Da Virgilio a noi, Napoli e il Sud efficaci antidepressivi

Angelo Forgione – Italia in ginocchio. Aumenta lo stress, aumenta la depressione e aumenta il consumo di psicofarmaci nel quarto paese in Europa per spesa relativa. L’ultimo rapporto dell’Osservatorio Salute avverte che ogni giorno, in media, gli italiani assumono 39,87 dosi ogni mille abitanti, un dato decisamente in crescita rispetto a quello del 2006 quando erano 30,08 (-32,5%). La Regione che mostra il maggiore consumo di antidepressivi è la Toscana: 60,96 dosi giornaliere ogni mille persone, il doppio della meno depressa, la Campania (30,59 dosi/1000 ab).
Nello specifico, Napoli si conferma la città più felice, nonostante i cronici problemi esistenziali del suo popolo. Conferma di dati noti, che difficilmente cambieranno. Perché? Perché i napoletani sono dotati di anticorpi endemici: la socializzazione, il buono spirito, i valori della famiglia, gli odori e i sapori della buona cucina in strada e fuori, la ferrea identità, i rumori e i suoni, una cultura viva, i paesaggi, il mare e l’apertura di cielo, tutta roba che non conta per le sbandierate classifiche della qualità della vita.
Parlo di dati noti, sì, notissimi per me che in un passaggio di Napoli Capitale Morale ho scritto:

I giovani di Napoli non emigrerebbero in massa se la loro città offrisse prospettive di vita e opportunità di lavoro. Lo dicono le classifiche della qualità della morte, cioè dei suicidi, che raccontano di un basso coefficiente napoletano di morti volontarie in relazione al numero di abitanti e di un ridotto uso di farmaci antidepressivi, pur con tutti i problemi sociali che sulle rive del rasserenante Golfo difficilmente diventano esistenziali. Napoletani masochisti? Certo che no. Semmai residenti resilienti, consapevoli del loro disagio, capaci di sopportare le condizioni a tratti lancinanti e di resistere alle troppe avversità. Tra chi rimane, molti sono coloro che trovano rimedio a un tenore di vita spesso insoddisfacente con la socializzazione e il sorriso. Il ridotto numero di suicidi partenopei è esattamente l’indicatore di uno slancio vitale opposto alla frustrazione e alla disperazione, il segno tangibile di un’antropologia della speranza.
A Napoli, la città più giovane d’Italia, si alimenta un fiducioso approccio al futuro. È luogo dove la competizione sociale cede il passo alla conservazione individuale, dove i valori fondamentali dell’esistenza risultano primari, dove il salvifico modello culturale identitario respinge le ansie e non lascia sedimentare i prodromi della depressione. È resistenza alla sofferenza, serena sopravvivenza, che non vuol dire buona esistenza ma certamente neanche disprezzo per la vita. Se ne accorse anche papa Francesco, immergendosi nella realtà italiana, e lo attestò nelle parole di apertura della sua visita pastorale alla città nel marzo 2015 con cui salutò i napoletani:
“Appartenete a un popolo da una lunga storia, attraversata da vicende complesse e drammatiche. La vita a Napoli non è mai stata facile, e però non è mai stata triste. È la gioia la vostra grande risorsa!».

E allora ribadiamolo ancora una volta che Napoli è essa stessa un efficacissimo antidepressivo, un autentico luogo dell’anima. Del resto se ne accorse già in tempi antichissimi il lombardo Virgilio, che vi trovò riparo e soluzione alla crisi esistenziale sorta nella natìa Mantova.

