Il Napoli col vento in poppa, sulla rotta dalla rivoluzione

Angelo Forgione – Era lunedì 14 settembre quando il Messia del Calcio, il Re di Napoli, bocciava Sarri Maurizio, il nostromo della panchina che cercava di sfruttare la grande opportunità, dopo tanta gavetta, alla guida del primo grande club, il quarto d’Italia, quello famoso nel mondo per essere marchiato a fuoco proprio dall’effigie riccioluta del fuoriclasse dei fuoriclasse. Napoli reduce dal deludente pareggio di Empoli, dopo la sconfitta di Reggio Emilia col Sassuolo e il mezzo inciampo domestico sulla Sampdoria. «No, il signor Sarri non è da Napoli… gli hanno fatto un regalo di compleanno enorme», disse don Diego, sonnacchioso dalla sua casa di Dubai, e per lui non c’era da attenderne frutti, come aveva fatto il Milan con Sacchi ai tempi d’oro del Napoli, che erano proprio quelli del vero rivolucionario del football, privato di qualche scudetto in più dal tecnico di Fusignano e, soprattutto, dal suo preparatore atletico. E in effetti per Maurizio Sarri si era messa male perchè all’orizzonte incombevano i nuvoloni neri di Lazio, Juventus, Milan e Fiorentina, oltre Carpi e le tre avversarie di Europa League, mare sconosciuto per il marinaio che veniva dalla provincia. Tutti a chiederne la testa, ma il presidente De Laurentiis non preparava alcun patibolo. Aveva trovato una nuova guida, si era avveduto che la squadra lo seguiva, memore del fallimento di Benitez, troppo ingombrante per la reale dimensione del club, e della propria convinzione, sbagliata, che vi si adattasse. Benitez aveva mollato, guardando agli orizzonti più assolati. La squadra aveva mollato, avvertendo l’assenza del capitano sulla nave. Ora un capitano c’era, la sua autorità era riconosciuta dall’intero equipaggio e non era il caso di metterlo in discussione con tanta impazienza alla prima tempesta in mare aperto. Già poteva dimostrarsi devastante il fulmine degli Dei, anzi del Dio indiscusso del Calcio, parato dal nostromo con un’arguta licenza di giudizio consegnata di persona: “Maradona può dire ciò che vuole, è il mio idolo fin da piccolo e può dire qualsiasi cosa”. E intanto, tutti a remare a testa bassa, come colpiti nell’orgoglio anch’essi dalla divina bocciatura. Era, il Napoli, già allora un equipaggio compatto, evidentemente capace di affrontare le insidie della navigazione.
A chiedere a Diego se approvasse la scelta estiva di De Laurentiis fu Xavier Jacobelli, colui che trentotto giorni dopo avrebbe detto e scritto che “lo stato di grazia del Napoli rende oggi come oggi la squadra di Sarri imbattibile”. Cosa è successo tra il 14 settembre e il 22 ottobre? È successo che il Napoli di Sarri ha preso il vento in poppa. È successo che ha battuto Bruges (5-0), Lazio (5-0), Juventus (2-1), Legia Varsavia (0-2), Milan (0-4), Fiorentina (2-1) e Midtjylland (1-4). È successo che si è issato dal quindicesimo al quarto posto in classifica. È successo che ha segnato 24 reti senza alcun rigore (media: 3,00/partita) e ne ha subite solo 3 (media: 0,37/partita). È successo che, dei 24 goal, ne ha siglati 22 su azione manovrata e soli 2 su calcio da fermo, fatto specifico per una squadra guidata da un tecnico che prepara meticolosamente i calci piazzati (verranno, visto che il suo Empoli realizzò il 50% circa dei goal da palla inattiva; ndr). È successo che sono andati a marcare 7 calciatori diversi (6 Higuain – 5 Insigne – 3 Mertens, Callejon e Gabbiadini – 2 Allan – 1 Hamsik). È successo che il Napoli si è divertito in campo, mostrando sorrisi e voglia di lottare insieme. È successo che Higuain ha strizzato l’occhio e abbracciato Sarri, l’antidivo per eccellenza che ha messo il suo idolo, l’altro argentino, in condizione di cospargersi il capo di cenere: “Il Napoli è più forte di qualsiasi giocatore o dirigente”, scrisse el Diez sulla sua fanpage di Facebook dopo la speciale vittoria contro la Juventus: un modo criptico per ammettere che il Napoli di Sarri aveva prontamente smentito anche il più rappresentativo alfiere della sua prestigiosa storia. È successo che anche i più feroci contestatori di squadra e, soprattutto, società sono scomparsi, mimetizzandosi tra i Righeira delle gradinate. È successo che la “banda Sarri” ha ribaltato la natura del Napoli stesso, squadra mai capace di dare certezze, abituata a soffrire e a far soffrire i suoi tifosi. È successo che, per incantesimo, i goal sono fioccati e le partite hanno donato il piacere dello spettacolo, sollevando il popolo azzurro dall’eterna tensione di sempre. Accadeva solo ai tempi di Maradona, appunto, ed erano tempi d’oro. È successo che il fromboliere Cavani, altro gran rappresentante di storia azzurra, ha lanciato messaggi di amore e nostalgia, perché Parigi non è Napoli, figurarsi se poteva esserlo Monaco di Baviera.
È successo tutto questo in 38 giorni, e sarebbe una rivoluzione vera se continuasse a succedere. Prepararsi a gestire le onde alte che verrano è il miglior atteggiamento che si possa programmare ora che tutto ciò che viene fuori dalle giocate degli azzurri si trasforma in oro di Napoli. È questa la prova del fuoco che attende il nostromo tosco-napoletano di Bagnoli. La rotta è tracciata, la rivoluzione è a un passo, ma Napoli sa anche ammazzare i suoi condottieri. Alla prova non è solo Sarri ma tutta la piazza.

