Zubin Mehta regala il cachet al San Carlo: «Napoli ricca di bellezze. I turisti non possono andare solo a Firenze, Venezia e Roma!»

Angelo Forgione – Il più bello e più antico dei teatri lirici costretto alla beneficenza dei più noti addetti ai lavori, personaggi sensibili che si sostituiscono allo Stato italiano, sempre più sordo alle necessità delle eccellenze culturali del Paese. Il grande maestro indiano Zubin Mehta, in occasione dell’inaugura della stagione sinfonica del Real Teatro di San Carlo, ha annunciato che rinuncerà al suo cachet per creare un fondo destinato all’acquisto di nuovi strumenti per i musicisti del Massimo napoletano, asfissiato dai tagli alla Cultura. «Sono maestranze straordinarie, mettono il cuore nella musica ogni volta che salgono sul palco – ha detto il direttore d’orchestra – ma hanno bisogno di strumenti adeguati. Con l’incasso di questo concerto non riusciamo ad acquistare un violino Guadagnini, ma possiamo dare l’esempio. Lancio un appello a tutti gli artisti e appassionati del mondo: aiutiamo il San Carlo». Metha ha da tempo messo l’accento sulle inadempienze italiane e con questo gesto intende evidentemente passare dalla denuncia ai fatti. Ma per lui il San Carlo è solo la punta di un iceberg. «La ricchezza di Napoli non è molto conosciuta nel mondo, neanche io un tempo sapevo che ci fossero così tante meraviglie. Ma poi ho girato e ora parlo nel mondo di quello che c’è a Napoli. I turisti non possono andare solo a Firenze, Venezia e Roma!»

Il Frecciarossa adriatico arriva a Bari ma Salento e Molise restano esclusi

Angelo Forgione – Dal 20 settembre i tanti baresi residenti a Milano potranno raggiungere casa più velocemente. Finalmente Trenitalia porta i Frecciarossa a Bari, passando per Pescara e Foggia, grazie a 2 collegamenti giornalieri (1 per direzione) Milano-Bari della durata di 6 ore e 30 minuti. Il convoglio milanese partirà alle 7.50, quello barese alle 16.20.
È un passo avanti che riduce la scopertura del corridoio adriatico, visto che fino ad oggi il “capolinea” dei Frecciarossa era Ancona. Per la riuscita dell’operazione sarà necessario far “correre” i treni su binari meno veloci (Bologna-Bari) e, per 32 chilometri, sul binario unico nel tratto Termoli-Lesina, neutralizzando l’effetto “freccia”.
Si tratta comunque di 2 soli collegamenti Milano-Bari, a fronte di 91 Milano-Roma. E restano tagliati fuori il Molise (territorio di transito senza fermate intermedie) come pure l’intero Salento di leccesi e brindisini, che devono accontentarsi dei meno veloci Frecciargento, con una grossa sproporzione di frequenza delle corse rispetto a quelle dei convogli più rapidi: per 6 Frecciargento Roma-Lecce al giorno ci sono 91 Frecciarossa Milano-Roma. Per non parlare dei tarantini, serviti dai soli Frecciabianca. Considerando che, sul versante tirrenico, la Calabria è pur’essa servita da soli 2 Frecciargento e che in Basilicata, Sicilia e Sardegna circolano solo trenini regionali su linee complementari, non basta un prolungamento adriatico per Bari (equiparato a quello tirrenico per Salerno) per poter dire che sui binari del Sud non si viaggi di meno e più lentamente che su quelli del Nord.

