13 Febbraio 1861, a Gaeta finiva l’indipendenza del Sud

Il tragico assedio di Gaeta mai raccontato nei testi scolastici

di Angelo Forgione per napoli.com

7 Settembre 1860: Garibaldi arriva a Napoli lasciando dietro di sé le “conquiste” siciliane e il re Francesco II di Borbone, per risparmiare disordini e distruzioni alla capitale, lascia Napoli, stabilendo la base operativa militare per l’ultima difesa del regno nella Piazzaforte di Gaeta.

Ormai, l’esercito borbonico, indebolito dai tradimenti al soldo dei corruttori, può ben poco contro il fuoco delle truppe di Vittorio Emanuele II di Savoia capeggiate dal furioso generale Cialdini, che si appresta a scippare il posto dei garibaldini e a raccogliere i frutti della strumentale spedizione al Sud con l’ultima battaglia, la più sanguinosa: quello di Gaeta.

Si tratterà, come per la Spedizione dei Mille, di un attacco che violerà tutte le regole militari e diplomatiche internazionali, senza dichiarazione di guerra o un motivo per giustificare l’intervento straniero in territorio legittimo. Un assedio estenuante che inizierà sul fronte di terra il 5 novembre 1860 e durerà tre lunghissimi mesi, durante i quali le truppe piemontesi mettono in campo i moderni cannoni rigati “Cavalli” a lunga gittata contro le ormai inadeguate bocche da fuoco dei napoletani. Vengono sparate contro la piazzaforte circa 500 colpi di cannone al giorno per tutta la durata del conflitto, durante il quale il Re e la Regina Maria Sofia di Wittelsbach, sorella della principessa “Sissi” Elisabetta di Baviera, restano valorosamente sempre al fianco dei fedeli soldati, persino sul campo di battaglia tra le esplosioni dei colpi di cannone che piovono dal fronte piemontese di Castellone a Mola di Gaeta, l’attuale Formia. È proprio la regina ad avere un ruolo di grande spessore umano, ormai innamorata del suo popolo e del suo regno, che non intende cedere all’invasore.

Inizialmente, la presenza della flotta francese nel golfo impedisce a quella piemontese, rafforzata da unità napoletane i cui ufficiali sono passate al nemico, di cannoneggiare la costa. Ma, a Gennaio, Cavour, da Torino, convince Napoleone III a desistere dal “proteggere” i napoletani e da quel momento i bombardamenti si fanno insistenti.

Per l’esercito borbonico la battaglia é impari, anche se non mancano valorosi scontri che alzano illusoriamente il morale; come quello del 22 gennaio 1861 allorchè i napoletani conseguono una parziale rivincita dopo aver subito, l’8 Gennaio, un cannoneggiamento di dieci ore con cui vengono distrutti anche i quartieri civili. La flotta piemontese deve ritirarsi per i danni causati dagli colpi sparati dalla piazzaforte a ognuno dei quali corrisponde il grido «Viva ‘o Rre». Alla sospensione dei bombardamenti la banda militare suona l’inno di Paisiello.

I reali napoletani sperano nell’intervento diplomatico di altre nazioni europee, magari quelle più amiche, che però non si concretizza, lasciando lo schieramento napoletano sempre più in balia dello sconforto. La cancellazione delle Due Sicilie è in realtà già stata stabilita a tavolino dalle più potenti nazioni d’Europa, che intendono spazzare via il più grande pericolo del Mediterraneo: il connubio amichevole tra lo stato ricco e cattolico del sud e il potere temporale del Papa.

Giunge quindi il tempo delle trattative per risparmiare vite umane, ma il generale Cialdini, uomo spietato e vanaglorioso, non solo non blandisce i bombardamenti ma li intensifica con maggior vigore, dirigendo le operazioni dalla sua comoda postazione nel borgo di Castellone.

