La vera storia della spedizione dei mille

Come e perché l’Inghilterra decise la fine delle Due Sicilie

Angelo Forgione – La storica spedizione garibaldina, per la storiografia ufficiale, ha il sapore di un’avventura epica, quasi cinematografica, compiuta da soli mille uomini che salpano all’improvviso da nord e sbarcano a sud, combattono valorosamente e vincono più volte contro un esercito ben più numeroso, per poi risalire la Penisola fino a a Napoli, capitale di un regno liberato da una tirannide oppressiva, e poi più su, per dare agli italiani la nazione unita.

Troppo hollywoodiano per essere vero. La spedizione non fu per niente improvvisa e spontanea ma ben architettata, studiata a tavolino nei minimi dettagli e pianificata dalle massonerie internazionali, quella britannica in testa, che sorressero il tutto con intrighi politici, contributi militari e cospicui finanziamenti con i quali furono comprati diversi uomini chiave dell’esercito borbonico al fine di spianare la strada a Garibaldi, che agli inglesi, in seguito, non mancò mai di dichiarare la sua gratitudine e amicizia.

I giornali dell’epoca, ma soprattutto gli archivi di Londra, Vienna, Roma, Torino, Milano e, naturalmente, Napoli forniscono documentazione utile a ricostruire il vero scenario di congiura internazionale che spazzò via il Regno delle Due Sicilie, non certo per mano di mille prodi alla ventura animati da un ideale unitario.

Il Regno britannico, con la sua politica imperiale espansionistica che tanti danni ha fatto nel mondo e di cui ancora oggi se ne pagano le conseguenze (vedi conflitto israelo-palestinese), ebbe più di una ragione per promuovere la fine di quello napoletano e liberarsi di un soggetto politico divenuto scomodo.

Furono gli idilliaci rapporti tra Ferdinando di Borbone e papa Pio IX a generare l’astio di Londra. La massoneria inglese aveva come priorità politica la cancellazione delle monarchie cattoliche, e la cattolicissima Napoli era ormai invisa a chi, a Londra e dintorni, mirava alla cancellazione del potere papale. I Borbone costituivano principale ostacolo a tale obiettivo, che coincideva con quello dei Savoia e dei liberali massoni d’Italia. Massoni erano i politici britannici Lord Palmerston, primo ministro britannico, e Lord Gladstone, gran denigratore dei Borbone. E massoni erano pure Vittorio Emanuele II, Garibaldi e Camilla Benso di Cavour.

In questo conflittuale scenario di potentati, la nazione napolitana percorreva un suo percorso dettato della politica di Ferdinando II, che condusse una politica di sviluppo autonomo finalizzata a spezzare le catene delle dipendenze straniere.

La flotta navale delle Due Sicilie costituiva inoltre un fastidio per la grande potenza navale inglese anche e soprattutto in funzione dell’apertura dei traffici con l’Oriente nel Canale di Suez, i cui scavi cominciarono proprio nel 1859, alla vigilia dell’avventura garibaldina.

L’integrazione del sistema marittimo con quello ferroviario, con la costruzione delle ferrovie nel meridione con cui le merci potessero viaggiare anche su ferro, insieme alla posizione d’assoluto vantaggio del Regno delle Due Sicilie nel Mediterraneo rispetto alla più lontana Gran Bretagna, fu motivo di timore per Londra che già non aveva tollerato gli accordi commerciali tra le Due Sicilie e l’Impero Russo grazie ai quali la flotta dello Zar aveva navigato serenamente nel Mediterraneo, avendo come basi d’appoggio proprio i porti delle Due Sicilie.

Proprio il controllo del Mediterraneo era una priorità per la “Perfida Albione” che si era impossessata di Gibilterra e poi di Malta, e mirava ad avere il controllo della stessa Sicilia quale punto più strategico per gli accadimenti nel Mediterraneo e in Oriente. L’isola costituiva la sicurezza per l’indipendenza napolitana e in mano agli stranieri ne avrebbe decretata certamente la fine, come fece notare Giovanni Aceto nel suo scritto De la Sicilie et de ses rapports avec l’Angleterre.

La presenza inglese in Sicilia era già ingombrante e imponeva coi cannoni a Napoli il remunerativo monopolio dello zolfo di cui l’isola era ricca per i quattro quinti della produzione mondiale; con lo zolfo, all’epoca, si produceva di tutto ed era una sorta di petrolio per quel mondo. E come per il petrolio oggi nei paesi mediorientali, così allora la Sicilia destava il grande interesse dei governi imperialisti.

I Borbone, in questo scenario, ebbero la colpa di considerarsi insovvertibili in Italia e di non capire che il pericolo non era da individuare nella Penisola ma più in là. Il Regno di Napoli e quello d’Inghilterra erano infatti alleati solo mezzo secolo prima, ma in condizione di sfruttamento a favore del secondo per via dei considerevoli vantaggi commerciali che ne traeva in territorio duosiciliano. Fu l’opera di affrancamento e di progressiva riduzione di tali vantaggi da parte di Ferdinando II a rompere l’equilibrio e a suscitare le cospirazioni della Gran Bretagna, che riteneva Napoli obbligata a servire Londra per gli aiuti contro i francesi del 1799 e del 1815 e perciò si rivelò un vero e proprio cavallo di Troia. Per questo fu più conveniente per gli inglesi “convertire” l’ormai inimicizia dello stato borbonico con l’aiuto a un nuovo stato alleato.

Questi furono i motivi principali che portarono l’Inghilterra a stravolgere gli equilibri della penisola italiana, propagandando idee sul nazionalismo dei popoli e denigrando i governi di Russia, Due Sicilie e Austria. La mente britannica armò il braccio piemontese per il quale il problema urgente era quello di evitare la bancarotta di raccogliendo l’opportunità offertagli di invadere le Due Sicilie e portarne a casa il tesoro.

Un titolo sul Times dell’epoca, pubblicato già prima della morte di Ferdinando II, fu foriero di ciò che stava per accadere e spiegava l’interesse imperialistico inglese nelle vicende italiane. “Austria e Francia hanno un piede in Italia, e l’Inghilterra vuole entrarvi essa pure”.