Il rinomato sorbetto di Napoli, vero antenato del gelato

Angelo Forgione – Siamo certi di sapere proprio tutto di un simbolo del made in Italy nel mondo qual è il gelato? La genesi di questo prodotto è davvero lunga, complessa e incerta, e attraversa la storia e la geografia, partendo dagli antichi babilonesi e dagli egiziani, che consumavano già ghiaccio tritato o neve con la frutta. Furono gli arabi, nel IX secolo, a portare in Sicilia lo Sherbeth (bevanda fresca), un infuso a base di acqua, zucchero, erbe e spezie che veniva ghiacciato con l’aggiunta di sale. La variante siciliana, italianizzata in “Sorbetto”, prevedeva l’uso della neve dell’Etna e delle Madonie.
Nonostante nel Cinquecento sia stato l’artista fiorentino Bernardo Buontalenti a introdurre l’uso dell’uovo per l’invenzione della “crema fiorentina”, anche detta “gelato buontalenti”, il sorbetto divenne una vera maestria dei napoletani, tant’è che il marchigiano Antonio Latini, scalco (capocuoco) al servizio del reggente spagnolo del viceregno di Napoli Esteban Carillo Salsedo, attribuì proprio ai napoletani un’abilità speciale nella preparazione dei Sorbetti: “(…) qui in Napoli pare ch’ ogn’uno nasca col genio e con l’istinto di fabricar Sorbette”. Lo scrisse ne Lo Scalco alla moderna, overo l’arte di ben disporre i conviti, pubblicato tra il 1692 e il 1694, a pochi anni dalla sua morte; un trattato di cucina in cui racchiuse tutta la sua esperienza sul campo, tra Roma, le Marche e Napoli. Particolare attenzione fu posta alla cucina napoletana, compresi i sorbetti, tra cui la “Sorbetta al latte”: “una caraffa e mezza di latte, mezza d’acqua, tre libbre di zucchero, once sei di cedronata o cocuzza trita”. È un sorbetto cui si aggiungeva il latte, ovvero l’antenato del gelato. Il palermitano Francesco Procopio aveva già aperto a Parigi il primo caffè-sorbetteria della storia, il tuttora famosissimo caffè Procope.
Nel 1775, il medico Filippo Baldini pubblicò a Napoli il “De’ Sorbetti”, primo libro completamente dedicato al particolare prodotto, classificato in tre tipi: subacido (alla frutta), aromatico (alla cannella, al cioccolato, al caffè) e lattiginoso. Iniziò così a diffondersi la distinzione tra sorbetto e gelato, il primo a base d’acqua, il secondo a base di latte. La città partenopea, tra le grandi capitali europee, era ormai rinomata per la qualità e la quantità di gelati e sorbetti, di cui era notoriamente ghiotto Giacomo Leopardi, e i Borbone presero a concedere titoli nobiliari anche a maestri artigiani di queste specialità.
La storia moderna del gelato la scrive Filippo Lenzi, alla fine del Settecento, aprendo la prima gelateria in terra americana. Il gelato ebbe un tale successo negli States che fu l’americano William Le Young a brevettare, a metà dell’Ottocento, la sorbettiera a manovella, precedentemente escogitata da Nancy Johnson. Si trattava di un meccanismo grazie al quale la miscela, mantenuta in continuo movimento, si raffreddava in maniera uniforme dando un composto finale cremoso invece che granuloso.
Nel primo Novecento, il bellunese Italo Marchioni, nato a Vodo di Cadore ed emigrato negli Stati Uniti, registrò il brevetto della tazza di cialda, con tanto di manico, adatta a contenere il gelato, per sostituire i bicchieri di vetro. Capitava frequentemente che i medesimi non venissero restituiti, o che si rompessero accidentalmente scivolando dalle mani dei clienti. Dal bicchiere al cono, il passo fu breve. Solo che il gelato, sciogliendosi, spugnava la cialda. E rieccoci a Napoli, nel 1960, quando il gelataio napoletano Spica ebbe la geniale idea di “impermeabilizzare” artigianalmente la superficie interna del cono rivestendola con uno strato di olio, zucchero e cioccolato. Il brevetto di Spica lo acquistò nel 1974 il colosso industriale anglo-olandese Unilever. Nacque così il “Cornetto”, re dei gelati industriali.

