Angelo Forgione – ll prof. Giuseppe Galasso, con un articolo sul Corriere del Mezzogiorno del 12 luglio, è tornato sui temi del revisionismo risorgimentale e sul successo di alcuni libri scritti negli ultimi anni che raccontano di malaunità. «Il paradiso borbonico? È solo un’invenzione nostalgica», dice lo storico napoletano, ma gratuitamente. Certo che non si trattava di eden terrestre, perché il paradiso in terra non esiste e di certo non lo era neanche il Regno delle Due Sicilie. È cosa nota a chi si occupa di certi temi in modo equilibrato, come lo è che tanto il Nord quanto il Sud di quell’Italia fossero entrambi economicamente arretrati rispetto all’avanguardia europea. Sì che qualcuno ha enfatizzato la favola del Regno borbonico in grado di issarsi a terzo paese più industrializzato d’Europa, e non poteva certo esserlo uno Stato che, come tutti quelli preunitari, pur con una sua certa industrializzazione nascente, era certamente sbilanciato verso un’economia prevalentemente agricola. Le campagne meridionali erano impiantate nella povertà come quelle settentrionali, e i disagi dell’entroterra del Sud non erano una specificità. La vera specificità era semmai l’importanza di Napoli, di una città capitale che non c’era altrove. Era l’importanza della gran Capitale di allora a rendere più evidente la differenza tra città e campagna. Ma la rivisitazione dei fatti risorgimentali, quella seria, tende a riequilibrare il divario Nord-Sud, a dimostrare che non esisteva al momento dell’Unità, e che i metodi per conseguirla non furono né ortodossi né finalizzati alla creazione di una nazione omogenea. Lo hanno avvisato altri storici italiani ma preferisco ricordare quello che negli ultimi anni ci hanno detto gli storici stranieri, certamente neutrali rispetto alla vicenda. L’americano Michael Ledeen, ad esempio, per cui “i Piemontesi crearono dei campi di concentramento” e “l’unificazione non è stata un fatto positivo per Napoli”. L’inglese David Gilmour, per cui “i napoletani si sarebbero mostrati più leali nei confronti dell’Italia dopo il 1861, se fosse stato consentito loro di mantenere il sistema di regole messo a punto dai Borbone, decisamente superiore a quello dei piemontesi”. E persino John Anthony Davis, altro americano esperto in materia, per il quale “nel 1860 le differenze economiche tra il Nord e il Sud erano di gran lunga inferiori a quelle che ci sarebbero state 40 anni più tardi quando lo stato italiano smantellò le barriere protettive che avevano portato allo sviluppo delle industrie tessili, di ingegneria e di edilizia navale meridionali”.
Davis se l’è presa pure con Benedetto Croce, teorizzatore dell’arretratezza meridionale, e non ha sbagliato il bersaglio. Il filososo abruzzese, infatti, si allineò ai vari storici postunitari cui, subito dopo la creazione dell’Italia unita, fu assegnato l’incarico di creare una storia che appartenesse a tutti, in cui andava rappresentata la grandezza del Paese e di cui il popolo potesse essere orgoglioso. Quella schiera – non ancora esaurita – ebbe licenza di edulcorare, romanzare, cambiare e ribaltare a piacimento le storie e i personaggi con un obiettivo superiore: l’invenzione pilotata di una storia nazionale, che avrebbe dovuto avere una credibilità per infondere una fede nell’Unità, rafforzare la coscienza dell’italiano nuovo e costruire un Paese unito nella memoria dei miti fondanti della Nazione e delle battaglie che avevano condotto all’indipendenza. Fu un fallimento, che stette nella volontà superiore di non integrare le culture locali in quella nazionale unica da consolidare. La vera Italia, quella dei dialetti e delle molteplici culture, fu soffocata, e l’Unione imposta dall’alto interruppe le contaminazioni reciproche delle diversità, fonte di crescita e produzione culturale. Così nacque una Nazione che non apparteneva storicamente a nessuno, e poco è cambiato da allora.