La capitolazione dei napoletani è inevitabile e l’11 febbraio Francesco II decide di interrompere la carneficina. La resa viene sancita con una firma il 13 Febbraio, che però non basta ad arrestare la sete di trionfo di Cialdini. Mentre i borbonici si apprestano a porre fine alla resistenza e a deporre le armi, salta in aria la polveriera della Batteria “Transilvania”, dove cade l’ultimo difensore di Gaeta, Carlo Giordano, un giovane di sedici anni fuggito dalla Scuola Militare della Nunziatella per difendere la sua Patria. È l’ultima vittima in ordine di tempo dei circa 2700 fedeli caduti a Gaeta, che non avranno mai degna sepoltura. E poi circa 4000 feriti e 1500 dispersi.

Campani, siciliani, calabresi, lucani, pugliesi e abruzzesi, falcidiati dai bombardamenti e dal tifo petecchiale, in condizioni di vita rese impossibili anche da un inverno che è tra i più freddi di quel secolo. Eppure resistono fino allo spietato colpo di grazia di un generale considerato oggi uno dei padri della patria e che avrà dal Nuovo Re d’Italia Vittorio Emanuele II la nomina a Duca di Gaeta, città da lui rasa al suolo, e la medaglia al valore militare per i successivi eccidi di interi paesi del meridione.

Il Re Francesco II di Borbone e la regina Maria Sofia lasciano Gaeta il 14 febbraio imbarcandosi sulla corvetta francese “Mouette”, che li porta a Civitavecchia, in territorio pontificio, laddove inizia il loro triste esilio. Vengono salutati con 21 colpi di salva reale della Batteria “Santa Maria” e con il triplice ammainarsi della bandiera borbonica dalla Torre d’Orlando, tra la commozione di quanti capiscono che la fine del Regno delle Due Sicilie é giunta. Messina e Civitella del Tronto si arrenderanno solo a Marzo, ma la sottomissione di Gaeta segna di fatto il tramonto di un’indipendenza. Al posto della bandiera bianca coi gigli viene issato il tricolore con lo stemma della dinastia Savoia, a sancire la scrittura finale di una pagina cruenta inenarrata dai testi scolastici ma sempre viva nella memoria del popolo napoletano, che non dimentica una fine gloriosa e dignitosa di esempio ai posteri.

Nonostante gli accordi stipulati nell’armistizio, migliaia di fedeli soldati borbonici che non vogliono tradire il proprio giuramento al Re per sposare la causa militare piemontese vengono deportati in  carceri settentrionali come il forte di Fenestrelle, nella freddissima Val Chisone, dovduree sono avviati a stenti e sofferenze in quello che viene oggi definito il “lager dei Savoia”. Campi di concentramento anche a S. Maurizio Canavese, Alessandria, Genova, Savona, Bergamo, Milano, Parma, Modena, Bologna e in altre località settentrionali. A queste vittime si aggiungeranno nel decennio successivo quelle della repressione del brigantaggio. Civiltà Cattolica parlò, forse per eccesso, di circa un milione di morti su una popolazione delle Due Sicilie di circa nove milioni. In ogni caso, si trattò di eccidio, che non trova alcun ricordo o commemorazione.

Qualche anno fa, a seguito di scavi per interventi urbanistici a Gaeta, sono state rinvenute testimonianze di quei giorni di terrore e sangue: scheletri, frammenti ossei, stracci di divise militari, bottoni e monete. Testimonianze del colpo di grazia dato al Regno napoletano mettendo in ginocchio la “fedelissima” Gaeta, detta anche “secondo Stato pontificio”, che pagò perché colpevole di aver ospitato undici anni prima Papa Pio IX in fuga dalla Repubblica Romana. La cittadina fu retrocessa da vicecapoluogo provinciale a cittadina di provincia, per poi essere separata dalla sua storia e dalla provincia di Terra di Lavoro, regione del Regno delle Due Sicilie, e assegnata al Lazio nel 1927 nella nuova provincia di Latina.

Nella città è sempre viva la memoria di quegli eventi e va oltre il muro della retorica che nasconde le sepolte verità della nostra storia.