La mentalità perdente di Napoli secondo il fortunato Profeta di Fusignano

Angelo Forgione«Napoli perdente!». Ipse dixit Arrigo Sacchi, la cui carriera è in qualche modo legata al Napoli più vincente che vi sia mai stato. L’ex tecnico romagnolo ha sparato a zero sulla piazza partenopea nel giustificare, in un’intervista al quotidiano spagnolo AS, il fallimento (o presunto tale) di Benitez, suo pupillo, all’ombra del Vesuvio. Ed è bufera.
«A Napoli – ha detto l’ex allenatore – Benitez ha trovato una situazione non facile perché è una città che non ha mentalità vincente. Quella squadra non ha mai vinto niente di veramente importante. Maradona, il migliore giocatore che ho visto in campo, non ha alzato là neanche la Coppa dei Campioni. Neanche è arrivato ai quarti. Lavorare in un ambiente così è difficile».
C’è poco da risentirsi. Sacchi ha detto una sacrosanta verità. La mentalità vincente manca al Napoli, e manca a tutto il calcio centro-meridionale. È un problema radicale, nativo, che coinvolge tutto il movimento calcistico della parte del Paese non industrializzata. Più ci si allontana dalla produttività settentrionale e più il Calcio diventa poesia, sentimento. Roma, ad esempio: è una delle capitali europee meno vincenti nel Football, disciplina in cui la mentalità vincente è fiorita nei centri industriali del Vecchio Continente. È proprio l’applicazione dello spietato metodo imprenditoriale nel Calcio ad aver prodotto successi, lavorati come in catena di montaggio, da “accantonare” appena fabbricati, e fabbricati ad ogni costo, possibilmente il più basso. Se per l’icona bianconera Boniperti «alla Juventus vincere non è importante ma è la sola cosa che conti», anche a costo di festeggiare un Coppa dei Campioni con dei cadaveri all’esterno di uno stadio, un motivo ci sarà. Se per Berlusconi è prioritario ostentare sulle maglie del Milan una patch con le sette Coppe dei Campioni vinte, un motivo ci sarà. Se Massimo Moratti si è svenato di oltre un miliardo di euro nell’arco della sua quasi ventennale presidenza dell’Inter, pur di cancellare la fama di perdente che si era costruito, un motivo ci sarà. Le varie proprietà di Juventus, Milan e Inter coincidono nel tempo con la maggiore nomenclatura imprenditoriale italiana, quei Rizzoli, Agnelli (intere generazioni), Moratti (padre e figlio) e Berlusconi che hanno compreso il ruolo veicolante del Calcio per la creazione di identità moderne e produttive.
Napoli, che piaccia o no, è un’altra piazza, un’altra Italia. Solo 15 podi in 72 stagioni in Massima Serie (2 volte primo, 5 volte secondo, 8 volte terzo), e la sua tifoseria di oggi non tiene conto del dato storico, migliorato dall’azzurro di Maradona con 5 podi (5 trofei) e da quello del contestato De Laurentiis con altri 3 (3 trofei), i due più vincenti della storia. Roma non ha fatto meglio, coi 21 podi giallorossi (in 85 campionati) e i 13 biancocelesti (in 75 campionati). Risparmio al lettore la quantità di podi, non di scudetti, delle squadre di Milano e Torino.
Napoli, come Roma, è piazza che non sa vincere, perché ogni importante battaglia vinta non l’archivia immediatamente, come in catena di montaggio, ma si abbandona a lunghe euforie che abbassano la soglia di concentrazione rispetto ai successivi impegni in guerra. Napoli, come Roma, è piazza che non sa neanche più perdere, perché se ci lascia le penne è colpa di chi non fa qualcosina per appagare la convinzione di meritare di più, dimenticando tout court le svantaggiose condizioni economico-sociali del territorio.
Sacchi, dunque, ha ragione, e c’è poco da risentirsi. Ma quel poco ha il suo perché proprio nella figura di Sacchi, uno baciato in fronte dalla fortuna. Arrivato al Milan dalla provincia senza aver fatto nulla di straordinario oltre a rifilare due sconfitte al ricco e rampante Berlusconi. Uno che ha vinto tanto in rossonero, dando spettacolo, ritrovandosi addosso la fama di miglior allenatore italiano di tutti i tempi. Lo fece in soli tre anni, complice il tasso tecnico messogli a disposizione dall’allora Cavaliere e il temporaneo sfarinamento del Napoli più vincente della storia, che gli regalò uno scudetto e lo lanciò nell’olimpo della Coppa Campioni. È lì, nel torneo continentale più importante (e molto più facile di quello di oggi), che costruì il suo mito, visto che nei successivi 3 campionati italiani si piegò a Trapattoni, Bigon e Boskov. Sacchi introdusse l’esasperazione del ritmo e del movimento senza palla, ma soprattutto la figura del preparatore atletico, vero segreto che gli consentì di far correre i suoi più di tutti, prima di tutti. Quando quella figura fu adottata dall’intero scibile calcistico, Sacchi finì di veder sfrecciare i suoi in campo con una marcia in più. Se ne andò a guidare la Nazionale, e per poco non vinse un mondiale senza nulla fare e con un Baggio in più, macchiando la fama che si era costruito con quella nuova e meno lusinghiera del “cul de Sac”. Risultati assai modesti a seguire, anche in Spagna e poi ancora in Italia. Il troppo stress lo portò al ritiro. Magari frustrazione da insuccessi per un uomo che aveva vinto tanto in poco tempo, il signor nessuno divenuto “il profeta di Fusignano” e chiamato a dover dimostrare di essere un vincente. Chi lo aveva sostituito al Milan [Fabio Capello] vinse più di lui, senza prendersi alcuna benemerita etichetta.
Non che si intenda sminuire chi ha saputo dettare un cambiamento del Calcio, ci mancherebbe. Ma quel cambiamento fu attuato senza applicare la cultura della sconfitta. Il Milan di Sacchi sapeva vincere ma non perdere, e toccò livelli di fair-play molto bassi. Come non ricordare il pareggio-qualificazione della vergogna nei quarti di finale della Coppa Italia 1989/90 contro l’Atalanta grazie a un rigore guadagnato (e trasformato) con una rimessa in campo non restituita agli orobici, mentre Sacchi se ne lavava le mani e si prendeva le invettive del collega Mondonico. Come non ricordare quel Verona-Milan dell’Aprile 1990 che consegnò lo scudetto al Napoli, quando, dalla panchina, Arrigo urlò di tutto all’arbitro Lo Bello, costretto ad espellere lui e tre furibondi rossoneri. Il suo Milan chiuse nella vergogna il meraviglioso ciclo europeo la sera del 20 Marzo 1991 quando, sotto di un goal a Marsiglia, abbandonò il campo per lo spegnimento di un riflettore, presto riattivato. Eppure, Sacchi e il suo Milan, il fair-play e la cultura della sconfitta li avevano conosciuti proprio nel Maggio del 1988, espugnando il “San Paolo” e soffiando lo scudetto al Napoli. 80.000 napoletani si alzarono in piedi e tributarono uno scrosciante applauso ai vincitori (quello sì che era un pubblico che sapeva perdere). Due anni dopo, a parti invertite, da casa Milan piovvero solo veleni sul Napoli per la monetina di Bergamo, nonostante i 2 punti finali di vantaggio degli azzurri.
Cosa c’entra la mentalità vincente con la lealtà sportiva? C’entra, quando vittoria ad ogni costo significa calpestare l’etica. Sacchi frequenta oggi i salotti televisivi in qualità di opinionista, trasformandosi spesso a sproposito in educatore. Ha ragione a dire che a Napoli non c’è mentalità vincente ma è bene che non dimentichi che lo stimato Benitez ha fallito anche a Milano, con l’Inter, perché Moratti chiuse il portafogli dopo essersi svenato per vincere la Champions League. La crisi della raffinazione a livello europeo aveva avviato la spirale negativa dei bilanci in rosso della sua Saras. Sine pecunia ne cantantur missae. Se ne sta accorgendo anche l’ultimo Berlusconi, falciato dal lodo Mondadori. E se questo a Napoli è normale, a Milano lo è un po’ meno. A proposito di mentalità vincente.