Chi abusa dei record duosiciliani e dei soprusi piemontesi è probabilmente la gente della strada, ed è proprio di questa che Galasso si lamenta quando scrive che “oggi il primo che incontrate per strada vi fa lezioni su primati borbonici o saccheggi sabaudi”. È la spia di un sentimento diffuso che si nutre pur sempre di una narrazione alternativa proposta da storici e seri scrittori, che resta tale, per quanto faccia facilmente presa su un popolo forse incapace di autogovernarsi ma comunque in cerca di riscatto. E per uno storico contemporaneo meridionale che dice che il Sud non fu colonizzato (perché sarebbe anche rilevante una folta rappresentanza politica meridionale nella storia unitaria) ce n’è un altro del passato che nel 1911, in pieno cinquantennio del Regno d’Italia, si chiese già “a che scopo continuare con questa Unità in cui siamo destinati a funzionare da colonia d’America per le industrie del Nord?”. Si trattava di Gaetano Salvemini. E anche in tal senso poco è cambiato da allora, anzi nulla. Il Nord ha iniziato a camminare e il Sud è indietreggiato nelle gerarchie continentali a tal punto da risultare oggi la macroarea più povera d’Europa. È per questo che le pubblicazioni sgradite a Galasso fioccano. Dunque, preoccuparsi dell’antitalianismo borbonizzante appare esercizio di disappunto più dannoso dell’antitalianismo stesso. Così si osserva un malato in coma da una cattedra, senza far nulla, neanche una preghiera, affinché si risvegli.
Archivi categoria: CULTURA
‘Dov’è la Vittoria’ a “Si Gonfia la Rete”
Dalla trasmissione Si Gonfia la Rete su Radio CRC del 13 luglio, due chiacchiere sul libro Dov’è la Vittoria e sul nuovo Napoli di Sarri che inizia a prendere forma.
La condanna della Magna Grecia
Angelo Forgione – Qualcuno si sta accorgendo che non esiste solo il problema della Grecia nell’eurozona e che Il Sud-Italia sta nelle stesse condizioni di povertà. Non è esattamente così. Il Sud-Italia sta peggio della Grecia. Sta peggio perché i suoi livelli di reddito sono anche più bassi, seppur di poco, di quelli ellenici… perché è territorio di mafie, vero sistema economico che condanna la speranza, che in Grecia non ci sono… e perché è un’area che da sempre funge da mercato di sbocco per le merci del Nord, mentre la Grecia non presenta un divario interno come quello italiano.
Insomma, il problema greco è al centro dell’attenzione internazionale e il governo locale stimola una politica responsabile contro le banche, ma in Europa c’è un problema altrettanto grande – se non di più – di cui nessuno parla e che i meridionali sono condannati a subire. Il fatto è che il Mezzogiorno non è uno stato sovrano e non può indire un referendum. La scomparsa dai temi del dibattito politico nazionale della ‘Questione meridionale’, sostituita dalla propaganda leghista e dalla ‘centralità padana’, testimonia un dilagare della demagogia pagato a caro prezzo dai cittadini della Magna Grecia.
‘Dov’è la Vittoria’ a RUNradio (UNISOB di Napoli)
Piazza Plebiscito, roba da svizzeri
Angelo Forgione – La presenza dei nazionali svizzeri a Napoli è testimonianza storica di intense relazioni intrecciate dal Quattrocento fino a qualche decennio fa. Nel secondo Novecento i napoletani hanno iniziato a lasciare la propria terra per i territori del Nord-Italia e oltre, Svizzera compresa, con il sogno di una vita migliore, ma nei secoli precedenti era stata Napoli a rappresentare un approdo dinamico per chi cercava opportunità di lavoro più appaganti. Ginevra, Neuchâtel e Zurigo erano all’epoca il motore migratorio del territorio elvetico, come oggi lo è Napoli, che invece sprigionò, fino all’Unità d’Italia, grande capacità attrattiva anche nei confronti dei germanofoni e dei francofoni. Nella capitale del Regno delle Due Sicilie quella svizzera era tra le più numerose comunità straniere: Caflish, Meuricoffre, Egg, Wenner, Schlaepfer, Vonwiller, Corradini, Zollinger, Meyer, Von Arx, tanto per citare le più rappresentative famiglie scese nella Napoli borbonica, dove tra l’altro erano di stanza i reggimenti svizzeri al servizio dei Borbone, fedeli alla Casa Reale fino al 1861. Rimase in piedi fino al 1984 la Scuola svizzera, istituita in forma di centro educativo nel 1811, chiusa per mancanza di alunni.
