La speranza cinese di Tavecchio e la sacralità del San Carlo

Tratto da Club Napoli All News del 4 gennaio, due chiacchiere con Francesco Molaro e Vincenzo Balzano sulle parole di Tavecchio, la polemica su Maradona-Siani al teatro di San Carlo e la partita dell’anno Napoli-Real, senza dimenticare un ricordo di Pino Daniele.

Tavecchio: «Con il rispetto per Roma e Napoli, bisogna contrapporre Milano a Torino»

Il numero uno della Figc, Carlo Tavecchiointervistato da Giovanni Capuano per Radio 24 (Milano), alla domanda «quanto può resistere il calcio italiano, in un momento di stasi, senza le due milanesi ad alto livello?» ha risposto così:

«Il calcio italiano non è in fase di declino ma abbiamo la carenza da recuperare di Milano, che è non soltanto la città ma anche la Lombardia. Milano, con la sua storia, non può essere assente da un palcoscenico dove, con tutto il rispetto di Roma e Napoli, Torino ha una superiorità dal punto di vista dell’organizzazione e della cultura della vittoria.
Una Juve forte è importante a livello internazionale, ma vedremo presto se quello che sta avvenendo a Milano produrrà quello che deve produrre».

“Quello che deve produrre”. Insomma, per il garante di tutto il calcio italiano, lombardo di Ponte Lambro, solo Inter e Milan possono fare quello che non può riuscire a Roma e Napoli, le grandi del calcio “meridionale”, ovvero contrastare il dominio juventino. La competizione, insomma, dev’essere Torino-Milano, non Nord-Sud (Sud-Sud è eventualità impossibile). Tavecchio indica tra le righe dov’è la vittoria, e tutto sembra normale.
La storia di cui parla il presidente federale è quella di chi ha costruito i propri successi sulla forza del Triangolo industriale, orfano dal dopoguerra di Genova (prima vincente col Genoa), ma sempre vivo nei trionfi dell’asse Torino-Milano. La cultura della vittoria di quelle squadre è nata sullo squilibrio territoriale, da cui anche quello calcistico, tra il Nord e il Sud.
Le parole di Tavecchio confermano, ancora una volta, la mentalità settentrionale che non prevede sviluppo meridionale, in nessun campo, neanche in quello calcistico. È evidentemente ancora vivo il retaggio della FIGC anteguerra, quella che non consentì al movimento meridionale di crescere e che discriminò le squadre del Sud fino all’intervento coatto del regime fascista.
Tavecchio dovrebbe chiedersi perché, secondo un freschissimo studio di Ipsos e StageUp, il Napoli è la squadra italiana che negli ultimi 5 anni ha guadagnato più tifosi, con un incremento del 61%. E dovrebbe ringraziare almeno il club azzurro, di proprietà italiana, che è diventato un modello di gestione sportiva, che va in Europa da sette anni ininterrotti a fare anche belle figure pur rappresentando il territorio più povero del Continente (il Sud-Italia) e che è al posto 16 del ranking UEFA per club, mentre il Milan è al 41 e l’Inter al 43. Lo scorso anno, il Napoli ha chiuso il campionato a 82 punti, proprio record, quanti ne fecero l’Inter e il Milan che vinsero lo scudetto nel 2010 e 2011, prima dell’esplosione delle aspirazioni di Andrea Agnelli, e se non ha primeggiato è solo perché ha trovato l’assatanata Juventus dei record.  Con Milan e Inter al posto di Napoli e Roma, negli ultimi anni, la Serie A in Champions avrebbe fatto qualche figuraccia in più. Se quelle squadre dovessero riuscire a scalzare Napoli e Roma in futuro, sarà perché i cinesi avranno speso bene i loro soldi, non per chissà quale diritto storico acquisito. I Berlusconi e i Moratti, la recente classe imprenditoriale meneghina, ovvero la storia che ha fatto grandi le squadre milanesi, non era più all’altezza.
Era relatimente noto che Tavecchio fosse tifoso dell’Inter. A questo punto è evidente per chi parteggi la FIGC. Una città, anzi due. Dal 1898, non è cambiato granché.

Dov’è la Vittoria a Radio Goal

A Radio Goal (Radio Kiss Kiss Napoli) due chiacchiere con Lucio Pengue su Dov’è la Vittoria (Magenes).

