che condusse al riconoscimento STG, furono riconosciute da autorevoli ricerche scientifiche le proprietà salutari del piatto principe della cucina napoletana, grazie al licopene del pomodoro che contrasta l’attività dei radicali liberi e ai polifenoli dell’olio extra-vergine d’oliva che funzionano come spazzini delle arterie, elementi che riducono il rischio di malattie cardiovascolari e dei tumori all’apparato digerente. Il consiglio scientifico è quello di gustare una volta a settimana una STG, che evidentemente si riconosce a vista e a digestione. Se quella della vostra pizzeria mostra evidenti parti annerite sul bordo e sul fondo, e non è facilmente digeribile (lievitazione incompleta), è meglio cambiare. È una questione di cultura della preparazione, così come della consumazione. In questo senso, e solo in questo, Report non andrebbe fuori strada.

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Tra le 5 big, il Napoli perde tifosi

Angelo Forgione – L’annuale osservatorio sul tifo calcistico della Demos & Pi ha confermato che Juventus, Inter, Milan, Napoli e Roma rappresentano l’80% degli appassionati italiani. Più staccate, Lazio, Fiorentina, Cagliari, Torino e Palermo. Si tratta di rilevamenti tutt’altro che inutili, visto che quelli analoghi commissionati dalla Lega Calcio determinano la redistribuzione di un quarto dei proventi delle pay-tv, fino a un massimo del 6,25% per singola società. Più tifosi hanno i club, più soldi portano a casa. E lo sa bene anche Edoardo De Laurentiis.
L’ultimo campione nazionale (1100 casi) è stato interpellato dalla società Demetra nel periodo 4 – 10 settembre 2014, ed è rappresentativo della popolazione italiana con 15 anni e oltre per genere, età, titolo di studio e zona geopolitica di residenza.
Da evidenziare che, nell’analisi comparativa dei sodaggi degli ultimi quattro anni (disponibili online), la tifoseria del Napoli è l’unica che fa registrare un trend negativo. Gli azzurri, dopo aver toccato quota 13,2% e aver avvicinato sensibilmente l’Inter nel 2012 (dopo la consacrazione del sodalizio azzurro proveniente dal fallimento), sono scesi a quota 10%, mentre tutte le altre hanno guadagnato una percentuale di seguaci. Il “vorrei ma non posso vincere lo scudetto” ha scoraggiato gli appassionati più volubili?tifoserie

Caserta, “la più lussureggiante piana del mondo”

Angelo Forgione – “[…] La posizione [della Reggia di Caserta] è di eccezionale bellezza, nella più lussureggiante piana del mondo, ma con estesi giardini che si prolungano fin sulle colline; un acquedotto v’induce un intero fiume, che abbevera il palazzo e le sue adiacenze, e questa massa acquea si può trasformare, riversandola su rocce artificiali, in una meravigliosa cascata. I giardini sono belli e armonizzano assai con questa contrada che è un solo giardino. […]
Napoli è un paradiso dove ciascuno vive in una sorta d’ebbrezza obliosa. Così è per me; non so riconoscermi, mi par d’essere un altro. Ieri pensavo: “O eri matto prima, oppure lo sei adesso. Mi sono recato da qui anche a visitare le antiche rovine di Capua e i relativi annessi. Solo in questo paese si può capire cosa sia la vegetazione e perché si coltivino i campi. […] La regione intorno a Caserta è tutta pianeggiante, i campi sono lavorati con un nitore uniforme, simili ad aiuole di giardini. Ovunque s’innalzano pioppi cui si allaccia la vite, che pur ombreggiando il suolo non impedisce la messe più rigogliosa. Che mai avverrà al prorompere della primavera! […]
Così Johann Wolfgang Goethe, in Viaggio in Italia, descrisse il territorio casertano, visitato in occasione dell’incontro col pittore di corte Jakob Philipp Hackert tra il 14 e il 16 marzo 1787. Aggressione edilizia e inquinamento delle terre avrebbero violentato la lussureggiante pianura campana, che lotta per conservare il suo fascino. La tavola allegata, del 1826, mostra il percorso dell’Acquedotto Carolino che donò prosperità a tutto il territorio e implementò l’approvvigionamento idrico di Napoli, dalle sorgenti del Fizzo presso il Taburno, nel tenimento beneventano di Airola, alle fontane della Reggia di Caserta.