Lo sbarco a Marsala e l’invasione del Regno delle Due Sicilie sono a tutti gli effetti un gravissimo atto di pirateria internazionale, compiuto ignorando tutte le norme di Diritto Internazionale, prima fra tutte quella che garantisce il diritto all’autodeterminazione dei popoli. Il fatto che nessuna nazione straniera abbia mosso un dito mentre avveniva e si sviluppava la dice lunga su quale sia stata la predeterminazione di un atto così grave e sulle volontà della potente Inghilterra.

Garibaldi fu un burattino in mano a Vittorio Emanuele II Cavour, l’unico che avrebbe potuto compiere l’invasione senza dichiarazione, non essendo né un sovrano né un politico. E venne manovrato a dovere dal conte piemontese, dal Re di Sardegna e anche dai cospiratori inglesi, fin quando non giunse il momento di costringerlo a farsi da parte.

Di soldi, nel 1860, ne circolarono davvero parecchi per l’operazione. Qualcuno parla di circa tre milioni di franchi francesi solo in Inghilterra, denaro investito per comprare il tradimento di chi serviva allo scopo, ma anche armi, munizioni e navi. A Londra nacque il “Garibaldi Italian Fund Committee”, un fondo utile ad ingaggiare i mercenari che dovevano formare la “Legione Britannica”, uomini feroci che poi aiutarono il Generale italiano.

Garibaldi divenne un eroe in terra d’Albione, e la sua popolarità arrivò alle stelle. Nacquero i “Garibaldi’s gadgets”: ritratti, composizioni musicali, spille, profumi, cioccolatini, caramelle e biscotti, tutto utile a reperire fondi utili all’impresa in Italia.

In realtà, alla vigilia della spedizione dei mille, tutti sapevano cosa stesse per accadere, tranne la Corte e il Governo di Napoli, ai quali “stranamente” non giunsero mai quei telegrammi e quelle segnalazioni che venivano inviate dalle ambasciate internazionali. In Sicilia invece, ogni unità navale riceveva le coordinate di posizionamento nelle acque duosiciliane.

La traversata partì da Quarto il 5 Maggio 1860 a bordo della “Lombardo” e della “Piemonte”, due navi ufficialmente rubate alla società Rubattino ma in realtà fornite favorevolmente dall’interessato armatore genovese, amico di Cavour. Garibaldi non sapeva neanche quanta gente aveva a bordo, non era una priorità far numero; se ne contarono 1.089 e il Generale restò stupito per il numero oltre le sue stime. Erano persone in buona parte col pedigree dei malavitosi e ne feve una raccapricciante descrizione lo stesso Garibaldi. Provenivano da Milano, Brescia, Pavia, Venezia e più corposamente da Bergamo, perciò poi detta “Città dei Mille”. Vi erano anche alcuni napoletani, calabresi e siciliani, 89 per la precisione, molto dei quali immortalati nella toponomastica delle città italiane.

La rotta non fu casuale ma già stabilita, come il luogo dello sbarco. Marsala non era la terra scorta all’orizzonte ma il luogo designato perché li vi era una vastissima comunità inglese coinvolta in grandi affari, tra cui la viticoltura.

La rotta non fu casuale ma già stabilita, come il luogo dello sbarco. Marsala non era la terra scorta all’orizzonte ma il luogo designato perché li vi era una vastissima comunità inglese coinvolta in grandi affari, tra cui la viticoltura.

Il 10 Maggio, alla vigilia dello sbarco, l’ammiragliato inglese a Londra diede l’ordine ai piroscafi bellici “Argus” e “Intrepid”, ancorati a Palermo, di portarsi a Marsala; ufficialmente per proteggere i sudditi inglesi ma in realtà con altri scopi. Ci arrivarono infatti all’alba del giorno dopo e gettarono l’ancora fuori la città col preciso compito di favorire l’entrata in rada delle navi piemontesi. Navi che arrivarono alle 14 in punto, in pieno giorno, e questo dimostra quanta sicurezza avessero i rivoltosi che altrimenti avrebbero più verosimilmente scelto di sbarcare di notte.

L’approdo avvenne proprio dirimpetto al Consolato inglese e alle fabbriche inglesi di vini “Ingham” e “Whoodhouse” con le spalle coperte dai piroscafi britannici che, con l’alibi della protezione delle fabbriche, ostacolarono i colpi di granate dell’incrociatore napoletano “Stromboli”, giunto sul posto insieme al piroscafo “Capri” e la fregata a vela “Partenope”.

Le trattative che si intavolarono fecero prendere ulteriore tempo ai garibaldini e sortirono l’effetto sperato: I “Mille” sbarcarono sul molo. Ma erano in 776 perché i veri repubblicani, dopo aver saputo che si era andati a liberare la Sicilia in nome di Vittorio Emanuele II, si erano fatti sbarcare a Talamone, in terra toscana. Contemporaneamente sbarcarono dall’Intrepid dei marinai inglesi anch’essi di rosso vestiti che si mischiarono alle “camicie rosse”, in modo da impedire ai napoletani di sparare.

Napoli inviò proteste ufficiali a Londra per la condotta dei due bastimenti inglesi ma a poco servì. Garibaldi e i suoi sbarcarono nell’indifferenza dei marsalesi e la prima cosa che fecero fu saccheggiare tutto ciò che fosse possibile.
Il 13 Maggio Garibaldi occupò Salemi, stavolta nell’entusiasmo perché il barone Sant’Anna, un uomo potente del posto, si unì a lui con una banda di “picciotti”. Da qui il Generale si proclamò “dittatore delle Due Sicilie” nel nome di Vittorio Emanuele II, Re d’Italia”.

Il 15 Maggio fu il giorno della storica battaglia di Calatafimi. I Mille erano ormai il doppio; vi si erano uniti “picciotti” siciliani, inglesi e marmaglie insorte, e sfidarono i soldati borbonici al comando del Generale Landi. La storiografia ufficiale racconta di questo conflitto come di un miracolo dei garibaldini ma in realtà si trattò del risultato pilotato dallo stesso Generale borbonico.

