De Laurentiis: «Gli Agnelli hanno costruito un impero»

Angelo Forgione Chiarissime le dichiarazioni di Aurelio De Laurentiis rilasciate a Sky dopo la vittoria del Milan ai rigori sulla Juventus nella finale di Supercoppa.

«Il gap con la Juventus esiste solo societariamente, loro hanno una storia immensa perchè immensa è la storia della loro famiglia. Il vero re d’Italia è stato Agnelli, e prima Valletta. La Juve è una goccia nell’oceano di una famiglia immensa. È roba da far paura, ma di cosa stiamo parlando? Dal punto di vista del potere economico non ce n’è per nessuno, nemmeno per gli arabi, i cinesi, i club inglesi, spagnoli o tedeschi.
Quando la mattina apro i giornali e leggo che il PIL può aumentare, mi cascano le braccia. Non si può parlare di calcio e stadi quando la situazione generale è questa. Il Sud, leggevo su un quotidiano, sta prendendo coscienza di se stesso. Dico da tempo che Napoli è una testa di serie di tutto il Meridione, sino a Palermo».

Il presidente del Napoli, circa gli Agnelli, parla di “Regno d’Italia”, e poi di economia meridionale e di rappresentanza calcistica del Sud in Europa, riferendosi chiaramente al fatto che l’unica squadra competitiva dei territori più poveri del Continente (Sud-Italia e Grecia) è il Napoli.
Parole in perfetta sintonia con il mio Dov’è la Vittoria, soprattutto nello specifico del capitolo “Il Regno d’Italia“.

Sindaco di Trieste tra i rifiuti: «Noi non siamo a Napoli!». Ed è polemica con De Magistris.

Angelo Forgione Inciampo del sindaco di Trieste Dipiazza, che, avendo verificato un problema nella rimozione di alcuni rifiuti nella sua città, ha pubblicato un video su facebook in cui afferma  «qui non siamo a Napoli, siamo a Trieste».

Replica del sindaco di Napoli De Magistris, chiamato in causa dal vibrato sdegno:

È davvero un peccato che una bellissima città come Trieste sia guidata da un Sindaco che cede ai luoghi comuni più banali e beceri su Napoli. Sono certo che i cittadini triestini sono molto più seri di un’Amministrazione che, a quanto pare, non è in grado neanche di gestire il problema della spazzatura in una città che è grande quanto un quartiere di Napoli.
Dal 2011, da quando c’è questa Amministrazione, le immagini dei rifiuti a Napoli sono solo un pallido ricordo. Napoli è la città italiana che cresce di più in termini culturali e turistici, e capisco bene che ad alcune realtà politiche e territoriali del Nord questa cosa possa dare grande fastidio. Ma noi siamo un popolo accogliente per natura, per cui voglio solo rivolgere un invito caloroso a tutti i cittadini triestini di venire a visitare la nostra bellissima città. Nonostante tutti i suoi problemi, che nessuno mai ha negato, tornerete a casa carichi di una bellezza e di una meraviglia che non ha eguali al mondo.

Ma Dipiazza non ci pensa proprio a porgere le scuse e, sempre tramite un post su facebook, rispedisce al mittente le accuse e rincara la dose, mostrando di nutrire certe idee guardando le incursioni di Luca Abete di Striscia:

Vorrei ricordare al sindaco di Napoli che dal 2001 al 2011 quando ho amministrato questa città per due mandati, Trieste si è classificata prima a livello nazionale per qualità della vita sia nel 2005 che nel 2009 (classifica Sole 24 Ore). Adesso, in questo terzo mandato, sto lavorando per riportarla a quei livelli. Il Sindaco de Magistris, invece di fare tali dichiarazioni, farebbe solo bene ad imparare da questa amministrazione come si raggiungono questi risultati, e magari guardare i servizi televisivi, come quelli di Striscia la Notizia, che riguardano la sua città e che purtroppo non trasmettono un’immagine di efficienza.
Fortunatamente conosco Napoli e con i napoletani ho trascorso momenti bellissimi, e queste polemiche, per una battuta di impeto, mi sembrano fuori luogo.

Le scuse, si sà, sono dei galantuomini.

Terra dei Fuochi, pozzi e terreni dissequestrati a Caivano

Angelo Forgione Ho dato il mio contributo culturale al Festival del Pomodoro di Caivano dello scorso 24 ottobre e alla Task Force Pandora della Dottoressa Paola Dama per denunciare la cattiva informazione e gli eccessivi allarmismi sulla produzione agro-alimentare in Campania. E proprio a Caivano, nei giorni scorsi, sono stati dissequestrati dalla Procura di Napoli dei pozzi e degli ettari coltivati di terreno posti sotto provvedimento giudiziario nel novembre del 2013. L’ipotesi di reato era quella di “avvelenamento delle acque dei pozzi” con conseguente “avvelenamento delle colture ivi effettuate destinate all’alimentazione umana”. Nelle acque irrigue era stata rilevata la presenza di fluoruri, manganese, arsenico, ferro e solfati. Ebbene, si trattava di concentrazioni di origine naturale, ritenute pericolose all’epoca per l’assenza di norme nazionali per i terreni e per le acque per irrigazione e per la mancata pubblicazione dei valori di fondo naturale delle stesse matrici ambientali da parte della Regione Campania.
Terreni bollati subito come avvelenati, e prodotti della Campania immediatamente ma immovitivamente boicottati. Poi intervenne la Cassazione a decretare che invece verdure e ortaggi erano sani, ma il danno era fatto. Il clamore mediatico aveva già pesantemente bombardato e messo in ginocchio un intero comparto.

caivano_dissequestroIl messaggio è da ribadire ancora: l’ecosistema biologico rende le piante autodepurative, cioè capaci di assorbire ciò che gli serve e non tutto quello che si trova nel terreno. I loro frutti assimilano in modo selettivo e tendono a rifiutare inquinanti e sostanze in eccesso.
La vera responsabile dell’incidenza tumorale, più alta che altrove nelle province tra Caserta e Napoli, è l’aria che vi si respira, ed è quello il grande problema, ancora esistente, della Terra dei Fuochi.