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Sarri, l’antipatico d’oro

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Angelo Forgione – Ha portato il Napoli a quota 91 in campionato, battendo per due volte il record storico di punti del club azzurro, che poi apparteneva sempre a lui. Ma non si è solo superato. Ha tenuto in vita l’unico campionato tra quelli più importanti in Europa, contro lo strapotere tecnico e politico della Juventus, costringendo il club bianconero a spuntarla di forza, gettando scurissime e tetre ombre sullo scudetto. Ha fatto innamorare milioni di semplici appassionati per la grande bellezza del suo gioco. Ha ricevuto elogi e consensi da tutt’Europa. Ha ispirato un neologismo dedicato alla sua filosofia tattica. Si è guadagnato un ingaggio importante nella nobile Inghilterra, da dove prosegue a fare prodigi: col Chelsea è l’unico allenatore imbattuto tra i maggiori campionati continentali.
E però la Panchina d’Oro l’ha vinta per la seconda volta consecutiva Massimiliano Allegri, il collega che per tre anni gli è stato rivale e che per tre anni l’ha sofferto di brutto. E se il Napoli di Maurizio Sarri ha fatto miracoli, il distacco dell’ex napoletano dallo juventino è risultato ampio, troppo ampio: 17 voti a 8. Praticamente doppiato, e pure appaiato a Simone Inzaghi. Per il tenero laziale, evidentemente, è valso il gioco espresso. Per il rude Maurizio no, è valsa l’antipatia e non l’inconfutabilmente superiore sarrismo napoletano, certificato solo due anni or sono, quando il tosco-napoletano non era ancora invidiato come oggi e il premio glielo aggiudicarono per soli tre voti: 25 a 22.
Due anni dopo, l’avversione per il non più sorprendente e sconosciuto Sarri è cresciuta. Dai 25 voti del 2016 agli 8 di oggi. Troppo pochi, uno schiaffo dai suoi colleghi, che sono quelli che votano. Perché il tecnico di Figline Valdarno, nato e cresciuto nel quartiere napoletano di Bagnoli, è davvero l’allenatore meno amato e più invidiato dalla sua stessa categoria. Per chi poteva votare Roberto Mancini, quello che da allenatore dell’Inter lamentò davanti le telecamere della Rai che Sarri gli aveva dato del frocio? «A chi dovevo dare il mio voto se non ad Allegri?», ha detto il CT della Nazionale. Lo stesso Allegri, durante la scorsa stagione, era andato costantemente in ebollizione ogni qual volta giornalisti e opinionisti gli avevano rinfacciato che il Napoli di Sarri sciorinava una qualità di gioco neanche minimamente avvicinata dalla corazzata bianconera.

Quando il premio nacque, nel 1990, erano i giornalisti a votare. Dovevano proclamare il tecnico che in Europa mostrava il calcio più interessante. Poi è divenuta una bega tutta italiana e ora votano gli allenatori. Allenatori che giudicano gli allenatori, e capirai quante antipatie e invidie vi sono nella categoria! Un’altra Panchina d’Oro Allegri l’aveva vinta da allenatore del Cagliari, nel 2008-09, quando lo scudetto andò all’Inter dell’antipatico Mourinho. 84 punti per i nerazzurri e 53 per i sardi, giunti noni al traguardo. Distacco di 31 punti, non di 4 come nel recente esito tra Juve e Napoli. Eppure gli allenatori sono dentro al sistema e sanno bene che lo scudetto 2018 lo meritavano gli azzurri, e sanno benissimo come l’hanno spuntata i bianconeri.

L’ultimo scudetto della Juve – l’ho già scritto in passato – è come la vittoria della dimenticata Fiumi di parole dei Jalisse a Sanremo, quando il premio della critica andò all’indimenticabile E dimmi che non vuoi morire di Vasco Rossi e Gaetano Curreri, cantata da Patty Pravo. Ma loro, i colleghi di Sarri, hanno iscritto Sarri nel club degli antipatici, invidiando un collega che è venuto dal nulla e meritocraticamente si è andato a prendere da solo la ricca ribalta londinese.
Per Sarri ha votato Carlo Ancelotti, l’allenatore più vincente che anche dal pulpito di Coverciano ho posto l’accento sui cori offensivi e sulla brutta incultura sportiva d’Italia, che è anche vittoria a ogni costo, e chi se ne frega dello spettacolo. Quello, del resto, neanche riusciamo a venderlo all’estero. Se avesse potuto, avrebbe votato per Sarri anche Pep Guardiola, che di dolori di stomaco ne ha fatti venire ad Allegri lo scorso anno dispensando elogi all’allora allenatore del Napoli. Ancelotti e Guardiola, vincenti con qualità e per niente invidiosi di nessuno, gli stessi che erano lo scorso mese sul palco trentino del Festival dello Sport per un viaggio nella bellezza del calcio. Loro a testimoniarne con Sacchi, e il pluridecorato Allegri non invitato. E come avrebbe potuto esserlo un allenatore che non rapisce l’occhio con le sue squadre? Certo, Max usa modi e linguaggi meno ruvidi di Maurizio. Max non manda a quel paese per direttissima. Max non si lamenta delle partite all’ora di pranzo e degli anticipi. Max non chiede a un arbitro di sospendere una partita per cori razzisti. Max non alza il dito medio al razzista tifoso bianconero.

Max, semmai, fila via negli spogliatoi prima del fischio finale senza mai stringere la mano all’avversario. Max intima ai giornalisti che certe domande sui favori arbitrali di cui gode la sua Juve non dovrebbero farle. Max finge di non aver sentito i cori razzisti dei suoi maleducatissimi tifosi. Max vince con la Juventus, e poco importa che sia contestato dagli stessi tifosi bianconeri, perché i suoi colleghi gli tributano superiorità, che poi è la superiorità della Juve. Lui se la gode; in fondo ha capito che vincere non è importante ma l’unica cosa che conta.