I primi a far fuoco furono i “picciotti”, che vennero decimati dai fucili dei soldati Napoletani. Il Comandante borbonico Sforza, con i suoi circa 600 uomini, assaltò i garibaldini rischiando la sua stessa vita e, mentre il Generale Nino Bixio chiedeva a Garibaldi di ordinare la ritirata, il Generale Landi, che già aveva rifiutato rinforzi e munizioni a Sforza scongiurando lo sterminio delle “camicie rosse”, fece suonare le trombe in segno di ritirata. Garibaldi capì che era il momento di colpire i borbonici in fuga e alle spalle, compiendo così il “miracolo” di Calatafimi. Una battaglia che avrebbe potuto chiudere sul nascere l’avanzata garibaldina se non fosse stato per la condotta di Landi, che fu accusato di tradimento dallo stesso Re Francesco II e confinato sull’isola d’Ischia; non a torto, perché poi un anno più tardi l’ex generale di brigata dell’esercito borbonico e poi generale di corpo d’armata dell’esercito sabaudo in pensione si presentò al Banco di Napoli per incassare una polizza di 14.000 ducati d’oro datagli dallo stesso Garibaldi ma scoprì che sulla sua copia, palesemente falsificata, erano scritti tre zeri di troppo. Landi, per questa delusione, fu colpito da ictus e morì.

Garibaldi, ringalluzzito per l’insperata vittoria di Calatafimi, s’inoltrò nel cuore della Sicilia mentre le navi inglesi, sempre più numerose, ne controllavano le coste con movimenti frenetici. In realtà la flotta inglese seguiva in parallelo per mare l’avanzata delle camicie rosse su terra per garantire un’uscita di sicurezza.

Intanto sempre gli inglesi fecero arrivare in Sicilia corposi rinforzi, armi e danari per i rivoltosi e preziose informazioni da parte di altri traditori vendutisi all’invasore per fare del Sud una colonia. Le banche di Londra sono piene di depositi di cifre pagate come prezzo per ragguagli sulla dislocazione delle truppe borboniche e di suggerimenti dei generali corruttibili, così come di tante altre importantissime informazioni segrete.

Garibaldi entrò a Palermo e poi arrivò a Milazzo ormai rafforzato da uomini e armi moderne, e l’esito della battaglia che li si combattè, a lui favorevole, fu prevalentemente dovuto all’equipaggiamento individuale dei rivoltosi, che avevano ricevuto in dotazione persino le carabine-revolver americane “Colt” e il fucile rigato inglese modello “Enfield ‘53”.

Quando l’eroe dei due mondi passò sul territorio peninsulare, le navi inglesi continuarono a scortarlo dal mare, e anche quando entrò a Napoli da Re sulla prima ferrovia italiana ebbe le spalle coperte dall’Intrepid – chi si rivede? – che dal 24 Agosto, insieme ad altre navi britanniche, si mosse nelle acque napoletane.

Il 6 Settembre, giorno della partenza di Francesco II e del concomitante arrivo di Garibaldi a Napoli in treno, il legno britannico sostò vicino alla costa, davanti al litorale di Santa Lucia, da dove poteva tenere sotto tiro il Palazzo Reale. Una presenza costante e incombente, sempre minacciosa per i borbonici e rassicurante per Garibaldi, una garanzia per la riuscita dell’impresa dei “più di mille”. l’Intrepid lasciò Napoli il 18 Ottobre 1860 per tornare definitivamente in Inghilterra dando però il cambio ad altre navi inglesi, proprio mentre Garibaldi, “dittatore di Napoli”, donava agli amici inglesi un suolo a piacere che venne designato in via San Pasquale a Chiaia, su cui fu poi eretta quella cappella protestante che Londra aveva sempre voluto costruire per gli inglesi di Napoli ma che i Borbone non avevano mai consentito di realizzare. Lo stesso accadrà a Palermo nel 1872.

Il 6 Settembre, giorno della partenza di Francesco II e del concomitante arrivo di Garibaldi a Napoli in treno, il legno britannico sostò vicino alla costa, davanti al litorale di Santa Lucia, da dove poteva tenere sotto tiro il Palazzo Reale. Una presenza costante e incombente, sempre minacciosa per i borbonici e rassicurante per Garibaldi, una garanzia per la riuscita dell’impresa dei “più di mille”. l’Intrepid lasciò Napoli il 18 Ottobre 1860 per tornare definitivamente in Inghilterra dando però il cambio ad altre navi inglesi, proprio mentre Garibaldi, “dittatore di Napoli”, donava agli amici inglesi un suolo a piacere che venne designato in via San Pasquale a Chiaia, su cui fu poi eretta quella cappella protestante che Londra aveva sempre voluto costruire per gli inglesi di Napoli ma che i Borbone non avevano mai consentito di realizzare. Lo stesso accadrà a Palermo nel 1872.

Qualche mese dopo, la città di Gaeta, che ospitava Francesco II nella strenua difesa del Regno, fu letteralmente rasa al suolo dal Generale piemontese Cialdini, pagando non solo il suo ruolo di ultimo baluardo borbonico ma anche e soprattutto l’essere stato nel 1848 il luogo del rifugio di Papa Pio IX, ospite dei Borbone, in fuga da Roma in seguito alla proclamazione della Repubblica Romana ad opera di Giuseppe Mazzini, periodo in cui la città aveva assunto la denominazione di “Secondo Stato Pontificio”.

Sparì così l’antico regno inaugurato da Ruggero il Normanno e sopravvissuto per quasi otto secoli. Dieci anni dopo, nel Settembre 1870, la breccia di Porta Pia e l’annessione di Roma al Regno d’Italia decretarono la fine anche dello Stato Pontificio e del potere temporale del Papa, portando a compimento il grande progetto delle massonerie internazionali nato almeno quindici anni prima, volto a cancellare la grande potenza economico-industriale del Regno delle Due Sicilie e il potere cattolico dello Stato Pontificio.

