il giorno della memoria… corta

Il 27 gennaio ricorre giustamente il “Giorno della Memoria“, istituito dal Parlamento italiano con la legge n.211 del 20 luglio 2000. La data è stata scelta, come ricorda la legge stessa, quale anniversario dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, in ricordo della Shoah, lo sterminio e delle persecuzioni del popolo ebraico, per “conservare nel futuro dell’Italia la memoria di un tragico ed oscuro periodo della storia nel nostro Paese e in Europa, e affinché simili eventi non possano mai più accadere”. E così, mentre “Der Spiegel” per mano di Jan Fleischhauer ci definisce “razza di codardi” dimenticandosi delle vergogne del popolo tedesco, il Meridione non dimentica che i primi campi di concentramento furono adibiti dai piemontesi per deportare i soldati napolitani. Un po’ tutti i popoli invasori chiedono scusa ai loro colonizzati ma l’Italia nasconde la sua vergogna. Per fortuna in tanti iniziano a non aver paura di vedere il nostro “mostro”. La parola “olocausto” significa sacrificio, non sterminio, ed è giusto rivendicare l’olocausto dei meridionali. Olos-kaustos… cioè completamente bruciato; si trattava del massimo sacrificio religioso dell’animale, bruciato nel fuoco.

 .

 .

L’8 Dicembre nella storia delle Due Sicilie

Immacolata Concezione patrona delle Due Sicilie

di Angelo Forgione (per napoli.com)

La celebrazione dell’8 Dicembre riporta alla memoria storica della Festa Nazionale dell’antico Regno delle Due Sicilie in cui la devozione mariana era fortissima nel clero, nel popolo e nelle istituzioni. L’Immacolata Concezione era infatti la Patrona speciale della Patria Napolitana, Terra dedicata alla Madre del Signore la cui festività era molto sentita nell’antico stato meridionale pre-unitario fondato su forti valori cattolici. Si può dire che era, ed è ancora oggi, uno dei perni principali sui quali ruotava tutta la religiosità del popolo del Sud.
Fu proprio l’8 Dicembre del 1816 la data in cui, dopo il periodo napoleonico della città, i due regni di Napoli e di Sicilia furono riuniti come Regno unito con quella che fu detta “legge fondamentale del Regno”. Ferdinando non fu più il re di Napoli e di Sicilia ma il Re delle Due Sicilie.
Passarono quaranta anni esatti e l’8 Dicembre del 1856 fu un’altra data storica per le sorti del Regno. Nel giorno della festività nazionale della patrona, il Re Ferdinando II, dopo la messa a cui la famiglia reale si recava comunque quotidianamente, si recò alla festosa sfilata delle truppe nazionali a quello che all’epoca era il Campo di Marte, l’attuale Capodichino. Fu li che subì l’attentato di Agesilao Milano, un soldato che uscì dalle righe e gli si scagliò contro colpendolo due volte con la lama della baionetta. Il Re fu ferito ma rimase stoicamente al suo posto e, dopo essere tornato a Palazzo Reale, fu visitato dai medici con esito tranquillizzante. Per ringraziare la patrona del “miracolo”, fu decisa l’edificazione di un tempio all’Immacolata al Campo di Marte la cui prima pietra fu posta dopo otto mesi di raccolta di offerte volontarie. La chiesa dell’Immacolata Concezione è ancora oggi molto nota e si trova in Piazza Giuseppe Di Vittorio, all’imbocco del Corso Secondigliano.
Nel saggio del professor Gennaro De Crescenzo “Ferdinando II di Borbone – la patria delle Due Sicilie” si fanno ipotesi sull’agonia lenta e oscura del Re morto nella primavera del 1859, qualche anno dopo l’attentato di Agesilao Milano. Secondo il parere del professor Gino Fornaciari, ordinario di Storia della Medicina e Direttore della Divisione di Paleopatologia dell’Università di Pisa, l’attentato ebbe la sua importanza postuma poiché il decesso sarebbe sopraggiunto a causa delle ferite trascurate. Un attentato riuscito dunque, anche se differito di un paio d’anni, che ebbe il suo peso nell’attuazione del progetto sabaudo di “piemontesizzare” il sud.
Il regicida venne processato in circostanze sospette, velocemente condannato e giustiziato prima che potesse confessare istigatori e complici del suo atto scellerato. Lo stesso sovrano, il giorno dell’esecuzione, avrebbe ipotizzato una grazia ma sarebbe stato dissuaso dal generale Nunziante che giustificò quell’intransigenza con il rispetto per la corona. Il generale Nunziante, unica persona ammessa a parlare con l’attentatore la notte prima del processo, qualche mese dopo tradì quella corona e passò al servizio di Vittorio Emanuele II dopo aver avuto frequenti contatti con Cavour che, come pare da documenti d’archivio, lo ripagò con quattro milioni di lire dell’epoca.
Il Regno restò scoperto e indebolito, privo di un uomo di forte decisionismo. All’erede Francesco II toccò l’impossibile compito di fronteggiare le cospirazioni e l’accerchiamento degli uomini che si erano già venduti al nemico. La spedizione dei mille garibaldini e l’assedio di Gaeta completarono il piano piemontese, finchè proprio l’8 Dicembre del 1860, sempre nel giorno fatale dell’Immacolata Concezione, il giovane re firmò un toccante e accorato proclama reale ai popoli delle Due Sicilie col quale comunicò ai “Napolitani” la resa all’invasore e la sparizione del più antico regno d’Europa di Ruggiero il Normanno e dell’antica monarchia di Carlo III.
Il lungo documento finiva appellandosi alla fede e all’ora della giustizia. Le ultime righe recitavano così: «Preghiamo il sommo Iddio e la invitta Immacolata protettrice speciale del nostro paese, onde si degnino sostener la nostra causa».