Napoli e Verona si incontrano al Vomero

Angelo Forgione – Fabio Pozzerle è veronese ma vorrebbe vivere a Napoli. È convinto che non possa esistere rinascita dell’Italia Mediterranea – come la definisce lui – senza una rinascita del Mezzogiorno. «Napoli – spiega – è una città che può fare da traino per la “ripartenza” del Sud».
Giovedì 22 ottobre sarò con lui alla libreria Iocisto di Napoli (Vomero), per la presentazione del suo libro, con cui propone una terapia per tutto l’insieme italico. Sarà un bell’incontro Sud-Nord, non solo parlato. Sarà un’occasione per analizzare gli errori del 1860 e indicare, se c’è, un modo per resettare.

Clicca qui per ascoltare l’intervento di Fabio Pozzerle a La Radiazza (Radio Marte)

155 anni di “affrica” piemontesizzata

Angelo Forgione21 ottobre 1860. 155 anni fa, con il plebiscito, si sanciva l’annessione di mezza Italia alle province del Regno di Sardegna. Votò meno del 20% dei meridionali (il resto era sotto assedio), con espressione palese che prefigurava conseguenze per chi si fosse diretto verso l’urna del NO. Numerosi furono gli episodi di minacce e incidenti, come risulta dai documenti della Polizia del tempo. Le cronache di allora narrano che alle urne si recarono anche più volte garibaldini, stranieri, donne e bambini, che non rappresentavano i reali sentimenti del territorio. Con il falso consenso popolare, Torino si estendeva fino a Portopalo di Capopassero, nella lontana “affrica”. Lo Statuto Albertino dei Savoia veniva applicato a tutta l’Italia (e iniziarono i dissesti idreogeologici), che veniva da quel momento “piemontesizzata”. Il 17 marzo 1861, il Regno di Sardegna avrebbe cambiato il nome in Regno d’Italia, ma l’autoproclamato Re Vittorio Emanuele sarebbe rimasto “secondo”.
L’Italia non sarebbe mai stata fatta e gli errori di quel tempo non sarebbero mai stati riparati. Siamo ancora in tempo per unire l’Italia nel rispetto delle diversità e della pari opportunità?