Un festival per affermare la sicurezza della produzione agro-alimentare campana

Un Festival del Pomodoro proprio a Caivano, sfidando la fobia per i prodotti coltivati nella cosiddetta Terra dei fuochi. Lo abbiamo fatto, guidati da Paola Dama, fondatrice del gruppo di studio Task Force Pandora e ricercatrice dell’Università di Chicago, per lanciare un messaggio chiaro: non è affatto vero che se si mangia campano si ingeriscono veleni. Lo abbiamo fatto per arginare i danni creati a una filiera agricola da chi non aveva alcun titolo per gridare all’inquinamento agro-alimentare in Campania e per mettere in crisi un intero comparto. Ne hanno approfittato in tanti, creando allarmismo strumentale, nonostante il RASFF, ovvero il Sistema di Allerta Rapido comunitario, non abbia mai lanciato alcun allarme in tal senso. Insomma, prodotto campano più boicottato che inquinato. Malainformazione e nulla più.
La serata all’auditorium Caivano Arte, presentata da Mary Aruta e Luca Riemma, ha goduto del sostegno di personalità politiche e diversi artisti di Made in Sud, ma i veri protagonisti sono stati i numerosi esperti e ricercatori che hanno fatto luce sulla potenziale tossicità dei prodotti campani. Il messaggio più importante è che le piante non accumulano sostanze tossiche nelle parti che mangiamo. L’ecosistema biologico le rende autodepurative, cioè capaci di assorbire ciò che gli serve e non tutto quello che si trova nel terreno. I frutti della terra assimilano in modo selettivo e tendono a rifiutare inquinanti e sostanze in eccesso. Il problema vero resta l’aria che si respira nel zone comprese tra Napoli e Caserta, ed è quella la vera responsabile dell’incidenza tumorale più alta che altrove.
La chiusura, dopo tre ore di dibattito, ha proposto una mia spiegazione della diffusione del pomodoro in Europa, partendo di fatto da Napoli, la città che, con una epocale rivoluzione agricola del Settecento, cambiò le abitudini alimentari. Un secolo fa un’industria fondata da un piemontese metteva il Golfo di Napoli nelle sue immagini pubblicitarie per dire al mondo che il proprio prodotto era di eccellenza. Oggi invece le aziende conserviere del Nord rivendicano la provenienza settentrionale delle materie prime. Qualcosa è cambiato.

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Il Sud che tifa per la Juventus e per le squadre di Milano

Come ha fatto la Juve a essere la squadra più tifata d’Italia? Perché al Sud si tifa per le squadre del Nord? Le risposte le ho date alla testata Vesuvio Live, così come di seguito riportato.

Slegare il Calcio dalla storia comprometterebbe una corretta comprensione degli attuali equilibri sportivi ed economici che regolano la geografia del sistema pallone in Italia. Riavvolgere il nastro degli eventi rappresenta l’unica soluzione per rispondere a domande che non sempre trovano una risposta adeguata.

L’impresa di chiarire alcuni fondamentali aspetti storico-sportivi e sociologici è riuscita ad Angelo Forgione, giornalista, scrittore e ricercatore storico napoletano che ha affrontato questi temi nel suo recente libro Dov’è la Vittoria.

Come ha fatto la Juve a essere la squadra più tifata d’Italia?

C’entra il mondo dell’industria, cui è legato a doppio filo il Calcio sin dai sui principi britannici. Ne ho scritto approfonditamente nel mio libro Dov’è la Vittoria, in cui chiarisco come tutto questo abbia influito in un Paese come l’Italia, squilibrato economicamente come nessun altro.

La Juventus ha iniziato a ingrossare il suo seguito nel dopoguerra. Fino al 1949, anno della scomparsa del Grande Torino, contava 7 scudetti, solo 1 in più dei granata, la cui superiorità schiacciante fu improvvisamente interrotta dalla tragedia di Superga. L’Inter e il Bologna ne avevano 5 e il Milan 3. Ne vantava addirittura 9 il Genoa, e 7 la Pro Vercelli, ma il loro prestigio era legato ai primi campionati, quelli in cui il tricolore si disputava solo tra squadre del “triangolo industriale”.
Sparito il Grande Torino, che tra l’altro era nato come Torino-Fiat quando la famiglia Agnelli si era disinteressata della Juventus, i bianconeri, riacquistati da Gianni Agnelli nel 1948, si ritrovarono in competizione con Inter e Milan negli anni del “miracolo economico” italiano, quando si realizzò la più grande migrazione di massa mai verificatasi nella nostra penisola: milioni di persone si spostarono dal Mezzogiorno, abbandonando i campi agricoli per andare a lavorare nelle fabbriche del Nord. I nuovi residenti dell’area piementese, cioè pugliesi, siciliani, calabresi, campani, lucani e sardi, trovarono ostilità e cartelli con scritte discriminatorie, e dovettero trovarsi dei riferimenti locali da sposare per farsi accettare. Il Calcio divenne il modo più immediato per combattere l’emarginazione, il veicolo più immediato per sentirsi più integrati. La Juventus, fino a quel momento sostenuta prevalentemente dalla buona borghesia torinese, divenne improvvisamente la squadra dei proletari immigrati, mentre il Torino divenne la squadra dei torinesi.

Il club bianconero, a quel punto, capì di doversi dare un’immagine che risultasse familiare ai lavoratori meridionali della Fiat e iniziò a rastrellare talenti del Sud, in un campionato in cui le frontiere erano chiuse. E così, nel maggio del ‘68 chiuse il primo acquisto geopolitico della storia calcistica italiana prelevando dal Varese il catanese Pietro Anastasi, nonostante il giovane centravanti fosse già promesso all’Inter. Gianni Agnelli lo strappò di forza ai nerazzurri con un blitz improvviso. Il presidente del Varese, Giovanni Borghi, era il patron della Ignis, produceva l’articolo del momento, il rivoluzionario frigorifero, e i compressori glieli forniva proprio la Fiat. L’offerta dell’Avvocato non si poteva proprio rifiutare. E il prezzo del calciatore, in parte, fu pure pagato con merce. Anastasi, nel trapasso tra fine anni Sessanta e inizio anni Settanta, divenne l’idolo del popolo degli emigranti del Sud e la sua foto in maglia bianconera entrò prepotentemente nelle case torinesi di periferia come in quelle siciliane. Così come la foto del sardo Cuccureddu, del palermitano Furino e del leccese Causio, una significativa rappresentanza meridionale nei 5 scudetti juventini degli anni Settanta che accrebbe la sempre maggiore simpatia dei tanti appassionati nel Mezzogiorno per la Juventus. Il suo nome, che non era quello di una città e non imponeva il cliché del campanile, agevolò il processo di diffusione della popolarità bianconera.