‘Dov’è la Vittoria’ su Radio Sportiva

Dalla rubrica “Libri e Sport” di Radio Sportiva di venerdì 4 settembre, un concentrato di meridionalismo intellettuale in maglietta e pantaloncini, parlando di Calcio e Italia spaccata.

Via al restauro dello storico ponte di Chiaia

Angelo Forgione – Partito ad agosto il cantiere per il restauro dell’ormai fatiscente ponte di Chiaia, nell’ambito del più ampio progetto «Monumentando», che prevede il recupero estetico di 27 opere storico-artistiche di Napoli.
Fu il Viceré Manuel Zunica y Fonseca conte di Monterey, a volere, nel Seicento, la costruzione (a spese dei residenti) del ponte Monterey, in pietre e mattoni, per unire la zona di Monte di Dio spaccata in due. La strada di Chiaja sottostante, principio dell’antichissima via Puteolana verso i Campi Flegrei, si inoltrava tortuosamente lungo l’alveo naturale esistente tra il monte Echia di Pizzofalcone e l’altura di San Carlo alle Mortelle. Nel 1539, Don Pedro de Toledo, il “vicerè urbanista”, nell’ambito dei lavori di ampliamento della città, fece allargare la strada per creare un più agevole collegamento tra la residenza vicereale e il lungomare di Chiaja, e fece realizzare il Pendino di Chiaja, una rampa per collegare la via bassa con la zona sovrastante di Pizzofalcone. Nel 1636, con la ponte_chiaja_4zona ormai urbanizzata ed edificata, fu necessario realizzare il ponte. Fu poi Ferdinando II di Borbone, nel 1834, una volta appreso della presenza di lesioni che ne compremettevano la staticità, a disporne restauro e restyling in stile neoclassico, con l’abbattimento della rampa, da sostituire con un torrino di scale (dove poi avrebbe trovato posto anche un’ascensore nel Novecento), e degli edifici connessi. Il nuovo ponte, ad opera di Orazio Angelini, fu ornato con stemmi borbonici e cittadini, e bassorilievi rappresentanti degli angeli da un lato (di Tito Angelini e Gennaro Calì) e dei cavalli sfrenati sull’altro (Tommaso Arnoud), simbolo della città capitale e della parte peninsulare del Regno delle Due Sicilie. ponte_chiaia_3Nel 1860, con l’invasione dei piementesi, lo stemma dei Borbone fu sostituito con quelli dei Savoia. I regnanti di Torino non misero neanche una pietra per realizzare quell’arco e forse neanche lo oltrepassarono mai. Chissà se un giorno qualcuno provvederà a ricollocare il simbolo di chi abbellì e mise in sicurezza la nobile strada di Chiaja.

