Nel 2015 record per i musei italiani

Campania seconda regione. +16% per la Reggia di Caserta, +12% per Pompei.


Il Ministro dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, Dario Franceschini ha presentato al Comitato permanente del turismo, riunitosi al Collegio Romano, tutti i numeri dei musei italiani del 2015. 42.953.137 visitatori in totale, contro i 40.744.763 del 2014 e i 38.424.587 del 2013.
Il Lazio (19.750.157 ingressi e 62.838.837€ di introiti) è la regione leader, con Roma che continua a fare da polo attrattivo internazionale, ma subito dietro si piazza la Campania (7.052.624 visitatori e 35.415022 € di introiti) delle potenzialità solo parzialmente espresse. Sul terzo gradino del podio la Toscana (6.738.862 visitatori e 29.890.419 € di introiti). Poi il Piemonte (1.903.255 visitatori e 10.829.653 € di introiti), la Lombardia (1.552.121 visitatori e 5.656.677 € di introiti) e il Friuli Venezia Giulia (1.194.545 visitatori e 1.151.233 € di introiti).
I tassi di crescita più elevati, in termini di visitatori, si sono registrati, in Basilicata (+13%) in Piemonte (+10%), in Emilia Romagna (+9%), in Campania (+7%), in Puglia (+5%) e in Toscana (+3%). In termini di introiti, invece, l’incremento massimo è stato per il Piemonte (+61%), seguito da Basilicata (+37%), Puglia (+44%), Toscana (+19%), Campania (+13% gli introiti) ed Emilia Romagna (+11%).
I dieci luoghi della cultura più visitati nel 2015 sono stati: il Colosseo (6.551.046 visitatori); gli Scavi di Pompei (2.934.010); gli Uffizi (1.971.596); le Gallerie dell’Accademia di Firenze (1.415.397); Castel S.Angelo (1.047.326); il Circuito Museale Boboli e Argenti (863.535); il Museo Egizio di Torino (757.961); la Venaria Reale (555.307), la Galleria Borghese (506.442); la Reggia di Caserta (497.158). Tra i primi dieci siti, l’unico a far segnare un dato inferiore al 2014 è la Venaria Reale (-4%), nonostante il grande dato del Museo Egizio di Torino (+33%). Il sito reale dei Savoia è incalzato dal più importante vanvitelliano dei Borbone (+16%), che riduce lo scarto da 145.198 a 58.149 visitatori.
A seguire, Villa D’Este (439.468), la Galleria Palatina di Firenze (423.482), il Cenacolo Vinciano (420.333), il Museo Archeologico Nazionale di Napoli (364.297), il Museo Nazionale Romano 356.345), gli Scavi di Ercolano (352.365), le Cappelle Medicee (321.043), gli Scavi di Ostia Antica (320.696), il Polo Reale di Torino (307.357), Paestum (300.347), il Museo Archeologico di Venezia (298.380) e le Gallerie dell’Accademia di Venezia (289.323).
Tra i luoghi della cultura gratuiti primeggia il Pantheon che è stato visitato da un milione di persone in più rispetto allo scorso anno; a seguire il Parco di Capodimonte e il Parco del Castello di Miramare di Trieste.
Nei dati non sono riportati il risultati di Sicilia, Valle d’Aosta e Trentino Alto Adige, regioni a statuto speciale (ma lo sono anche la Sardegna e il Friuli V.G.) che gestiscono autonomamente i beni culturali.
“Quello che si è appena concluso – ha detto Franceschini – è stato l’anno d’oro dei musei italiani. Circa 43 milioni di persone hanno visitato i luoghi della cultura statali generando incassi per circa 155milioni€ che torneranno interamente ai musei attraverso un sistema premiale che favorisce le migliori gestioni e garantisce le piccole realtà. Per la storia del nostro Paese è il miglior risultato di sempre, un record assoluto per i musei italiani, – ha aggiunto Franceschini – e anche rispetto al 2014, anno in cui si erano registrati numeri erano molto positivi, la crescita dei visitatori e degli incassi è significativa: +6% i visitatori (pari a circa +2,5milioni); +14% gli incassi (pari a circa +20milioni€); +4% gli ingressi gratuiti (pari a circa +900mila). E non siamo in presenza di una tendenza internazionale, anzi siamo in controtendenza se si guarda ai dati usciti sulla stampa estera oggi. In Italia, grazie anche alle nuove politiche di valorizzazione, prime fra tutte le domeniche gratuite, gli italiani sono tornati a vivere i propri musei. Un riavvicinamento al patrimonio culturale – conclude Franceschini – che educa, arricchisce e rende consapevoli i cittadini della magnifica storia dei propri territori”.

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Il Napoli come Napoli, regine d’inverno