La procura di Torino, i PM juventini e il sabotaggio dell’opinione

Angelo Forgione Erri De Luca assolto dall’accusa di istigazione a delinquere perché il fatto non sussiste. Bisognava stabilire se la parola “sabotare” fosse sinonimo di ostacolare o danneggiare la TAV piemontese. Ha prevalso la prima opzione, ovviamente, ma soprattutto per aver compreso che trasformare uno scrittore in pregiudicato del Pensiero sarebbe stato un boomerang per la Magistratura. La vicenda è emblematica di un tipo di censura che scatta in Italia per chi ha il coraggio di far valere proprie idee, quando queste si scontrano con particolari interessi. Il vero sabotaggio, spesso, è dell’espressione che mina quegli interessi superiori.
Ma chi sono i piemme che avevano chiesto 8 mesi di condanna per lo scrittore napoletano? Antonio Rinaudo e Andrea Padalino  sono coloro che si occupano del filone violento del movimento “No TAV”. Rinaudo fu coinvolto in Calciopoli, intercettato più volte al telefono con Moggi. Cenava con lui e riceveva biglietti e favori in cambio di favori. Andrea Padalino è colui che la scorsa primavera indagò sulla bomba carta lanciata dai tifosi della Juventus all’indirizzo di quelli granata, durante il derby di Torino allo stadio Olimpico, ipotizzando la fantasiosa dinamica di “fuoco amico”, ovvero l’accensione dell’ordigno da parte degli stessi supporters del Toro e l’inesistenza del lancio dal settore ospiti. Fu presto smentito dalle immagini.
La magistratura piemontese, molto vicina agli ambienti juventini proprio nelle vicende di Calciopoli, fu indicata di un’inaspettata fuga di notizie che mise in forte difficoltà la Procura di Napoli che indagava “segretamente” (maggiori dettagli nel mio libro Dov’è la Vittoria; ndr), e sembra ancora influenzata da ideologie estranee alla Giustizia e al buonsenso. E tra Torino e Napoli, forse, dal 2005, continua a scorrere cattivo sangue. Un napoletano che andava a mettere il naso negli affari piemontesi non era il massimo della digeribilità. Chi vuol capire, capisca.

Save Rummo, eccellenza produttiva del Meridione che intercettò il Saragolla

Angelo Forgione Agrisemi Minicozzi, Metalplex e Rummo. Tre ta le aziende messe in ginocchio dal nubifragio che ha colpito Benevento nella notte fra mercoledì 14 e giovedì 15 ottobre. Subito partita la “campagna social” #saverummo per il più famoso tra i marchi, il pastificio Rummo, una delle più note realtà del beneventano, legata alla storia della pasta di grano duro e dell’industria meridionale. Non solo produttrice della prestigiosa linea propria ma anche fornitore di Coop Italia, Conad, Auchan SMA, Despar, Selex e altri gruppi internazionali della grande distribuzione.
Era il 1846 quando l’azienda familiare, con Antonio Rummo, iniziò a produrre la pasta, che si affermava come eccellenza industriale del Regno delle Due Sicilie. Il primo pastificio industriale era stato inaugurato da Ferdinando II di Borbone nel 1833, e la produzione della pasta si era ormai radicata a Portici, Torre del Greco, Torre Annunziata e Gragnano, zone dove il clima favoriva l’essiccazione naturale. L’impulso era dato dalle forniture di pregiato grano duro Taganrog che giungevano a Napoli dalle zone cerealicole del Mar Nero, nell’ambito degli scambi commerciali tra il Regno delle Due Sicilie e l’Impero Russo, sanciti proprio da Ferdinando II e dallo zar Nicola I. Il Taganrog veniva miscelato col grano Saragolla delle Puglie per ottenere durezza, sapore e colore. Le forniture pugliesi partivano dalla Capitanata, l’odierna provincia di Foggia, e transitavano per il Principato Ultra, ossia il Beneventano, zona strategica per i commercianti dell’epoca ma anche per i nuovi pastai locali, che ne approfittavano dell’abbondante presenza d’acqua per trasformarlo in semola di altissima qualità. Così iniziò la storia di Rummo, uno dei marchi che continuano a fare la storia dell’eccellenza produttiva del Meridione, il più famoso della valle del Sannio. Un marchio che ha ora bisogno di aiuto.