Garibaldi, pochi anni dopo la sua impresa, fu ospite a Londra, dove venne accolto come un imperatore. I suoi rapporti con l’Inghilterra continuarono per decenni e si manifestarono nuovamente quando, intorno alla metà del 1870, il Generale si impegnò nell’utopia della realizzazione di un progetto faraonico per stravolgere l’aspetto di Roma: il corso del Tevere entro la città completamente colmato con un’arteria ferroviaria contornata da aree fabbricabili. Da Londra si tessero contatti con società finanziarie per avviare il progetto ed arrivarono nella Capitale gli ingegneri Wilkinson e Fowler per i rilievi e i sondaggi. Si preparò a realizzare la remunerativa follia la società britannica Brunless & McKerrow, che tuttavia non vi riuscì mai per il boicottaggio del Governo italiano.

L’ideologia nazionale da allora venera i “padri della patria” che operarono il piano internazionale, dimenticando tutto quanto di nefasto si raccontasse di Garibaldi, un avventuriero dal passato poco edificante. L’Italia di oggi festeggia un uomo condannato persino a “morte ignominiosa in contumacia” nel 1834 per sentenza del Consiglio di Guerra Divisionale di Genova perché nemico della Patria e dello Stato, motivo per il quale fuggì latitante in Sud America dove diede sfogo a tutta la sua natura selvaggia.

In quanto a Cavour, al Conte interessava esclusivamente ripianare le finanze dello Stato piemontese, non certo l’unità di un paese di cui non conosceva neanche la lingua, così come Vittorio Emanuele II primo Re d’Italia, benché non a caso secondo di nome nel solco di una continuazione della dinastia sabauda e non italiana. Non a caso il 21 Febbraio 1861, nel Senato del Regno riunito a Torino, il nuovo Re d’Italia fu proclamato da Cavour «Victor-Emmanuel II, Roi d’Italie», non Re d’Italia.

De Laurentiis propone rilancio di Pompei e Napoli

De Laurentiis propone rilancio di Pompei e Napoli

Il produttore cinematografico e patron del Napoli incontra il Presidente della Regione Caldoro e immagina una sorta di grande set cinematografico. Il progetto prevede anche il Gran Premio di F1 a Napoli e stabilimenti balneari a Mergellina.Anche De Laurentiis intuisce l’importanza degli scavi per il turismo di Napoli. Del resto Carlo III di Borbone partì proprio con gli scavi per attrarre i turisti del “grand tour” e fare di Napoli la meta più ambita del ‘700.

Leggi l’intervista completa a De Laurentiis  sul rilancio turistico di Napoli da IL MATTINO

Consiglio di ascoltare questa mia intervista alla radio australiana SBS Network, precisamente al minuto 6:06, che focalizza il problema evidenziato anche da De Laurentiis: attorno agli scavi, il nulla. Oro buttato!

E a margine…

A Gaeta per non dimenticare.

A Gaeta per non dimenticare.
Convegno Nazionale, 12-13 Febbraio 2011

Appuntamento al Convegno Nazionale della “Fedelissima” che si terrà nel secondo fine settimana di Febbraio a Gaeta, un luogo a tutti noi caro, importante, significativo per la nostra identità, campo di battaglia dove un Esercito mortificato e infangato dai tradimenti riscattò, con coraggio e determinazione, il proprio onore scrivendo le più belle e gloriose pagine di quello che fu l’ultimo assedio dell’era cavalleresca.
Gaeta è la città “fedelissima a Napoli e al suo Regno” dove un Re Napoletano, dal cuore Napoletano, assediato da terra e da mare dalla congiura atea-massonica internazionale che bombardò ad oltranza senza pietà di persone e cose, sacrificando il suo trono e mortificando la sua persona, lasciò al popolo “Napolitano” un forte messaggio di speranza, di pace e di giustizia che abbiamo il dovere e l’onore di raccogliere e diffondere a tutti coloro che si riconoscono nella propria antica ed immortale storia.
Per ognuno di noi che lottiamo per affermare le verità taciute, nel vivo delle retoriche celebrazioni dei 150 anni dell’unità d’Italia, è un “richiamo” che ci porta a raggiungere Gaeta in questa significativa ricorrenza, un atto d’amore per ricordare e rinvigorire quegli stessi alti ideali che unirono i nostri eroi sugli spalti della gloriosa Fortezza fino all’estremo sacrificio della vita.
Tra sfilate borboniche e percorsi rievocativi, toccanti cerimonie e messe solenni, alzabandiera e spari di cannone, commemorazioni, mostre, convegni e dibattiti, menù storici nel borgo medioevale, musica e canti, ci ritroveremo
a Gaeta per sentirci parte integrante dell’amata Patria Napolitana che, dopo 150 anni di sventure e di menzogne, continua a vivere nelle menti e nei cuori dei suoi figli fedeli.
L’evento, nato con lo spirito “istituzionale” di riportare alla luce il patrimonio di verità storica che appartiene a tutti i Meridionali, si svolgerà, come ogni anno, con il patrocinio e la collaborazione della Regione Lazio, del Comune di Gaeta, della Camera di Commercio di Latina, del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio, dell’Associazione Naz. Ex Allievi della Nunziatella, della Confcommercio di Latina, dell’Ascom Gaeta, della Pro Loco Gaeta, e di numerosi altri Enti ed Associazioni aderenti all’iniziativa.

Leggi il programma ufficiale del Convegno Nazionale

A margine del programma ufficiale, si svolgeranno attività del Parlamento delle Due Sicilie

Riunione del Parlamento del Sud e del Movimento Neoborbonico
Sabato 12, ore 13:00 – Hotel Serapo

(in preparazione anche la presentazione di un’importantissima novità editoriale scritta a più mani meridionaliste).


Anche la pubblicità comunica la schiavitù di Napoli

Quando l’invasione piemontese e la colonizzazione di Napoli è anche marketing

In questo vecchio spot è intellegibile il concept di fondo: il Piemonte invade Napoli e la riduce in schiavitù. Anche dalla pubblicità affiora la vera storia, quella che i libri di scuola non insegnano. E questo a prescindere dalla data di nascita della pizza più famosa del mondo, anch’essa un falso storico e sovrapposizione di Casata reale.
Napoli, 1889 – ma la Margherita nasce a inizio Ottocento – : un gendarme piemontese, con accento e baffetti sabaudi, irrompe nel forno di Raffaele Esposito, colui che offrì – non inventò – la già esistente pizza tricolore alla regina Margherita di Savoia. Il pizzaiuolo, evidentemente stufo dei continui ordini, si nasconde, ma invano. Il militare sabaudo ordina un’altra pizza per la sua regina, con un perentorio “subito!”
Esposito e il suo collaboratore inscenano una farsa per evitare punizioni, e quando l’autoritario militare fa per uscire dal forno pizza alla mano, una smorfia del pizziaiuolo-pulcinella è camuffata con un eloquente “servo vostro”. Subliminale, ma neanche tanto.