Angelo Forgione Giro di boa della Serie A 2015/16, e il Napoli è davanti a tutte. Due vittorie convincenti alla ripresa, la tanto temuta ripresa dopo la pausa natalizia, e la squadra azzurra si è presa la testa, nuovamente. Incalza la Juventus, appaiata all’Inter, ma con un’inerzia decisamente diversa da quella dei nerazzurri, partiti di slancio e poi ripresi dalle due squadre più lente nell’uscire dai blocchi di partenza. Sì, perché Napoli e Juventus, alla quinta giornata, erano ai posti 12 e 13, lontane 9 e 10 punti dall’Inter. La sensazione netta è che il nome della squadra campione d’Italia verrà fuori da questo terzetto, precluso alla Fiorentina degli inciampi e all’arenata Roma.
Ma se la posizione della Juventus non desta sensazione, stupisce quella del Napoli, più per il gioco espresso che non per la classifica. Il fatto è che la squadra si diverte agli allenamenti, scende in campo per vincere ma senza la pressione di chi deve farlo per missione. Poi vince, stravince e fa divertire, e va pure a festeggiare coi propri tifosi. L’idillio è palese, l’afflato pure. Il fatto è che l’amore che i calciatori fanno coi propri tifosi si consuma ad ogni vittoria, non solo contro le più blasonate rivali storiche. Con il Frosinone come contro la Juventus. Non c’è in ballo la vittoria che vale una stagione ma la stagione che vale una vittoria. Si guarda a Maggio, flirtando con lo scudetto. Ma intanto si amoreggia in casa. È un’energia sessuale che fluisce ininterrottamente, che risplende in quella danza di fine partita, coi calciatori e i tifosi che si guardano occhi negli occhi, saltellando e battendo le mani. È una tarantella del pallone, una danza erotica dopo l’orgia del campo che propizia quella del trionfo finale. Qualcuno ammonisce sulla perniciosità del rito orgiastico, non conoscendo la natura dell’energia partenopea, che non conosce polarità. Tutti danno, tutti ricevono. Solo chi si immerge in questa vitalità può capirla. Un certo Ibrahimovic Zlatan, giramondo del pallone, Re senza regno, c’è riuscito per caso, catapultato sul prato del ‘San Paolo’ per accompagnare Ciro Ferrara ai chiodi per le scarpette in un lontano giorno di giugno del 2005. Si ritrovò nel cratere di un vulcano in eruzione, e fu marchiato a fuoco. I suoi occhi videro Maradona, Re dei re, in maniche di camicia, anche se tondo e pieno come il San Paolo, riabbracciato e asfissiato dai napoletani. Una bolgia infernale. E un pensiero nato quella sera nel fuoriclasse svedese, nomade del pallone: far impazzire il ‘San Paolo’ e prendersi, un giorno, quell’energia. Lo confidò ai suoi compagni della Juventus che dominava prima di finire in polvere e vergogne, mentre il Napoli annaspava in Serie C, destinato ad essere frenato dall’Avellino. Lo svedesone lo disse anche al suo manager, Mino Raiola: «Un giorno piacerebbe pure a me essere accolto come Maradona. Non posso concludere la mia carriera senza aver giocato con la maglia del Napoli». Avrebbe giocato nell’Inter, nel Milan, nel Barcellona, nel Paris SG. Desiderio azzurro mai realizzato, perché sogni e soldi, nel Calcio moderno, difficilmente si sposano. Zlatan è a Parigi, nel nuovo El Dorado del pallone, dove ingrossa il suo conto in banca, come Edinson Cavani, che il trono di Maradona lo ereditò e poi lasciò il regno dell’amore per quello del danaro. E dalla fredda Parigi, recentemente, ha chiarito: «La realtà è che oggi devo rendere al massimo per il PSG, ma Napoli rimane nel mio cuore». Come dire: “i soldi mi hanno portato qui, lontano da dove ho lasciato il cuore”. Percorso inverso per Pepe Reina, che pure ha conosciuto il calore di Barcellona e Liverpool, ma il suo cuore si è fermato a Napoli. Dodici mesi in prestito per rimpiangerla da Monaco di Baviera, e poi il ritorno tanto voluto, dopo tante fughe di piacere e continui tweet in napoletano. Stipendio ridotto da 4,2 milioni all’anno a 2,8 pur di riabbracciare Partenope: “Napoli è felicità, sono tornato per questo, è il posto giusto per me e la mia famiglia, dopo un anno non abbiamo resistito”.
Napoli che vince e festeggia le vittorie si prende la copertina di metà percorso, effimera ma benaugurale. Squadra che cerca di sovvertire il pronostico, le statistiche, la storia e l’ordine precostituito, che cerca di piegare il Nord del Calcio, che lavora al colpo di Stato. E già si alza da lontano lo stantio refrain del riscatto cittadino, come se il Calcio avesse il potere di risolvere i problemi sociali. Il fatto è che Napoli, nonostante tutto, vince non solo nel Calcio. È la città che, silenziosamente e senza doping governativo, ha fatto registrare il maggior incremento turistico d’Italia nell’ultimo anno, con gran picco nel recente mese di Dicembre, ricomponendo il quadrilatero storico (con Roma, Firenze e Venezia) amputato dal colera del 1973. Non dovrebbe essere una sorpresa, ma è l’ingiusta propaganda che si continua a proporre della città vesuviana a far gioire e sperare per il futuro. Napoli che conquista le vittorie con le sue forze, tra le difficoltà. Napoli che se la vivi ti innamori, proprio come la sua squadra. Napoli che può vincere.