Un po’ di calcio a LineaCalcio (Canale 8)

A LineaCalcio (Canale 8) dell’8/11 per parlare di:
– Juventini meridionali che chiamano alle trasmissioni campane;
– giornalismo d’inchiesta per ripulire il calcio;
– l’inchiesta di Report e “gli anticorpi” della Juventus;
– giornalismo buono e meno buono nelle emittenti campane;
– i margini di crescita del Napoli di De Laurentiis;
– l’insofferenza dei giornalisti del Nord nei confronti del Napoli;
– il caso Mourinho;
– il rush finale nel girone C della Champions League.

Sono io il vostro Cavani… e vi adoro

Matador CavaniAngelo Forgionecosì, immenso Edi, ci ritroviamo da avversari. Che tu possa perdere questa battaglia del cuore, ammirare una delle nostre proverbiali feste calcistiche che ben conosci e dover rimpiangere, per un attimo, di non avere più l’azzurro addosso. E forse la voglia di riprendertelo crescerà un po’ di più.
Poi torneremo ad ammirarti, a sostenerti, a sognarti ancora, perché tu sei il bomber con la media-gol più alta della nostra storia. Perché in questi cinque anni, nonostante gli ingenerosi fischi d’amore che hai ricevuto quella troppo immediata sera d’agosto, ci hai recapitato sempre messaggi di amore. E noi napoletani, lo sai, pur umorali, non dimentichiamo chi ama; alla fine sappiamo distinguere tra un professionista destinato ad ottimizzare la propria carriera e un volgare traditore.
Questa, Edi, è e sarà sempre casa tua. In fondo, col cuore non te ne sei mai andato. Qui non è cambiato niente. E neanche tu.

New York mangianapoli: Bill De Blasio sceglie chef Cozzolino

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Chef Pasquale Cozzolino a Gracie Mansion (ph: La Repubblica)

Angelo ForgioneChef Pasquale Cozzolino, napoletano di Napoli, fiero delle sue origini e grande amante della storia della sua città, un omone con un’enorme scritta “Brigante” tatuata lungo tutto un braccio, tifosissimo del Napoli e, insieme all’altrettanto napoletanissimo Rosario Procino, cuore del ristorante Ribalta, “la cosa più vicina a Napoli che si possa trovare a New York” secondo Forbes, ha conquistato anche la cucina di Gracie Mansion, la residenza istituzionle del sindaco della “Grande Mela” Bill De Blasio, di cui è ora executive chef.
Superata la concorrenza di una sessantina di candidati cucinando spaghetti a vongole e parmigiana di melanzane. Perché il segreto di Pasquale è quello di cucinare come se abitasse ancora a Napoli.

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Rosario Procino e Chef Pasquale Cozzolino con Bill De Blasio (ph: Il Mattino)

Cozzolino e Procino hanno fatto del loro ristorante il punto di riferimento dei tifosi italiani nella megalopoli americana, nonché sede del Club Napoli New York City. Due napoletani alla Ribalta, con le armi culturali a loro più congeniali. Perché, come scrivo sul frontespizio del mio prossimo libro… “Gli italiani hanno insegnato la loro cucina al mondo. I napoletani hanno insegnato la loro cucina agli italiani.”

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con Procino, Chef Cozzolino ed Enrico Caruso (resp. comm. Kappa Gara)