National Geographic: Napoletani ladri, ma sono attori

le statistiche dicono che “i re del borseggio” in Italia sono al Nord

Angelo Forgione – È bufera per il preannunciato speciale dal titoloNapoli i re del borseggio” che il National Geographic Channel (bouquet SKY) ha prodotto e che sarà mandato in onda Domenica 25 Settembre alle 21:55. La verità è che il documentario non è reale ma a tutti gli effetti “taroccato”; il National Geographic si sarebbe avvalso del lavoro di veri e propri attori professionisti per inscenare finti borseggi e scippi. A confermarlo è Roberta Inarta, direttrice della “Scuola di Cinema di Napoli”, che ha dichiarato: “L’anno scorso siamo stati contattati dal National Geographic Italia per fornire attori e operatori di ripresa per un documentario da girare; abbiamo trovato la richiesta in linea con il nostro metodo e piuttosto prestigiosa. Ma in questi casi – continua la direttrice – non abbiamo controllo preventivo sulla sceneggiatura. Stante l’autorevolezza del nome National Geographic – continua Inarta – e l’autonomia di ogni progetto, se avessimo conosciuto le finalità di questo, avremmo opposto un rifiuto ad un uso stereotipato della nostra città. Infatti abbiamo condotto la produzione in posti splendidi della città pensando di reclamizzarne le eccellenze paesaggistiche, mai intuendo che tali panorami potevano prestarsi ad una folcloristica rappresentazione della stessa”.
Insomma, si tratterebbe di una vera e propria marchetta, l’ennesima ai danni di Napoli, l’ennesimo stupro alla città usata a scopi commerciali con ulteriore carico di “criminalizzazione” che ricade sulla sua intera comunità.

Il claim del documentario è tutto un programma: “A Las Vegas, Bob Arno meraviglia il suo pubblico con il suo numero di borseggio, ma non ha mai incontrato un vero ladro con il quale comparare le sue abilità. Fino a quando Bob ci porta a Napoli!”. Produzione controversa che già sta scatenando polemiche, e già si dovrebbe partire dal titolo. Napoletani re del borseggio? Macchè! Senza voler minimizzare un problema che è reale, non è neanche giusto ingigantirlo; e allora leggiamo dall’ultimo rapporto sulla criminalità del Ministero degli Interni che Napoli è dietro Catania in quanto a numero di scippi in rapporto al numero di abitanti, ma se parliamo di borseggi (quelli chiamati in causa dal National Geographic) è ben dietro Venezia, Roma, Firenze, Torino, Genova, Milano e la capofila del borseggio Bologna dove evidentemente  si trovano i veri “re del borseggio”.
Pressoché identiche le classifiche de “Il Sole 24 Ore” che confermano il dato degli scippi e modificano quello dei borseggi a favore di Napoli e a sfavore di Milano che si prenderebbe lo scettro scalzando Bologna e Genova. Se poi consideriamo che il soggetto parte da Las Vegas, potremmo citare le statistiche di borseggio e scippo di tutto il mondo. Evitiamo.

Sherin Salvetti, direttore di National Geographic Channel Italia, ha risposto alle proteste con un comunicato stampa in cui è scritto che il documentario “non ha voluto e non vuole affatto criminalizzare Napoli e i suoi abitanti. Né identifica la città partenopea con il borseggio: fenomeno che, come viene ricordato nel documentario, è presente anche in tante altre località del mondo”. Difesa flebile, perchè se non è Napoli a voler essere identificata con il borseggio, la produzione avrebbe dovuto riguardare tutte le città a rischio senza “incoronare” quella partenopea con un titolo e con un soggetto monotematico.

Comunicato Stampa del Movimento V.A.N.T.O.
Il National Geographic cancelli immediatamente dalla programmazione l’ennesima marchetta ai danni di Napoli e dei Napoletani tutti.
Senza vittimismi e ridimensionamenti di fenomeni comunque esistenti, si tratta di un documentario FALSO in buona parte realizzato con attori professionisti, che incorona i Napoletani come “re del borseggio” a dispetto delle statistiche del Ministero degli interni che dicono che i re del BORSEGGIO sono i bolognesi mentre quello dello SCIPPO i catanesi.
Il Movimento V.A.N.T.O. esprime sdegno per l’ennesimo attacco mediatico che sta per essere sdoganato da un network internazionale.

Red Bull mette le ali ai Napoletani. O forse li offende?

Red Bull mette le ali ai Napoletani. O forse li offende?
Spot e slogan leghisti dipingono una Napoli fannullona. Che errore!