Monumenti equestri al Plebiscito: via al restauro senza recinzione

Angelo Forgione – ll Comune di Napoli ha dato il via libera al restauro dei monumenti equestri del Canova di piazza del Plebiscito, affidandoli alla “Fimmaster events”, che si avvarrà della “TecniKos restauro” con spesa assunta dalla Ferrero sottoforma di compenso per la festa dei 50 di Nutella ospitata nel largo lo scorso maggio. Il termine dei lavori è stato fissato in 60 giorni e nel progetto è prevista anche la realizzazione di un cortometraggio che racconti la differenza tra i graffiti artistici e la vandalizzazione delle opere d’arte.
Nella determinazione non compare purtroppo alcun intervento di realizzazione di una idonea recinzione monumentale esterna a quella facilmente violabile risalente all’Ottocento e sulla falsa riga di quanto fatto dalla II Municipalità per le statue di Dante Alighieri e Paolo Emilio Imbriani nelle piazze Dante e Mazzini, rimaste linde. Evidentemente, l’esempio non è servito a convincere che è quella la soluzione migliore per preservare l’intervento di recupero. Il progetto (scarica), infatti, prevede una opportuna “protezione e integrazione cromatica” con un protettivo per le parti lapidee a base di polimeri paraffinici per garantire una piu agevole pulitura in seguito, ma lascia comunque esposte tali parti e facilmente raggiungibili dai malintenzionati. Peraltro, al punto 4 relativo alle “raccomandazioni e interventi di manutenzioni”, si legge che “completato il restauro, nasce l’esigenza di garantire un servizio regolare di controllo e di manutenzione necessario alla conservazione dell’opera restaurata […]”. Senza una recinzione adeguata, i monumenti rischiano di essere imbrattati immediatamente dai ragazzi presenti in zona, i cui comportamenti sono arcinoti. Nella sezione “Integrazione al progetto”, si legge appunto che è previsto “il monitoraggio dello stato di conservazione del bene restaurato per sei mesi”, periodo durante il quale saranno rimosse le scritte vandaliche apposte, e che nei sei mesi successivi si potrà valutare una proroga dei tempi manutentivi, di sei mesi in sei mesi. Ciò conferma la consapevolezza dell’altissimo rischio di recidiva, fenomeno che altrove, con una buona recinzione, si è evidentemente azzerato.
Non trascurabile il fatto che nel progetto non si fa menzione neanche del ripristino dei leggii posti alle spalle dei monumenti borbonici, il che vorrebbe dire che i cittadini più “distratti” continuerebbero a non capire l’identità e il significato dei soggetti in livrea romana raffigurati, nonché la fattura dei monumenti e il contesto storico-artistico (neoclassico) in cui furono realizzati, sulla scia della scoperta delle antiche città vesuviane sepolte dall’eruzione del 79 dC.
Progetto di restauro tanto invocato ma, evidentemente, incompleto. Basteranno i cortometraggi a salvare le statue dall’ignoranza e dal malcostume?

De Magistris condannato e solo, come Napoli

Angelo Forgione – Il sindaco di Napoli Luigi De Magistris condannato dal Tribunale di Roma a un anno e tre mesi per concorso in abuso d’ufficio nell’inchiesta “Why Not”, cioè per aver acquisito da piemme di Catanzaro i tabulati telefonici di alcuni parlamentari senza le necessarie autorizzazioni della Camera di appartenenza. De Magistris continua a pagare le conseguenze di un’inchiesta a lui sottratta che ha segnato la fine della sua carriera di magistrato, avversato da quei poteri forti che provò a contrastare mettendo azzardatamente le mani negli intrecci tra politica, giustizia, finanza, imprenditoria, massoneria, mondo cattolico deviato e servizi segreti in Calabria.
Anche questa sentenza lo colpisce per aspetti disciplinari, ovvero per aspetti che riguardano la “forma” con cui condusse le indagini, ma non entra nel merito della fondatezza delle indagini stesse. Ed è proprio questo che De Magistris contesta oggi su facebook, scrivendo “(…) Ma rifarei tutto, e non cederò alla tentazione di perdere completamente la fiducia nello Stato”.
Tutti sanno che De Magistris si è gettato nell’avventura politica quando si è ritrovato isolato in Magistratura, cioè quando la sua strada è stata sbarrata. Basta fare una ricerca online un po’ più approfondita per capire quali siano i soggetti coinvolti nelle indagini scottanti, e perché il sindaco di Napoli sia un uomo solo. E un uomo solo non può neanche condurre una città importante, già penalizzata politicamente. Ora, napoletani, guardatevi intorno, osservate in quali condizioni versa la vostra città e chiedetevi se ad un magistrato presumibilmente onesto, fatto fuori dai poteri forti, possano essere stesi i tappeti rossi solo perché ha cambiato ruolo.