Singolare la storia della pasta Vojello, nata dalla conversione all’arte della pasta di August von Wittel, un progettista di Thun chiamato sotto il Vesuvio da Ferdinando II per la realizzazione della prima linea ferroviaria italiana, la Napoli-Portici (approfondimenti su Made in Naples, Magenes 2013). Ma forse la curiosità maggiore sta nella realizzazione della piazza simbolo di Napoli: i due edifici monumentali dirempettai del largo di Palazzo sono “made in Suisse”. Già, perché il Palazzo Reale fu realizzato dall’architetto ticinese Domenico Fontana, nato a Melide nel 1543, che nel 1593 ricevette dal vicerè Fernando Ruiz de Castro, VI conte di Lemos, l’incarico di “cambiare il volto di Napoli”, seconda città dell’Impero di Spagna dopo Madrid e prima per popolazione, in vista della visita del Re Filippo III (che però non avvenne mai). La costruzione fu completata nel 1620 nelle sembianze che poi sarebbero mutate definitivamente nell’Ottocento, e sostituì la precedente residenza vicereale fatta edificare cinquant’anni prima dal viceré Don Pedro de Toledo, al culmine della strada da quest’ultimo aperta. Ed è ticinese anche la firma alla Basilica di San Francesco di Paola, dell’architetto Pietro Bianchi da Lugano, incaricato da Ferdinando I di Borbone di realizzare un edificio sacro per assolvere un voto di riconoscenza per la riconquista del Regno dopo il Congresso di Vienna. Inaugurata il 30 maggio del 1831, la chiesa in stile neoclassico fu compiuta definitivamente nel 1836, testimoniando al mondo l’importanza universale degli scavi di Pompei, Ercolano, Oplonti e Stabia. Ma neanche i napoletani avrebbero mai immaginato che quel ponte urbanistico tra il Seicento e l’Ottocento che avrebbe separato i due lati del celebre slargo avrebbe portato da Fontana a Bianchi, da uno svizzero all’altro.
Senza soldi non si cantano messe
Angelo Forgione – Il treno Carratelli è partito e mi ci aggancio in corsa. Quanto ha scritto su napoli.com (leggi) circa il Napoli “empolizzato” non fa una piega. “Senza risorse e senza alternative siamo una città morta e il calcio ne è l’inevitabile riflesso”, scrive il decano del giornalismo partenopeo, che conosce l’ambiente e tutto ciò che c’è, o meglio non c’è, attorno al pallone di casa Napoli. Ma i tifosi continuano a non voler andare oltre, a guardare l’azzurro coi paraocchi, perché quello che sta a destra e sinistra, ma anche dietro e oltre, sembra proprio non interessare a nessuno. Napoli è città stesa supina, dolorante, come un calciatore coi crampi, tanto per restare nella metafora calcistica, ma nessuno accorre a prestargli soccorso. Non c’è un euro, e quelli che potrebbero piovere dall’Unione Europea (100 milioni) per la riqualificazione del Centro Storico Unesco si rischia seriamente di perderli per immobilismo di Regione e Comune. 42 i milioni dei fondi già persi per il Porto di Napoli, che non è neanche elettrificato, il che significa che le navi sono costrette a tenere i motori accesi (e a inquinare l’aria) per continuare le attività vitali a bordo. Tutto o quasi è fermo, sospeso, come il destino di ogni cittadino napoletano che rischia ogni giorno di rimetterci la vita per un cornicione che si stacca da un monumento, per un tronco d’albero che collassa o un palo della luce che piomba sull’asfalto. Le grandi industrie mancano e non si riesce neanche a sfruttare la risorsa turistica, il vero oro sprecato. Ma i tifosi del Napoli proprio non lo vogliono capire che il calcio è un fenomeno industriale, che è uno “sport” che si addice alle città industriali, ed è in quelle che è nato. Ho scritto 350 pagine e passa di saggio (Dov’è la Vittoria) per dare degli strumenti di comprensione, per spiegare che Manchester, Liverpool, Barcellona, Monaco di Baviera, Torino e Milano, centri che esprimano più di una squadra e che ospitano club tra i più seguiti e vincenti del Vecchio Continente, sono cresciuti urbanisticamente ed economicamente con la loro industrializzazione massiccia e con i grossi flussi migratori che li hanno interessati. Non è sufficiente essere una città grande e popolosa (ma in fase di svuotamento) per pretendere di vincere ad ogni costo. La Champions League l’hanno vinta solo quattro capitali europee: Madrid, Lisbona, Amsterdam e Londra, quest’ultima una sola volta e solo recentemente, nel 2012, grazie agli investimenti russi, in una città che esprime ben 8 squadre.