“Lager Fenestrelle…”, e la curva parla di storia

fenestrelle_stadioAngelo Forgione Napoli-Torino, match valevole per la 18a giornata del campionato nazionale di Serie A, nel giorno dell’Epifania. Al minuto 61 spunta un doppio striscione nella Curva B dello stadio San Paolo: “LAGER DI FENESTRELLE… NAPOLI CAPITALE CONTINUA AD ODIARE!”. E non tutti capiscono.
Da anni, ormai, parlo di storia ai tifosi; ma, per chi ancora non lo sapesse, Fenestrelle (di cui ho scritto anche in Dov’è la Vittoria) è un forte situato nell’alta Val Chisone, città metropolitana di Torino, eretto nel Settecento con funzione di protezione del confine italo-francese, poi utilizzato dopo l’Unità d’Italia come prigione militare in cui isolare i soldati del disciolto Esercito delle Due Sicilie fatti prigionieri e contrari al giuramento per un altro Re. Su questa vicenda si gioca ormai da qualche anno una partita tra storici meridionali e storici piemontesi. I primi divulgano notizie sulle pessime condizioni di detenzione, sulle sevizie e sulle morti nascoste per anni dalla storiografia ufficiale in quello che è definito “il lager dei Savoia”. I secondi si affrettano a smentire e a ridimensionare gli eventi post-risorgimentali nella fortezza sabauda, che non fu certamente l’unica ad accogliere i militari meridionali. Altri e di più a San Maurizio Canavese, ma anche a San Mauro, Alessandria, Novara, Savona, Genova e Milano. Decine di migliaia di soldati dell’ex esercito borbonico reclusi perché rifiutatisi di servire sotto la bandiera Italiana, invece di lasciarli alle loro famiglie e alle loro terre. Alcuni non riuscirono a tornare dai campi del Nord, dove trovarono la morte per il rigore del freddo e per la fame. Quanti? La partita è aperta, sul numero di morti come anche sulle condizioni di prigionia, ma decisamente chiusa sulla sostanza: l’esercito piemontese-lombardo, invasore di uno Stato legittimo, fece prigionieri i militari napoletani. Così come, nel 1868, il Presidente del Consiglio dei Ministri del Regno d’Italia, Luigi Federico Menabrea, tentò con tutte le sue forze, ma invano, di ottenere dal governo argentino la concessione delle terre disabitate nelle regioni deserte della Patagonia per deportarvi i ribelli meridionali.
Quello che è davvero interessante è che certi messaggi nascano ormai spontaneamente sugli spalti del San Paolo, e non siano più suggeriti da singole teste pensanti estranee alle curve, come negli anni scorsi. Il minuto 61, a indicare la data del 1861, dà il segnale di una nuova coscienza, magari grossolana, ma autentica e in via di radicamento, che trova sfogo negli stadi, veri e propri termometri della società. I cori e gli striscioni, infatti, non sono espressione di un particolare disagio sociale, come quello che si manifesta con gli stessi mezzi nei cortei di piazza a difesa di un qualsiasi diritto, ma, piuttosto, modalità di rifiuto di tutto ciò che è di altrui cultura. Meno interessante è il non chiarito messaggio d’odio manifestato nello striscione, che avrebbe ragione d’esistere solo se indirizzato ai tristissimi modi con cui fu unita l’Italia senza unire gli italiani, a prescindere dalla loro entità. E se a scuola non se ne parla…

“… Non ti devo lasciar ignorare che i prigionieri Napoletani dimostrano un pessimo spirito. Su 1600 che si trovano a Milano non arriveranno a 100 quelli che acconsenton a prendere servizio. Sono tutti coperti di rogna e di vermina, moltissimi affetti da mal d’occhi… e quel che è piú dimostrano avversione a prendere da noi servizio. Jeri a taluni che con arroganza pretendevano aver il diritto di andar a casa perché non volevano prestare un nuovo giuramento, avendo giurato fedeltà a Francesco secondo, gli rinfacciai che per il loro Re erano scappati, e ora per la Patria comune, e per il Re eletto si rifiutavan a servire, che erano un branco di carogne che avressimo trovato modo di metterli alla ragione. Non so per verità che cosa si potrà fare di questa canaglia, e per carità non si pensi a levare da questi Reggimenti altre Compagnie surrogandole con questa feccia. I giovani forse potremo utilizzarli, ma i vecchi, e son molti, bisogna disfarsene al piú presto”.
Lettera di La Marmora a Cavour del 18 novembre 1860

Una travel-blogger milanese innamorata di Napoli

Nella puntata del 21 dicembre di Capital in the World (Radio Capital) dedicata a Napoli, Sonia Sgarella, una travel-blogger milanese, descrive con emozione coinvolgente la città partenopea attraverso una scelta di citazioni, film e libri utili a capire davvero la città più indecifrabile del mondo. Tra i quattro libri scelti, anche Made in Naples.

Una strada per i martiri di Pietrarsa

martiri_pietrarsaAngelo Forgione Tutto sommato non c’è voluto tanto per affermare una verità nascosta. Quattro anni fa l’eccidio di Pietrarsa del 1863 era sconosciuto, relegato all’oblio degli archivi e alla consapevolezza di quei meridionalisti che sapevano, e che nel corso di questi anni l’hanno portato alla luce a furia di commemorazioni nel Museo ferroviario di Pietrarsa. E così, nella giornata di sabato 19 dicembre, una strada di San Giorgio a Cremano è stata finalmente intitolata al ricordo dei martiri di Pietrarsa, uccisi in difesa del loro lavoro ben 23 anni prima degli analoghi incidenti di Chicago per cui fu istituita la festa dei lavoratori del 1 maggio.
Qualche anno per far emergere una verità dimenticata per più di un secolo, e va bene che sulla targa toponomastica vi sia scritto “caduti sotto il fuoco sabaudo”, rimarcando che, nel 1863, il già fuoco italiano odinato dal questore Nicola Amore, poi sindaco di Napoli (ancora oggi issato ad esempio di buona amministrazione), era fuoco obbediente ai voleri di Torino.
Via Martiri di Pietrarsa sostituisce l’antico toponimo di via della Ferrovia, su proposta dall’assessore all’urbanistica del comune vesuviano, Pietro De Martino. E già negli anni Novanta, l’ex sindaco Aldo Vella aveva cancellato di forza l’allora piazza Garibaldi per intitolarla a Massimo Troisi. Gli uomini cui è dedicato il ricordo sono Luigi Fabbricini, Aniello Marino, Aniello Olivieri e Domenico Del Grosso, quattro operai (ma forse furono di più; NdR) che il 6 agosto 1863 furono uccisi da Bersaglieri, Carabinieri e Guardia Nazionale alle spalle durante uno sciopero di protesta contro i licenziamenti e le condizioni disumane di lavoro a cui erano stati costretti dai nuovi proprietari della fabbrica. Il Real Opificio di Pietrarsa, uno dei vanti dello Stato borbonico, che su un’area adiacente alla prima tratta ferrata, la Napoli-Portici, aveva sfornato le prime locomotive italiane, fu destinato allo smantellamento e al declino per decisione delle nuove classi dirigenti dell’Italia appena unita, decise a trasferire le commesse verso gli stabilimenti Ansaldo di Genova.
Dopo questo risultato, magari un giorno vedremo i segretari dei sindacati nazionali festeggiare il 1 maggio a Pietrarsa, luogo simbolo della lotta operaia in Italia.