PdG UNESCO, è polemica tra Comune e Associazioni

PdG UNESCO, è polemica tra Comune e Associazioni

leggi l’articolo su napoli.com

Piano di Gestione, una corsa contro il tempo per rientrare nei termini dell’ultimatum UNESCO fissato a Febbraio al fine di scongiurare l’esclusione del Centro Storico di Napoli dalla World heritage List, la lista dei siti patrimoni dell’Umanità. Il rischio sembrerebbe evitato perché il documento, a meno di clamorosi inciampi, dovrebbe essere presentato entro i termini.
Ciò che ora risultano “contraddittorie” sono le modalità con cui si sta provvedendo alla stesura del Piano di Gestione, operazione che per l’UNESCO stessa dovrebbe prevedere un’azione partecipata dell’intera struttura sociale, coinvolgendo cioè tutti i soggetti protagonisti del tessuto sociale del luogo di interesse, dalle istituzioni alla curia, passando per le associazioni. Ecco perchè V.A.N.T.O. e altre associazioni, nonostante le proteste dei mesi scorsi, non hanno aderito agli incontri indetti dal Comune con la cittadinanza per la discussione di un documento già formalmente redatto e, in quanto approntato in tutta fretta, semplicemente da ratificare.
Al Comune contestiamo il silenzio degli ultimi anni in cui da noi è trapelato forte il timore per un disinteresse e un silenzio sull’argomento che avrebbe potuto portare all’esclusione del centro storico di Napoli dalla lista dei siti UNESCO. Tutto tempo prezioso perso che invece si sarebbe potuto impegnare per discutere più approfonditamente con le parti interessate e approdare a un documento “ad hoc” di cui la città ha tanto bisogno, alla luce del degrado che regna nell’area UNESCO cui si è aggiunta una mortifera emergenza rifiuti, col risultato di una crisi del turismo che sta mettendo alle corde una città che invece su ciò potrebbe e dovrebbe puntare per risollevarsi.
In questo scenario, suona ancora più stonato il coinvolgimento di società settentrionali totalmente scollegate dalle problematiche del territorio, cui è affidata la remunerativa organizzazione dei servizi. In altri siti, peraltro di minore bellezza, importanza e complessità, si è prodotto un Piano di Gestione senza alcun travaglio o ultimatum, facendo ricorso alle sole risorse locali.
L’ennesima dimostrazione dello scollamento completo tra le istituzioni locali e la cittadinanza. In questi anni di gestione Iervolino, su questa e tante altre situazioni, abbiamo spesso richiamato l’attenzione incontrando però mortificanti silenzi. La nostra assenza è ora più che giustificata, inevitabile, dati i ritardi del Comune sulla questione. Speriamo solo che la montagna non partorisca il topolino.

Angelo Forgione
Movimento V.A.N.T.O.
(Valorizzazione Autentica Napoletanità a Tutela dell’Orgoglio)
Responsabile per la città di Napoli del Parlamento del Sud

Opinioni spaccate per il videoclip “Ma perchè sei tifoso della Juve se sei di Napoli?”

Opinioni spaccate per il videoclip “Ma perchè sei tifoso della Juve se sei di Napoli?”