I meridionali di Torino, quelli che costruivano le fortune economiche della famiglia Agnelli, trasmisero la juventinità ai parenti rimasti al Sud, sui quali fece facilmente presa tutto ciò che gravitava attorno al miraggio della ricchezza e del successo settentrionale.
La Juventus dominò gli anni Settanta e i primi Ottanta, ingrandendo la sua tifoseria con nuove generazioni di fedelissimi immigrati – figli e parenti – che si identificarono con le vittorie della “zebra”. Le convocazioni dei calciatori juventini nella Nazionale italiana divennero massicce e sul cosiddetto “blocco-Juve” fu costruita la Nazionale che giunse quarta ai Mondiali del 1978 e vinse quelli del 1982. Ben nove juventini scesero in campo in Argentina e sei furono titolarissimi nella trionfale spedizione in Spagna. La Juventus, così, si rese definitivamente la squadra d’Italia, la nazione campione del mondo.

Perché al Sud si tifa per le squadre del Nord?

Discorso delicato, soprattutto a Napoli, e anche di questo parlo nel mio libro con un’analisi sociologica che provo a sintetizzare. Le tre principali scintille d’innesco della fede sportiva sono legate all’identificazione antropologica: l’eredità patriarcale, la fascinazione richiamata dal proprio territorio e quella evocata dal successo. Quest’ultima è quella porta a tifare per la Juventus, ma anche per il Milan e l’Inter, perché sono i club che storicamente hanno scritto cicli vincenti. I più piccoli amano e desiderano vincere, a tutti i costi, e del resto modificano spudoratamente le regole dei loro giochi pur di riuscirvi. In loro si sviluppa molto presto la voglia di affermarsi e per questo preferiscono la sensazione appagante della vittoria e rifiutano quella deludente della sconfitta.

Se primeggiare è il primo istinto del piccolo tifoso non c’è da stupirsi che la Juventus, la squadra italiana che vanta più titoli nazionali, sia anche quella che vanta più sostenitori, nonostante i ripetuti scandali più o meno recenti, la revoca degli scudetti e la retrocessione d’ufficio del 2006.

Il Sud, come il Centro e il Nord-Ovest d’Italia, sceglie le squadre blasonate di Torino e Milano perché è pieno di ragazzini che non accettano di legarsi alle squadre delle proprie città e delle proprie province per non autocondannarsi all’impossibilità di competere per la vittoria. Questi giovani tifosi barattano la loro identità col potere, pur di recitare un ruolo da protagonista in pubblico, perché il tifo costituisce un elemento primario di riconoscimento e di affermazione sociale. E difficilmente, crescendo, sono in grado di mettere in discussione le proprie scelte infantili.
Solo le città con identità forti e squadre di un certo rango, come Napoli, Roma e Firenze, riescono ad arginare il fenomeno. E infatti lo juventinismo, il milanismo e l’interismo attecchiscono molto di più nei piccoli e medi centri che non riescono a emergere nel Calcio che conta. Cosa volete che scelgano i bambini di Siracusa, Olbia, Matera, Teramo, Macerata e di altre città e province che la Serie A non la vedono mai? Questi giovani devono necessariamente fare una scelta che consenta loro di partecipare, di non sentirsi totalmente esclusi, e per convenienza inconscia si affezionano alle squadre vincenti, oppure a quella che sta compiendo un ciclo vincente al momento dell’esplosione della passione calcistica.
Poi ci sono i tifosi di quei distretti che rappresentano realtà calcistiche di un certo rilievo ma che però sono storicamente incapaci di recitare un ruolo primario, come ad esempio Bari, alla cui fede locale è spesso accostata quella per una delle tre grandi storiche. In questi centri è spesso ostentata una fedeltà sdoppiata, una duplice passione: per la squadra locale, che non ha legami stretti con la vittoria, e per quella in grado di vincere, che non ha legami stretti col territorio.

Ecco perché Juventus, Milan e Inter sono le squadre degli appassionati territorialmente “decentrati”, quelli che vivono nelle province senza una grande storia calcistica.

La mancanza di un preciso radicamento geografico della tifoseria bianconera fa della Juventus l’emblema del tifo apolide, ancor più dell’Inter e del Milan, che almeno si dividono Milano, mentre Torino è ampiamente granata. I colori bianconeri intercettano circa il 35% degli appassionati sparsi, un tifoso italiano su tre. Con sensibile distacco, l’Inter e Milan si contendono la seconda piazza, col 14%. Dietro le tre “industriali” segue il Napoli al 13% e poi la Roma al 7%, non a caso le altre due grandi città e le due grandi squadre poco vincenti perché non appartenenti a territori di storia industriale ma che però riescono ad accendere la fascinazione delle loro fortissime identità.

In definitiva, il meridionale che tifa per le squadre del Nord è nella stragrande maggioranza dei casi vittima di un’inazione infantile che paralizza in una posizione confortevole. Il fatto è che tutto questo determina anche vantaggi economici essenziali per le tre big. Basti ricordare che la ripartizione dei diritti televisivi è contrattata in modalità collettiva e che il 25% è frazionato in base alla classifica delle tifoserie per quantità. Più sostenitori hanno i club, più soldi portano a casa, al netto del merchandising e della bigliettazione allo stadio. Potete facilmente immaginare quanti soldi Juventus, Milan e Inter intaschino grazie al seguito che raccolgono al Sud.

Iscrizione scuole britanniche: “italiano, napoletano o siciliano?”. È polemica, ma a discriminare sono gli italiani.