collegamento con Radio Marte del 1 maggio 2012

(video) Unesco e Juventus contro il razzismo ma non contro la “catartica” discriminazione territoriale

agnelli_unescoAngelo Forgione Nel video, la sintesi della presentazione all’Unesco della relazione sul razzismo nel Calcio Colour? What Colour?, finanziata e commissionata dalla Juventus FC. Una relazione, come già analizzato tre settimane fa, molto discutibile nell’analisi della “discriminazione territoriale”, perché nata da un pensiero ben chiaro già un anno fa, quando Andrea Agnelli dichiarò: «Mi dà fastidio che molte delle sanzioni applicate siano legate alla discriminazione territoriale che punisce a mo’ di razzismo il campanilismo, che invece fa parte della nostra cultura e non è razzismo. Vanno colpiti i “buuu”, gli altri cori sono nostre peculiarità».
Come si ascolta dalle parole dell’autore Albrecht Sonntag, «non si può parlare di razzismo nel Calcio senza considerare ad altri tipi di discriminazioni rivolte ad altri gruppi sociali [che non siano solo i neri]». Il co-autore David Ranc, rispondendo a una domanda di Alessandro Grandesso de la Gazzetta dello Sport, esprime il suo giudizio sulla discriminazione territoriale, mostrandosi ben conscio che il problema italiano sia più grave che altrove e vada oltre la semplice rivalità sportiva e che attenga a differenze sociali tra Nord e Sud del Paese. Si evince che gli autori sono consapevoli della particolarità della situazione italiana, contraddistinta dalla discriminazione territoriale. E però la relazione invita a “tollerare queste forme tradizionali di insulto catartico”, proprio come chiedeva Andrea Agnelli un anno fa. Lo stesso presidente della Juventus, incalzato da una giornalista straniera, risponde che la situazione in Italia è in miglioramento, insabbiando problemi sempre costanti e ormai cronici, peggiorati da quando il Napoli è tornato ai vertici del campionato nazionale. Gli stadi di Torino, Milano, Bologna, Roma e altri ancora avevano messo il Calcio italiano in cattiva luce in Europa, e il presidente della Juventus ha evidentemente preso un’iniziativa per affermare la teoria del “campanilismo culturale”, che già sosteneva quando, con Galliani e altri massimi dirigenti sportivi, impose al presidente della FIGC Carlo Tavecchio il dietro-front sulla discriminazione territoriale.
Il direttore generale dell’Unesco Irina Bokova annuncia di aver sottoscritto un accordo con Andrea Agnelli per proseguire la lotta al razzismo nel calcio con la Juventus, un club che non riesce neanche a educare i suoi tifosi e che, con le indicazioni riportate nella relazione commissionata, pagata e rivestita di autorità internazionale, intende evidentemente minimizzare su un problema nella cui lotta si fa capofila, e influenzare così il pensiero.

Lo scultore Domenico Sepe intervista Angelo Forgione

sepe_forgioneAngelo Forgione, scrittore napoletano, giornalista e grafico pubblicitario, opinionista, storicista, meridionalista e culturalmente unitarista. Curatore del blog sulla Valorizzazione Autentica Napoletanità a Tutela dell’Orgoglio (V.A.N.T.O.), su cui si legge il suo aforisma più noto: “Baciata da Dio, stuprata dall’uomo. È Napoli, sulla cui vita indago per parlare del mondo.”

Angelo, cosa rappresenta per te questa frase e qual è il suo significato? Raccontaci come nascono V.A.N.T.O. e il tuo blog.
V.A.N.T.O. era qualcosa già dentro di me negli anni dell’adolescenza, ed è venuto fuori spontaneamente. Napoli è una città di difficilissima decifrazione e per capirla bisogna sperimentarla. È un esercizio mentale e culturale non adatto a tutti, ma solo a chi ama la cultura e la storia, ed ha un approccio corretto nei confronti di una città unica, ma unica davvero. Lo dice l’ICOMOS, il cui scopo è promuovere la conservazione e la valorizzazione dei monumenti e dei siti di interesse culturale nel mondo, attraverso il contributo di oltre settemila tra architetti, archeologi, storici dell’arte, antropologi, urbanisti, geografi e storici di diversi paesi. Questa folta equipe studia le caratteristiche dei luoghi e presenta delle accurate relazioni all’UNESCO affinché ne decida l’eventuale inclusione nella lista dei patrimoni dell’umanità. Ebbene, la valutazione ICOMOS del centro storico di Napoli le assegna il valore dell’unicità, e la distingue per bellezza e cultura pure dalle più somiglianti Barcellona e Marsiglia. Purtroppo questo cuore pulsante di cultura occidentale è stato umiliato dalla storia e continua ad esserlo nel presente, stuprato come una bella donna assediata, dai una parte di napoletani e da una parte degli italiani. Io mi impegno sotto il profilo culturale per recuperare storie ed eccellenze nascoste, per raccontare una storia diversa e per fornire degli strumenti di conoscenza che possano ridestare un orgoglio di testa e non di pancia, pur non evitando mai di denunciare i guasti della città stuprata.