Angelo Forgione – Diciamolo subito, l’autoironia è una virtù e i Napoletani ne posseggono in quantità. Ma quando questa è sollecitata da luoghi comuni alimentati da un contesto sociale discriminatorio e non è supportata da una specifica verità conclamata, diventa inconsapevolmente un limite.
Negli ultimi mesi ha imperversato nelle radio uno spot apparentemente divertente del più noto tra gli energy-drink (nel videoclip), ma che in realtà fa passare un messaggio pericoloso, una strisciante discriminazione: Napoletani fannulloni!
Il pigro impiegato Scognamiglio che fa la pennichella ogni giorno tre o quattro ore prima di smontare, francamente dipinge una realtà applicabile ad ogni latitudine. Perchè caratterizzare il protagonista con cognome e accento (improbabile) Napoletano?

Lo spot ha trovato ampio e indiretto rafforzamento nella propaganda leghista del Ministro della semplificazione Calderoli che a Luglio, in occasione dell’apertura delle sedi di rappresentanza ministeriali al nord, ha dichiarato: «a Napoli mai un Ministero del Lavoro perchè non sanno di cosa si parla». E come non ricordare l’allenatore di calcio Silvio Baldini che motivò cervelloticamente la grande passione dei tifosi del Napoli con la disoccupazione?
Questi spunti di riflessione conducono all’analisi di un luogo comune che descrive come scansafatiche i Napoletani e i meridionali in generale. Cosa tutt’altro che vera se consideriamo gli indici di emigrazione, sommerso e qualità aziendale degli impianti del sud. La storia, come sempre, ci insegna che la Napoli Capitale era anche capitale del lavoro fino al 1860, e con essa anche il sud, laddove proliferava ogni settore produttivo, dalle arti alle industrie, nonostante il carattere rurale di vaste zone dell’entroterra meridionale. Prova ne sia il fatto che la Torino dei Savoia, terra di leva militare dedita alla guerra e completamente priva di cultura, deve le sue bellezze architettoniche alla recluta di artisti meridionali, il messinese Filippo Juvarra in primis.
Dall’unità d’Italia tutto e cambiato: da Napoli non partono più merci ma uomini, e ancora si ascoltano spot radiofonici che ricalcano i più stantii luoghi comuni, identici nella forma e nella sostanza alla denigrazione di stampo sabaudo degli anni risorgimentali.

leggi l’approfondimento

Demarco e la stantia denigrazione borbonica!

Demarco e la stantia denigrazione borbonica!
attacco a De Magistris sul Corriere del Mezzogiorno