Mappa del tifo 2016, cresce solo il Napoli

tifo_2016Angelo Forgione Cresce la tifoseria del Napoli, l’unica a farlo tra le 5 big del Calcio italiano. A segnalarlo è l’annuale sondaggio di Demos&Pi, appena sfornato e condotto da Demetra (mixed mode CATI-CAMI) nel periodo tra il 12 e il 15 settembre 2016. Non si tratta di graduatoria di solo carattere sociologico ma anche di rilevamento con incidenza sul campionato italiano, visto che il 25 per cento dei diritti televisivi della Serie A è frazionato in base alla classifica delle tifoserie per quantità (fino a un massimo del 6,25%) sulla base di un privato sondaggio commissionato della Lega. Più sostenitori hanno i club, più soldi portano a casa.
La Juventus, con insignificante flessione, resta regolarmente la squadra più seguita con circa un terzo degli appassionati italiani (34%). A sensibile distanza, la seguono l’Inter (in calo) e il Milan, appaiate al 14%. Le due squadre milanesi risultano avvicinate e quasi raggiunte dal Napoli (13%). Dietro le quattro grandi tifoserie, solo la Roma, col 7%, presenta una base significativa sul piano statistico. Tutte le altre, Lazio e Fiorentina per prime, godono di cerchie di sostenitori in ambito locale, intorno alla città e dentro ai confini della regione dove ha sede il club.
La Juventus, dunque, si conferma il principale club “nazionale”. Primo, per quota di tifosi nel Nord-Ovest e ancor più nel Nord-Est e nel Centro-Nord; mentre nel Centro-Sud è largamente superata dalla Roma, e nel Mezzogiorno è avvicinata dal Napoli.
L’ampiezza territoriale del tifo bianconero riflette la sua storia di successi, perché il tifo costituisce un meccanismo di riconoscimento e di affermazione sociale. La Juve, in particolare, continua ad essere la squadra di coloro che abitano in provincia, trasportati, spesso, dalle migrazioni interne del passato. Ma è anche la squadra più detestata, in particolare da napoletani, romanisti e interisti. L’ostilità dei tifosi partenopei verso i bianconeri non è mai stata così elevata.
Il calcio resta lo sport più seguito nel nostro Paese, perché più di tutti riflette l’attaccamento ai campanili e genera appartenenze conflittuali
, ma la flessione della passione continua da anni, con 20 punti in meno rispetto al 2009. Per una ragione, su tutte: la credibilità minata. Il campionato è ritenuto sempre più condizionato dalle scommesse, dalla corruzione e dalla criminalità organizzata. Solo 2 tifosi su 10 pensano che sia più credibile e pulito rispetto a 10 anni fa. Mentre la fiducia nella Lega e nel presidente della Federcalcio Tavecchio è circoscritta a una minoranza dei tifosi. Non superiore a un terzo. Così non sorprende che 9 tifosi su 10 chiedano il ricorso alle tecnologie in campo per sfiducia nel sistema. Secondo la maggioranza dei tifosi, dopo Calciopoli la situazione è persino peggiorata.

Il campione nazionale intervistato è rappresentativo della popolazione italiana dai 15 anni in su, per genere, età, titolo di studio e zona geopoliica di residenza. I dati sono stati ponderati in base al titolo di studio (con margine di errore 2,7%)

Lacrime di gioia per Pisacane, un napoletano che ce l’ha fatta!