Come vedi la Napoli contemporanea e quale scenario prevedi per il suo futuro immediato.
La vedo meglio di qualche anno fa. Abbiamo attraversato periodi disastrosi, e i danni sono stati fatti. Ora si tratta di ricostruire, e la cosa più semplice è quella di partire dall’immagine, che è comunque distorta ed è la cosa più danneggiata. Chi si reca a Napoli scopre qualcosa di completamente diverso da ciò che immaginava alla vigilia, e scopre l’universalità e l’unicità di cui parlavo. Ma molto c’è da fare anche sotto questo aspetto per ottimizzare i flussi turistici e accoglierli al meglio. Poi ci sono questioni annose cui bisogna mettere mano con urgenza e risolutezza, una volta e per sempre. Ad esempio, non possiamo più consentirci di lasciare Bagnoli in certe condizioni, senza operare. Per circa 25 anni sono state fatte solo chiacchiere e sprecati soldi inutilmente. Quello è un paradiso che nessuna città può vantare, ma oggi come oggi non può vantarlo neanche Napoli. È la scommessa su cui si gioca la partita per il futuro turistico di Napoli.

Perché hai voluto scrivere “Made In Naples – come Napoli ha civilizzato l’Europa”?
Perché l’UNESCO ne protegge la storia millenaria, e ne protegge il centro storico, che conserva tracce di preziose tradizioni e di incomparabili fermenti artistici che hanno sviluppato una cultura unica… e ci risiamo… che ha influenzato e plasmato l’Europa e oltre. Tutti sanno che Napoli è nella lista dei patrimoni dell’umanità, ma nessuno sa perché. Capire Napoli, ripeto, è difficile. Conoscere la sua cultura per intero, è ancor più difficile. Io ho esplorato, e ho voluto condividere quello che ho studiato e scoperto, spiegandolo con chiarezza e nel dettaglio.

Made in Naples vuole essere una risposta a “Gomorra”?
In qualche modo, lo è automaticamente. Di libri che diffondono le ombre di Napoli ce ne sono tanti e fanno il giro del mondo, deformando i connotati della città. Io mi sono occupato della Napoli luminosa, culla della cultura d’occidente, pur non evitando di analizzare i suoi problemi di oggi, ma trovandovi delle cause e proponendo delle soluzioni. È un libro che tutti i napoletani dovrebbero leggere, perché ridefinisce tutto il pianeta partenopeo, e non si concentra solo su un problema che tanto fa presa sull’immaginario collettivo.

“Dov’è la vittoria” – le due Italie nel pallone (aspetti sportivi della malaunità politico-economica)”. Ci racconti il tuo ultimo libro?
È anche questo un libro mai scritto prima, ma diverso per impostazione. Dov’è la Vittoria è una fotografia del Calcio italiano che illustra con completezza un aspetto poco dibattuto dell’annosa “Questione meridionale”: quello sportivo. È un’indagine che spiega le cause delle differenti performance sportive delle squadre del Nord e del Sud Italia. Sono partito dai freddi numeri, dai soli 8 scudetti delle squadre del Sud contro i 103 delle squadre del nord, e con questo lavoro spiego questo divario che è figlio diretto di quello creato con l’Unità d’Italia. Del resto è impensabile che il fenomeno Calcio, che investe la finanza e la politica, sia slegato da ciò che è la società. Inoltre c’è tutta una parte che riguarda la sociologia, tra scelte di fede dei tifosi e discriminazione territoriale, e pure una corposa parte del libro in cui descrivo e analizzo accuratamente tutti gli scandali del nostro campionato. Insomma, veramente uno dei pochi libri che ci fanno conoscere l’Italia e il Calcio italiano, l’una attraverso l’altro. Del resto, Oliviero Beha, non uno qualsiasi, scrive nella prefazione che “è un libro che ha diritto di cittadinanza tra quelli che finora raramente sono stati capaci di intrecciare il Calcio con la società che lo contiene e di cui è espressione macroscopica”. Meglio di così non potrei presentare il mio lavoro.

Angelo, condividiamo un bellissimo ricordo nella mia bottega d’arte, dove abbiamo raccontato Angelo Forgione. Ci racconti brevemente quali sono state le sensazioni e le atmosfere di quella serata?
Sì, davvero un ricordo bellissimo. Un’atmosfera particolare, dove ho respirato arte e dove tutti erano catturati dalle mie parole sulla cultura napoletana. La protagonista era lei, non io. C’è bisogno di più luoghi e più appuntamenti del genere sul nostro territorio. Complimenti!

Un saluto e un augurio in vista delle festività natalizie.
Auguro a tutti i lettori quattro cose: salute, sicurezza economica, sicurezza affettiva e cultura. La ricetta della felicità è tutta qui. Per i primi tre ingredienti ci pensa Dio, e l’augurio è doveroso per questo. Per il quarto ci dovete pensare voi. Magari regalandovi e regalando buoni libri. Magari i miei. Ve li consiglio.

Caro Aurelio, solo tu a Napoli non puoi girare?