Al quiz “l’Eredità” spunta l’oggetto sconosciuto a forma di chitarra

Angelo Forgione – Nel Dicembre 2009 iniziai a parlare del bidet della reggia di Caserta con un articolo e un video per iniziare a rispondere con ironia mista a verità storica ad un certo razzismo verso i napoletani. Sapevo che quell’aneddoto avrebbe fatto presa perché era carico di sarcasmo e ogni volta che lo raccontavo in pubblico puntualmente scattava la risata generale. Ogni tanto spuntava l’occasione per rafforzare il concetto e poi è arrivato il collega Giampiero Amandola a sorridere della puzza dei napoletani, respinta con l’arma letale sfoderata nuovamente nel video virale di denuncia. E da li, a cascata, servizi dei telegiornali, tweet di Roberto Saviano a fare da gran cassa di risonanza e risposta piccata di Massimo Gramellini ad ingigantire con tanto di dibattito spostato sui social network. Uno sdoganamento irrefrenabile testimoniato anche dal quiz di Rai Uno “L’Eredità”, puntuale a rimorchio.
E la battaglia culturale continua. Nella nostra Storia, di “storielle” come quella del bidet ce ne sono tantissime, anche se non così pregne di richiamo. Potevo mai evitare di impegnarmi a scriverne un libro?

Jean-Noël Schifano e la contraffazione storico-sociale italiana

l’intervento dell’intellettuale francese a Santa Maria la Nova

Angelo Forgione – Lo scorso Sabato 20 ottobre si è tenuta presso la Sala Consiliare di S. M. La Nova di Napoli l’interessantissima conferenza “‘A Storia Scuntraffatta, da Masaniello all’Unità”, un dibattito a più voci sui passaggi della storia di Napoli non ancora riconosciuti dalla storiografia ufficiale.
Un evento che si è inserito nella sempre più crescente voglia di saperne di più sulla storia del Sud d’Italia e sul momento della sua annessione al resto della Penisola, un’esigenza che sta conducendo, seppur lentamente, alla comprensione e alla consapevolezza della realtà per una più nitida lettura del presente.
L’incontro, organizzato dal Presidente del Consiglio Provinciale di Napoli Luigi Rispoli e dal coordinatore dell’AIGE Umberto Franzese, è stato moderato da Fiorella Franchini e ha proposto gli interessantissimi interventi di Franco Lista e Gaetano Bonelli. E quello di Jean-Noël Schifano (video) che ha sottolineato l’esigenza di ritrovare l’identità napoletana cui si sono opposti proprio i tanti napoletani che hanno accettato e accettano i tentativi di cancellarla, talvolta ostacolando i nuovi tentativi di sgretolare la colonizzazione culturale.