Angelo Forgione – Qualche giorno fa, il direttore del Corriere del Mezzogiorno Marco Demarco ha scritto un editoriale con il quale ha analizzato la posizione ambigua del sindaco De Magistris a metà tra sostegno giocobino e borbonico (leggi l’editoriale), a proposito della bizzarra “scoperta” del fantasma al Museo Archeologico da parte dell’architetto Oreste Albarano che già si era segnalato nei mesi scorsi per non aver realizzato il proposito di ripulire il foro Carolino di Piazza Dante dalla scritta viva il brigantaggio“. Senza voler analizzare più di tanto la terminologia utilizzata e gli attacchi al sindaco, all’assessore Lucarelli, all’Assessore Esposito e a chi pensa, diversamente da lui, che il Risorgimento fu un atto di vera e propria pirateria internazionale, nello scritto vengono fuori i soliti luoghi comuni sulla dinastia borbonica chiamando in causa Ferdinando II, detto “Re Bomba” per via della repressione della rivolta di Messina del 5 Settembre 1848. È allora forse il caso di ricordare che fu quello certamente un brutto momento che nessuno dimentica, ma doveroso per mantenere il legittimo ordine costituito nei propri territori. La Sicilia, infatti, era insorta fomentata da Francia e Inghilterra che fingevano di condividere le rivendicazioni autonomistiche dei siciliani per trarne vantaggi economici e commerciali ma che erano stranamente sorde a quelle dei lombardi e degli irlandesi.
Dopo il rabbioso bombardamento che provocò centinaia di morti, Ferdinando II non se la sentì di continuare la riconquista dell’isola per non macchiarsi di efferata crudeltà ma ormai la propaganda antiborbonica l’aveva già ingiustamente etichettato per l’eternità. La riconquista avvenne solo l’anno seguente, e furono così ristabiliti a caro prezzo ordine e pace nei confini delle Due Sicilie senza che nessuno venisse condannato a morte per le sommosse provocate.
Clemenza e assenza di condanne anche nelle vicende delle barricate di Napoli del 15 Maggio 1848 erette dai liberali in Via Toledo che già avevano avuto dal re la costituzione richiesta. L’ordine fu quello di smantellarle usando la forza solo in casi estremi. E il caso estremo si verificò con uno sparo contro le truppe che partì dalle barricate e uccise un soldato. Alla fine furono 272 le vittime tra militari e civili. Ferdinando II, che amava tanto il suo popolo, rimase turbato sia dai fatti napoletani che da quelli siciliani e si sentì tradito ma non fece mancare la sua presenza negli ospedali per visitare i ricoverati.
Vittorio Imbriani commentò così: “Non chiamo rei coloro che materialmente uccidono ma quelli che hanno reso inevitabile il conflitto. I veri colpevoli dei guai di Napoli furono gli sciagurati o gli sciocchi che eressero le barricate. Siamo giusti: nessun governo costituito può tollerare insurrezioni armate, anzi ha il dovere di reprimerle. Dell’eccesso nella repressione immediata la gran parte della responsabilità morale ricade sugli insorti. Non è da condannare Ferdinando II per il 15 Maggio”.
Anche Luigi Settembrini, agli studenti universitari che dopo l’unità d’Italia si lamentarono delle condizioni dell’ateneo, rispose che “esse erano il frutto della colpa di Ferdinando II che non aveva impiccato tutti i pazzi e gli esaltati del ’48”.
Dopo i fatti del 1848 non furono eseguite condanne a morte nel Regno delle Due Sicilie se si eccettua quella del regicida Agesilao Milano. Ferdinando II commutò 42 sentenze in 19 ergastoli, 11 in 30 anni, 12 in pene minori. E graziò 2713 condannati per reati politici e 7181 condannati per reati comuni. Nel Regno di Sardegna, solo dal 1851 al 1855, le condanne con esecuzione furono 113.
Questo era il “Re Bomba”, denigrato ingiustamente mentre ai veri carnefici venivano affibbiati soprannomi lusinghieri. Vittorio Emanuele II è il “Re galuantuomo” solo perchè mantenne in vigore lo Statuto Albertino, e poco importa agli antiborbonici di ieri e di oggi che fece bombardare ferocemente Genova, Gaeta, Capua, Ancona e Palermo, radendole letteralmente al suolo, saccheggiandole e lasciando una scia di sangue dietro di se. Senza contare poi i lager di prigionia e la repressione del brigantaggio che in 10 anni causò circa 800mila morti al sud.
La differenza tra le “repressioni” di Ferdinando II e le stragi di Vittorio Emanuele II sta nella legittimità degli interventi, doveroso nel caso del Borbone che cercò di garantirsi l’ordine nei propri confini e delittuoso nel caso del Savoia che si impossessò di territori non propri senza dichiarazione di guerra.
E cosa dire allora del discendente Umberto I di Savoia, detto “Re Buono” per aver fronteggiato il colera a Napoli nel 1884? Un’appellativo così tenero per un sovrano che fece usare i cannoni a Milano, e fu strage, per disperdere gli affamati partecipanti alle manifestazioni di protesta popolare, la cosiddetta “protesta dello stomaco”, causata dal forte aumento del costo del grano in seguito all’ormai abolita tassa sul macinato (1868-1884).
Tirando le somme, per amor di verità, l’editoriale di Marco Demarco ripercorre ancora lo stile delle menzogne di Gladstone sul governo di Napoli come “negazione di Dio” ampiamente sbugiardate dallo stesso autore al tempo in cui la sua Inghilterra si distingueva per i massacri di irlandesi e indiani. Nessuno crede più a quella propaganda e trincerarsi ancora dietro certi soprannomi denigratori è esercizio che non piace ai lettori, sempre più informati di quelle vicende.
Il “terronismo” sembra ormai diventato un’ossessione per il direttore del Corriere del Mezzogiorno che, come da lui stesso scritto, non vuole rimanere vittima dell’esser nato nella capitale del Regno delle Due Sicilie. Curiosamente, la voce di popolo è stata amplificata proprio dal suo stesso quotidiano che nell’autunno del 2009 ha organizzato un articolato sondaggio per designare il personaggio storico preferito dai Napoletani, supporto da Confindustria Campania e curato da Giuseppe Galasso. Risultato: Ferdinando II vincitore a mani basse!
Infine, un commento del tutto personale: De Magistris si circondi di chi ritiene più opportuno, basta che sia per il bene di Napoli. Le discussioni storiche servono solo a ripristinare la verità e, semmai, a ridestare orgoglio. Che magari è fondamentale per risolvere i problemi della città.