Meno omicidi, più rapine e una conferma: Napoli non è il far-west d’Italia

Angelo Forgione Franco Di Mare, conduttore di Uno Mattina (Rai Uno), da napoletano equilibrato, si è tolto qualche sassolino dalla scarpa commentando gli interessanti dati forniti dalla ricerca del sociologo aretino Marzio Bargagli, che da anni smanetta tra le statistiche Sdi/Ssd sui reati e sulla sicurezza, e che ci racconta come si è evoluta la malavita in Italia negli ultimi trent’anni. E, indirettamente, ci dimostra che l’immagine di Napoli paga sempre un prezzo troppo alto rispetto alle reali dimensioni del problema sicurezza, se rapportate alle altre città medie e grandi della Penisola.
Ma cosa dicono i dati analizzati da Bargagli? Innanzitutto che è stato battuto nell’ultimo anno un nuovo record positivo: quello del più basso numero di omicidi nella storia unitaria. Nel 2014 sono stati 468, nel 1991 erano 1.916. A Sud il crollo del tasso di omicidi è stato più massiccio che a Nord. La flessione maggiore è a Genova (16% annuo), che oggi è la più sicura fra le grandi città, seguita da Catania (14% all’anno) e Napoli (5%). Calano i furti d’auto ma aumentano i borseggi, con una crescita media annua del 4,1% a Milano, del 13,2% a Torino, del 19% a Bologna (capitale della specifica tipologia di furto), del 20% a Firenze, addirittura del 31,5% a Roma, mentre a Napoli l’incremento medio è stato solo del 2,9%. Aumentano anche i furti negli appartamenti, con Bologna che ha avuto un incremento straordinario del 24,4% medio annuo, seguita da Milano e Catania, con il 20%. Napoli è la città che ha visto il minor aumento (3,2% annuo). Torino è oggi la città con il tasso più alto di furti in appartamento, seguita immediatamente da Milano e Firenze. Quella più sicura è proprio Napoli, con un tasso 6,7 volte più basso del capoluogo piemontese. E aumentano anche le rapine, con diversi distinguo tipologici e in modo disomogeneo tra Nord e Sud. Mentre nel Settentrione il tasso di rapine è aumentato, nel Meridione è diminuito. Torino segna un incremento medio annuo del 4,5%, Roma del 4,8%, Firenze del 6,4%, Milano del 6,9%, Bologna addirittura del 7%. Anche in questo caso Genova fa eccezione, con un aumento annuo dell’1%. E mentre, negli anni della crisi, nelle città centro-settentrionali il numero delle rapine cresceva, a Napoli diminuiva. Dal 2009 al 2014 il capoluogo partenopeo ha avuto una diminuzione media annua del 5%, avvicinata sensibilmente da Milano e Torino.
Statistiche che non contemplano gli indici di suicidi e di vittime stradali, che hanno una diversa valutazione nella percezione della sicurezza, ma che invece sono incidenti e vedono Napoli tra le città meno colpite in assoluto.