pisacane_cagliariAngelo Forgione 18 settembre 2016, data da ricordare per chi ama lo sport pulito, proprio nella domenica in cui il calendario di Serie A ha proposto Inter-Juventus, ri-edizione in campo dell’aspro conflitto di Calciopoli, a dieci anni di distanza dal grande scandalo del Calcio italiano. Non l’ultimo, perché a seguire, nel 2011, ne è spuntato un altro, quello di Scommessopoli, battezzato “Last Bet” nell’inchiesta della Procura di Cremona aperta dalla denuncia alla Procura Federale di Fabio Pisacane, napoletanissimo dei quartieri spagnoli, difensore venticinquenne in forza al Lumezzane che rifiuta l’offerta clandestina di 50.000 euro da parte del direttore sportivo del Ravenna, Giorgio Buffone, lui che in Lega Pro ne guadagna poco più in una stagione intera. Fabio, detto “Faffolino”, sogna la Serie A. Ha pure superato un bruttissimo dramma personale: una mattina, all’alba della carriera, si sveglia completamente paralizzato. Il sistema nervoso in avaria, il coma e poi la sentenza: sindrome di Guillain-Barré. Tre mesi in ospedale. Un incubo, fortunatamente a lieto fine. Strada tutta in salita per riprendersi la salute, e poi per scalare le categorie minori del professionismo con in testa l’obiettivo di arrivare alla massima.
Il gesto esemplare di Fabio viene pure stranamente eclissato dalla stampa, che manda sulle prime pagine il solo Simone Farina, difensore romano del Gubbio, encomiabile anch’egli per la denuncia di una tentata combine che segue quella del napoletano. “Faffolino” se ne sta in silenzio ma pochissimi tra gli attenti, tra cui chi scrive, incalzano perché gli siano restituiti i giusti meriti. Il tempo è galantuomo, cosicché inizia pian piano a farsi luce sull’esempio del ragazzo dei quartieri spagnoli. Va a finire che addirittura la FIFA, nell’aprile 2012, nomina entrambi i calciatori ambasciatori del Calcio pulito nel mondo, con un conferimento ufficiale a Roma. Fabio, intanto, è salito di categoria, promosso in Serie B con la Ternana. Poi all’Avellino, ancora in “cadetteria”, prima di passare al Cagliari con mister Massimo Rastelli, torrese, e disputare un campionato da protagonista nella stagione della promozione. La conferma nella rinforzata rosa del Cagliari 2016/17 gli schiude il sogno dell’esordio in Serie A, cullato nelle prime tre partite. Lo incontro in un giorno di fine agosto nel cuore dei quartieri spagnoli, reduce dal bel pareggio della sua squadra contro la Roma al Sant’Elia, e mi mostra la nuova attività commerciale che sta per inaugurare col padre: prodotti tipici sardi, umbri e irpini in vendita lì dove è partito per la sua scalata. Gli dico «Forza Cagliari», che è per dirgli che tifo per lui.
E oggi, a trent’anni, contro l’Atalanta, Fabio ha coronato il suo sogno, undici dopo il suo esordio da professionista. 80 minuti da titolate, contro un cliente scomodo di nome Alejandro Gomez. I due si scontrano al 35′ alle soglie dell’aria di rigore cagliaritana, con i sardi sul punteggio di 1-0, quando l’atalantino, tra i più vivaci dei suoi, viene sgambettato da “Faffolino” e messo a terra. Fuori area, e però l’arbitro Fabbri fischia un rigore che può rovinare la giornata. Paloschi lo fallisce, e giustizia è fatta. Finisce 3-0, con doppietta di Marco Borriello, altro napoletano giunto in estate a rinforzare i rossoblu.
Fabio abbraccia Rastelli al triplice fischio. Nel dopo gara, va in mixed-zone e non trattiene l’emozione al microfono di Vittorio Sanna (Videolina): «(…) Stava succedendo l’impossibile ma non poteva finire così. Oggi il destino mi ha dato una grossa mano. Da quattro mesi pensavo notte e giorno a questo momento e a tutte le difficoltà che ho attraversato. Però non ho mai mollato un secondo». La voce si rompe. «Non ce la faccio».

Qualche minuto per drenare le lacrime di gioia e “Faffolino” torna ai microfoni. «Nell’ultima settimana ho cercato di non pensare, ma durante la notte la testa mi portava indietro nel tempo di 10, 11 anni. Scene particolari. Un carico di emozioni che per fortuna sono riuscito a gestire. Era una partita che sognavo da tempo, ho mangiato tanta polvere, ma ce l’ho fatta. Adesso l’importante è mantenere i piedi per terra anche a trent’anni e continuare a lavorare come ho fatto fino ad oggi. Se poi aggiungiamo che abbiamo vinto, non potevo chiedere veramente di più. Ringrazio tutti, a partire dai miei genitori, fino a mia moglie che mi sopporta tutti i giorni e mio figlio che mi dà una grandissima forza. E non dimentico Massimo Rastelli, un grande uomo, uno di quelli che mantengono le promesse».
Poi Fabio torna a casa, tra i suoi affetti, e descrive la gioia sui social network: W la vita!“, scrive in chiusura. Marco Borriello commenta su Instagram: “Complimenti, Fabio!!! Un altro figlio di Napoli che conquista la Serie A. Sei una bella persona ed un professionista esemplare… goditela tutta”.
Forse
la notizia dell’esordio in Serie A di un ambasciatore FIFA del Calcio pulito meriterebbe maggiore evidenza. Anzi, levo il forse, perché la carica va rispettata. Ad ogni modo, raccontare la storia di un ragazzo che ce l’ha fatta sarebbe certamente un messaggio importante per i più giovani.
Qualcuno disse di meritar fiducia perché altoatesino e non napoletano; e finì squalificato per doping. Qualcun altro, silenziosamente, insegna i valori della vita da napoletano fiero. Grazie e complimenti sinceri, Fabio, volto pulito di Napoli e del Calcio. Sai che sono sinceramente felice per te.

De Laurentiis, fortuna o danno per il Napoli?

Napoli costantemente competitivo, una delle pochissime società solide e sane del Calcio italiano, pur trattandosi di un club del Sud. Eppure il suo presidente divide come non mai l’opinione, così come tutti quelli che esprimono pubblicamente il loro parere sulla sua gestione. Altro problema è il personaggio, che fa ben poco per essere popolare e benvoluto.
Ne abbiamo parlato a Fuori Gara, su Radio Punto Zero, con Michele Sibilla e Fabio Tarantino.