5 Luglio 1984, Maradona sale le scale del San Paolo

Angelo Forgione – Maradona è del Napoli! Queste le quattro parole che fecero il vorticoso giro del mondo il 30 Giugno del 1984.
Fondamentale la volontà politica e l’appoggio del Banco di Napoli, tredici miliardi e mezzo di lire al Barça, combattuto tra il desiderio di trattenere il più grande talento del calcio mondiale e la necessità di liberarsi di un campione ormai troppo ingombrante e piantagrane, insieme al suo folto clan. Tra altalenanti smentite e conferme, il Napoli riuscì a chiudere l’acquisto del grande campione solo pochi minuti prima della chiusura del calciomercato. Quando mancavano ormai solo poche ore al termine ultimo per il trasferimento dei calciatori stranieri, il Presidente del Barcellona, Josep Lluís Núñez, convocò il direttore sportivo azzurro, Antonio Juliano. Maradona non ne voleva proprio più sapere di restare nella gabbia della Catalogna, laddove aveva conosciuto razzismo e droga, e voleva Napoli, il luogo della liberazione. Era fatta! Juliano rintracciò Ferlaino e lo fece precipitare in Spagna. Cinque ore per andare e tornare dall’Italia con un jet privato, firmare il contratto e poi depositarlo in Lega oltre il tempo massimo. Il patron, complice una guardia giurata “amica”, aveva organizzato un gioco di prestigio, consegnando una busta vuota in Lega a Milano, nei termini previsti, per poi sostituirla con quella contenente le firme, apposte direttamente all’aeroporto. Quando Juliano comunicò il buon esito delle operazioni, Maradona si abbandonò ad un pianto di commozione: «Sono un bambino nato da poche ore», disse.
La notizia rimbalzò a Napoli in simultanea, poi in tutto il mondo. Guardavo la tivù, Canale 34, e lessi la notizia in sovraimpressione intorno alle 23:30. Tutte le emittenti campane ne diedero comunicazione ai telespettatori. In poco tempo Napoli si riversò in strada come se la sua squadra avesse vinto il tricolore, il primo. Due dei miei fratelli maggiori trascinarono me i miei 11 anni e 9 mesi nella vecchia Fiat 500 scoperchiabile di mamma. La scoperchiammo e iniziammo ad urlare e sventolare bandiere nel mare del popolo azzurro, dal Vomero al centro. Caroselli di automobili e moto strombazzanti dappertutto, agitazione forsennata e festante di bandiere e sciarpe. Io incredulo, stralunato. Via Toledo intasata da un fiume di corpi, lamiere, urla e colori. Sfociammo lentamente in piazza Trieste e Trento, alla vista dell’assediata fontana “del carciofo”. Mai avevo visto nulla di simile. Solo Pochi mesi prima avevo ricevuto il magico battesimo allo stadio San Paolo: Napoli-Udinese 2-1. Una mediocre squadra aveva evitato la Serie B per un rigore di Ferrario e un goal di Frappampina. Quelli erano i nomi, ma io non conoscevo quello di Maradona. Il calcio era per me l’eleganza di Platini, i gol di Boniek, Paolo Rossi e Altobelli. Avevo visto il numero 10 sulle spalle dello sfortunato Dirceu. All’improvviso, senza averlo mai visto dribblare e incantare, capii chi era e cos’era Diego, e cosa era Napoli.
Chi trascorreva la serata nei cinema, nei teatri e nei luoghi al chiuso, lontano dalle tivù, si ritrovò uscendone in un pandemonio, il primo della storia azzurra. Nessuno capiva cosa stesse accadendo, anche se lo intuiva. «C’ammo accattato a Maradona!», rispondevano gli interpellati ai più scettici, e nessuno rinunciò a tuffarsi tra la folla, ingrossandola a dismisura. Spuntò anche Il Mattino, appena sfornato in tutta fretta da via Chiatamone, sulla cui prima pagina spiccava a caratteri cubitali la grande notizia.
Soli cinque giorni dopo, el Pibe de Oro mise piede per la prima volta sul prato verde del San Paolo. Accorsero a dargli il benvenuto ottantamila persone deliranti e felici. 2000 lire il costo simbolico del biglietto. Un palleggio ed un tiro verso la porta, quella sotto la curva B, e l’entusiasmo azzurro si trasformò in tripudio. Diego salutò il pubblico partenopeo con un semplice: «Buonasera napolitani». Lo stesso saluto riservato al San Paolo il 9 Giugno 2005, l’ultima volta in cui ha messo piede su quel terreno di gioco, in occasione dell’addio al calcio di Ciro Ferrara.
Tre anni dopo il primo delirio di massa la città sarebbe esplosa per il primo Scudetto. Ma in realtà la festa era la seconda.