Per vincere nel calcio c’è bisogno di un tessuto produttivo che generi opportunità e interessi capaci di attrarre capitali, e Napoli non ce l’ha. Gli Al-Thani, che ancora non hanno vinto in Europa, sono approdati a Parigi perché l’allora presidente della Repubblica Nicolas Sarkozy firmò con loro un trattato fiscale molto vantaggioso per i residenti e gli investitori qatarioti sul territorio francese, che è divenuto per loro un paradiso fiscale. Da allora, tra Francia e Qatar intercorrono interessi in tema di turismo, aviazione, gas, petrolio, elettricità, infrastrutture, sicurezza del territorio e cooperazione scientifica. A Napoli sono in troppi convinti che se De Laurentiis si facesse da parte lascerebbe campo libero a investitori più forti. Chi sono? E dove sono? Non c’erano quando per una “manciata” di milioni di euro nessuno si fece vivo nel 2004, mentre Capitalia, in difesa dei suoi crediti, trovava prima Lotito per la Lazio e poi gli americani per la Roma, salvando due società ben più indebitate del Napoli. E quali interessi avrebbero da sfruttare i ricchi investitori internazionali alle falde del Vesuvio? Nessuno! Neanche sullo stadio da ristrutturare – avessi detto uno nuovo! – ci si riesce a mettere d’accordo. Non è che il Comune di Torino se la passi assai meglio di quello di Napoli, ma nel capoluogo piemontese certi interessi di matrice industriale e turistica hanno fatto sì che in un ventennio sorgessero di fatto tre stadi nuovi, mentre a Napoli il tempio del Calcio divorava enormi risorse comunali per la manutenzione ordinaria e straordinaria, sempre al limite dell’agibilità e della fruibilità, con la SSC Napoli a compartecipare alle spese di gestione.
Ma i tifosi del Napoli, imbattibili per passione, lo sono anche per convinzione (sbagliata) e sono persuasi in grandissima parte di supportare la squadra di una capitale del Calcio che vincerebbe e stravincerebbe se De Laurentiis la smettesse di fare l’imprenditore sbruffone a conduzione familiare. Al netto degli errori del patron azzurro, i paraocchi sono il vero limite di una tifoseria che dovrebbe dunque capire che Napoli è città invischiata nelle sabbie mobili del territorio più depresso dell’Eurozona e, in quanto tale, periferia del calcio. Eppure sempre in Europa da sei anni, eppure al posto 20 del ranking UEFA (seconda squadra italiana), eppure con lo sfizio di qualche coppetta nazionale portata in bacheca e strappata ai dominatori di sempre, quelli dell’industria per antonomasia. Ma veramente vogliamo pensare che la Napoli calcistica sia una realtà inespressa dal lontano 1926, e che solo nei 5 anni di Maradona, quando la politica democristiana lo volle in azzurro per dar sollievo alla Campania post-terremoto, abbia fatto il proprio dovere? Suvvia!
Non si può sognare la vittoria quando per due stagioni si resta senza la ghiotta fetta di introiti della Champions League. C’è ora solo da far quadrare i bilanci e programmare diversamente; non si può altrimenti, a meno che non si voglia avviare una nuova spirale negativa. È difficile digerirlo, certo, ma è la realtà, e chi non la guarda finisce nella zona d’ombra della frustrazione. In troppi ci sono già dentro da un bel pò.
La Serie A gioca in casa da Roma in su, ma Tavecchio non lo sa
Angelo Forgione –
Carlo Tavecchio, presidente della Federazione Italiana Giuoco Calcio dallo scorso Agosto, eletto tra mille polemiche per le sue incaute dichiarazioni a sfondo razzista, continua a ribadire la sua inadeguatezza al ruolo. In un’intervista rilasciata per È Azzurro, mensile dedicato ai tifosi del Napoli in edicola il 17 giugno, ha motivato la ridottissima presenza di squadre meridionali (3) nel campionato di Serie A riconducendola esclusivamente alla crisi economica in atto. Risposta che palesa la mancanza di conoscenza del movimento che lo stesso Tavecchio è chiamato a guidare. Come scrivo nel mio libro Dov’è la Vittoria, infatti, il Calcio italiano riflette il divario unitario Nord-Sud e rappresenta un’anomalia europea. La presenza del Sud nella storia della Serie A non supera il 20%, e il problema non è affatto legato a un fenomeno economico transitorio ma è una costante dalla stagione 1926-27, la prima con squadre del Nord e del Sud in competizione mista, dopo 26 campionati “nazionali” a carattere settentrionale. Tra l’altro, pur con l’acuirsi della crisi degli ultimi anni, nei campionati tra il 2010/11 a quello 2015/16 la percentuale risulta la più alta di sempre, seppure al ribasso nelle ultime 3 stagioni.