Angelo Forgione “Italiano, italiano napoletano, italiano siciliano, sardo o altro italiano”. Sono queste le opzioni disponibili per indicare le provenienze linguistiche dei figli degli italiani in Gran Bretagna nei moduli d’iscrizione online di alcune scuole di Inghilterra e Galles. A evidenziarlo sono stati per primi alcuni genitori, trasaliti di fronte alla distinzione etnico-linguistica italiana, richiesta all’atto dell’iscrizione. Distinzione che ha innescato una pungente nota di protesta da parte dell’ambasciatore d’Italia a Londra, Pasquale Terracciano, che peraltro è napoletano: “L’Italia è unita dal 1861. Quella che è stata riproposta dai britannici è una visione tardo ottocentesca della nostra immigrazione”
L’episodio s’inserisce in un momento delicato per la Gran Bretagna, alle prese con la prospettiva della Brexit e il dibattito sul flusso dei migranti e sull’apertura agli stranieri. Dopo la protesta ufficiale sono giunte le scuse del Foreign Office di Londra. L’incidente diplomatico era però evitabile perché si tratta di distinzione linguistica a scopo didattico e non di discriminazione, non solo per le specificità italiane. Nei moduli incriminati, compilati in base ai principali codici linguistici approvati,  è elencato anche il sardo (senza italian), e poi il galiziano, il catalano, il gaelico irlandese e quello scozzese, le varie lingue greche, quelle curde, e altre ancora, in modo da definire la specifica provenienza etnica dei figli di immigrati per potergli fornire la necessaria assistenza linguistica nell’apprendimento dell’inglese. Altro che visione tardo ottocentesca. Insomma, una tempesta in un bicchier d’acqua.

E viene pure da chiedersi perché tanto stupore se è proprio l’Italia ad aver prodotto il peculiare fenomeno della discriminazione territoriale, prima in scia al Positivismo risorgimentale ottocentesco e poi, un secolo dopo, con le invettive di un partito xenofobo e anti-meridionale, tollerato dallo Stato italiano nonostante l’ECRI, la Commissione Europea contro il Razzismo e l’Intolleranza, negli scorsi anni ci abbia più volte condannati per l’assenza di controllo dei sentimenti, dei linguaggi e delle attività razziste della Lega Nord. Nasce il caso quando i britannici si rendono responsabili di distinzione e non discriminazione; loro che si distinguono tra inglesi, scozzesi, irlandesi e gallesi; loro che sanno bene che l’Italia è unita dal 1861, ché la nostra unità l’hanno pilotata e sono coscienti delle peculiari differenze italiche. Non nasce alcun caso quando sono gli italiani – accade sovente – a fare cervellotica discriminazione tra loro e i napoletani. Se ne vedono di tutti i colori, un caso di cronaca nera sì e l’altro pure, leggendo la stampa locale e guardando i telegiornali nazionali.

Il bluff renziano dei 600 posti Apple a Napoli

Angelo Forgione Presentato in pompa magna da Matteo Renzi, il ‘Centro Apple’ di Napoli sembra sempre più un torso di mela. Il “segno tangibile” dell’attenzione del Governo per il Sud si sta rivelando un boomerang propagandistico, lasciando sulla sua scia i 600 posti di lavoro sbandierati dal premier e dalla sua pletora. Nessuna filiale europea, nessun posto di lavoro, ma una iOs Developer Academy, un’accademia formativa con borse di studio per studenti e laureati vogliosi di imparare i linguaggi di programmazione delle App.
Le prove per la selezione dei corsisti si sono svolte recentemente, senza file e ressa, di quelle che si vedono nei centri commerciali all’uscita dei nuovi modelli di iPhone. Su oltre 4000 domande accettate, si sono presentati  in poco più di 1000. In moltissimi hanno evidentemente compreso l’effettivo indirizzo dell’operazione, rinunciando. Prendono corpo i sospetti della vigilia sulla soluzione orchestrata dal Governo Renzi per sistemare con un bonus l’accordo scontato siglato da Apple con il fisco italiano per una corposa evasione fiscale sulle vendite in Italia.

post facebook del 22 gennaio 2016

Un reportage de La Gabbia Open (La7) ci aiuta a comprendere meglio la vicenda.

Lacrime di gioia per Pisacane, un napoletano che ce l’ha fatta!

pisacane_cagliariAngelo Forgione 18 settembre 2016, data da ricordare per chi ama lo sport pulito, proprio nella domenica in cui il calendario di Serie A ha proposto Inter-Juventus, ri-edizione in campo dell’aspro conflitto di Calciopoli, a dieci anni di distanza dal grande scandalo del Calcio italiano. Non l’ultimo, perché a seguire, nel 2011, ne è spuntato un altro, quello di Scommessopoli, battezzato “Last Bet” nell’inchiesta della Procura di Cremona aperta dalla denuncia alla Procura Federale di Fabio Pisacane, napoletanissimo dei quartieri spagnoli, difensore venticinquenne in forza al Lumezzane che rifiuta l’offerta clandestina di 50.000 euro da parte del direttore sportivo del Ravenna, Giorgio Buffone, lui che in Lega Pro ne guadagna poco più in una stagione intera. Fabio, detto “Faffolino”, sogna la Serie A. Ha pure superato un bruttissimo dramma personale: una mattina, all’alba della carriera, si sveglia completamente paralizzato. Il sistema nervoso in avaria, il coma e poi la sentenza: sindrome di Guillain-Barré. Tre mesi in ospedale. Un incubo, fortunatamente a lieto fine. Strada tutta in salita per riprendersi la salute, e poi per scalare le categorie minori del professionismo con in testa l’obiettivo di arrivare alla massima.
Il gesto esemplare di Fabio viene pure stranamente eclissato dalla stampa, che manda sulle prime pagine il solo Simone Farina, difensore romano del Gubbio, encomiabile anch’egli per la denuncia di una tentata combine che segue quella del napoletano. “Faffolino” se ne sta in silenzio ma pochissimi tra gli attenti, tra cui chi scrive, incalzano perché gli siano restituiti i giusti meriti. Il tempo è galantuomo, cosicché inizia pian piano a farsi luce sull’esempio del ragazzo dei quartieri spagnoli. Va a finire che addirittura la FIFA, nell’aprile 2012, nomina entrambi i calciatori ambasciatori del Calcio pulito nel mondo, con un conferimento ufficiale a Roma. Fabio, intanto, è salito di categoria, promosso in Serie B con la Ternana. Poi all’Avellino, ancora in “cadetteria”, prima di passare al Cagliari con mister Massimo Rastelli, torrese, e disputare un campionato da protagonista nella stagione della promozione. La conferma nella rinforzata rosa del Cagliari 2016/17 gli schiude il sogno dell’esordio in Serie A, cullato nelle prime tre partite. Lo incontro in un giorno di fine agosto nel cuore dei quartieri spagnoli, reduce dal bel pareggio della sua squadra contro la Roma al Sant’Elia, e mi mostra la nuova attività commerciale che sta per inaugurare col padre: prodotti tipici sardi, umbri e irpini in vendita lì dove è partito per la sua scalata. Gli dico «Forza Cagliari», che è per dirgli che tifo per lui.
E oggi, a trent’anni, contro l’Atalanta, Fabio ha coronato il suo sogno, undici dopo il suo esordio da professionista. 80 minuti da titolate, contro un cliente scomodo di nome Alejandro Gomez. I due si scontrano al 35′ alle soglie dell’aria di rigore cagliaritana, con i sardi sul punteggio di 1-0, quando l’atalantino, tra i più vivaci dei suoi, viene sgambettato da “Faffolino” e messo a terra. Fuori area, e però l’arbitro Fabbri fischia un rigore che può rovinare la giornata. Paloschi lo fallisce, e giustizia è fatta. Finisce 3-0, con doppietta di Marco Borriello, altro napoletano giunto in estate a rinforzare i rossoblu.
Fabio abbraccia Rastelli al triplice fischio. Nel dopo gara, va in mixed-zone e non trattiene l’emozione al microfono di Vittorio Sanna (Videolina): «(…) Stava succedendo l’impossibile ma non poteva finire così. Oggi il destino mi ha dato una grossa mano. Da quattro mesi pensavo notte e giorno a questo momento e a tutte le difficoltà che ho attraversato. Però non ho mai mollato un secondo». La voce si rompe. «Non ce la faccio».