(immagine: Salvio Capasso)

Statua di Alfonso d’Aragona vandalizzata, il restauro non risulta.

Statua di Alfonso d’Aragona vandalizzata:
il restauro non risulta, nessun danno-bis (?)

anarchia totale al “Plebiscito” 

La scorsa settimana i giornali hanno riportato la notizia di una nuova amputazione alla statua di Alfonso d’Aragona sulla facciata del Palazzo Reale di Napoli. Da quanto appreso, sarebbe di nuovo saltato il dito medio e il danno si sarebbe verificato immediatamente dopo il restauro alla stessa mano che, sempre da quanto si è letto, aveva restituito alla statua anche il dito indice della mano destra.

Di quella statua, e non solo di quella, mi sono occupato nello scorso Ottobre con segnalazione e denuncia recapitata alla Soprintendenza B.A.P.S.A.E. di Napoli, alla Regione Campania e al Comune di Napoli, evidenziando che i danni permanevano da diversi anni senza alcun intervento di restauro (foto in basso). Altresì avevo denunciato l’assenza di misure di sicurezza e sorveglianza in una piazza che è simbolo della Napoli Capitale nonchè scrigno d’arte e cultura.

A distanza di un mese e mezzo, ricevetti il protocollo n.0015353 del 22/11/2010 della Soprintendenza Regionale indirizzato alla Soprintendenza di Napoli, alla Soprintendenza Speciale per il Patrimonio storico e, per conoscenza, all’allora Ministro Bondi e al sottoscritto. Quel documento aveva per oggetto “Reggia di Caserta – segnalazione”  e chiedeva che, in riferimento alla allegata nota n. prot. 19268 del 25.10.2010 del Gabinetto del Ministro, nel precisare che la segnalazione si riferiva al Palazzo Reale di Napoli e non alla Reggia vanvitelliana, si chiedesse alle soprintendenze destinatarie di relazionare in merito.

Insomma, dopo un evidente giro di carteggio relativo alla segnalazione del sottoscritto, di questa se ne faceva evidentemente carico prima il Ministero per i Beni e le Attività Culturali che la girava alle soprintendenze locali indicando erroneamente come sito, chissà per quale strana dinamica, la Reggia di Caserta e non il Palazzo Reale di Napoli (leggi da V.A.N.T.O.)

Da allora nessuna notizia, men che meno informazione ufficiale di imminente restauro della statua che non risulta sia mai stata restaurata.

Appresa la notizia sui giornali, interdetto e rabbioso, mi sono recato a Palazzo Reale per verificare di persona, scattando delle foto alla mano vandalizzata al fine di comparare il danno attuale con quello segnalato ad Ottobre.
Ebbene, mi pare di poter dire che non ci sia stato alcun restauro recente, sia per la mancanza di comunicazione degli enti contattati sia per la perfetta coincidenza del profilo della frattura, oggi identico a quello riscontrato ad Ottobre quando, tra l’altro, il dito indice era presente e visibilmente riattaccato con le stesse evidenti “sbavature” visibili attualmente (clicca sulle immagini a confronto di fianco per ingrandire).