immagine: L’Ottimista di Marco Adinolfi

14 aprile 1988, quando il terrorismo internazionale seminò morte a Napoli

Angelo Forgione Abbiamo imparato a convivere con la guerra al terrorismo internazionale, una campagna a livello globale contro le organizzazioni terroristiche condotta dagli Stati Uniti d’America e dal Regno Unito, appoggiate dalle nazioni del Patto Atlantico. Il “conflitto”, in cui a rimetterci la vita sono soprattutto persone innocenti, ha assunto caratteri militari e, spesso, propagandistici a partire dall’11 settembre 2001, data storica per la strage delle Torri Gemelle di New York.
L’Italia, benché ritenuta immune da attentati da una buona parte dell’opinione pubblica, è stata in realtà già colpita in passato da un evento luttuoso che ha mietuto vittime. Pochi lo ricordano, ma una drammatica pagina dell’eversione internazionale fu scritta a Napoli il 14 aprile 1988, in occasione del secondo anniversario dei bombardamenti USA sulla Libia. Quattro napoletani e una portoricana, quel giorno, non tornarono alle loro case.
Con la città euforica per il vicinissimo secondo scudetto del Napoli che invece gli Azzurri avrebbero inaspettatamente lasciato al Milan, quel giovedì era in programma un’affollata festa nel circolo USO (United States Organization), un ente americano che si occupava, allora come oggi, di tenere alto il morale delle truppe statunitensi all’estero. A Napoli era nelle vicinanze di piazza Municipio, in degli ampi locali di Calata San Marco, dove oggi si trova un’autorimessa, e lì, anni prima, si era dato da fare pure un giovane studente di nome Renzo Arbore, ispirando Renato Carosone per la divertente Tu vuo’ fa’ l’americano. Il Paul, un cacciatorpediniere della Sesta Flotta USA, entrava quel giorno nel porto di Napoli e la responsabile del circolo, Jo Di Martino, aveva organizzato una festa in onore del capitano dell’imbarcazione.

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Alle 19.56, con il circolo non ancora gremito, il boato assordante: una Ford Escort riempita con trenta chili d’esplosivo, e parcheggiata proprio dinanzi all’ingresso del locale, saltò in aria, lasciando un piccolo cratere nella strada. Nello scoppio, avvertito al Vomero e in tutta la zona bassa della città, da San Giovanni a Teduccio a Mergellina e a Posillipo, restarono a terra, dilaniati e carbonizzati, Assunta Capuano (32), Guido Scocozza (25) e Maurizio Perrone (21), che passavano di là per caso dopo una giornata di lavoro. Esanime anche Antonio Ghezzi (62), un venditore ambulante di souvenir che da anni stazionava davanti al circolo statunitense, chiamato “Popeye” dai militari americani. E poi Angela Santos (26), una sottoufficiale di Portorico con passaporto americano. I tanti feriti furono trasportati in ospedale, estratti tra resti di corpi e detriti di ogni sorta.


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L’attentato fu compiuto dall’Armata Rossa Giapponese, una frazione armata arruolata nelle file della Jihad islamica, che subito rivendicò l’esplosione alla France Press di Roma (“Noi dell’organizzazione delle brigate della Jihad rivendichiamo la responsabilità dell’attentato”) e all’Ansa di Beirut (“Ammoniamo l’Italia dal continuare ad appoggiare l’imperialismo”). Esecutore della strage, il giapponese Junzo Okudaira, all’epoca 39enne, con quindici anni alle spalle di terrorismo internazionale contro imperialisti e sionisti, ritenuti responsabili della morte del fratello Tsuyoshi. L’Armata Rossa Giapponese, il 29 maggio 1972, aveva seminato terrore e morte (24 vittime) all’aeroporto di Tel Aviv per conto del Fronte Popolare di Liberazione della Palestina, e Tsuyoshi Okudaira aveva perso la vita facendosi esplodere una volta vistosi circondato dagli agenti del Mossad.
Per i fatti di Napoli, Junzo Okudaira fu condannato all’ergastolo il 20 marzo del 1992 dai giudici di Napoli, con l’accusa di concorso in strage e banda armata finalizzata all’eversione. Il terrorista giapponese fu poi incriminato anche negli Stati Uniti il 9 aprile 1993. Con lui era stata processata anche Fusako Shighenobu, la più temuta terrorista donna del mondo, fondatrice della banda criminale nipponica e moglie di Tsuyoshi, ma assolta per insufficienza di prove. Junzo e Fusako, otto ore prima dell’esplosione, mentre in porto entrava il cacciatorpediniere della Sesta Flotta americana, erano stati visti insieme in piazza Garibaldi, con la Ford noleggiata tre giorni prima in via Partenope. Sul luogo della strage, però, fu avvistato solo l’uomo, intento a parcheggiare l’auto.
Che fine hanno fatto Junzo Okudaira e Fusako Shigenobu? Lui, ricercato anche negli USA, non è mai stato catturato ed è tuttora il latitante numero uno nella lista della Procura di Napoli. Lei, invece, è stata arrestata a Osaka nel novembre del 2000, dopo trent’anni di latitanza, e condannata dal tribunale di Tokio a 20 anni di carcere.