ponte_chiaia_1ponte_chiaia_2

1912, la (finta) riforma pro-Sud che rischia di far sparire la Juventus

Angelo Forgione – Il campionato italiano nasce nel 1898, ma non può definirsi tale. È in realtà un torneo “industriale”, riservato a squadre di Piemonte e Liguria, e poi di Lombardia, ben presto allargato anche ad Emilia Romagna e Veneto, giusto per sottolineare anche con la nuova moda sportiva di fine Ottocento che l’Italia che conta non va più giù. Solo squadre del Nord progressista, dunque, nonostante l’interessamento al Calcio di nuovi sodalizi meridionali, costretti a cimentarsi nei tornei organizzati dai magnati inglesi che sfruttano i porti tirrenici della Penisola nella rotta del thé verso il Canale di Suez.
Ma i club del Sud vogliono crescere, e per farlo necessitano di misurarsi col Calcio più ricco. Quelli del Nord non ci pensano proprio a salire su un treno per andare a giocare nell’altra Italia. La Nazione, però, è formalmente unita da un cinquantennio, e una parvenza di coesione sportiva bisogna pur darla. Le proteste meridionali crescono, sono più che legittime e si fanno vibranti. Il rappresentante dell’Unione Sportiva Internazionale Napoli, Mario Hector Bayon, si presenta in una accesissima assemblea federale per chiedere aiuto alla FIGC e pronuncia una calorosa difesa dei Calcio meridionale con cui strappa prolungati applausi. Ci pensano i consiglieri federali Emilio Valvassori e Luigi Faroppa a mettere tutti d’accordo con una riforma con cui si istituiscono due raggruppamenti territoriali: uno del Nord, con Liguria, Piemonte, Lombardia, Emilia e Veneto, e uno del Centro-Sud, con Toscana, Lazio e Campania; tutto il resto, escluso. Le vincitrici dei due raggruppamenti si affronteranno in una finalissima che designerà la squadra campione d’Italia. In realtà la FIGC è ben conscia dell’abissale divario esistente tra le formazioni del Centro-Sud e quelle del Nord, sa che il divario non può colmarsi senza una vera fusione e sa benissimo che le finalissime assumeranno un valore pro forma senza alcun significato tecnico-agonistico. La vera attesa finale del campionato italiano sarà la partita che designerà la vincitrice del torneo settentrionale. E infatti, quando nel 1915 il campionato sarà sospeso per lo scoppio della guerra, lo scudetto sarà assegnato all’Inter perché in testa al Girone Nord.
Tutto risolto? Niente affatto, perché con la riforma ‘Valvassori-Faroppa’ viene introdotto anche il titolo sportivo, ovvero il meccanismo di promozioni e retrocessioni. Non solo per vincere, ora bisogna lottare anche per salvarsi. Ci va di mezzo la Juventus, che non è ancora la Juventus che conosciamo, ben lontana della proprietà della famiglia Agnelli e in cattive condizioni economiche. È un club piombato nella mediocrità dal 1906, anno in cui alcuni soci fondatori sono fuoriusciti per fondare il Torino. La squadra bianconera finisce ultima nel girone piemontese, vinto dai fortissimi campioni della Pro Vercelli, ed è la prima condannata alla retrocessione in seconda categoria (insieme al Modena e alla Libertas Milano). Il giocattolo dei giovani studenti del Liceo classico D’Azeglio di Torino sta per rompersi. Una prima assemblea societaria si chiude con l’intervento dei Regi Carabinieri, chiamati a sedare una rissa fra dissidenti che, in caso di retrocessione, minacciano di non finanziare la squadra e destinarla al fallimento. I soci fondatori convocano una seconda assemblea per ratificare lo scioglimento della società, alla quale si presenta in extremis anche il trafelato ingegner Umberto Malvano per annunciare un insperato ripescaggio. Ha lavorato di “diplomazia” con l’amico Giovanni Mauro, presidente del comitato regionale lombardo e, soprattutto, col fratello Francesco che della FIGC è reggente (in futuro sarà anche presidente). Insieme hanno trovato l’italianissima soluzione: sfruttando i posti liberati da alcune fusioni di squadre lombarde, la Juventus di Torino, Piemonte, viene trasformata provvisoriamente in squadra lombarda e inserita nel girone della Lombardia per essere ripescata e salvata dalla prematura fine della sua storia.
La vera unione calcistica delle due Italie perdura per altri anni ancora, passando per lo scisma del 1921-22 dettato dalla volontà dei grandi club del Nord di estromettere dalla competizione tutti gli altri, cioè il resto d’Italia.
Solo con la Carta di Viareggio del 1926, con l’irruzione nel Calcio del regime fascista, si abolisce la riforma di facciata e parte un vero campionato italiano. È l’anno di nascita ufficiale del Napoli, che in realtà esiste dal 1922, (fusione tra il Naples Football Club e l’U.S. Internazionale Napoli) e cambia semplicemente denominazione sociale per compiacere il nazionalismo di quel Regime che lo butta nella mischia insieme al Calcio romano: da Foot Ball Club Internaples ad Associazione Calcio Napoli. Il Nord, dopo 26 scudetti acquisiti, cessa di avere l’esclusiva e, pur protestando animatamente, deve obbedire alle volontà superiori che procurano non pochi fastidi a chi fin lì ha monopolizzato il Giuoco. La Juventus è ora scudettata, risanata e rafforzata da Edoardo Agnelli, che ha portato in dote i capitali della Fiat ed è pronto a conseguire il suo ciclo vincente: 6 scudetti, di cui 5 di fila, con cui la cultura industriale pone fine al grande Calcio amatoriale delle polisportive piemontesi. Parte da qui la costruzione del palmarès, il più prestigioso d’Italia, di un club che nel 1913 è stato a un passo dalla sparizione.