Numeri e dati – scrivo sempre in Dov’è la Vittoria – sembrano dire che il campionato italiano si giochi a Nord e che i competitors del Sud siano degli invitati a una competizione sovranazionale che va da Roma in su. La Serie A assomiglia alla Major League Soccer americana, torneo che vede una manciata di squadre canadesi iscritte al campionato statunitense. Con la differenza che Nord e Sud italiani sventolano la stessa bandiera.
Riccardo Giammarino, direttore responsabile della rivista del gruppo editoriale Giammarino, intervistandomi per il Brigantiggì (in onda sull’emittente Julie Italia), ha colto l’occasione per chiedermi un parere sulla dichiarazione del presidente della FIGC… una sconcertante dichiarazione.
Perché gli scrittori del Sud pubblicano con editori del Nord
Angelo Forgione – L’esplosione, negli ultimi anni, del revisionismo storico delle vicende dell’Unità d’Italia, e in generale della pubblicistica a firma meridionale, è stato accompagnato da una polemica interna incalzante ma davvero miope: l’attacco, talvolta feroce, da parte di una frangia di integralisti, ai principali artefici della ripresa di certe istanze, ovvero agli scrittori del meridionalismo intellettuale, accusati di pubblicare libri di divulgazione storico-identitaria, che mettono in ordine i conti con la storia, con case editrici del Nord. In un simile atteggiamento gioca un ruolo importante l’ignoranza, non culturale ma rispetto all’editoria e a come se la passa di questi tempi. Ignoranza di chi non conosce il problema in Campania e al Sud in generale, settore in cui l’iniziativa editoriale fa i conti con una crisi acuta e troppo spesso si sposa col fenomeno della pubblicazione a pagamento. Maurizio De Giovanni, dalle pagine de Il Mattino, denunciò il 9 ottobre 2012 che “in Campania molti che si definiscono editori hanno come cliente pagante l’autore, e speculano sul sogno di pubblicazione invece di svolgere una sana attività di scouting”.
Il mio editore, Magenes (Milano), si pone come un vero editore perché pubblica ciò che ritiene valido e scarta i manoscritti non ritenuti validi, che invece altrove rischiano di essere portati in libreria solo perché gli autori sono disposti a pagarne la stampa e l’acquisto di un quantitativo di copie pur di rincorrere un sogno. Questo determina pubblicazione di ogni genere di scritto, anche il più scorretto e fuorviante, in nome dell’introito sicuro dell’editore. E pure lo scrittore che sente di essere tale, così come ogni altro creativo intellettuale, non può farsi umiliare da simili condizioni. Ma anche la distribuzione incide sulla scelta, perché se l’obiettivo di un saggista è quello di diffondere nuove informazioni va da sé che si cerchi per queste il più ampio smistamento possibile sul territorio nazionale.
Il mio secondo libro, Dov’è la Vittoria, poteva essere stampato da un paio di grandi editori del Nord, che mi opzionarono dopo il successo di Made in Naples (sempre in attesa di editori del Sud che vogliano investire sul sottoscritto), ma il contenuto non era compatibile con certe linee editoriali, e per evitare di doverlo “risistemare” lo affidai ancora a Magenes, casa editrice che
nel frattempo, causa crisi del comparto tipografico, perdeva due fornitori in Alta-Italia ai quali si appoggiava e, su mio invito, emigrava a Bracigliano, Salerno, alle falde del Vesuvio. Fosse solo un problema fotografico… Il problema è che non è neanche principalmente di casa editrice, visto che buona parte dei guadagni sul prezzo di copertina va alla distribuzione, che è monopolizzata da società settentrionali, e di là comunque bisogna passare. Così è, se vi pare. E se non vi pare, fatevelo parere.