Quando Renzi atterrò a San Francisco e scoprì Napoli

«A me è capitato qualche anno fa, in volo, di ascoltare da uno steward di San Francisco un racconto straordinario sull’amata città californiana concluso così: “Certo, San Francisco non è affascinante come Rio de Janeiro e non è bella come Napoli, però è la città che più mi ha segnato”. Perché lo racconto? Perché Napoli, in quel racconto lì, era vista come il benchmark irraggiungibile». Parole di Matteo Renzi alla riunione della Direzione del PD dello scorso agosto sul tema del rilancio (?) del Mezzogiorno. Di certo, lo steward americano non guarda a Napoli per Bagnoli, quel pezzo di paradiso deturpato dalle acciaierie su cui vertono interessi politici e attriti tra lo stesso Renzi e il sindaco De Magistris.

tratto da Made in Naples (Magenes, 2013):
“Esistono al mondo tre città, probabilmente tra tutte, i cui paesaggi e le cui ricchezze orografiche colpiscono violentemente l’immaginario: Rio de Janeiro, Istanbul e Napoli. Tra queste, le due europee sono quelle che accostano alla bellezza naturale anche quella artificiale dei monumenti e delle testimonianze stratificatesi nei secoli; Napoli è quella che si lega al mito incombente e minaccioso del vulcano più famoso al mondo, il più descritto della storia.”

Il mito di Milano “capitale morale”? Lo creò un napoletano… contro Torino

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Angelo Forgione Milano, la “capitale morale” del Paese lo è dal 1881, allorché si mise in vetrina organizzando l’Esposizione Industriale, mostrando di essersi consapevolmente posta alla testa dello sviluppo della Nazione e dando uno smacco alla sabauda  Torino. Fu in quell’occasione che il napoletano Ruggero Bonghi, già direttore del quotidiano milanese La Perseveranza, tirò fuori la definizione “capitale morale”, che per il capoluogo lombardo divenne un’etichetta lusinghiera agli occhi dell’Europa.

Milano si sentiva ormai città guida del Paese non soltanto per il fatto che Roma fosse lontanissima dallo slancio industriale del Nord-est, non soltanto perché Napoli fosse luogo di divisione politico-sociale circa l’Unità, ma soprattutto perché c’era da colpire l’orgoglio di Torino, città dei Savoia e vera rivale in tema di sviluppo. In termini politici, Milano era la città che aveva tenuto fede all’idea radicale e democratica del movimento nazionale di cui non avevano dato prova né Napoli, città borbonica occupata, né Torino, città sabauda occupante. Il capoluogo piemontese, e non Roma, era l’autentico riferimento occulto della Milano “capitale morale”.