approfondimenti in Dov’è la Vittoria (Magenes, 2015)

juventus

L’Ercole Farnese, il grande rimpianto di Napoleone

Angelo Forgione –  È uno dei pezzi più pregiati della parte scultorea della Collezione farnesiana, sparsa tra Parma, Piacenza e Roma prima che Carlo Borbone Farnese e il figlio Ferdinando, legittimi proprietari della stessa, la portassero interamente a Napoli nel Settecento. L’Ercole Farnese fu trasportato da Roma all’ombra del Vesuvio nel 1787 per volontà di Ferdinando IV, e inizialmente collocato nella Reggia di Capodimonte, edificata dal padre per ospitare proprio la parte emiliana della Collezione, quella pittorica. La statua, scolpita nel III secolo D.C. dallo scultore greco Glicone su un prototipo di Lisippo e rinvenuta nel 1546 nelle terme di Caracalla da papa Paolo III Farnese, si trovava nel portico del cortile di Palazzo Farnese. Fu caricata, insieme a tutte la sculture della Collezione, su delle imbarcazioni che attraversarono il Tevere per raggiungere delle navi sulle quali poi approdarono a Napoli. Come pure l’Ercole Latino, un’altra replica dello stesso tipo, portato nel 1788 nella Reggia di Caserta, oggi visibile ai piedi dello scalone d’onore.
L’Ercole Farnese, sul finire del Secolo contrassegnato dai tumulti della Rivoluzione francese, finì nelle mire parigine. Le truppe napoleoniche, una volta entrate in Italia, iniziarono a razziare opere d’arte e monete. Il Direttorio di Parigi diffuse la teoria per cui la Repubblica di Francia era superiore per Lumi, rappresentava l’Universale, ed era quindi la nobile destinazione, sola Nazione degna di proteggere i capolavori dell’umanità. Così la pensavano anche i giacobini napoletani della Repubblica del 1799, che lasciarono spogliare Napoli con veri e propri furti, indicati come “estrazioni”. L’Ercole Farnese fu imballato e approntato per andare ad arricchire l’esposizione del Louvre, ed essere sostituito con un volgare stampo in gesso. Fortunatamente non fece mai quel viaggio perché i funzionari transalpini che occupavano i musei borbonici indugiarono. La Repubblica Napoletana cadde in pochi mesi e Ferdinando, al quale a Palermo era giunta notizia che la scultura era partita, potè tirare un sospiro di sollievo quando, al suo ritorno a Napoli dall’esilio, si accorse che era invece al suo posto.
Ma Napoleone, diventato imperatore, continuò nel suo proposito di appropriarsene, ritenendola il grande vuoto da colmare nell’esposizione universale del Louvre. Quando, nel 1808, il fratello Giuseppe Bonaparte fu fatto Re di Napoli, spuntarono ulteriori propositi per assicurare la statua alla Francia. Per Bonaparte, quella statua non poteva proprio mancare alla sua collezione, e lo chiarì ad Antonio Canova nell’ottobre del 1810, quando lo chiamò a Parigi affinché realizzasse il ritratto dell’Imperatrice Maria Luigia. Il grande scultore neoclassico gli manifestò l’intenzione di tornare a Roma alla conclusione del lavoro, e l’Imperatore cercò di trattenerlo a Parigi così:

«Il centro è qui: qui tutti i capolavori antichi. Non manca che l’Ercole Farnese, che è a Napoli. Ma avremo anche questo».

Canova gli rispose con vena patriottica:

«Lasci Vostra Maestà almeno qualche cosa all’Italia. Questi monumenti antichi formano catena e collezione con infiniti altri che non si possono trasportare né da Roma, né da Napoli».

Ebbe ragione l’artista, perché Gioacchino Murat, mandato a succedere a Giuseppe a Napoli, in crescente contrasto con il cognato Imperatore da cui si sentiva manovrato e svalutato, accantonò il progetto di trasferimento dell’Ercole Farnese in Francia. L’Europa napoleonica crollò qualche anno dopo e la statua rimase a Napoli nella sua definitiva collocazione, il Real Museo di Napoli (oggi Museo Archeologico Nazionale), il primissimo dell’Europa continentale, voluto da Ferdinando IV e antecedente al Louvre di circa un ventennio. L’Ercole “francese” rimase solo una suggestione di Napoleone, con buona pace della Grandeur, cui quel pezzo di Napoli mancò.

fonte: Storia di Pio VII scritta da Alexis Francois Artaud

Il Comune di Napoli ricorda (solo) i giacobini (e inciampa sull’Illuminismo)