Storia dell’eccellenza cioccolatiera di Napoli

Angelo ForgioneLa storia del cacao lavorato racconta che il primo cioccolatino da salotto, la pralina, fu creato nel 1778 a Torino dal signor Doret, che mise a punto una macchina idraulica automatica per  macinare la pasta di cacao e vaniglia e poi mescolarla con lo zucchero. Qualche decennio più tardi, a Napoli, fu il signor Giuseppe Clouet a costruire una macchina che aveva il “vantaggio di dare al cioccolatte una raffinatezza d’assai maggiore di quello preparato nel consueto modo, evitando lo schifoso sudore dell’operaio ed ogni specie di maneggiamento […] con un cioccolatte pregevole per l’ottimo sapore e per l’eleganza delle forme” (Annali Civili del Regno delle Due Sicilie, volume L, 1854). 
I primi a coltivare l’esotico cacao, migliaia di anni prima, erano stati i Mayo-Chinchipe del Sudamerica, e poi gli aztechi centroamericani. Come per il pomodoro, i primi carichi erano giunti nel 1585 dal Messico per mano dei conquistadores spagnoli, provenienti da Veracruz e sbarcati a Siviglia. Il commercio dei mercanti iberici si espanse con l’uso duplice che fecero del prodotto lavorato, a metà tra alimento di lusso e farmaco.
Nel primo Seicento, Anna d’Asburgo, figlia di Filippo III di Spagna e sposa di Luigi XIII, fece conoscere alla corte francese la bevanda di cioccolata in forma di esotismo di lusso. Furono invece i monaci iberici a comunicare ai francesi l’uso terapeutico della preparazione, stimolato da medici come l’andaluso Antonio Colmenero De Ledesma, che nel 1631 pubblicò a Madrid il Curioso tratado de la naturalezza y calidad del chocolate, un testo completo sulle caratteristiche della pianta di cacao e sulle proprietà curative dei suoi semi, con il quale divulgò per la prima volta la ricetta originale del “xocoatl”, la cioccolata liquida atzeca.
I mercanti spagnoli portarono il cacao anche nei territori italiani, a Napoli e Firenze, ma anche Venezia, smistati dal porto di Livorno. A Torino la prima licenza per fabbricare cioccolata fu rilasciata nel 1678, dopo che il duca Emanuele Filiberto I di Savoia, capitano generale dell’esercito spagnolo, l’aveva portata alla corte sabauda.
La bevanda di cioccolata divenne un prodotto di lusso e di distinzione sociale nel Settecento, poiché i prodotti esotici furono identificati con la superiorità sociale di gusti e cultura. Il loro costo elevato fu giustificato con la necessità da parte delle classi più abbienti di dimostrare il proprio prestigio e la reputazione delle proprie dimore. A Napoli, il ricco mercante iberico Bartolomé de Silva ostentò la sua posizione sociale ordinando 25 libbre di cacao, insieme a 25 libbre di zucchero finissimo e vaniglia, giustificando l’ingente spesa perché “uno deve fare atto di presenza” (Global Goods and the Spanish Empire, 1492-1824: Circulation, Resistance and Diversity, Aram Bethany – Yun-Casalilla Bartolomé, 2014). Senza contare i prestigiosi pezzi di porcellana e argento necessari per il servizio, tra tazze, cioccolatiera e trembleuse, ovvero il vassoio.
Nel secondo Settecento, in un momento in cui si teorizzava la ripresa dell’economia del Regno di Napoli dopo gli anni del vicereame, il lusso venne interpretato dagli esimi economisti Ferdinando Galiani e Antonio Genovesi come fratello alla terrena felicità, e i beni di lusso quali stimolo per la prosperità nazionale, capaci di dare slancio alla società. Giuseppe Maria Galanti, nel 1771, rilevò che il Bilancio del Commercio esterno del Regno, fatto d’ordine del Re, riportava una spesa davvero elevata per l’importazione di cacao, in quantità quasi tripla rispetto al caffè.
A Napoli e a Firenze, in particolar modo, conquistò grande fama il sorbetto di cioccolata, consigliato a fine pasto o durante il pomeriggio dai medici per favorire la digestione. Proprio nel gennaio del 1771 la colta scrittrice inglese Lady Anne Miller, in viaggio a Napoli, annotò nel dettagliato racconto di un ballo di corte dato dall’austriaca regina Maria Carolina alla Reggia di Caserta che dopo le danze, per la cena di mezzanotte, fu servita la cena, conclusa con un abbondante scelta di dessert di cui faceva parte anche la cioccolata ghiacciata (Letters from Italy, 1771, Londra). Alimento freddo, non caldo, anche se non è chiaro se si trattasse di sorbetto o gelato, il primo a base d’acqua, il secondo a base di latte, prodotti di cui Napoli era precorritrice. Proprio nella capitale borbonica, nel 1775, Il medico Filippo Baldini, pubblicò il saggio De’ Sorbetti, primo libro completamente dedicato al particolare prodotto, in cui sosteneva che “l’uso dei gelati aromatici molto dee convenire, come rimedi” per riattivare la circolazione del sangue di quanti erano soggetti a timore e mestizia, e che tra i sorbetti aromatici il più eccellente era quello di cioccolato.
Nel 1794 il noto cuoco di origini pugliesi Vincenzo Corrado, tra i primissimi a scrivere ricette a base di cacao, pubblicò a Napoli Il credenziere di buon gusto – La manovra della cioccolata e del caffè, un trattato in cui insegnava a selezionare, dosare e unire gli ingredienti ponendo attenzione alla qualità e alla corretta esecuzione del complesso procedimento per ottenere il miglior risultato, gustoso al palato e assai digeribile. Dopo di lui, il napoletano Ippolito Cavalcanti testimoniò che nei confini del Regno di Napoli, come in Francia, si usava servire cioccolata alla fine dei pranzi ufficiali.
L’industrializzazione ottocentesca del cioccolato fece esplodere il consumo di cioccolatini e barrette, cioccolata in forma solida che relegò la bevanda in secondo piano rispetto al caffè. Napoli non poteva non essere protagonista del processo di modernizzazione: nella Rivista Contemporanea del 1859, cioè alla vigilia dell’Unità, due sole fabbriche lavoravano a macchina la “cioccolatta”, una a Nizza, allora ancora italiana, e un’altra proprio a Napoli, quella del signor Clouet.
Trentacinque anni dopo, dalla cittadina piemontese di Alba, il cioccolatiere di origine svizzera Isidoro Odin si trasferì proprio a Napoli con la compagna Onorina Gay per aprire una bottega tutta sua in pieno centro, dando origine alla gloriosa storia del cioccolato napoletano di Gay Odin.
Nel solco della storia si inserisce oggi la maestra pasticciera Anna Chiavazzo, che nel suo laboratorio casertano di Casapulla ha dato vita a tre praline ripiene dedicate a tre donne della Reggia di Caserta: le regine Maria Amalia di Sassonia e Maria Carolina d’Asburgo-Lorena e Lady Emma Hamilton. Loro, di cioccolata, ne bevvero certamente in buona quantità alla corte di Napoli.