Nino D’Angelo e la storia di Napoli, da ignorante a consapevole!

“La Juventus non può non essere odiata dai napoletani, è questione storica”.
Storia di un percorso di conoscenza, vittoria della diffusione culturale vigile

Angelo Forgione – E alla fine Nino D’Angelo studiò e divenne consapevole della storia di Napoli! E la cosa felicita perchè dimostra quanto sia efficace il lavoro di chi non accetta le falsità storiche e cerca di riattivare un senso di orgoglio in un popolo che è l’unico artefice del cambiamento o dell’immobilismo.
Nino D’Angelo è tornato a parlare attraverso le pagine de “Il Mattino” e ha spiegato perchè, secondo lui, i tifosi napoletani detestano la Juventus. Alla domanda “Perchè la Juve è antipatica ai tifosi del Napoli?”, il cantante ha così risposto: “Un vero sostenitore azzurro non può non odiarla, sportivamente. Fa parte del nostro dna, forse dipende anche dai retaggi derivanti dalla storia, con i piemontesi che vennero a saccheggiare il Sud”.
Dichiarazione frutto di una conoscenza da poco approfondita e sollecitata da tutti noi divulgatori delle verità storiche. Tutto comincia nel Febbraio di due anni fa, quando D’Angelo partecipa a Sanremo e sempre a “Il Mattino”, alla vigilia della kermesse, rilascia un’intervista-denuncia sulla condizione sociale di Napoli e del Sud che il quotidiano titola “D’Angelo, la camorra e i sottotitoli”. Tanti i temi toccati dibattendo il testo della sua canzone “Jammo jà”, compresa la questione meridionale, e D’Angelo scivola così: «Quella cartolina (Napoli) l’abbiamo inventata noi, a partire dalle canzoni. Le bandiere bianche, la resa evocata nei versi, sono colpa nostra quanto degli altri. Della destra come della sinistra. Di chi ci tratta con razzismo e di chi ha fatto tanto perché questo accadesse. Dei Borbone come dei Savoia». Insomma, chi aveva avviato un progresso di Napoli accomunato nelle colpe a chi gliel’aveva rubato. Tante le proteste dal fronte meridionalista, da diversi movimenti e associazioni, compresa quella di chi scrive: “Mi rammarico del fatto che siano stati accomunati i Borbone di Napoli ai Savoia, quest’ultimi capaci di invadere una terra ricca di monete d’oro e risorse per renderla schiava, costringendo i meridionali ad emigrare e facendo si che la camorra proliferasse. Esprimersi senza conoscenza delle vicende storiche rischia di far ancora più male alla città e fare il gioco di chi, 150 anni fa, ci ha rubato tutto”.
Nino D’Angelo fu cortese a rispondere, ammettendo la sua falla: “Non volevo dare giudizi, né prendere posizione, perchè la mia “ignoranza in materia” non me lo permette, quindi lascio a Voi, che conoscete bene la storia, la riflessione su chi abbia fatto più o meno meglio per il nostro amato Meridione. Credetemi, Nino D’Angelo è e resterà sempre uno del popolo, un “suddito”, a cui non piacciono a priori i Re….”.
Gli fu precisato che non si trattava di amare la monarchia ma di rispettare la storia di Napoli, ieri come oggi; che si trattava di guardarsi dal pericolo di vedere la sua pur bella canzone meridionalista sacrificata al cospetto di una canzone di chiaro stampo “fintopatriottico” di Emanuele Filiberto di Savoia (Italia amore mio) che faceva molto comodo alle celebrazioni dei 150 anni dell’Unità d’Italia.
Ci mise poco l’artista napoletano a scontrarsi con la realtà. Lui e Maria Nazionale eliminati al festival, il principe promosso fino alla finale. Ci mise poco anche a scoprire la verità e dopo soli pochi giorni, in una nuova intervista a “Il Mattino”, si scagliò contro Emanuele Filiberto e la sua canzone definita “molto più che una chiavica” che era arrivata fino in fondo. Eloquente lo sfogo: “È un altro schiaffo dei Savoia a Napoli. Mi sento un Masaniello bastonato. In questi giorni ho studiato, mi sono documentato, ora so meglio quello che hanno combinato a Napoli e all’Italia. Ma, a parte il fatto che uno venuto dal popolo come me non ha simpatia per nessun re, il problema è musicale. Ed è grave”.
A distanza di due anni arrivò Aldo Cazzullo a sondare l’identità meridionalista napoletana per il Corriere.it e nel suo reportage fu tirato in mezzo anche Nino D’Angelo che raccontò la sua conoscenza con il mondo meridionalista dichiarandosi ignorante in storia del Risorgimento e fecendo riferimento all’episodio sanremese che lo aveva visto oggetto di un “richiamo generale” per alcune affermazioni superficiali (guarda a -02:16). Ma nelle sue parole ancora un po’ di timidezza mista ad una ritrovata consapevolezza, con molta cautela nel parlare di monarchia. Oggi Nino D’Angelo spiega il motivo per cui i tifosi napoletani diventano sempre più insofferenti alla Juventus, e in chiave contemporanea ci prende in parte. Finalmente parlando di dinamiche di popolo, a prescindere dai re. “I piemontesi che vennero a saccheggiare il Sud”, prima non sapeva, ora sa. Se non è maturazione culturale questa?!