E no, caro Aurelio. Stavolta non mi sei piaciuto. Ho letto ciò che Anna Paola Merone del Corriere del Mezzogiorno ha carpito dalla tua bocca in occasione della presentazione del tuo nuovo “cinepanettone”. Alla domanda «Allestire un set in città?» pare che tu abbia risposto così:

È impossibile, come si fa? Io ho fatto qui La mazzetta con Nino Manfredi e mi è bastato. Ricordate Agostino ‘o pazzo? Si piazzava davanti alla telecamera pretendendo il pizzo. Io me lo portavo via, ci parlavo, chiedevo rispetto per le mie origini napoletane, per il lavoro che portavamo in città… Devo continuare? Pure Vittorio De Sica aveva fatto allestire i bassi a Cinecittà e ci aveva trasferito famiglie napoletane che vivevano lì giorno e notte per dare più verità al set»

Cerco di capire. Dici che Agostino ‘o pazzo, il diciottenne napoletano che per quattro notti, nell’estate del 1970, sfidò con la sua moto 125 la polizia sgommando a tutta velocità lungo via Toledo, dopo otto anni si era trasformato in Agostino ‘o pizzo? Non mi risulta, caro Aurelio. Antonio Mellino, questo il suo nome all’anagrafe, era un ragazzo cui piaceva la velocità e ci provò gusto a fare da lepre per le forze dell’ordine, entusiasmando la folla che ne fece un mito dalla sera alla mattina. Iniziò per caso, eludendo un posto di blocco perché stava andando dalla fidanzata contro il volere del padre. Durò pochi giorni, in cui se ne vedevano di tutti i colori alla sera. Lui, caro Aurelio, si rintanava serenamente in casa, in piazza dei Girolamini, mentre a via Toledo succedeva di tutto. Fu beccato, ma non braccato in un inseguimento. Lo fermarono in piazza del Gesù, fermo e tranquillo in auto con gli amici, e lo portarono al Filangieri. Gli scattarono una foto segnaletica con lo sguardo torvo e la camicia a pois, e gli diedero una severa condanna, ma lo trattennero solo per tre mesi. Poi lo riportarono a casa, dove viveva con la sua onesta e buona famiglia, perché fu presto chiaro che fosse solo un giovanotto sveglio con una forte passione delle due ruote. Erano i tempi di Giacomo Agostini, da cinque anni campione del mondo di Motociclismo, cui ci si ispirò per dargli un nome nello tsunami improvviso di fama che Antonio seppe alzare in quei giorni. E non mi risulta, caro Aurelio, che Antonio sia finito nei guai in seguito. Abita ancora lì, nel centro antico di Napoli, dove gestisce pure una nota bottega antiquaria. Di problemi con la giustizia, più nessuno. Anzi, per restare in tema, nel 1971 ebbe anche un’esperienza da attore-stuntman in Un posto ideale per uccidere con Ornella Muti e Irene Papas, un film poi ripudiato dal suo regista Umberto Lenzi e dallo stesso Antonio Mellino, perché Napoli ne usciva raccontata ancora una volta in modo sbagliato. «Non mi piacque, Napoli usciva negativa come sempre. Pure nei film – disse Agostino ‘o pazzo – vengono a riprendere i soliti sfondi gratis e il resto lo fanno a Roma. Ma perché non fanno mai vedere le cose belle e vere che abbiamo?». Ora, tu, Aurelio, dici che Antonio Mellino, nel 1978, invadeva il tuo set come un camorrista e pretendeva soldi per farti proseguire o forse per essere ingaggiato. Forse sarà proprio Antonio a chiarire e a dire la sua, ma in ogni caso sono passati 37 anni, di cui tu, Aurelio, ne hai trascorsi 11, gli ultimi, da presidente della squadra di Calcio della città. E da presidente del Napoli hai parlato alla nazione di napoletanità, di uno stile di vita che non può essere capito da chi non è napoletano, di una sofferenza nata dall’impoverimento esogeno. Proprio tu, Aurelio, hai detto che i napoletani sono «i vessati per eccellenza», e poi ci racconti di una Napoli impossibile? I film girati a Napoli neanche si riescono a contare da quando, sul finire dell’Ottocento, i fratelli Lumière vennero a riprendere le meraviglie della città e, soprattutto, da quando – nel 1919 – il napoletano Gustavo Lombardo fondò la Titanus e i primi studios sulla collina del Vomero. Tu dirai che sto parlando di un secolo fa, ma negli anni in cui hai potuto vivere Napoli più da vicino il “sipario” napoletano è rimasto tutt’altro che chiuso. Pure per i musicisti, se è vero che Amedeo Minghi girò qualche anno fa il videoclip del suo brano Vicerè nei “quartieri spagnoli”, anzichè riprodurli a Cinecittà. Una notte intera, fino all’alba, circondato dai napoletani che portavano ciambelle e caffè. I Manetti Bros, romani anche loro, hanno girato recentemente Song ‘e Napule, a Napoli, non a Cinecittà, e non ebbero problemi. E anche loro non sono d’accordo con quello che hai detto. Vuoi che ti parli di Passione di John Turturro, girato interamente a Napoli, compresi i Campi Flegrei, nel 2009? Non mi risulta neanche che il regista-attore newyorchese abbia trovato difficoltà per i suoi ciack e per tradurre in pellicola il suo amore per Napoli. “Ci sono luoghi dove uno va una volta e basta. E poi c’è Napoli”, ha detto Turturro. E dai teleschermi Rai ha pure precisato: «Napoli è un luogo incredibilmente vibrante e vivo dove tornerò a lavorare con estrema facilità». Estrema facilità, Aurelio. Non mi pare poco. Forse sei tu che a Napoli sei andato a girare una volta e basta, mentre gli altri non vedono l’ora di tornare a farlo. Magari tu e Antonio Mellino ci chiarirete la tua dichiarazione, che però non aiuta Napoli a recuperare la sua immagine, quella che le spetta, quella che tu hai definito “vessata”. magna_adl_xSei un bravo imprenditore e sai come muoverti, hai portato il Napoli a grandi livelli, facendolo competere con gli squadroni del Nord, e per tutto questo ti auguro lunga vita sotto il Vesuvio. Hai la mia stima, e perciò ti ho regalato di persona i miei libri, al MAGNA. Ma tu sai benissimo che Napoli è un set, tra i più belli che ci siano, ed è ambito dal cinema comico e d’autore. Sai bene che Napoli è un laboratoro d’avanguardia nel campo dell’animazione. Quello che hai dato in pasto ai detrattori non mi è affatto piaciuto. Forse i miei libri non li hai ancora letti. Sono certo che se lo farai, poi, ci penserai due volte a vessare anche tu la napoletanità.