Il video “Ma perchè sei tifoso della Juve se sei di Napoli” ha spaccato l’opinione come mai accaduto per le mie realizzazioni calcistiche che pure hanno sempre contenuto input che vanno oltre la mera questione sportiva. L’utilizzo di una tematica storica cruenta ha creato due fronti, quello del “mi piace tanto” e quello del “non condivido”.
Diciamolo subito, il video è tra i più visti in Italia su Youtube e l’1 Gennaio è stato addirittura il più visto in assoluto. Dopo tre giorni di pubblicazione ha superato le 100.000 visite e i commenti sono dei più vari.
Molti gli insulti in privato da parte di juventini, soprattutto del sud, e questo significa che il video rappresenta una “minaccia”. Di contro c’è un fiume di persone che mi ringraziano per aver diffuso con questo prodotto una verità poco conosciuta. Starà a chi è curioso scavare e conoscere.
Il video non incita ad alcuna violenza ma fa cultura, e solo i meno pronti non l’hanno compreso. Nel coro dei “no” si leva la domanda “ma che c’entra l’eccidio piemontese delle popolazioni meridionali col calcio?”. C’entra, perchè il calcio è fenomeno di costume del nostro paese, e il costume è un aspetto della società, e la società è figlia della storia.
È vero che il calcio è un divertimento, e molta gente vuole limitarsi a seguirlo per donarsi distrazione, ma è anche vero che è termometro dell’appartenenza delle varie comunità. Questo discorso è spesso estremizzato, e allora li nasce l’odio e la violenza negli stadi da cui prendo le distanze (il calcio è un bellissimo gioco), ma è anche innegabile che un sentimento radicato verso una determinata squadra non si limita solo ad una scelta di cuore che può scoccare da bambini perchè non prescinde dalla conoscenza della storia stessa del club prescelto e di tutto ciò che gli gravita attorno, processo di radicazione che si completa crescendo.
Nessuno vuole imporre delle scelte, ognuno è libero di tifare chi vuole, di scegliere a chi indirizzare i propri favori. Le scelte possono essere giuste o sbagliate ma non tocca a nessuno sindacarle se non a sè stessi. Il video offre degli spunti di riflessione che molti credono inappropriati ma che invece sono molto attinenti perchè riguardano un aspetto cruciale della vita della nazione che è si lontano 150 anni (di fatto pochi se consideriamo la giovane vita della nostra nazione e il fatto che allora c’erano i nostri bisnonni, non certo i nostri antenati prediluviani) ma che è ancora così attuale per le condizioni di disparità tuttora persistenti tra il nord e il sud del paese.
Qualcuno si è mai chiesto perchè Juve, Milan e Inter sono le società più blasonate? O perchè al nord sono finiti 98 scudetti e al sud solo 8, Roma compresa? Semplice, perchè il calcio, in quanto fenomeno di costume, rispecchia la realtà del paese, e la realtà del paese dice che c’è una profonda disparità economica tra nord e sud che prima del 1860 non c’era affatto. Chiediamoci allora se mai si sarebbe creata una simile disparità di risultati senza la differenza di sviluppo delle due aree del paese. Diciamolo chiaramente: no! Così come esiste una questione meridionale generata dai metodi con cui si è unito il paese, così esiste una questione meridionale nel calcio. E i bambini, si sa, sviluppano in loro il (falso) mito della squadra vincente. Le vittorie per le squadre del nord si sono ripetute e moltiplicate, e i più piccoli hanno finito per andare a traino, salire sul “carro dei vincitori”. Poi si cresce e ci si ritrova a metabolizzare, senza quindi ribellarsi, persino le offese che dai tifosi delle squadre per cui si tifa giungono ai napoletani e ai meridionali. Se non è questione sociale questa?!
Il video, come detto, offre degli spunti a quelli che ormai bambini non sono più e che possono “scavare” e riflettere, se non hanno la voglia. Innanzitutto la figura di Massimo Troisi, che è solo la punta dell’iceberg del tifo napoletano “vip”. Cerchiamo un Napoletano famoso per la sua Napoletanità che non tifi Napoli. Non c’è! Trosi, Sofia Loren, Massimo Ranieri, Pino Daniele, Tullio De Piscopo, Eduardo De Crescenzo, solo per citarne qualcuno. Non c’è nessuno dei “Very Important Neapolitans” che non parteggi per la squadra della propria città.
La questione “eccidio piemontese“, come già detto, è l’origine di una colonizzazione del meridione e di un’Italia giustamente unita ma in maniera sbagliata e con risultati catastrofici per il sud.
Sarà pure risultato un pugno nello stomaco dei più “delicati”, ma la volontà era precisa e me ne sono assunta tutta la responsabilità. Volevo arrivare a raccontare la verità, una delle tante verità sotterrate che riguardano la terra “Napolitana”. Potevo completare il video a consegnare la patata bollente alla band “L’Altroparlante” che l’ha condiviso appieno prima di editarlo, e invece l’ho firmato mettendoci la faccia. Con la presunzione che tutto questo possa rappresentare una piccola scintilla di cambiamento di mentalità da parte di una comunità Napoletana, e meridionale in generale, che è indotta per questioni sociali già elencate a fare delle scelte di cui non si rende conto, e di non metterle poi mai in discussione neanche in età in cui può farlo. E mi piace pensare, chissà, che qualche nuovo tifoso Napoletano si possa recuperare alla causa col tempo.
Infine, cosa c’entra Quagliarella con gli spunti di riflessione offerti? Nulla, proprio nulla. Difatti il video è diviso in tre tronconi: 1) Napoletanità 2) questione Quagliarella 3)invasione piemontese del sud.
L’aver trattato il tema Quagliarella è stata una precisa richiesta della band dal momento che il brano esisteva già e questa era una versione remix da lanciare proprio nell’imminenza di Napoli-Juventus, partita che dovrebbe segnare il ritorno dell’ex attaccante azzurro al San Paolo dopo il passaggio alla Juventus. È infatti previsto un video della versione originale priva dei riferimenti alle frasi di Quagliarella.

Circa l’attaccante juventino, va chiarito che nel video non è trattato come un traditore perchè ne io ne l’Altroparlante lo consideriamo tale e non ci saremmo mai sognati di far passare un messaggio culturale e storico associandolo ad un’opera di accanimento mediatico verso una persona che è un professionista. Non è il suo passaggio alla Juve nelle modalità che conosciamo che può etichettarlo traditore senza appello. A lui vengono imputate delle frasi inopportune, quelle evidenziate nella clip, che voleva evidentemente rivolgere alla dirigenza azzurra ma che, inevitabilmente, hanno offeso i tifosi azzurri ai quali non era stata data neanche una spiegazione o un saluto. La mancanza di rispetto verso la gente è la sua colpa, non altra. E per uno che comunica Napoletanità e Orgoglio, questo spunto, pur nella sua leggerezza, non può essere tralasciato.
Ringrazio per i tantissimi apprezzamenti che ricevo per l’operazione, moltissimi dei quali contenenti ringraziamento per aver convogliato l’attenzione calcistica verso una tematica che sembra distante nel tempo ma che invece non solo è attualissima ma è anche da portare alla luce. Un grazie anche a coloro i quali si sono chiesti “ma stavolta Forgione che ha fatto?”. L’aver creato dibattito è una cosa che, comunque, mi appaga. Ed è per questo che non sono necessarie giustificazioni.
Concludo infine ricordando a chi dice che i meridionalisti sono dei vittimisti, sempre pronti a piangere e accusare il nord, invece di guardarsi in casa. Chi fa un ragionamento del genere non sa che Forgione, oltre a fare i video sul Napoli, con V.A.N.T.O., è un attivista in città, per il cui decoro si batte anche con risultati attaccando l’amministrazione locale e i cittadini che non rispettano la città nella vita di tutti i giorni. Altro che vittimismo! Qui si fa attivismo all’interno e lotta identitaria all’esterno.

La verde collina del Vomero dichiarata “Monumento Nazionale”

La collina del Vomero è “Monumento Nazionale”

di Angelo Forgione
vai all’articolo su napoli.com

Mentre il Comune di Napoli si affanna nella lotta contro il tempo per la consegna del Piano di Gestione all’Unesco, giunge una piacevolissima notizia per la città: l’antica “Vigna dei monaci di San Martino”, ovvero la verde collina nel cuore della città che si affaccia sul golfo ai piedi della trecentesca Certosa e del Castel Sant’Elmo, è stata dichiarata Monumento Nazionale.
 Lo ha stabilito il decreto n. 851 del Ministero per i Beni Culturali, emesso a seguito della proposta della Soprintendenza ai Beni architettonici e paesaggistici di Napoli e provincia.