Angelo ForgioneNei giorni scorsi, a cura del Comune di Napoli e dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, è stata scoperta una targa commemorativa presso l’entrata della Basilica del Carmine in ricordo del martirio dei giacobini napoletani. Giusto ricordare gli eventi drammatici che posero fine alla Repubblica Napoletana del 1799, con le circa 120 esecuzioni tra gli aderenti alla stessa, ma pure manca un ricordo per gli almeno 3000 napoletani del popolo che persero la vita nel tentativo di evitare l’ingresso in Città delle milizie francesi del generale francese Jean Étienne Championnet.
Furono mesi, quelli da gennaio a giugno, molto difficili, sporcati da sangue, morte e barbarie, che impressero una ferita mai rimarginata. La cultura locale è da allora spaccata tra giacobini e sanfedisti, tra repubblicani e monarchici, ma ogni contesa che genera accesi estremismi e distanti fazioni finisce con lo scompaginare gli eventi e renderli poco chiari. La Storia di Napoli è complessa e va invece analizzata serenamente, senza nostalgie, recriminazioni e strumentalizzazioni. Accade quindi che anche il Comune di Napoli incappi in un non lieve errore storico nel comunicato stampa della Giunta (leggi qui), parlando di martirio degli “illuministi napoletani”. Gli uomini della Repubblica Napoletana non erano illuministi ma più correttamente colti esponenti della borghesia filomassonica. Gli illuministi, i riformatori che fecero di Napoli il centro universale dei Lumi, erano stati Pietro Giannone, Giambattista Vico, Bartolomeo Intieri, Ferdinando Galiani, Antonio Genovesi e Gaetano Filangieri. Gli eccezionali scritti di quest’ultimo animarono gli intellettuali della Repubblica, ma il giurista napoletano aveva sostenuto e consigliato il primo ministro monarchico Bernardo Tanucci; e prima ancora, Antonio Genovesi aveva sostenuto la monarchia illuminata di Carlo di Borbone. Certamente un anello di congiunzione tra il giacobinismo e l’illuminismo furono alcuni figli della dottrina economica di Antonio Genovesi, tra cui spiccava Francesco Mario Pagano; ma questi, dopo l’assorbimento degli influssi rivoluzionari, deviarono il grande Pensiero napoletano rivolto alla soluzione dei problemi locali verso la corrente francese nata da una piattaforma sociale diversa. Quella parte di borghesia massonica era pure stata a Corte, ben vista e agevolata dalla massona Maria Carolina (Eleonora Pimentel Fonseca sua bibliotecaria, Domenico Cirillo suo medico, etc). Fu proprio grazie alla regina che accrebbero posizione e influenza. Tradirono la grande fiducia che la sovrana concesse loro per riformare il Regno quando il Gran Maestro napoletano Francesco d’Aquino fu rimpiazzato nel ruolo di favorito dall’inglese John Acton. Ripicche politiche da perdita di influenza, insomma, e ancora nel 2015 si confonde l’Illuminismo napoletano col giacobinismo, che fu invece il sottoprodotto dell’esterofilia della dotta borghesia filomassonica.
Bisogna anche chiarire il concetto di “rivoluzione”, e chi la fece. Una rivoluzione la fa il popolo, e il popolo, in quei mesi turbolenti, fece la resistenza. Il resto furono intrighi politici e interessi personali annegati purtroppo nel sangue. La “rivoluzione” partenopea non fu compiuta dal popolo napoletano e neanche dagli intellettuali della borghesia, bensì dalle milizie francesi, con lo scopo di assorbire soldi e opere d’arte in città. Dieci anni di tasse non pagate dai cittadini francesi dopo la Presa della Bastiglia necessitavano di rimedio, e l’Italia offriva liquidità da spremere nonché la nuova moda europea del momento, scoppiata col rinvenimento dei reperti vesuviani operato: il Neoclassicismo. Il temibile esercito francese, tra grandi resistenze, entrò a Napoli anche grazie ai giacobini napoletani, che aprirono il fuoco alle spalle del popolo da Castel Sant’Elmo, lasciando a terra migliaia di corpi esanimi. Erano napoletani, popolani, che cercavano di fermare l’ingresso del più forte esercito d’Europa con una strenua resistenza, ammirata dal generale Championnet, lo stesso condottiero che, come testimonia la pubblicazione Souvenirs du général Championnet (Flammarion – Parigi, 1904), annunciava con delle lettere inviate al ministero dell’Interno del Direttorio di Parigi la spedizione di gessi, statue, busti, marmi e porcellane di pregio trafugate a Napoli (lo straordinario pieno di opere d’arte in Italia e oltre consentì a Napoleone di riorganizzare nel 1800 l’esposizione del Louvre). Persino l’Ercole Farnese, principale obiettivo francese, fu imballato e approntato per andare a Parigi. Non partì perché i transalpini indugiarono. Eleonora Pimentel sapeva e qualcosa pure la raccontò sul suo Monitore Napoletano (la sottrazione di tutte le collane d’oro dispensate ai cavalieri del Toson d’Oro). Lei e tutti gli intellettuali giacobini sostenevano la tesi di Parigi per cui la Francia era l’unica nazione capace di garantire l’inviolabilità delle grandi opere e garantirle all’umanità nei secoli futuri.
E fu sempre il popolo a riprendersi la città e il Regno, dopo neanche sei mesi, approfittando dello sbandamento delle truppe napoleoniche, via dall’Italia dopo gli affanni di Bonaparte in Egitto e ovviamente disinteressato a dare protezione agli uomini della Repubblica Napoletana, che nel frattempo non avevano prodotto alcuna riforma politica. Non conoscevano le necessità del popolo, dimostrando di non  aver recepito l’altissimo insegnamento di Genovesi. I dotti massoni di Corte tradirono, sapendo a cosa andavano incontro. Il tradimento, ai quei tempi, era punito dappertutto con la pena capitale. Sapevano anche di mancare di adesione popolare ma erano sicuri di essere protetti dai fortissimi francesi. Fecero male i loro calcoli.
Stime ufficiali indicano circa 3.000 morti a Napoli, ma ne furono di più nell’arco di quei sei mesi; il generale francese Paul-Charles Thiébault, tra i protagonisti di quelle vicende, trascrisse nelle sue memorie la stima di 60.000 vittime in tutto il Regno, limitata ai primi mesi del ‘99. Morti che sembrano non aver mai pesato sul bilancio tra le parti.
E allora, di quale rivoluzione si continua a parlare a distanza di più di due secoli? Qualche anno fa, in una puntata del programma televisivo Passepartout di Philippe Daverio, Nicola Spinosa, ex Sovrintendente Speciale per il Patrimonio Storico, Artistico ed Etnoantropologico di Napoli  (premiato nel 2008 col “FIAC Excellency Award 2008” come uomo che ha più contribuito alla diffusione della cultura italiana negli Stati Uniti), si espresse con toni molto duri nei confronti di chi continua a raccontare male e faziosamente la storia, definendo quella che ancora oggi tramandiamo come “rivoluzione napoletana” come qualcosa che non ha lasciato alcun segno nella cultura della Città, «un recupero storicistico operato da certi settori dell’intellighenzia napoletana» (guarda qui). Settori che hanno stimolato la realizzazione della nuova targa commemorativa in piazza Mercato e che però spingono per dimenticare le migliaia di morti tra il popolo napoletano perché poveri, incolti, straccioni.
Dunque, se è vero che per la repubblica il popolo è sovrano, ricordiamo anche il massacro dimenticato di migliaia di “lazzari” oltre alle notissime decapitazioni tra la borghesia partenopea… per rispetto della Storia e in nome dei diritti civili e della Libertà.