Giornata mondiale della pasta, regalo di Napoli al mondo

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Angelo ForgioneLa pasta è la produzione italiana per eccellenza, celebrata nel mondo ogni anno il 25 ottobre con il World Pasta Day.
Invenzione tutta della Magna Grecia, non certo dei cinesi, che la pasta di grano duro la mangiano solo nei ristoranti italiani. A introdurre la pasta secca in Italia furono gli arabi di Sicilia nel XII secolo, e fu Federico II di Svevia, nel secolo successivo, a farla conoscere ai napoletani, per il quale i “maccheroni” divennero pietanza da ricchi, serviti come dessert, a fine pasto, fritta e condita con miele e zucchero. E così la parola “macaron”, prese a indicare in Francia una pasta dolce, un pasticcino, e ancora ai giorni nostri è così.
Cinque secoli più tardi, nella seconda metà del Settecento, proprio a Napoli avvenne la vera svolta con la rivoluzione agricola di Ferdinando di Borbone, che, in quel tempo, incoraggiò la prima produzione in larga scala della pasta di grano duro reperito in Capitanata di Puglia, e trasferito a Torre Annunziata via mare, partendo dai porti di Bari e Brindisi. Prima di lui mai furono menzionati piatti a base di pasta nei documenti della Mensa Reale di Napoli.
Nelle strade di Napoli, invece, erano già ricercatissimi da decenni. I “maccaronari” ambulanti li condivano con solo formaggio, ed è proprio assaporandoli in questo modo spoglio ed essenziale che il popolo napoletano coltivò il gusto per la pastasciutta, attinente all’arte di cuocerla più che a quella di condirla. Fino ad allora, e per secoli, la pasta era stata calata nell’acqua ancora fredda e lungamente cotta, anche per un’ora intera, affinché si facesse morbida e fondente. Mentre tutti la gustavano stracotta e gommosa, i “maccaronari” di Napoli cambiarono la procedura introducendo un metodo tutto loro: la cottura veloce in acqua bollente, per garantire maggior rapidità di servizio. Scoprirono che ne derivava anche miglior consistenza al palato e alta digeribilità. Quella che tutti gli italiani e il resto dei popoli che oggi gustano pasta chiamano “cottura al dente” nacque nelle strade di Napoli del secondo Settecento.
Nella rivoluzione agricola di Ferdinando di Borbone venne anche il momento del pomodoro, e cambiò il condimento dei maccheroni. Ora in rosso, diventarono velocemente il piatto di pasta per eccellenza dei napoletani, capace di decretare il definitivo tramonto dei precedenti condimenti barocchi e l’alba di un nuovo e definitivo gusto. Gli altri italiani si adeguarono con molta lentezza. Solo nel primo Novecento e dopo la Prima guerra mondiale, di pari passo con i progressi dell’industria della pasta secca di grano duro e poi di quella del pomodoro, con Napoli a guidare entrambi i processi, si affermò in tutto lo Stivale il connubio pasta-pomodoro e l’espressione «cottura al dente». E poi oltre i confini d’Italia e d’Europa. Spaghetti al pomodoro, come la pizza, divennero simbolo di italianità. Venivano da Napoli, che faceva regali preziosi al mondo.

Angelo Forgione si racconta a Napolipiu.com

Per la rubrica “Incontri d’autore”, la redazione di Napolipiu.com ha incontrato lo scrittore Angelo Forgione. La questione meridionale, il divario tra Nord e sud e la questione Juventus al centro della nostra intervista.