Da sempre emblema della città, sempre presente nelle immagini e nei disegni storici di Napoli come ad esempio la celebre “tavola Strozzi”, la “Vigna San Martino” è ancora oggi un territorio agricolo urbano di più di 7 ettari. È stato quindi dichiarato “Bene di interesse storico artistico” entrando a far parte del patrimonio culturale italiano al pari di un qualsiasi monumento di fattura umana. È l’ennesima dimostrazione della 
bellezza di Napoli in quanto non solo città d’arte ma anche e soprattutto come città dall’incomparabile bellezza geologica donata dalla natura. La collina del Vomero, una corona della città, si unisce alla bellezza del Vesuvio adagiato sul mare della splendida baia di Napoli che accoglie le isole a largo e degrada fino ai magnifici Campi Flegrei.

La storica vigna fu realizzata insieme alla Certosa nel 1325 dal duca di Calabria Carlo d’Angiò e al momento dell’Unità d’Italia, divenendo la stessa Certosa un Museo, venne a decadere la salvaguardia dello spazio agricolo, separando di fatto le due entità.

Il decreto ha una valenza eccezionale per il fatto che non riguarda la tutela di un bene in pericolo come accade di solito, seppure il verde della collina vomerese sia stato aggredito nei secoli dall’urbanizzazione selvaggia. Nel 1967, la Vigna fu vincolata come “Bene di interesse paesaggistico” per evitare che fosse completamente divorata dalla lottizzazione ediliza prevista del Piano Regolatore del 1939.
 Oggi conserva ancora sentieri, terrazzamenti e edifici agricoli costruiti dai monaci certosini nel corso di sei secoli ed è ora necessario che questo nuovo “monumento nazionale” sia reso visitabile e percorribile con maggiore facilità, inserendolo negli itinerari turistici. La palla passa dunque all’amministrazione comunale nella valorizzazione di uno spazio monumentale unico che comprende castello, certosa e vigna.


Il Piano di Gestione UNESCO… finalmente!!!

Il Piano di Gestione UNESCO… finalmente!!!

FINALMENTE! Almeno per il momento mi limito a sospirare.
Da stamattina il Comune di Napoli pubblica sul sito ufficiale la bozza di sintesi del Piano di Gestione da presentare in forma definitiva all’UNESCO entro Febbraio 2011 onde evitare l’esclusione dalla “World heritage List, la lista dei siti patrimoni dell’Umanità.

vai al sito del Comune di Napoli

Da oggi prendono di fatto il via  le consultazioni pubbliche per la redazione conclusiva del Piano di Gestione del preziosissimo Centro Storico di Napoli. Il Comune di Napoli, che è unico soggetto indicato dall’UNESCO per la stesura dell’importante documento, intende coinvolgere la società civile invitandola a leggere la bozza provvisoria e a proporre suggerimenti.
Mi rallegro per questa notizia ufficiale e per la pubblicazione dei quattro incontri con la cittadinanza consultabili sul sito del Comune.
Ricordo infatti di aver seguito la questione e denunciato il lungo silenzio del Comune al cospetto dell’UNESCO che da anni richiede il fondamentale documento programmatico.
Il Movimento V.A.N.T.O., insieme al Comitato Civico di Portosalvo, è stato tra i più attive nel sollecitare l’ente comunale a provvedere a quanto dovuto, anche con un sit-in a Palazzo San Giacomo lo scorso 24 Settembre, a cui il sottoscritto fece seguire la redazione di una pagina wikipedia sull’argomento con tanto di foto della targa UNESCO scattata in Piazza del Gesù.

vai alla pagina wikipedia del centro storico di Napoli

In extremis, dunque, sembra che si possa scongiurare un ulteriore schiaffo alla città. Tuttavia mi riservo di leggere attentamente la bozza pubblicata del Piano di Gestione e di esprimerne giudizio e valutazione, nonchè eventuali suggerimenti qualora ne dovessero sorgere.

È bene precisare che il Piano di Gestione è necessario per “mettere a sistema” tutti i servizi utili a migliorare l”organizzazione dell’area Unesco del centro storico di Napoli nel quale è racchiuso l’intero patrimonio monumentale della città dichiarato “Patrimonio dell’Umanità” nel lontano 1995 con motivazioni lusinghiere che confermano l’importanza primaria della città nella costruzione storica e sociale d’Europa.
Pertanto non saranno risparmiate critiche se necessarie e ci confronteremo con le altre associazioni perchè, sia ben chiaro, non basta scrivere un documento ma è fondamentale farlo con dovizia di intenti e misure opportune da attuare per arrestare il degrado del bellissimo quanto “decadente” centro storico che tutto il mondo ci invidia
.

Angelo Forgione
Movimento V.A.N.T.O.
(Valorizzazione Autentica Napoletanità a Tutela dell’Orgoglio)
Responsabile per la città di Napoli del Parlamento del Sud

vai all’articolo su napoli.com

Il panettone? Meglio se Napoletano!

Il panettone? Meglio se Napoletano!

L’industria del nord trae profitto dal mercato meridionale. E questo sarebbe il sud palla al piede?
Nell’articolo scritto per napoli.com è illustrata la dinamica perversa che impone prodotti industriali di minore qualità (anche se di minor prezzo) a tutto vantaggio del settentrione “opulento”.
Ma Napoli resiste con le sue peculiarità secolari capaci di ottimizzare anche ciò che non è propriamente partenopeo, e non è un caso che i prodotti per l’esportazione vengano marchiati “Napoli” (con tanto di N napoleonica che tanto ricorda il logo del calcio Napoli), città tanto bistrattata quanto buona per remunerative “operazioni commerciali”.