Quando il calcio diventa geopolitica

Intervista di Domenico Romeo per lameziainstrada.it

dlv_cover_1Calcio che diventa archivio statistico, che a sua volta si tramuta in storia che collima con la geopolitica economica della Nazione.
È il mix del meraviglioso libro Dov’è la Vittoria (Magenes editore), secondo lavoro letterario di Angelo Forgione.
Un libro fuori dagli schemi, che rompe le barriere delle tradizionali e conformiste ‘scie’ di raccontare il mondo dello sport, sviscerando ogni fenomenologia sociale, macroeconomica e politica, annessa e connessa con un mondo per larghi aspetti a noi ancora sconosciuto.
Esce fuori un elaborato che induce a riflettere, che mette in luce gli aspetti controversi del mondo del calcio, partendo dalle origini, riconducendosi ai tentacoli delle lobby economiche, alle tipologie di distribuzione del potere da parte dei ‘potentati’.
Ne parliamo con l’autore.

Nel testo lei espone, esplicitamente, difformità economiche nel panorama Sud-Nord del Paese che si riflettono anche nel calcio. A suo avviso, come si è sviluppata all’origine questa sperequazione?

Tutto succede dopo l’Unità del 1861. L’Italia era nel suo complesso ben più arretrata rispetto alle Nazioni che guidavano lo sviluppo europeo. Si trattava di un Paese con un’élite legata a interessi agrari, e non esisteva una reale differenza tra Nord e Sud in termini di ricchezza, seppur vi fossero precise caratteristiche e diversità territoriali. Da quel momento prese piede la piemontesizzazione, i prestiti bancari furono impiegati per supportare la nascita dell’industria settentrionale nel triangolo Torino-Milano-Genova e le commesse statali furono dirottate al Nord.  Ed è proprio lì, dove si concentrava ormai l’offerta di lavoro, che vennero fondati i club che disputarono i primi campionati italiani, detti nazionali, ma che, in realtà, erano esclusivamente settentrionali, aperti a sole squadre lombarde, piemontesi e liguri. Il Calcio italiano è ancora fortemente a trazione settentrionale, e lo dimostra non solo la forte sproporzione di scudetti vinti dalle squadre del Nord rispetto a quelle del Sud ma anche la scarsa presenza storica di squadre meridionali in Serie A, che non va oltre il 20%. Come ho scritto nel libro, la Serie A assomiglia alla Major League Soccer americana, un torneo in cui una manciata di squadre canadesi si misurano con quelle statunitensi.

Tali difformità hanno causato una forma di accentramento industriale in talune Regioni. A suo avviso, questo trend potrà subire variazioni d’equilibrio?

Finché strade, ferrovie, porti e aeroporti non saranno sviluppati come al Nord sarà inutile costruire fabbriche al Sud. Le merci prodotte farebbero fatica ad essere sdoganate e ne conseguirebbero prezzi poco concorrenziali. È già successo ai tempi della Cassa del Mezzogiorno. Pensiamo all’autostrada Salerno-Reggio Calabria, presa in carico dall’ANAS nel 1962 e ancora in via di realizzazione, mentre l’autostrada del Sole Milano-Napoli fu compiuta in soli otto anni per volontà di un consorzio privato settentrionale costituito da Fiat, Eni, Pirelli e Italcementi. L’Alta Velocità ferroviaria si ferma a Salerno. In Basilicata, Sardegna e Sicilia non circolano neanche i più lenti Frecciabianca. Per il porto di Gioia Tauro, il più grande hub del Mediterraneo, non c’è collegamento intermodale e lo scalo calabrese è chiuso in un isolamento che ne limita le grandi potenzialità. Senza un ripensamento del sistema-Paese è inutile parlare di industrializzazione del Sud.

Parliamo di un concetto richiamato nel testo: quello del rischio di una colonizzazione economica che assoggetta una restante parte d’Italia, manifestandosi anche nel calcio. Vuole essere maggiormente esplicito in ciò?

Non c’è la volontà di rendere concorrenziale il Mezzogiorno, che deve restare un mercato delle merci settentrionali. Dopo la guerra, gli stanziamenti del Piano Marshall furono impiegati in grandissima parte per rimettere in piedi il “triangolo industriale” e il presidente di Confindustria dell’epoca, il ligure Angelo Costa, disse al sindacalista pugliese Giuseppe Di Vittorio che era più giusto portare operai meridionali al Nord che fabbriche al Sud. Oggi nulla è cambiato. La verità è che il sistema di sviluppo italiano è frutto di volontà ben precise che tendono a lasciare al Nord la maggior quota di ricchezza prodotta e le migliori infrastrutture, e a tagliare fuori mercato il Sud, al quale si lasciano sussidi e trasferimenti statali per diseducarlo alla produttività e per strozzarne l’autonomia. Il Sud assistito è funzionale al sistema, perché lo si può accusare piuttosto che dotare di infrastrutture e fabbriche, più utili alla produzione in concorrenza.