Napoletano doc, scrittore, giornalista e saggista, Angelo Forgione è anche storicista oltre ad essere grafico pubblicitario. È autore di noti libri di successo Made in Naples (2013), approfondita rappresentazione della cultura napoletana, Dov’è la Vittoria (2015), in cui offre una cruda ricostruzione relativa all’egemonia settentrionale nello sport nazionale in chiave politica, economica e sociale.

Da ultimo, Napoli Capitale Morale (2017), saggio storico in cui si narrano gli intrecci tra la vera capitale preunitaria, Napoli, e la vera capitale della nazione unita, Milano. Nel 2008 ha fondato V.A.N.T.O., un movimento di opinione, azione e sensibilizzazione culturale, con il fine di valorizzare Napoli e di promuovere la napoletanità. Il suo blog, che vanta moltissimi seguaci e ammiratori, attraverso articoli, interviste e videoclip è ormai punto di riferimento della cultura del meridione.

Da dove nasce l’amore per Napoli?

“Dalle mie radici e dalla mia indole. Sono napoletano, e sono curioso. Essere napoletani impone l’osservazione di mille contrasti tra bello e brutto, tra nobile e plebeo, tra sfarzoso e miserevole. Da piccolo notavo tutti questi contrasti e ne restavo spiazzato. Crescendo ho fatto leva sulla mia curiosità, il motore che ti conduce a non ignorarli, a non considerarli normali, a capire la realtà in cui vivi per come si è originata, non limitandoti a una semplice fotografia del presente. E ho compreso come molte cose sono state raccontate male o non raccontate per niente. Basta dire che la sirena Parthenope è in realtà è una donna-uccello, mentre tutti pensano che sia una donna-pesce. Una figura solare mistificata e trasformata in figura legata agli abissi. È il paradigma della narrazione di Napoli, luogo che è stimolo continuo, e io non le sono mai stato indifferente, neanche nell’età dell’incoscienza. La mia realtà e la mia indole mi hanno condotto ad amare la città più difficile da decifrare d’Occidente e a volerla capire”.

Come è nata l’idea del movimento V.A.N.T.O.?

Dieci anni fa, nel momento in cui sentii di aver trasportato il mio orgoglio dalla pancia alla testa, con lo scopo di evidenziare ciò che non funzionava a Napoli, e in Italia rispetto a Napoli. Tutto doveva passare attraverso il web: denunce, articoli, interviste televisive e radiofoniche, videoclip di mia creazione. Volevo darmi da fare per la sensibilizzazione al decoro e poi per la valorizzazione, cioè l’individuazione di valori di napoletanità autentica, che non andavano confusi con le imposture costruitevi attorno. Pensai al nome V.A.N.T.O., un acronimo che sta per Valorizzazione Autentica Napoletanità a Tutela dell’Orgoglio.

Quali sono le emozioni che prova a fronte di commenti positivi e/o incomprensioni suscitate dai suoi libri?

Non vorrei sembrare presuntuoso, ma i miei libri non lasciano indifferenti chi li legge, e gli apprezzamenti, fortunatamente, fioccano. Semmai c’è qualcuno che non li legge per qualche preconcetto, ma non importa, perché Io scrivo per esprimere me stesso e scrivo per chi vuole conoscere la storia di Napoli, del Sud e d’Italia, e la società in generale. C’è tanta gente, anche non meridionale, che ha voglia di vederla in modo alternativo, diverso da come è posto dal racconto convenzionale. Devo dire che diverse attestazioni di apprezzamento arrivano anche dagli stranieri, tanto per i due titoli dedicati a Napoli, Made in Naples eNapoli Capitale Morale, quanto per quello sulla storia del calcio italiano, Dov’è la Vittoria, che ha interessato la stampa spagnola e persino l’importante network americano ESPN.

La questione meridionale

In merito al suo ultimo libro Napoli Capitale Morale, ottimo strumento per individuare e capire le ragioni, oltre che le origini, delle questioni meridionali irrisolte, ma anche importante linea di condotta, volta al futuro, verso le necessarie soluzioni, come mai tiene molto a cuore la cosiddetta ”Questione meridionale”?

Perché è questione irrisolta, appunto, ed è un problema serio, anzi, il problema per Napoli e per l’intero Mezzogiorno. È un problema che, per dimensioni e durata di sedimentazione, non ha eguali nel panorama dei paesi economicamente avanzati. Non si comprende davvero cosa intenda fare l’Italia per recuperare terreno rispetto al Nord Europa. Per riuscirvi non può più prescindere dal mettere mano alla “Questione meridionale”, che è ormai questione nazionale. Ma intanto i vari governi nazionali continuano a sovrintendere due Paesi distinti senza perseguire coesione, senza fare quanto necessario per rimuovere tutti gli squilibri sociali creati con gli errori politici commessi dal 1861 a oggi. I governi europei, poi, dimostrano che non è neanche più solo un problema tra Settentrione e Meridione d’Italia ma anche tra Nord-Europa e Mediterraneo. Sud Italia e Grecia, le culle della cultura continentale, avrebbero bisogno di un piano di rilancio da parte dell’Unione Europea, che non è neanche nelle intenzioni.