Qualche minuto per drenare le lacrime di gioia e “Faffolino” torna ai microfoni. «Nell’ultima settimana ho cercato di non pensare, ma durante la notte la testa mi portava indietro nel tempo di 10, 11 anni. Scene particolari. Un carico di emozioni che per fortuna sono riuscito a gestire. Era una partita che sognavo da tempo, ho mangiato tanta polvere, ma ce l’ho fatta. Adesso l’importante è mantenere i piedi per terra anche a trent’anni e continuare a lavorare come ho fatto fino ad oggi. Se poi aggiungiamo che abbiamo vinto, non potevo chiedere veramente di più. Ringrazio tutti, a partire dai miei genitori, fino a mia moglie che mi sopporta tutti i giorni e mio figlio che mi dà una grandissima forza. E non dimentico Massimo Rastelli, un grande uomo, uno di quelli che mantengono le promesse».
Poi Fabio torna a casa, tra i suoi affetti, e descrive la gioia sui social network: W la vita!“, scrive in chiusura. Marco Borriello commenta su Instagram: “Complimenti, Fabio!!! Un altro figlio di Napoli che conquista la Serie A. Sei una bella persona ed un professionista esemplare… goditela tutta”.
Forse
la notizia dell’esordio in Serie A di un ambasciatore FIFA del Calcio pulito meriterebbe maggiore evidenza. Anzi, levo il forse, perché la carica va rispettata. Ad ogni modo, raccontare la storia di un ragazzo che ce l’ha fatta sarebbe certamente un messaggio importante per i più giovani.
Qualcuno disse di meritar fiducia perché altoatesino e non napoletano; e finì squalificato per doping. Qualcun altro, silenziosamente, insegna i valori della vita da napoletano fiero. Grazie e complimenti sinceri, Fabio, volto pulito di Napoli e del Calcio. Sai che sono sinceramente felice per te.

Auguri SSC Napoli, ma nascondi l’età

Angelo Forgione 1 agosto, giorno di festeggiamenti per il Napoli, l’unico club del Sud capace di misurarsi contro il ricco Nord del calcio. Una ricorrenza che però è inventata di sana pianta, perché in realtà la SSC Napoli di anni ne ha quattro in più di quelli che ci suggerisce la storia mal narrata, e se c’è un giorno di agosto da celebrare, quello è semmai il 25, non l’1. Faccio chiarezza, dopo aver già divulgato nel mio libro Dov’è la Vittoria (Magenes) e in diverse altre occasioni, anche allo stesso presidente Aurelio De Laurentiis in una mia conferenza sulla storia del caffè al Mostra Agroalimentare Napoletana M.A.G.N.A.

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Inganna tutti la data del 1926, che non è la data di fondazione del club ma quella del cambio di denominazione per motivi politici. Dal nome inglese a quello italiano, dettato dall’applicazione della Carta di Viareggio, uno statuto ufficializzato proprio nell’agosto 1926 dal commissario straordinario della FIGC e presidente del CONI Lando Ferretti per mettere letteralmente il movimento calcistico italiano nelle mani del Fascismo e ricondurre il Calcio al processo di “nazionalizzazione” mussoliniana.

Il Napoli era già nato nell’ottobre del 1922, allorché si era realizzata la fusione tra Naples Foot-Ball Club e l’U.S. Internazionale Napoli, e si era costituito l’Internaples Foot-Ball Club, che aveva eletto come presidente Emilio Reale (patron anche della vecchia U.S. Internazionale) e scelto il colore azzurro. Quella squadra, il primo Napoli, militava nella Lega Sud della Prima Divisione Nazionale, divisa in due competizioni distinte del Nord e del Sud.

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Dal 1898, infatti, anno di fondazione della Federazione Italiana Foot-Ball, poi FIGC, il Nord-Italia monopolizzava il campionato italiano, rendendolo espressione del “triangolo industriale” appena nato e relegando le squadre centro-meridionali al ruolo di comprimarie, prima escludendole dai tornei che assegnavano il titolo di campione d’Italia e poi fingendo, nel 1912, di ascoltarne le proteste con la concessione di una finalissima tra le squadre vincitrici di un Girone Nord (con Liguria, Piemonte, Lombardia, Emilia e Veneto) e di un Girone Sud (con Toscana, Lazio e Campania). Finali pro forma, perché tutti, compresa la FIGC, erano ben consci del divario creato tra i due movimenti calcistici – uno in cui i soldi delle zone industrializzate avevano condotto al semiprofessionismo e l’altro ancora fermo al totale dilettantismo – e sapevano che le finalissime non avrebbero espresso alcun significato tecnico-agonistico.