Nel libro da lei scritto, parla di una fenomenologia peculiare riferibile al concetto di ‘napoletanità’ intesa come appartenenza ad una Nazione. Cosa intende?

Napoli è una Nazione nella Nazione. Fino al primo Novecento è stata la città più popolosa d’Italia, un primato detenuto per secoli. Al momento dell’Unità era l’unica città degna di rappresentare la capitale del Paese. Fu invasa e annessa, e resta sempre una capitale abrogata che mantiene la sua identità “napolitana” più che italiana. Nel calcio, questo si traduce nell’interpetazione di un vessillo, quello azzurro, sotto il quale cercare una dignità cancellata. È il riferimento unico di una vasta provincia che, con i suoi 3 milioni di abitanti circa, è la terza d’Italia per popolazione, e non condivide il territorio con nessuno, diversamente da quanto accade a Roma, Milano, Torino e in tutti i maggiori centri del Vecchio Continente. È l’unica città del Sud che non lascia troppo spazio al tifo per le squadre del Nord, e che non si abbandona a una doppia fede, ovvero un concomitante sostegno per la squadra locale e per una del Nord in grado di vincere. Il legame tra i napoletani e il  Napoli non ha eguali, e vi si avvicina solo quello tra i romani e la Roma.

Calcio, malavita e lobby industriali: un legame che cammina a prescindere del territorio?

Dietro allo spettacolo calcistico si celano interessi enormi. Nel libro c’è tutta una parte dedicata agli scandali che dal ventennio fascista hanno coinvolto il nostro Football ad ogni latitudine, e a ben leggere si evince una manipolazione maggiore da parte del calcio settentrionale. La lotta per il trono tra le tre grandi del Nord si è svolta spesso fuori dal campo, attirando la complicità di istituzioni, politici e centri di potere, e alimentando un sistema corrotto generale che si è palesato più volte nelle aule di tribunale, tra ripetuti scandali e crac finanziari. Al Sud, la malavita ha i suoi interessi nelle categorie minori e il suo scopo nel riciclaggio di denaro sporco e nelle scommesse, rappresentando di fatto un limite per il movimento meridionale.

Calcio ed equilibri. Negli anni ottanta e novanta il Nord Italia presentava una Serie A composta da: Como, Bergamo, Brescia, Milano, dunque città lombarde. L’Emilia Romagna rispondeva qualche anno dopo con: Bologna, Modena, Reggio Emilia, Parma, Piacenza, Cesena. Solo qualche anno fa il Centro-Sud d’Italia presentava queste città: Roma, Cagliari, Palermo, Catania, Messina, Reggio Calabria, Bari e Lecce, per poi ritrovare il grande ritorno di Napoli ( alla data dell’intervista in testa al campionato  dopo 25 anni). Riguardo a quest’ultima casistica, come si è potuto verificare un evento simile per la prima volta nella storia d’Italia ? È riproponibile secondo lei?

Sì, si è registrata una buona presenza di squadre meridionali tra il 2008 e il 2011, pur non superando mai il 40% del totale. Ma la resistenza di quelle squadre dimostra che si è trattato di un exploit storico. Oggi, di quell’ondata, è rimasta solo l’onnipresente Roma, il rifondato Napoli e il Palermo, che pure è retrocesso. Cagliari e Bari sono in B, Catania, Lecce e Messina in Lega Pro, la Reggina addirittura in Serie D. In Serie A, oggi, milita il Frosinone, che è davvero un caso limite per il Calcio del Sud. Il problema vero è quello di assicurare ai sodalizi meridionali quella continuità e solidità che fa meno difetto ai club settentrionali.

Nel testo lei propone dati storici ed economici. Di chi si è avvalso al fine di curare l’attendibilità delle fonti?

Le fonti sono citate nella bibliografia, e poi ce ne sono tante altre che cito nel manoscritto ad ogni dato saliente. Direi comunque che è fondamentale la possibilità che abbiamo oggi di accedere alle emeroteche digitali, che consentono di leggere gli articoli dei quotidiani d’epoca. Il resto lo fa la visione storica dello scrittore, che con intuito deve saper mettere in relazione gli eventi sportivi con quelli economici e politici del Paese nei vari periodi storici.

All’interno del mondo del calcio che riscontro ha avuto il suo libro fra gli addetti ai lavori? (Presidenti, calciatori, giornalisti, etc).

È un saggio storico che vuole raccontare il mondo del calcio oltre il rettangolo di gioco, e per far questo ho dovuto mettere le mani anche dove c’era da sporcarsele. È ovvio che il mondo del calcio non abbia alcun interesse a dar risalto a un saggio che lo dipinge meno scintillante di quanto appare, ma questo lo sapevo già. Un grande editore si era anche interessato alla pubblicazione, e certamente avrebbe assicurato maggiore spinta al prodotto, ma poi sono sorti dei conflitti di interesse. La cosa più importante è che il libro sia comunque uscito e che i giornalisti di indagine ne abbiano apprezzato e condiviso il contenuto. La prefazione di Oliviero Beha è la migliore testimonianza di un lavoro evidentemente ben fatto.

8 dicembre, festa napoletana nel mondo cattolico

La colonna dell’Immacolata in piazza di Spagna a Roma finanziata dal Re di Napoli e ispirata al dogma voluto dai napoletani.

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