Perché ha voluto esaltare la napoletanitá?

Perché è un aspetto vitale, ormai peculiare nel mondo globalizzato, ed è un valore da preservare. Là dove c’è identità esiste un popolo. L’identità napoletana si manifesta in molteplici forme, è la più espressiva e antica che ci sia in Italia, dai tempi della Neapolis greco-romana, che già allora, col Foedus Neapolitanum, impose le sue tradizioni ellenistiche e la sua lingua greca a Roma latina. È un’identità che sopravvive miracolosamente, rivitalizzandosi continuamente, nonostante tutto. Napoli si è fatta, più di ogni altro luogo occidentale, cuore di una riflessione che riguarda le metropoli più antiche d’Europa, che hanno smarrito il loro orientamento. Se n’è accorta l’UNESCO, che protegge il centro storico di Napoli, l’antica Neapolis, per i suoi valori universali senza uguali che hanno esercitato una profonda influenza su gran parte dell’Europa e oltre. E prima ancora se n’è accorto l’ICOMOS, un comitato di oltre settemila tra architetti, geografi, urbanisti e storici dell’arte che già nel 1995 ha certificato che Napoli ha radici culturali completamente diverse da qualsiasi altra città italiana e che il confronto sarebbe inutile anche con città vagamente somiglianti come Barcellona e Marsiglia, poiché Napoli rappresenta l’unicità. Il problema è che l’unicità identitaria napoletana è stata declinata in modo folcloristico nell’ultimo secolo, tant’è che i turisti si recano a Napoliprincipalmente per i suoi colori, per i suoi sapori, per i suoi suoni, spesso dimenticando la sua aristocratica cultura, e solo quando vi si immergono comprendono che è anche una città ricca d’arte. Se vogliamo che Napoli venga percepita per quella gran capitale di cultura qual è abbiamo l’obbligo di raccontarla per bene, anche ai napoletani, e ridefinire i tratti della napoletanità, spesso confusa con la napoletaneria, che è l’esaltazione della sottocultura, della volgarità e della sciatteria di certi autocompiacenti napoletani.

Le due facce di Napoli

Da un lato lei esalta la città del Vesuvio come luogo in cui sognare, da amare e sostenere; dall’altro c’è la Napoli che non funziona, quella dei compromessi. Mi domando, come concilia questi due volti della medesima medaglia?

“Le due cose vanno fissate bene, e nessuna delle due deve far perdere di vista la realtà di un luogo unico e complicato. Napoli è una città stupenda ma deturpata dall’immobilismo politico e dalla conseguente condotta di quelli della napoletaneria, approssimativi e corresponsabili della cronicità di problematiche serie, di una Napoli plebea e randagia, a tratti invivibile. Ci vuole cura e cultura, e manca ad ogni livello. Il discorso vale anche per chi questa città la osserva da fuori, magari senza neanche conoscerla, mostrandosi fortemente interessato alle sue ombre e assai meno alle sue luci. L’elemento principale della narrazione attuale è la criminalità, che occulta i valori positivi dietro l’immagine imposta del male degli insistenti filoni giornalistici, letterari e cinematografici che non propongono speranza ma sola dannazione. L’immensa cultura di Napoli è sconosciuta a molti napoletani e la città ne risente anche in cultura civica. E non è un dato diffuso altrove. Quando si parla di città d’arte, l’etichetta va sempre a Roma, Venezia e Firenze, e troppo spesso non a Napoli, che è uno scrigno pieno di un ricchissimo patrimonio ed è ancora oggi la città più viva sotto il profilo artistico dello Stivale, tra eccellenze in quanto a musica, cinema, teatro, letteratura, cucina, e potremmo continuare”.

I meridionali Juventini

Riguardo la diatriba tra tifosi, vorrei approfondire la questione dei meridionali juventini. Al sud c’è una certa percentuale di persone che tifano squadre del Nord. Secondo lei, la fede sportiva per squadre come il Milan, l’Inter e, soprattutto, la Juve può derivare dalla loro grande storia calcistica ricca di vissuti vincenti?