Nel 1925, la precaria situazione finanziaria dell’Internaples aveva convinto Emilio Reale a cedere il club al facoltoso commerciante Giorgio Ascarelli, più adatto a garantire sicurezza al club. Il nuovo presidente, il secondo della storia del club (non il primo come si racconta), aveva ingaggiato l’allenatore lombardo Carlo Carcano, già calciatore della Nazionale, e la giovane promessa piemontese Giovanni Ferrari. Dalle giovanili era stato promosso in prima squadra un certo Attila Sallustro. Quella compagine era poi arrivata a giocarsi, con esito infelice, la finale di Lega Sud contro l’Alba Roma, valevole per l’accesso all’inutile finalissima nazionale per lo scudetto.
A quel punto irruppe il regime fascista, impegnato nel processo di “nazionalizzazione” del Regno d’Italia. Mussolini, non consentendo che il Calcio italiano restasse spaccato tra Nord e Sud e mostrasse disgregazione sociale, impose d’ufficio alla FIGC, tramite il CONI, l’unificazione delle due leghe territoriali in un’unica ‘Divisione Nazionale’, articolata in 20 squadre, di cui 17 sarebbero state del Nord e 3 del Sud, e più precisamente: le prime 16 squadre della Lega Nord; la diciassettesima dello stesso campionato da designare con un torneo tra le retrocesse (vinse l’Alessandria, ndr); le restanti tre dalla ex Lega Sud, ossia le due finaliste dell’ultimo torneo, Alba Roma e Internaples, più la Fortitudo Roma, quest’ultima ammessa perché presieduta da Italo Foschi, uno degli ideatori della riforma fascista del Calcio. I sodalizi del Nord protestarono per le decisioni superiori, riunendosi più volte a Genova, Torino e Milano, ritenendo le tre squadre di Napoli e Roma inadeguate alla competizione e usurpatrici di posti spettanti al Calcio settentrionale. L’ostracismo, però, dovette piegarsi alla volontà politica. A Napoli, a quel punto, si pose un problema serio. Mussolini detestava gli inglesismi, e pur italianizzando il nome Internaples ne veniva fuori la “Internazionale”, che ricordava l’Internazionale comunista, avversaria politica del Fascismo. Il presidente Ascarelli, di origine ebraica, suggerì allora la più opportuna adozione del semplice nome italiano della città. Un articolo de Il Mezzogiorno del 12-13 agosto annunciò che una riunione sociale presso la sede di piazza della Carità avrebbe probabilmente stabilito il “nome migliore da dare alla Società”.

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Una nuova assemblea dei soci si tenne il 25 agosto, riportata da Il Mezzogiorno del 25-26 agosto, per formalizzare il cambio di denominazione di una società che era stata fondata nel 1922: da Internaples Foot-Ball Club ad Associazione Calcio Napoli.

Una data, quella del 25 agosto, erroneamente tradotta dalle cronache successive come 1 agosto, giorno in cui non accade di fatto nulla. Il giorno 2 agosto, la Commissione di Riforma dell’Ordinamento della Federazione aveva emanato ufficialmente la Carta di Viareggio, con cui era nato finalmente il campionato unito. Il 3 agosto l’Internaples aveva ottenuto l’affiliazione alla nuova Lega Nazionale.

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L’8 agosto, il settimanale Tutti gli Sport aveva pubblicato un articolo in cui si leggeva di “interessamento benevolo del Governo nella questione che non si sarebbe risolta se non fra molti anni di umiliazioni, di abile politica del Sud verso i papaveri del Nord“, di “eguaglianza dei diritti e dei doveri di tutte le società italiane”, di “sacrificio iniziale” delle “società di testa in favore di quelle finora ingiustamente trascurate”, di “legittima aspirazione a progredire” della squadre e dei calciatori del Sud.

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L’A.C. Napoli si presentò con un nuovo stemma: il Corsiero del Sole, un cavallo sfrenato, emblema della città capitale dal XIII secolo, simbolo dell’indomito popolo partenopeo. A conferma che non si trattò di fondazione ma di semplice cambio di denominazione, nella nuova rosa figurarono otto elementi della stagione precedente, compreso quell’Attila Sallustro che sarebbe diventato in seguito l’idolo dei tifosi. I risultati della stagione (solo 1 punto in classifica), disastrosi nell’impatto col “Calcio industriale”, trasformarono, per tradizione orale, il cavallo rampante in un ciuccio malandato. Il Regime non si arrese e ripescò più volte le retrocesse pur di supportare il processo di unificazione tra Nord e Sud del Calcio italiano. Anzi, nel 1927 si verificò la fusione delle due squadre romane, anch’esse a fondo classifica, e nacque l’attuale AS Roma, ammessa alla Prima Divisione.
L’A.C. Napoli cessò le attività nel 1943 a causa delle difficoltà incontrate durante lo svolgersi della guerra. A tenere vivo il calcio napoletano fu la neonata Associazione Polisportiva Napoli, che nel 1947 assunse la storica denominazione di Associazione Calcio Napoli. Il 25 giugno del 1964, tra sali e scendi dalla A alla B, la società, soffocata dai debiti, cambiò ancora denominazione in Società Sportiva Calcio Napoli, sodalizio decretato fallito il 2 agosto 2004 e poi rilevato il successivo 6 settembre, attraverso l’acquisto del titolo sportivo da parte di Aurelio De Laurentiis, che scelse la provvisoria denominazione Napoli Soccer. La precedente denominazione fu ripristinata il 24 maggio 2006, con l’acquisizione del marchio e dei trofei più importanti della storia azzurra. Insomma, si tratta di una società nata nel 1922 e rinominata cinque volte nel corso degli anni (1926, 1945, 1964, 2004, 2006). E non é perché nei suoi primi quattro anni di attività non le era consentito misurarsi direttamente con i club del Nord che bisogna considerarla più giovane di quanto non sia. Così le si sottraggono quattro anni di discriminazione settentrionale e il primissimo periodo di vita.

contributo video concesso da Giammarino Editore

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Higuain sposa il potere, nessun pianga! Arrivederci e ringraziamenti reciproci.