Napoli, Palermo e quell’inglese che le fece giocare contro all’ora del thé

liptonpalermo_napoliAngelo Forgione È la partita che mette di fronte le due città più grandi del Sud-Italia. Napoli contro Palermo è il manifesto del Calcio meridionale da sempre, il match che nel primissimo Novecento metteva di fronte i club più forti tra quelli non invitati al divertimento del Football del Nord, quello della “Prima categoria nazionale”, che di nazionale aveva davvero poco. La FIGC vietava alle squadre dell’Italia dimenticata di giocare con quelle dell’Italia del nuovo slancio. Le proteste non mancarono e la più accorata fu quella dei messinesi, i quali chiesero di partecipare perché il Calcio avrebbe giovato alla ripresa della città piegata dal terremoto del 1908. La “preghiera” di aiuto fu completamente ignorata. Come ho raccontato in Dov’è la Vittoria (Magenes), ci volle un magnate inglese per far “divertire” i ghettizzati. L’uomo del thé creò una competizione tra squadre di Campania e Sicilia. Così nacque il derby delle Due Sicilie.

[…] A inizio Novecento, Torino aveva delineato con Genova e Milano il cosiddetto “triangolo industriale”, dove si erano iniziate a concentrare l’offerta di lavoro e la conseguente immigrazione dalle altre zone del Paese. Proprio nella Torino dei Savoia era nata, nel 1898, la Federazione Italiana Football, antesignana della Federazione Italiana Giuoco Calcio, organizzazione di sovrintendenza per il neonato Campionato Nazionale, poggiato su un fondamento significativo: era esclusivamente settentrionale, a espressione industriale. Furono infatti invitate a disputarlo le quattro squadre di Torino e Genova. Molto presto si aggiunsero alla competizione altre squadre liguri, piemontesi e lombarde, tra cui la Juventus e il Milan. Il Calcio del “triangolo industriale” aprì poi al Nord-est e nel 1910 la Federazione, che un anno prima aveva assunto la denominazione definitiva (FIGC), accolse il Veneto e l’Emilia Romagna nel campionato “industriale” di Piemonte, Liguria e Lombardia, detto italiano. Solo squadre del Nord progressista, dunque, nonostante l’interessamento al Calcio di nuovi sodalizi di diverse latitudini. […]

[…] Relegato ai margini del progresso, il Sud non poté comunque sviluppare un movimento calcistico da allineare a quello del Nord, il quale neanche sentì l’esigenza di gareggiare con l’altra parte del territorio e di farlo crescere. I calciatori residenti tra Genova, Torino e Milano non ebbero alcuna intenzione di prendere un treno per recarsi a giocare a Napoli, Messina o Palermo. Campania e Sicilia si misuravano in competizioni declassate dalla Federazione e nella Lipton Challenge Cup, un torneo organizzato dal magnate britannico del tè Thomas Johnstone Lipton, nominato commendatore del Regno d’Italia da Casa Savoia per i suoi meriti nell’import-export sull’asse Londra-Torino. Nelle sue ricche rotte commerciali con l’Oriente attraverso Suez, individuò nelle due regioni le compagini di maggior livello tecnico meridionale e le mise in competizione. […]

La Lipton Challenge Cup, per sette edizioni dal 1909 al 1915, mise di fronte le vincenti delle eliminatorie campane e siciliane. Fu vinta per 5 volte dal Palermo, sempre in finale, e 2 dal Naples, la squadra che nel 1922 si fuse con l’Internazionale Napoli (due volte finalista del trofeo del thé) per dare vita all’Internaples, ovvero il Napoli di oggi.