Per il TG5, Napoli volto peggiore in cui l’Italia sguazza

Angelo ForgioneL’estate 2015 passa alla storia per il funerale del gran padrino della famiglia Casamonica di Roma. Le parole confuse per raccontare una vicenda dai contorni precisi si sono sprecate, fino a giungere a un formidabile servizio dell’edizione serale del TG5 del 22 agosto (guarda al minuto 0:01:45), in cui, a margine della vicenda, si è voluto evidenziare in modo forzato e scorretto quanto l’Italia alla napoletana faccia male all’immagine del Paese all’estero. Un servizio corretto nell’impostazione di base ma condannabile nel metodo comunicativo. «Nessuno come noi italiani è bravo a farsi del male», annuncia il mezzobusto Alberto Bilà per lanciare il contributo di Carmelo Luciano, il quale mette in fila una sequela di immagini con un chiaro riferimento negativo: Napoli. Dalla comicità di Caccamo e Tafazzi alla drammaticità degli spaghetti con pistola di una famosa copertina di Der Spiegel, passando per Pulcinella mandolinista nel centro di Napoli, il “vigliacchetto” comandante Schettino da Piano di Sorrento che fa affondare la nave e gli sfaticati dipendenti degli scavi di Pompei che sbarrano cancelli ai turisti. Questo, e solo questo, è quello che l’autore del servizio mette insieme per descrivere il volto peggiore dell’Italia.
Per carità, c’è pure del vero in questo collage, ma la spasmodica ricerca di un bersaglio preciso è fin troppo subliminale per non essere percepito. Come se la Tangentopoli di Mani Pulite degli anni Novanta, i crac emiliani di Parmalat e le bande dell’Expo milanese, del MoSE veneziano e della mostruosamente costosa TAV centro-settentrionale non ci abbiano reso ridicoli agli occhi del mondo per l’altissimo tasso di corruzione (l’Italia è fanalino di coda per trasparenza tra i paesi membri dell’Unione Europea), al pari di quanto preso a campione e all’ingrosso, un tanto di luoghi comuni al chilo. Eppure è proprio Carmelo Luciano a dirci che «riusciamo a farci del male da soli, a dare fondo a tutti i luoghi comuni, le frasi fatte e le banalità sul carattere italiano che per gli stranieri è “spaghetti, pizza, mandolino e funiculì funiculà”». Sì, perché certi stereotipi sono stati diffusi dagli italiani prima ancora che dagli stranieri, sdoganati in modo capillare nell’era della televisione anche all’estero, là dove sono stati semplicemente presi in prestito all’occorrenza. Lamentarsene, ora, è inutile e tardivo.