Un dono per Gennaro Iezzo

Un dono per Gennaro Iezzo

all’ex azzurro il pumphlet “Malaunità, 150 anni portati male”

L’ex portiere del Napoli Gennaro Iezzo non ha ancora finito di leggere “Terroni” ma ha già la prossima lettura meridionalista… magari sotto l’ombrellone.

Fischi all’inno, anche lo sponsor ci ha messo del suo

Fischi all’inno, anche lo sponsor ci ha messo del suo

da “Il Mattino”, un retroscena che non stupisce

La compagnia telefonica “garibaldina”, con i suoi spot risorgimentali, aveva calcato la mano ed era chiaro sin dal principio. L’effetto di simili campagne pubblicitarie ricche di retorica e, soprattutto, offese verso una certa etnia è stato sottovalutato soprattutto alla luce del fatto che l’azienda era lo sponsor delle principali manifestazioni calcistiche nazionali. Sui responsabili sono piovute vibrate proteste nelle scorse settimane ma l’ufficio stampa dell’azienda, pur prendendo atto di essere stata involontariamente indelicata, ha ritenuto di proseguire la programmazione puntando sull’ironia del progetto.
Ebbene, da IL MATTINO del 26 Maggio cogliamo e ripubblichiamo la lettera di un lettore che fornisce, ovemai ve ne fosse ancora il bisogno, ulteriore testimonianza del fatto che i fischi all’inno nazionale da parte dei napoletani non sono frutto di una qualche incosciente follia ma un atto ben cosciente di reazione al razzismo e alla reiterata offesa quarantennale negli stadi e centocinquantennale fuori, quest’ultima proveniente anche dalla proiezione in tv e negli stadi di uno spot che, come al solito, ha distorto i reali accadimenti storici scontrandosi con una sempre più inarrestabile consapevolezza degli stessi napoletani (e meridionali) non più disposti a subire bugie e offese.