50 anni dopo, la maglia sbarrata che inaugurò la nuova SSC Napoli

kappa_napoli_sbarrata.jpgAngelo Forgione La seconda maglia del Napoli 2016/17, inaugurata con la cinquina d’agosto al Monaco, ci riporta alla divisa della stagione 1964/65, la prima con la denominazione Società Sportiva Calcio Napoli S.p.A., seguita alla precedente Associazione Calcio Napoli, già trasformazione dell’Internaples Foot-Ball Club 1922. Il cambio avvenne il 25 giugno del 1964, per arginare i grandi problemi economici del club. Achille Lauro non versò una lira per il capitale sociale ma ottenne il quaranta per cento delle azioni per i crediti vantati. Fu eletto presidente Roberto Fiore, dopo una serie di scontri e tentativi di ricreare addirittura un “nuovo” Napoli, il Napoli Football Club, per iniziativa di Giovanni Proto, consigliere comunale monarchico, ma il compagno di partito Lauro non lo seguì. Il dissidente, talmente adirato da strappare la tessera dell’Unione Monarchica e da dichiararsi indipendente in consiglio comunale, si associò con Carlo Del Gaudio e spostò gli interessi sul CRAL Cirio in Serie D, cambiandogli il nome in Internapoli.
napoli_2016_17La nuova SSC Napoli di Fiore (e Lauro) disputò il campionato 1964/65 di Serie B. La tradizionale maglia azzurra dell’AC Napoli fu messa in naftalina per privilegiare una scaramantica maglia sbarrata, ricalcata da quella del Bologna, che l’anno prima si era laureato campione d’Italia con una sbarra rossoblù. La maglia accompagnò la squadra, allenata da Bruno Pesaola, al secondo posto in cadetteria a suon di vittorie e alla promozione in A. L’anno seguente, il presidente Fiore mantenne la scaramantica bianca sbarrata, indossata dai nuovi acquisti Altafini e Sivori. Il neopromosso Napoli (in foto) chiuse la stagione 1965/66 al terzo posto, alle spalle di Inter e Bologna, e vinse il suo primo trofeo internazionale, la Coppa delle Alpi.
napoli_1965_66La maglia sbarrata cedette il posto alla tradizionale azzurra nella stagione 1966/67, restando però seconda divisa. La scaramanzia si esaurì nella stagione 1967/68, quando venne introdotta una seconda maglia rossa, in ricordo di quella indossata nella finale di Coppa Italia del 1962 disputata e vinta contro la Spal. La squadra partenopea aveva approntato una inconsueta maglia di colore rosso per non confondersi con la casacca bianco-azzurra dei ferraresi.
Una sartoria milanese ha realizzato nell’agosto 2015 una splendida riedizione vintage della maglia sbarrata di cinquant’anni fa, con stemma cucito recante serigrafia dei tre gigli capetingi borbonici.

Lo strano complesso del tifoso napoletano che nasce a Torino

Angelo Forgione Spuntano striscioni spinti contro Aurelio De Laurentiis in varie zone di Napoli e sale la contestazione di quella parte di tifoseria avversa al patron azzurro. La traversata in apnea di Higuain in direzione della sponda nemica, quella bianconera, ha sconquassato la piazza e dato fiato ai contestatori, in sordina tra ottobre e giugno scorsi. La verità è che si tratta di sindrome di Toto Cutugno, nel senso che i tifosi napoletani, come tutti i tifosi delle squadre al vertice, vogliono vincere e parte di questi non sopportano di vedersi precedere dalla Juventus. È un’ossessione bianconera, reale quanto insensata. A certa parte di tifosi azzurri, il Napoli costantemente al vertice non basta. Non basta che sia la squadra che abbia vinto di più (tre coppe nazionali) dopo la schiacciante Juventus dell’ultimo lustro, alla quale ha tolto due trofei sul campo e sotto al naso. Non basta che, dopo la Juventus, sia il Napoli la squadra che abbia fatto più punti di tutte nelle ultime cinque stagioni. Non bastano i secondi posti, la tre qualificazioni dirette alla Champions League, il record italiano in fieri di partecipazioni alle competizione europee (7), la finale UEFA scippata dagli arbitri, il prestigioso ranking UEFA (pos. 17) secondo in Italia solo alla Juve, i conti in ordine di una società che è tra le prime 30 nel mondo per solidità finanziaria. Insomma, il vero problema del Napoli non è De Laurentiis ma la Juventus. Oggi gli azzurri rappresentano l’alternativa più autorevole ai bianconeri perchè da diverse stagioni sempre al vertice, seppur con fortune alterne. Ma, paradossalmente, questo ruolo crea tensioni e aspettative soverchie.