Angelo Forgione Finisce la storia tra Higuain e il Napoli. Poco male. Giusto il tempo del pianto dei tifosi e metabolizzare il lutto, ma poi sarà bene guardare avanti. Stiamo parlando di un calciatore di levatura internazionale, e in quanto tale è macchina da soldi gestita da un procuratore. Non è mica un console che deve lasciare in maniera coatta un posto di cui si è innamorato per scadenza del mandato. L’amore, in questo Calcio, è un sentimento che appartiene solo agli appassionati, che non partecipano al giro d’affari dello show-business ma sono proprio quelli che lo alimentano con la loro passione planetaria, ovvero il vero motivo per cui sponsor e imprenditori ci mettono quei soldoni che fanno la felicità dei calciatori. E a loro, ai tifosi, del Napoli in questo caso, vulnerabili nei sentimenti, è stata sottratta la chiarezza. Sarebbe il caso di restituirla e spiegare la verità degli eventi delle ultime settimane. De Laurentiis, Higuain e pure Marotta, lo dicano che erano d’accordo da qualche giorno, e che hanno messo in piedi il giuoco delle parti quando Gonzalo ha accettato il trasferimento a Torino. Non c’è nulla di male, perché a 90 milioni di euro un calciatore si saluta volentieri, soprattutto se ha 28 anni e 7 mesi. È un affarone irrinunciabile, e bisogna dirlo ad alta voce, altrimenti va a finire che i tifosi, che vivono d’amore, continuano a credere che nel presunto sport vi sia spazio per sentimenti profondi e romantiche rinunce. I soggetti interessati lo dicano alla gente che il calciatore aveva da tempo un accordo con la Juventus e che il Napoli ne era al corrente e ha dovuto subirlo. Certo, fino a qualche settimana fa ci voleva la zingara per scrutarlo nella sfera di cristallo. Poi, a fine giugno, con ancora negli occhi la rovesciata del record del Pipita, tuona il fulmine a ciel sereno di Nicolas Higuain a squarciale il ciel sereno, azzurro, informandoci che il fratello non vede un futuro napoletano. Il lavoro sporco lo deve fare il procuratore di famiglia; anche per lui c’è un’appetitosa fetta di torta da tagliare e divorare. Col senno di poi, sembra un copione scritto. De Laurentiis, che può provare ad allungare il contratto nell’estate 2015, dopo una stagione  infelice dell’attaccante argentino, si fa forte dell’esorbitante clausola rescissoria, che se la fissi è perché sai che a quel prezzo, semmai qualcuno arriverà a pagartelo, ti converrà perderlo. Bisogna però rimettere a lucido il calciatore per esporlo in vetrina, ma solo la zingara, che con il patron deve avere un certo feeling, sa che Sarri, il nuovo che avanza, farà il miracolo. Rivalutata l’intera rosa, Higuain come Koulibaly, e per la punta iniziano a fioccare i goal. Alla fine sono 36 in campionato, in 35 partite, record storico in Italia, roba da pazzi. A Napoli, a quel punto, c’è un tesoro che è quarto per valore solo a quello di San Gennaro, alla Collezione Farnese e ai dipinti di Caravaggio. Ma quelli sono inalienabili. Non lo è Higuain, che mentre dice ai tifosi di stare tranquilli manda il fratello a domandare offerte in giro. Spunta la Juventus, che nella sua vetrina ha Pogba ed è disponibile a convertire il suo oro nero in pepite argentine. E qui inizia la sceneggiata. Le voci si susseguono, e Gonzalo tace. Il silenzio è parola d’ordine fino al compimento delle vicende. Strategia diversa per l’argentino, che al momento di lasciare Madrid aveva detto a chiare lettere di volerlo fare. Ma lì non era idolo, e non tramava con i rivali del Barcellona. Qui c’è una città ai suoi piedi e la rivale storica acquattata dietro l’angolo, e c’è da camminare sulle uova. Non tace De Laurentiis, che licenzia definitivamente la zingara e sbandiera ai quattro venti, dallo scranno della Lega Calcio, che la Juve non è disposta a pagare la clausola rescissoria, e che non lo farà comunque perché è società di galantuomini, così sottintendendo che l’argentino e i bianconeri hanno già un’intesa preliminare. Vero è che tra Aurelio e Andreino corre buon sangue, e allora il bianconero Marotta sorride e sta al gioco: «Col Napoli non si tratta. Storia chiusa, per ora». Già, per ora. Stupido a quel punto chi non capisce. Il patron azzurro si sposta a Dimaro e da lì lancia un messaggio che apparentemente sembra indirizzato al Pipita lontano ma che è invece un nuovo indizio per il plotone disarmato della stampa e per i tifosi che pendono dalle sue labbra: «Higuain, vuoi tu davvero sposare la Juve e tradire la curva sotto la quale andavi a cantare e saltare?». Gatta ci cova. I tifosi. poverini, si illudono, e credono che il presidente stia sventando il grande sgarbo. In realtà c’è poco da sventare, perché tutto serve a pubblicare che Higuain e la Juve sono d’accordo, e che tocca solo ai torinesi decidere se pagare o no. Il copione è studiato nei minimi particolari e, trascorso qualche giorno, qualcuno diffonde la foto di un certificato sanitario spagnolo. Higuain ha già fatto le visite mediche a Madrid alla presenza di Marotta, l’uomo del “per ora”. Per ora Higuain è abile e arruolabile in bianconero e la proprietà juventina deve solo pagare. Può rinunciare, ma il sì del calciatore è cosa nota. Higuain ha tradito, in ogni caso. Lo spiffero serve a rendere sempre più concreta la prospettiva che può traumatizzare i tifosi, a sdoganare una verità perché la gente inizi a prenderne atto, nel silenzio delle due società interessate. Ormai il dado è tratto.