Tuttavia, seppure mi pare di poter dire fino a prova contraria che non ci sia stato restauro e quindi reiterato danno, cosa che aveva fatto montare in me grossa rabbia, ho comunque rilevato per l’ennesima volta la presenza nella piazza di giovani calciatori intenti a sferrare pallonate sulla facciata del Palazzo, colpendo ripetutamente statue e vetrate (clicca sulla foto in basso per ingrandire).

Tutto questo nell’assoluta serenità della mancanza di vigilanza che fa si che nel sito di importanza mondiale i turisti rabbrividiscano. Non solo la facciata della reggia ma anche il colonnato quanto il pronao della Basilica di San Francesco di Paola e le stesse statue equestri sono un insieme casuale di scritte che si accavallano l’una sull’altra. Come pure marmi asportati e scempi di ogni tipo, emblematici di una devastazione dell’immenso patrimonio della città consegnato completamente ai nuovi barbari.

Eppure le leggi ci sono, a partire dal vecchio articolo 639 del Codice Penale per cui il deturpare i monumenti è reato punibile con 11.032 euro e la reclusione fino ad un anno se il vandalo sporca o aggredisce un monumento. Nel Maggio 2009 poi, l’allora sindaco Iervolino emanò l’Ordinanza sindacale n.483 con cui si fece divieto di imbrattare o deturpare edifici pubblici, monumenti, attrezzi, strumenti ovvero oggetti e cose di arredo urbano, e in caso di violazione la sanzione fu fissata a 200 euro e a 500 euro per il “graffitaro” recidivo.

Nessuno ha mai fatto rispettare queste leggi-farsa, la Polizia Municipale non controlla e dunque ci tocca subire ogni giorno l’aggressione ai monumenti.

Lo scorso anno, a Barcellona tre “graffitari” sono stati sanzionati con una multa di 7mila euro per  aver imbrattato un monumento e due veronesi sono stati rincorsi e acciuffati fin dentro casa. A Napoli invece vige la libertà assoluta!

Angelo Forgione
Movimento V.A.N.T.O. 

Saviano e la “malaunità” che uccide Napoli e il sud

Saviano e la “malaunità” che uccide Napoli e il sud

Rifiuti e crollo dei monumenti stanno decretando la fine di Napoli, a due mesi dall’ultimatum dell’Unesco che, in assenza di un piano di gestione del centro storico, potrebbe cancellare la città dalla lista dei siti patrimonio dell’umanità.

Roberto Saviano è stato l’indiscusso protagonista del programma RAI “Vieni via con me” dal quale a diffuso messaggi alla nazione su un’Italia sbagliata, nata male e cresciuta peggio. Un’unità mai reale perchè realizzata con presupposti e metodi sbagliati che hanno previsto la sottomissione del meridione e la cancellazione della potenza economica e culturale di quella che era l’unica vera Capitale non solo d’Italia ma, insieme a Parigi e Londra, anche d’Europa.

Nei suoi monologhi, Saviano ha espresso cose esplicite ed altre da interpretare tra le righe. Nel nuovo videoclip della serie “Ammazziamo Pulcinella”, è decodificato per intero il suo messaggio filo-meridionalista rivolto da una parte all’Italia intera che spesso spara a zero su Napoli e il sud, e dall’altra agli stessi Napoletani ormai assuefatti, devitalizzati e privati della propria identità.

Videoclip: L’ULTIMO RE DI NAPOLI (50° compleanno di Diego Armando Maradona)

50 ANNI DI DIEGO ARMANDO MARADONA

Un nome indissolubilmente legato a Napoli, l’ultimo Re della città partenopea senza trono, ma col potere di far riverberare il nome di Napoli nel mondo e nella storia, sia pure quella calcistica.

Questo omaggio non è la già vista “compilation” dei formidabili goal di Diego ma uno spaccato della vera essenza di un rapporto indissolubile tra il Re del calcio e il popolo azzurro che va oltre il calcio e riveste un valore sociale.
Perchè vero Re è colui che da orgoglio al suo popolo.