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Per certi tifosi napoletani, il Napoli deve vincere, ma non si comprende per chissà quale elezione divina debba farlo. «Siamo il Napoli!», dicono, come se si trattasse del Real Madrid o del Barcellona. Insomma, il tifoso napoletano sovradimensiona le potenzialità della squadra del cuore commisurandole al bacino d’utenza, il quarto d’Italia,  ma ignorando beatamente la storia. Eppure non ci vuole un matematico per contare quanti trofei importanti abbia messo il Napoli in bacheca. 10, solo 10 in novanta anni di competizione nazionale, più quattro di emarginazione meridionale. I tre più importanti (2 scudetti e 1 Coppa Uefa) strappati al potere da Sua Maestà El Diez dopo oltre sessant’anni di vita del sodalizio azzurro. 5 trofei griffati Maradona, anche se oggi vengono stranamente attribuiti a Corrado Ferlaino, che Maradona se lo ritrovò in pacco regalo dalla politica democristiana nel bel mezzo delle tensioni sociali post-sisma irpino e dovette assecondarne le aspirazioni, incassando 20 miliardi stagionali e spendendone 35 solo per gli ingaggi dei calciatori che l’argentino pretese vicino per vincere. E infatti l’ingegnere, nei precedenti diciotto anni di presidenza, aveva vinto solo una Coppa Italia. Consumato il lungo e profondo effetto sportivo e sociale prodotto da Maradona, il suo Napoli piombò nuovamente nell’anonimato, zavorrato dai debiti prodotti negli anni dei trionfi, e non solo non vinse più nulla ma finì estinto dal tribunale fallimentare dopo una lunga agonia più che decennale. Eppure oggi alcuni dicono che baratterebbero uno scudetto con gli anni dell’oblio, con un fallimento, forse perché hanno dimenticato cosa significò, o forse non l’hanno vissuto. Troppi se ne infischiano di una società che si è assestata solidamente al vertice del calcio italiano e fa pronunciare il suo nome, e quello della città, nell’Europa che conta. Eppure oggi sembra che ci si sia dimenticati degli striscioni e delle scritte disseminate sui muri della città per anni, alcune ancora leggibili, quei “Ferlaino vattene” urlati anche allo stadio, le molotov lanciate nella sua villa tra via Tasso e il corso Vittorio Emanuele, le auto incendiate nel suo giardino. Perché è così che funziona a Napoli, quando assapori la vittoria, o magari la annusi, e poi le cose non vanno nel verso sperato. Se non vinci, a Napoli, finisci nel mirino della contestazione, e che la squadra sia seconda o ultima poco cambia. Tuttavia, oggi Ferlaino è persino rivalutato da qualcuno perché il suo Napoli, quello maradoniano, ha vinto, e lui stesso va in tivù a pontificare, a dire che De Laurentiis deve rischiare, ben sapendo che lui non lo avrebbe mai fatto se non fosse stato costretto dal sicuro linciaggio all’eventualità della cessione di Maradona, e perciò, per trattenerlo a Napoli, dovette creare i presupposti per le successive tragedie sportive.
La mia posizione è netta e coerente da tempo, perché so bene cosa gira dietro le quinte del Calcio italiano, avendone studiata la storia e la struttura. Incasso spesso le ormai classiche volgari accuse che toccano a chi cerca di elevare il ragionamento sulla condizione e sulla conduzione del Napoli. Non amo certi modi di Aurelio De Laurentiis, ma è questione caratteriale che lede evidentemente la sua persona. Di errori gestionali ne commette, ma, al netto delle evidenti carenze di una conduzione di tipo familiare, è persona che ha garantito un percorso sportivo stabile e di alto livello. Inutile continuare a sperare che piova dal cielo uno sceicco e venga a prendersi una società il cui limite reale non è l’assenza di impianti propri e di un settore giovanile strutturato. Quelli, chi ha vagonate di soldi da investire, li tira su quando e come vuole, se vuole. Il vero limite – lo ribadisco ancora una volta – è territoriale; è l’assenza nel territorio napoletano, tra i più depressi d’Europa, di quelle reali opportunità che i grandi investitori cercano quando acquistano un club europeo, quelle opportunità di investimenti con regimi fiscali agevolati, ma anche opportunità certe di accredito presso la grande finanza internazionale, che da Napoli è decisamente distante. Ed è per i suoi limiti territoriali che il grande Napoli, in un calcio nato e dominato al Nord, ha vinto poco nella sua storia. Pertanto sarebbe bene disilludersi, e pure di smetterla di soffrire la forza indigena della Juventus, che è un’egemonia superiore, un potere che, nel 2000, è stato capace di portare nella propria orbita il Torino e di farlo fallire pur di prendersi l’area contesa del vecchio stadio Delle Alpi per costruirvi lo Stadium di proprietà. Non si tratta di pensare in piccolo ma di mettere a fuoco la realtà italiana e capire che gli eredi Agnelli, Andrea e il cugino John Elkann, sedati i contrasti dinastici nel 2010, dopo la morte dei due patriarchi Gianni e Umberto, hanno assunto l’uno la gestione della Juventus e l’altro quello della Fiat, con giurisdizione sportiva sulla Ferrari. Andrea ha deciso da allora che il club bianconero dovesse tornare a dominare dopo lo schiaffo di Calciopoli, annullando totalmente la concorrenza interna. Ha puntato tutto sul record consecutivo di scudetti nazionali, per spazzare via l’impresa d’epoca fascista del nonno Edoardo. Nei suoi sogni c’era e c’è anche la Champions League, e dopo averla accarezzata a Berlino prova ora a giocarsela a suon di clausole milionarie e ingaggi top, e a dare una strombazzata internazionale proprio mentre la Ferrari di Marchionne sta fallendo la sua annunciata rinascita. Ci sono in ballo le gerarchie di una famiglia sdoppiata e in evoluzione dei suoi delicati equilibri. I due giovani discendenti stanno gareggiando a chi consegue più risultati e lustro nelle loro aziende, e non c’è niente di più efficace che incassare credito dimostrando la propria leadership al mondo attraverso i risultati nel ricco mondo dello sport, dove è polarizzata l’attenzione di milioni di appassionati che chiedono solo di vincere e dove i trionfi possono spostare gli equilibri al ricco tavolo della Exor. Restare schiacciati dagli effetti di certi giochi di potere, utili alla deteriore personalità di un ex bomber azzurro bramoso di allori, significa solo alimentare complessi di inferiorità inutili, che di certo non si sgonfiano con striscioni ostili e contestazioni cervellotiche al Napoli tra i due più forti della storia.