Quando Sant’Antonio detronizzò San Gennaro
Angelo Forgione – 13 giugno, Sant’Antonio da Padova, nato a Lisbona, per circa 15 anni patrono di Napoli, in luogo di San Gennaro.
All’alba del 1799, i giacobini francesi avevano instaurato la Repubblica Partenopea, affidandola alla pochezza politica della borghesia e della nobiltà locale, incapaci di produrre riforme e indulgenti rispetto ai furti di opere d’arte e danaro che i francesi operarono in città. Ferdinando IV fu costretto a riparare a Palermo ma godette del sostegno del popolo, che, ingrossando l’inferocito Esercito della Santa Fede guidato dal Cardinale Fabrizio Ruffo, risalendo dalla Calabria, dopo soli sei mesi gli restituì il trono. Su pressione inglese e per risentimento della tradita Maria Carolina, furono giustiziati un centinaio di repubblicani giacobini e furono inflitte detenzioni ed esili. Tra questi, Domenico Cirillo, ex medico personale della regina, ed Eleonora de Fonseca Pimentel, per vent’anni sua amica e bibliotecaria personale, prima di cambiare atteggiamento e definire la Regina “tribade impura”. Certamente, con quel centinaio di esecuzioni, al patibolo venne traumaticamente strozzata l’intellighenzia che aveva costituito linfa del grande Settecento napoletano cui attinse il mondo intero, ma le migliaia di civili massacrati in battaglia dai francesi e dagli stessi repubblicani, che gli riversarono colpi di cannone alle spalle da Castel Sant’Elmo, sembrano non aver mai pesato sul bilancio tra le parti. Stime ufficiali ne indicano circa tremila, ma ne furono probabilmente di più; il generale francese Paul-Charles Thiébault, tra i protagonisti di quelle vicende, trascrisse nelle sue memorie la stima, limitata ai primi cinque mesi di governo franco-giacobino, di sessantamila vittime complessive di parte napoletana-cristiana-borbonica, oltre ad incalcolabili saccheggi dalle Calabrie alle Puglie.
I napoletani arrivarono addirittura a “detronizzare” San Gennaro, accusato di parteggiare per i giacobini, artefici di una guerra sistematica contro la fede cattolica. Il generale francese Jean Étienne Championnet impose all’arcivescovo di Napoli, Capece Zurlo, di dichiarare che la liquefazione del sangue era avvenuta nel giorno dell’arrivo dei francesi. Quando le armate della Santa Fede giunsero a liberare la città, era proprio il 13 giugno, e il posto di patrono di Napoli fu assegnato a Sant’Antonio da Padova, raffigurato da quel momento con la bandiera borbonica. San Gennaro sarebbe tornato al suo “posto” solo dopo la Restaurazione del 1815, circa quindici anni dopo.
Celebre il Canto dei Sanfedisti, in cui Sant’Antonio è protagonista della riscossa.
Alli tridece de giugno sant’Antonio gluriuso.
‘E signure, ‘sti birbante ‘e facettero ‘o mazzo tante
So’ venute li francise, aute tasse n’ci hanno mise.
Liberté… egalité… tu arruobbe a me io arruobbo a te.
Sona sona sona Carmagnola
sona li cunsiglia viva ‘o rre cu la Famiglia.
(video) Pastore: «’Dov’è la Vittoria’ sarà materia di studio»
È stato presentato mercoledì 10 giugno a la Feltrinelli di Napoli Chiaia il saggio Dov’è la Vittoria di Angelo Forgione. Con l’autore sono intervenuti Rosario Pastore, storica firma della Gazzetta dello Sport, e Luigi Necco, altrettanto storico volto della Rai.
Proprio Rosario Pastore, concluso l’appuntamento ricco di belle parole, ha affidato alla sua pagina facebook un convinto invito alla lettura del libro (di seguito riportato).