Giusto prendersi il bottino della clausola rescissoria, una cifra fuori mercato per un calciatore alla soglia dei ventinove, e puntare su un attaccante da valorizzare, magari più giovane, e incastonarlo in quello che è il vero segreto del Napoli di oggi, ovvero il suo sistema di gioco, che produce palle-goal in quantità industriale per l’uomo d’area di rigore. Sarà pure il tempo di ben reinvestire i soldi, tanti, che il Napoli incasserà, perché il patron De Laurentiis è sempre più nell’occhio del ciclone e non bastano gli alti standard raggiunti per farsi apprezzare da una piazza esigente, spaccata tra pro e contro l’uomo della rinascita, complessivamente refrattaria a comprendere i limiti oggettivi di una società che ottiene comunque risultati in una depressione territoriale che allontana gli imprenditori delle nuove frontiere dell’oro.
Il vero dolore, in tutta questa vicenda, è tutto per i tifosi, che vedono Higuain passare alla concorrenza. Passerà, perché Higuain, diciamolo, non è un leader, non lo è mai stato e mai lo sarà; e mai è stato bandiera e portavoce di proclami di battaglia. Higuain è cuore River Plate, la squadra dell’aristocrazia di Buenos Aires, la Juventus d’Argentina, contrapposta al proletariato del Boca di Maradona, colui che detestò Barcellona e giurò eterna avversione al potere calcistico-industriale del settentrione d’Italia. Higuain, a Napoli, ci è finito per sbaglio e per fortuna, e ora ripara. Sarebbe andato volentieri a Torino già tre anni fa, quando il Napoli fece un’offerta migliore al Real Madrid e se lo portò a casa. Credeva di poter vincere il bomber, ma non aveva fatto i conti coi poteri forti d’Italia. Non li conosceva. Li ha verificati, toccati con mano, e ha capito che a Napoli è difficilissimo trionfare. Solo uno ci è riuscito, ma quella è tutt’altra storia. Presto Gonzalo dirà, c’è da scommeterci, di essere felice di approdare nella squadra che gli dà la possibilità di farlo. Ed è proprio qui il nocciolo della questione: ovvio che Gonzalo lasci Napoli per un bel po’ di soldi in più, e in tal senso una maglia vale più dell’altra se ti fa gonfia il conto in banca e non il petto, ma va a Torino perché si sente un perdente di successo e la Juventus gli dà la chance per dimostrare di non esserlo. Se lui a Napoli ci è finito per sbaglio e per fortuna, Diego ci è finito per destino, e ci è rimasto per amore, rinunciando a un mucchio di soldi e al suo desiderio più grande: una villa con giardino e piscina dove invitare amici e parenti, che Ferlaino gli promise nel 1984 e non gli concesse mai. Berlusconi lo colpì nel punto debole, la privacy dorata, ma in fondo el pibe poteva farne a meno, poteva restarsene nel suo appartamento posillipino di via Scipione Capece e andarsene in giro di notte pur di non dare un dolore alla sua gente. Gli restava il panorama del Golfo e la voglia di vincere per sovvertire le gerarchie, non poco per un rivoluzionario con la propensione al ribaltamento degli ordini precostituiti. Non gli occorreva cambiare squadra perché sapeva che era lui a far vincere una società, non il potere di una società a dargli la chance per farlo. Riuscì nell’impresa di ribaltare gli squilibri, e il Napoli pagò in seguito lo storico sforzo.
Higuain che passa dall’azzurro al bianconero è
una storia tipica di un calcio imperniato su interessi economici talmente grandi perché i protagonisti dello show si possano preoccupare dell’identità e della moralità. Higuain avrebbe potuto rifiutare di avvalersi della clausola e annullare così la volontà juventina, se fosse stata solo tale. De Laurentiis avrebbe potuto accontentarsi di una cifra minore dall’Atletico Madrid o dall’Arsenal pur di non lasciarlo ai rivali juventini, i quali, a loro volta, non ci hanno pensato su più di tanto a portare in bianconero il capocannoniere della Serie A. Tutti d’accordo, sulla pelle dei tifosi che oggi brucia per le ferita, vittime del Calcio degli avidi legionari, delle volgari clausole e dei disonorevoli scandali, da cancellare azzerando la concorrenza e la competizione. Quella della Juventus, a dieci anni da Calciopoli, è una dispotica manifestazione di potere che nasconde una volgare sete di rivalsa sul Calcio italiano. Tornata a dominare e piegate le rilavi storiche, c’è da strappare alle più immediate concorrenti italiane del momento i pezzi pregiati (Higuain e Pjanic) e provare a lasciar loro solo la lotta per le briciole. È il progetto di Andrea Agnelli che sta diventando realtà: una Juve incontrastabile che infili sei scudetti consecutivi almeno, per essere il presidente dell’unica società italiana ad esservi riuscita e sottomettere non solo la storia dell’Inter e del Milan ma anche quella di nonno Edoardo, zio Gianni e papà Umberto. E provare a mettere sulla torta la ciliegiona della Champions League. Sarebbe uno spot internazionale per Fiat-FCA, in difficoltà nella gestione sportiva della Ferrari affidata, con pochi risultati, nientepopodimeno che a Marchionne. C’è in ballo il prestigio familiare nel precario equilibrio tra gli Agnelli, che gestiscono la Juve, e gli Elkann, che gestiscono la Ferrari, rami ereditari della monarchia di Villar Perosa. Higuain ha dato il suo assenso a partecipare a tal progetto, ma la scelta non addolori nessuno. In fin dei conti, restando in Italia ha deciso di venire a giocare al San Paolo da avversario. Sarà un bel giorno. Per il Napoli, sia chiaro, è un grande affare, e gli affari fanno la fortuna dei club moderni. A patto che li si faccia fruttare a dovere, e il club partenopeo sa farlo. Chi invece ancora crede al Calcio dei sentimenti inizi a ripensare al suo modo di viverlo, e non si strappi i capelli ma lasci che sia. E lasci perdere gli idoli a pagamento, li ignori pure in strada, esattamente come loro ignorano la gente. Passano e vanno, mentre il Napoli è sempre lì, da 94 anni, di cui i 90 che erroneamente si appresta a festeggiare sono quelli in cui si è potuto battere contro i poteri forti. Se una buona volta capissimo perché la data del 1926 è un falso storico capiremmo come gira il mondo del Calcio italiano, oggi come allora.