Auguri SSC Napoli, ma nascondi l’età

Angelo Forgione 1 agosto, giorno di festeggiamenti per il Napoli, l’unico club del Sud capace di misurarsi contro il ricco Nord del calcio. Una ricorrenza che però è inventata di sana pianta, perché in realtà la SSC Napoli di anni ne ha quattro in più di quelli che ci suggerisce la storia mal narrata, e se c’è un giorno di agosto da celebrare, quello è semmai il 25, non l’1. Faccio chiarezza, dopo aver già divulgato nel mio libro Dov’è la Vittoria (Magenes) e in diverse altre occasioni, anche allo stesso presidente Aurelio De Laurentiis in una mia conferenza sulla storia del caffè al Mostra Agroalimentare Napoletana M.A.G.N.A.

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Inganna tutti la data del 1926, che non è la data di fondazione del club ma quella del cambio di denominazione per motivi politici. Dal nome inglese a quello italiano, dettato dall’applicazione della Carta di Viareggio, uno statuto ufficializzato proprio nell’agosto 1926 dal commissario straordinario della FIGC e presidente del CONI Lando Ferretti per mettere letteralmente il movimento calcistico italiano nelle mani del Fascismo e ricondurre il Calcio al processo di “nazionalizzazione” mussoliniana.

Il Napoli era già nato nell’ottobre del 1922, allorché si era realizzata la fusione tra Naples Foot-Ball Club e l’U.S. Internazionale Napoli, e si era costituito l’Internaples Foot-Ball Club, che aveva eletto come presidente Emilio Reale (patron anche della vecchia U.S. Internazionale) e scelto il colore azzurro. Quella squadra, il primo Napoli, militava nella Lega Sud della Prima Divisione Nazionale, divisa in due competizioni distinte del Nord e del Sud.

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Dal 1898, infatti, anno di fondazione della Federazione Italiana Foot-Ball, poi FIGC, il Nord-Italia monopolizzava il campionato italiano, rendendolo espressione del “triangolo industriale” appena nato e relegando le squadre centro-meridionali al ruolo di comprimarie, prima escludendole dai tornei che assegnavano il titolo di campione d’Italia e poi fingendo, nel 1912, di ascoltarne le proteste con la concessione di una finalissima tra le squadre vincitrici di un Girone Nord (con Liguria, Piemonte, Lombardia, Emilia e Veneto) e di un Girone Sud (con Toscana, Lazio e Campania). Finali pro forma, perché tutti, compresa la FIGC, erano ben consci del divario creato tra i due movimenti calcistici – uno in cui i soldi delle zone industrializzate avevano condotto al semiprofessionismo e l’altro ancora fermo al totale dilettantismo – e sapevano che le finalissime non avrebbero espresso alcun significato tecnico-agonistico.

Nel 1925, la precaria situazione finanziaria dell’Internaples aveva convinto Emilio Reale a cedere il club al facoltoso commerciante Giorgio Ascarelli, più adatto a garantire sicurezza al club. Il nuovo presidente, il secondo della storia del club (non il primo come si racconta), aveva ingaggiato l’allenatore lombardo Carlo Carcano, già calciatore della Nazionale, e la giovane promessa piemontese Giovanni Ferrari. Dalle giovanili era stato promosso in prima squadra un certo Attila Sallustro. Quella compagine era poi arrivata a giocarsi, con esito infelice, la finale di Lega Sud contro l’Alba Roma, valevole per l’accesso all’inutile finalissima nazionale per lo scudetto.
A quel punto irruppe il regime fascista, impegnato nel processo di “nazionalizzazione” del Regno d’Italia. Mussolini, non consentendo che il Calcio italiano restasse spaccato tra Nord e Sud e mostrasse disgregazione sociale, impose d’ufficio alla FIGC, tramite il CONI, l’unificazione delle due leghe territoriali in un’unica ‘Divisione Nazionale’, articolata in 20 squadre, di cui 17 sarebbero state del Nord e 3 del Sud, e più precisamente: le prime 16 squadre della Lega Nord; la diciassettesima dello stesso campionato da designare con un torneo tra le retrocesse (vinse l’Alessandria, ndr); le restanti tre dalla ex Lega Sud, ossia le due finaliste dell’ultimo torneo, Alba Roma e Internaples, più la Fortitudo Roma, quest’ultima ammessa perché presieduta da Italo Foschi, uno degli ideatori della riforma fascista del Calcio. I sodalizi del Nord protestarono per le decisioni superiori, riunendosi più volte a Genova, Torino e Milano, ritenendo le tre squadre di Napoli e Roma inadeguate alla competizione e usurpatrici di posti spettanti al Calcio settentrionale. L’ostracismo, però, dovette piegarsi alla volontà politica. A Napoli, a quel punto, si pose un problema serio. Mussolini detestava gli inglesismi, e pur italianizzando il nome Internaples ne veniva fuori la “Internazionale”, che ricordava l’Internazionale comunista, avversaria politica del Fascismo. Il presidente Ascarelli, di origine ebraica, suggerì allora la più opportuna adozione del semplice nome italiano della città. Un articolo de Il Mezzogiorno del 12-13 agosto annunciò che una riunione sociale presso la sede di piazza della Carità avrebbe probabilmente stabilito il “nome migliore da dare alla Società”.