“Cori razzisti degli juventini”
Mimì Ranucci (Napoli)
Il Mattino, Sabato 26 Maggio 2012 – pagg. 12 

Ero in curva a Roma la sera della finale di Coppa Italia, sin dalle 17, insieme alle prime migliaia di tifosi napoletani che incominciavano ad affollare lo stadio olimpico. Dalle 17 alle 21 abbiamo subito l’insopportabile visione di quel becero spot della Tim in cui Garibaldi induce i borbonici alla resa, previa paghetta di sms gratuiti. Ad ogni visione i tifosi juventini inveivano con cori razzisti nei nostri confronti. Per 4 lunghe ore i “piemontesi”, ispirati dal suddetto spot, hanno pensato di insultarci anche in quanto “borbonici”. Questa è stata l’escalation che ha prodotto una tensione culminata nei fischi all’inno di Mameli. Ciò solo per chiarire i fatti. L’episodio non giustifica la responsabilità del gesto dei “borbonici”, ma nemmeno la volgarità intellettuale dello spot.

lo spot originale

la parodia dello spot

Al museo di San Martino tornano i piemontesi

Al museo di San Martino tornano i piemontesi

una “inedita sfilata di soldatini”, ma stavolta non sparano

Bersaglieri, Carabinieri, Corazzieri, Artiglieri e Lancieri. Tutti corpi militari nati in Piemonte prima dell’unità d’Italia e oggi tra noi a testimoniare una piemontesizzazione dello stivale in epoca risorgimentale. Una “inedita sfilata di soldatini” ad essi dedicati sarà in mostra dal 5 Aprile nella Certosa e Museo di San Martino fino al 10 Settembre. Nel comunicato stampa si parla di Esercito italiano dal 1860-1870, ma era di fatto quello piemontese agli ordini di Vittorio Emanuele II che massacrò centinaia di migliaia di meridionali in tutto il Sud mettendo a ferro e fuoco interi paesi e boschi nella famosa guerra, tra soldati e civili, al cosiddetto “brigantaggio”. In poche parole, gli invasori senza dichiarazione di guerra di Napoli, capeggiati dal generale Enrico Cialdini che rase al suolo Gaeta continuando a bombardare nonostante la resa dei borbonici ed esercitò ferocemente il diritto di rappresaglia anche su donne, vecchi e bambini.
I napoletani avrebbero piuttosto bisogno di conoscere anche la storia degli sconfitti, magari con una mostra sull’esercito Napolitano, perchè anche così si celebrerebbe l’unità; e invece, a conclusione delle celebrazioni dei 150 anni d’unità d’Italia, tocca subire il ritorno a Napoli dei conquistatori, i vincitori, protagonisti di una delle pagine più tragiche della storia non solo italiana. Una mostra dedicata a quegli uomini che parlavano francese e che mantenevano per i capelli i cadaveri dei meridionali in difesa della loro terra prima fucilati e poi fotografati “ad perpetuam rei memoriam”.

Napoli-Juventus, la finale perfetta per la Coppa Italia

Napoli-Juventus, la finale perfetta per la Coppa Italia

tutti a Roma con la bandiera delle Due Sicilie

Tim Cup o Coppa Italia che dir si voglia, la finale sarà Napoli-Juventus. Sarebbe stato l’epilogo più giusto per la scorsa edizione, quella in cui la Coppa era denominata “dell’unità d’Italia” e l’onore di rappresentare Nord e Sud spettò a Inter e Palermo. Ma anche quest’anno il confronto calcistico tra le ex capitali Napoli e Torino nella capitale Roma calza a pennello, non fosse altro che per gli spot dello sponsor: camicie rosse contro soldati borbonici… Garibaldi a duello contro due maldestri napolitani, per giunta con il cellulare in una mano.
Appuntamento al 20 Maggio per vincere un tricolore. Noialtri, come il 29 Novembre scorso, con la bandiera del nostro antico Regno!

.

.

Camilleri contro i Savoia: “Caselli risarcimento al Sud”

Camilleri contro i Savoia: “Caselli risarcimento al Sud”

Durante la puntata di “Che tempo che fa” del 17 Marzo, eloquente esternazione del Procuratore Gian Carlo Caselli da Torino circa una ripetuta “confidenza” dello scrittore siciliano Andrea Camilleri.