Quest’anno, a Natale, comprate cassate o struffoli, ma anche Panettoni artigianali napoletani che sono decisamente i migliori. Comprate Sud!

di Angelo Forgione per napoli.com (vai al sito)

L’arte della panificazione è patrimonio campano da sempre. È per questo che, se il panettone milanese esce dalla catena industriale e diventa artigianale, il migliore è proprio quello che si produce dalle nostre parti e non al nord.
Il panettone artigianale, nelle migliori pasticcerie di Napoli e della regione, va a ruba, e sono soldi spesi davvero bene visti i tanti riconoscimenti ottenuti negli scorsi anni dalle varie giurie specializzate, Gambero Rosso compreso.
Il panettone nasce a Milano intorno alla fine del quattrocento e si diffonde al nord a partire dal Piemonte che ne crea una variante più bassa e larga. Non viene mai abbracciato dalla tradizione natalizia meridionale fin quando, con la crescita industriale settentrionale del periodo post-bellico, il nascente mercato ne “impone” il consumo anche al sud che però ha le sue pecurialità talmente precise da trasformare in meglio qualsiasi cosa possa deliziare il palato. L’artigiano pasticciere campano ha migliorato anche il panettone applicando l’esperienza della lievitazione tipica del territorio napoletano.
Non poteva essere altrimenti in una città come Napoli che ha saputo fare cultura gastronomica a volte con invenzioni, altre con intuizioni e ancora con interpretazioni, riecheggiando poi nel mondo intero con le sue leccornie. Come in ogni campo culturale, anche quello culinario ha beneficiato degli intrecci delle corti europee del settecento e ottocento che coinvolgevano anche quella napoletana. Tutte le novità passavano per l’antica capitale delle Due Sicilie che seppe filtrare il meglio e rioffrirlo al mondo con il proprio tocco magico.
Basti l’esempio del caffè che viaggiò dalla Turchia fino a Vienna e arrivò infine a Napoli attraverso la regina Maria Carolina d’Asburgo Lorena che non volle rinunciarvi nelle sua vita partenopea, e Napoli l’ha poi offerto al mondo a modo suo, nella reinterpretazione di tostatura più apprezzata.
Anche il babà non è un dolce napoletano bensì polacco, inventato alla corte di Stanislao Leszczynsky. I polacchi l’hanno dimenticato, mentre i Borbone lo trovarono buonissimo e i pasticcieri di casa nostra lo reinterpretarono facendone un pilasto della pasticceria napoletana.
E come non citare il piatto principe della nostra terra? Non c’è nessuna certezza che la prima pizza sia Napoletana, ma con i Borbone si attuò nel 700, attorno a Caserta, un’incredibile rivoluzione agricola madre della dieta mediterranea che ha poi codificato la vera pizza con il condimento del pomodoro e della mozzarella, offrendo al mondo il vero cibo globale.
È questa l’incredibile capacità di Napoli di assorbire quel che viene da fuori, rielaborarlo e farlo apparire proprio perché più buono.
E il panettone a Napoli, manco a dirlo, è diventato più buono grazie al lievito madre al posto del lievito di birra. L’impasto a base di acqua e farina viene preparato 10 giorni prima della cottura e fatto lievitare quindi per lungo tempo. Per ottenere un panettone di qualità occorrono tre lievitazioni che si aggiungono a quella iniziale, per 14 ore totali ad ogni fornata. Chi lo prepara così fa dimenticare il prodotto industriale che ingrossa le tasche degli industriali del nord.
È da questo che trae forza il settore gastronomico locale che, per vastità, qualità e bontà, ha eguali solo in Sicilia, non a caso terra gemella fino al 1860. Il brand “Napoli” funziona di più all’estero anche su prodotti come lo stesso panettone che un’importante  azienda come la Perugina esporta negli altri paesi targandolo “Napoli” (foto in basso) e non “Milano”.
Nello scenario decadente della città degli ultimi decenni, il settore gastronomico è forse la forza propulsiva a cui si aggrappa una certa economia locale “minore” poggiata su chi sa fare bene il proprio lavoro contrapposto a chi invece cerca solo reddito e profitto senza esigenza di eccellere. Un problema mai affrontato dalle politiche nazionali che invece potrebbero aprire scenari importanti per il meridione se solo ci fosse maggiore equilibrio tra la distribuzione industriale e quella artigianale. Pensiamo per esempio alla mozzarella che nei banconi dei supermercati del sud esiste di ogni marca e colore (nel vero senso della parola) mentre in quelli del nord è raro poter avere il privilegio di trovare quella di bufala campana. Tutto ciò sottolinea una certa imposizione del mercato a favore del nord che spesso lamenta il parassitismo del sud quando invece trae profitto dall’esportazione industriale nel meridione. Uno studio di economisti per conto di Unicredit banca spiega come Campania, Puglia, Calabria e Basilicata abbiano una forte propensione all’importazione di beni da altre aree del Paese.
Un trend che potrebbe essere parzialmente arginato col consumo, natalizio e non, di dolci artigianali della nostra tradizione, evitando prodotti industriali di usanze imposte. Ma se proprio al panettone non si vuol rinunciare, che lo si comperi in qualche buona pasticceria delle nostre dove è anche decisamente più buono. Garantito!


 

Saviano e la “malaunità” che uccide Napoli e il sud

Saviano e la “malaunità” che uccide Napoli e il sud

Rifiuti e crollo dei monumenti stanno decretando la fine di Napoli, a due mesi dall’ultimatum dell’Unesco che, in assenza di un piano di gestione del centro storico, potrebbe cancellare la città dalla lista dei siti patrimonio dell’umanità.

Roberto Saviano è stato l’indiscusso protagonista del programma RAI “Vieni via con me” dal quale a diffuso messaggi alla nazione su un’Italia sbagliata, nata male e cresciuta peggio. Un’unità mai reale perchè realizzata con presupposti e metodi sbagliati che hanno previsto la sottomissione del meridione e la cancellazione della potenza economica e culturale di quella che era l’unica vera Capitale non solo d’Italia ma, insieme a Parigi e Londra, anche d’Europa.

Nei suoi monologhi, Saviano ha espresso cose esplicite ed altre da interpretare tra le righe. Nel nuovo videoclip della serie “Ammazziamo Pulcinella”, è decodificato per intero il suo messaggio filo-meridionalista rivolto da una parte all’Italia intera che spesso spara a zero su Napoli e il sud, e dall’altra agli stessi Napoletani ormai assuefatti, devitalizzati e privati della propria identità.