Da un po’ di tempo, fra me e Angelo Forgione è in atto un simpatico duetto: io lo chiamo Maestro e lui, del tutto indebitamente, chiama maestro me. In realtà, da parte mia è un po’ più che un giochetto: perché quando chiamo maestro Angelo, lo faccio del tutto seriamente. Ho sempre seguito questa linea: chi merita di essere chiamato Maestro è uno che, almeno nel suo campo, ne sa molto più del suo prossimo. E Forgione ha ampiamente dimostrato che ben pochi, o forse nessuno, è in grado di competere con lui negli argomenti che lo appassionano. Un’altra cosa ho imparato nella mia, ahimè, lunga vita. Ed è che è abbastanza facile scrivere la prima opera, molto più difficile scrivere la seconda. Una legge che vale un po’ in tutti i campi. Si può dipingere un bel quadro, si può scattare una attraente fotografia, si può recitare con successo in una “piece” teatrale, si può scrivere un buon libro, alla prima botta. Perché quando ti accingi ad una cosa del tutto nuova, dai fondo a quanto sai, gratti il barile della tua esperienza, ti affidi alla tua incosciente faccia tosta e magari riesci ad avere successo. Quando devi fare il bis, però, cominciano le difficoltà. Perché non è più il tuo istinto ad aiutarti ma quello che hai veramente dentro, il tuo talento naturale. Ebbene, quando ho letto la prima opera di Forgione, Made in Naples, mi tuffai con molto godimento nelle pagine di uno che dimostrava di conoscere a fondo la materia che presentava. E infatti, ci troviamo di fronte non ad un improvvisatore ma ad un vero, approfondito studioso di uno Stato, di una città che purtroppo non esistono più e che sono state offese, calpestate, mortificate nelle loro stessa essenza. Chi vi parla non è un borbonico e quindi non accetta di prendere per oro colato tutto quello che gli viene propinato. E infatti Forgione col suo libro non voleva convincere ma raccontare, illustrare, dimostrare. Made in Naples ha avuto il successo che meritava e continuerà ad averlo. Ma ora eccoci davanti alla seconda opera, questo Dov’è la Vittoria. Non un trattato, non un raccontino, non un “excursus”, ma una vera e propria denuncia, proprio come una vera e propria denuncia era stato Made in Naples. Angelo Forgione, nell’accingersi a scrivere la sua seconda opera, quella della verità, non ha inanellato una serie di fattarielli, ha studiato la materia, si è tuffato in questo mondo prendendolo di petto, ne ha studiato gli aspetti più sconcertanti. Ne è venuto fuori un prodotto che sarà materia di studio e un libro praticamente obbligatorio sia per gli addetti ai lavori sia per quanti si pongono domande alla quali, fino ad oggi, non sono state date risposte esaurienti. Alcune di queste domande le troviamo nella controcopertina del libro. Ma sono solo alcune. A tante altre, a tutte, Forgione dà le sue risposte e lo fa in maniera del tutto esauriente. Non è un caso che quanto sta accadendo nel Napoli in questi giorni rispecchia quanto Angelo anticipa nella sua opera. Dopo anni di illusioni di grandezza, gli obiettivi della squadra sono ridimensionati. Non più sogni europeisti, con un allenatore con fama, a torto o a ragione, internazionale come Rafa Benitez ma un bravo tecnico, per di più napoletano, i cui meriti sono di aver dato un gioco decente ad un Empoli appena arrivato in serie A, guidandolo ad una tranquilla salvezza. E dando alla squadra un gioco piacevole ed a tratti spettacolare. In ogni caso, un allenatore i cui meriti sono da verificare in un ambiente difficile come il nostro. Perché questo ridimensionamento? E perché, mentre il Napoli, agli inizi del XXI secolo, veniva mandato in serie C senza pietà, altre squadre, come la Roma e specialmente la Lazio di un certo Lotito, venivano risparmiate ed i loro debiti venivano spalmati in comodi pagamenti, anche con scadenza venticinquennale e senza interessi? E come mai la Juve, coinvolta pesantemente in Calciopoli, veniva punita solo alla serie B e gli venivano tolti solo due scudetti mentre, stando alle indagini, sarebbero molti di più quelli conquistati più o meno legittimamente? Il calcio meridionale raccoglie solo le briciole di quanto gli lascia, con tanta magnanimità, il calcio del Nord. Squadre che rappresentano realtà importanti, come il Palermo, non hanno mai vinto uno scudetto. Il Napoli ne ha conquistati due, ma solo grazie al fatto di poter contare sul giocatore più forte del mondo, un lusso che, negli anni seguenti, fu pagato amaramente. Di tutto questo e di moltissimo altro parla e discute Forgione in Dov’è la Vittoria, una pubblicazione, che ripeto, deve trovare posto nelle vostre librerie. Dopo averla letta, naturalmente.
R. P.