In verità, Milano e Torino si erano alleate per convenienza nel 1859, e avevano invaso Napoli. Camillo Benso di Cavour, con formidabile opportunismo diplomatico, aveva garantito al nobile milanese Cesare Giulini della Porta di rispettare la macchina amministrativa lombarda e di tenerla in piedi in caso di annessione della Lombardia al Regno di Sardegna. Gli accordi tra Cavour e Giulini erano stati cancellati immediatamente da un decreto del ministro dell’Interno del regno sabaudo, Urbano Rattazzi, con cui era stata imposta l’estensione dell’ordinamento sardo a tutti i territori conquistati da Vittorio Emanuele II, Milano compresa. Il ministro dell’Istruzione Gabrio Casati, milanese, simbolo della Lombardia nel governo del Regno di Sardegna, si era dimesso polemicamente, rappresentando il profondo malcontento per una Milano che nel gennaio 1860 era stata affidata a un governatore torinese, Massimo d’Azeglio, ritenendosi intollerabilmente piemontesizzata. Le due città, sotto la corona dei Savoia, avevano preso immediatamente a rivaleggiare in un clima di diffidenza reciproca, nonostante la componente radicale milanese avesse compartecipato alle mire espansionistiche del Piemonte, e non non sarebbero mai state amiche nella storia unitaria, anzi.

A Regno d’Italia appena fatto, i Savoia venivano sbeffeggiati in ogni modo dai milanesim che avevano trovato un modo simbolico per farlo nella nuova Galleria Vittorio Emanuele II, intitolata al Re piemontese per conseguire i permessi di espropriazione dei caseggiati della zona, allora ottenibili tramite decreto reale. Dopo la prima inaugurazione del 1867, i meneghini avevano preso immediatamente di mira il simbolo di Torino raffigurato al centro della mosaico pavimentale, sfregando gli “attributi” del toro con i piedi. Quando le guardie si avvicinavano, ci si giustificava adducendo il gesto portafortuna, ridendo sotto i baffi per il risentimento nei confronti della dinastia regnante.
Ecco perché al posto dei “gioielli” taurini fu apposta col tempo una piccola cavità per apporre il tallone e compiere la rotazione ad occhi chiusi. Chi non conosce l’origine di quel gesto crede che porti fortuna, ingannato anche dalle spiegazioni improbabili di alcuni libracci. È di fatto il retaggio del risentimento milanese nei confronti della dinastia sabauda e della città rivale.

Risentimento placato dal 1881 in poi, quando l’Esposizione Industriale portò in dote a Milano l’etichetta di “capitale morale”. Non che la definizione non sia stata mai contestata, e non solo dai romani. Lo storico Renzo De Felice, negli anni Novanta, pur riconoscendo la grande dinamicità meneghina, contestò il mito milanese come pure quello romano: “se c’è un mito della capitale morale, c’è un mito anche di quella reale. L’Italia ha solo due capitali: Napoli e Palermo, le uniche che ricordano Parigi, Madrid, Vienna.” Erano gli anni del mito offuscato da Tangentopoli. Sembrano lontani, eppure le tangenti per l’Expo 2015 non fanno, oggi come allora, rima con moralità, in senso etico.

A Ruggero Bonghi, padre del termine “capitale morale, è dedicata una piazzetta nei pressi dell’Università Federico II di Napoli, all’imbocco di via Mezzocannone, con tanto di statua che lo raffigura.

per approfondimenti: Napoli Capitale Morale (Magenes, 2017)

 

Maggio dei Monumenti borbonico per riscoprire il 700 musicale napoletano

Angelo Forgione Dopo la discussa apposizione della targa in ricordo dei martiri giacobini del 1799, il Comune di Napoli ha deciso di dedicare il ‘Maggio dei monumenti‘ 2016, XXII edizione, al trecentesimo anniversario della nascita di Carlo di Borbone ed al 700 musicale ed artistico napoletano. La città che influenzò la grande musica d’Europa, ma anche altri campi delle arti, dopo l’opera meritoria del Maestro Enzo Amato col Festival Internazionale del 700 Musicale Napoletano, ha forse deciso di proporre ai turisti e ai napoletani stessi i grandi compositori colpevolmente dimenticati dall’Italia dal secondo Ottocento ai giorni nostri, sulla scia dell’opera di rivisitazione portata in Europa da Riccardo Muti (da me descritta in Made in Naples e su questo blog), che, si spera, non resti una voce nel deserto.