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Una nuova assemblea dei soci si tenne il 25 agosto, riportata da Il Mezzogiorno del 25-26 agosto, per formalizzare il cambio di denominazione di una società che era stata fondata nel 1922: da Internaples Foot-Ball Club ad Associazione Calcio Napoli.

Una data, quella del 25 agosto, erroneamente tradotta dalle cronache successive come 1 agosto, giorno in cui non accade di fatto nulla. Il giorno 2 agosto, la Commissione di Riforma dell’Ordinamento della Federazione aveva emanato ufficialmente la Carta di Viareggio, con cui era nato finalmente il campionato unito. Il 3 agosto l’Internaples aveva ottenuto l’affiliazione alla nuova Lega Nazionale.

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L’8 agosto, il settimanale Tutti gli Sport aveva pubblicato un articolo in cui si leggeva di “interessamento benevolo del Governo nella questione che non si sarebbe risolta se non fra molti anni di umiliazioni, di abile politica del Sud verso i papaveri del Nord“, di “eguaglianza dei diritti e dei doveri di tutte le società italiane”, di “sacrificio iniziale” delle “società di testa in favore di quelle finora ingiustamente trascurate”, di “legittima aspirazione a progredire” della squadre e dei calciatori del Sud.

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L’A.C. Napoli si presentò con un nuovo stemma: il Corsiero del Sole, un cavallo sfrenato, emblema della città capitale dal XIII secolo, simbolo dell’indomito popolo partenopeo. A conferma che non si trattò di fondazione ma di semplice cambio di denominazione, nella nuova rosa figurarono otto elementi della stagione precedente, compreso quell’Attila Sallustro che sarebbe diventato in seguito l’idolo dei tifosi. I risultati della stagione (solo 1 punto in classifica), disastrosi nell’impatto col “Calcio industriale”, trasformarono, per tradizione orale, il cavallo rampante in un ciuccio malandato. Il Regime non si arrese e ripescò più volte le retrocesse pur di supportare il processo di unificazione tra Nord e Sud del Calcio italiano. Anzi, nel 1927 si verificò la fusione delle due squadre romane, anch’esse a fondo classifica, e nacque l’attuale AS Roma, ammessa alla Prima Divisione.
L’A.C. Napoli cessò le attività nel 1943 a causa delle difficoltà incontrate durante lo svolgersi della guerra. A tenere vivo il calcio napoletano fu la neonata Associazione Polisportiva Napoli, che nel 1947 assunse la storica denominazione di Associazione Calcio Napoli. Il 25 giugno del 1964, tra sali e scendi dalla A alla B, la società, soffocata dai debiti, cambiò ancora denominazione in Società Sportiva Calcio Napoli, sodalizio decretato fallito il 2 agosto 2004 e poi rilevato il successivo 6 settembre, attraverso l’acquisto del titolo sportivo da parte di Aurelio De Laurentiis, che scelse la provvisoria denominazione Napoli Soccer. La precedente denominazione fu ripristinata il 24 maggio 2006, con l’acquisizione del marchio e dei trofei più importanti della storia azzurra. Insomma, si tratta di una società nata nel 1922 e rinominata cinque volte nel corso degli anni (1926, 1945, 1964, 2004, 2006). E non é perché nei suoi primi quattro anni di attività non le era consentito misurarsi direttamente con i club del Nord che bisogna considerarla più giovane di quanto non sia. Così le si sottraggono quattro anni di discriminazione settentrionale e il primissimo periodo di vita.

contributo video concesso da Giammarino Editore

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