“Nel calcio, e nel tifo per le squadre di calcio, c’è tutta la storia d’Italia, la colonizzazione del Sud e la conseguente creazione del triangolo industriale Torino-Genova-Milano del secondo Ottocento. A Torino, nel 1898, nacque la FIGC come espressione dell’élite borghese di radice economico-finanziaria del “triangolo”, che si era impossessato del gioco del calcio. Per circa trent’anni il Sud, Centro compreso, fu emarginato anche sportivamente, mentre altrove mettevano scudetti in bacheca. Fino al 1926 non esisteva una divisione nazionale, solo allora voluta dal regime fascista per ricondurre il calcio al dogma del nazionalismo mussoliniano, e così finì la dittatura sportiva del Nord ma non il gap, che resta evidente ancora oggi. Le squadre di Torino e Milano continuarono a vincere anche nel dopoguerra, quando la ricostruzione industriale del Nord attirò la massiccia emigrazione dei meridionali, i quali, per farsi accettare da chi li discriminava socialmente, trovarono in quelle squadre il riparo e la parziale soluzione. La Juventus, più delle milanesi, intercettò quel sentimento e iniziò ad ingaggiare scientificamente tutta una serie di calciatori meridionali, che ingrossarono l’affezione ai colori bianconeri dei lavoratori venuti dal Sud, trasferita ai parenti nei luoghi di origine, dove ancora oggi si fa il tifo per le squadre settentrionali anche per tradizione patriarcale, anche quando quelle città riescono a raggiungere la Serie A. Allora si tifa per il Bari e per la Juventus, per il Palermo e per la Juventus, per la Reggina e per la Juventus. Figuriamoci quelli che neanche vedono la B. Purtroppo si tratta di una colonizzazione sportiva, figlia di una colonizzazione sociale. È tutto strettamente legato e in Dov’è la Vittoria lo spiego con chiarezza.

Tifo errante

Siamo ormai abituati anche ad un tifo juventino decentrato ed errante, tutto questo potrebbe essere alimentato dalla circostanza che vi siano grandi appassionati al calcio provenienti da zone della penisola senza una grande storia calcistica o che addirittura siano prive di una squadra in serie A?

I bambini di Bolzano, di Macerata, di Campobasso, di Matera, di Siracusa, di Olbia e di ogni cittadina senza storia calcistica, da Nord a Sud, è ovvio che si scelgano una squadra gloriosa e vincente. È una garanzia di partecipazione e soddisfazione, cose di cui sono privati alla nascita per questioni territoriali. Garanzie che, almeno in quanto a partecipazione, hanno solo nuclei cittadini identitari come Napoli, Roma e Firenze, e non è un caso che siano i centri dove il tifo per le squadre locali sia predominante e la rivalità con la Juventus fortissima.

Tutto il mondo è paese

Lei ha parlato di pistole puntate sui calciatori. È accaduto ultimamente a Milik ma in passato anche a Torino a Milano a Roma, come lei ha meglio precisato.
Dunque possiamo dire che ovunque si vada, buoni o cattivi che siano, i sentimenti umani non cambiano, sintetizzando che tutto il mondo è paese?

Certamente. Storie di rapine appartengono un po’ a tutto il mondo. È la grancassa mediatica che amplifica gli accadimenti negativi di Napoli, così come avvenne in occasione del colera del 1973, in cui Napoli fu piuttosto esempio di civiltà e di profilassi nella guarigione veloce da un vibrione diffuso dallo smercio di cozze provenienti dalla Tunisia e portatrici dell’epidemia anche a Bari, Cagliari, Barcellona e Valencia, dove ci furono meno morti e meno giornalisti ma dove l’emergenza durò molto di più.
Le rapine a mano armata? Bonucci ha avuto una pistola puntata addosso a Torino. Icardi a Milano. Panucci a Roma. Koke a Madrid. E nessuno che si chieda come mai i calciatori del Napoli, notoriamente idolatrati oltremisura, siano stati presi di mira dal 2008 in poi, anno del ritorno in Serie A degli azzurri di De Laurentiis, il presidente che aveva sciolto i lacci tra il club e certi soggetti delle curve.

Torna a scorrere il Sebeto?

Spuntano rigagnoli nella zona est di Napoli. Qualcuno ipotizza si tratti del mitico Sebeto, il fiume che costeggiava da un versante l’antica Neapolis, e di cui si sono perdute le coordinate secoli fa.
Dalle pagine de Il Mattino invito alla cautela in attesa di uno studio scientifico per appurare se si tratti davvero di quel fiume di cui ci hanno lasciato traccia gli scrittori e gli umanisti dell’evo antico.
Il primo riferimento scritto al Sebeto risale addirittura al V secolo a.C., cioè alla Neapolis greca, su di una moneta dedicata a una divinità fluviale, sulla quale era incisa la scritta “Sepeithos”. Lì, in quella antica Napoli, vivevano anche gli Alessandrini d’Egitto, che veneravano il loro Nilo, come testimonia la scultura oggi in bella mostra a cielo aperto, in qualche modo ricalcata secoli dopo nella fontana del Sebeto.

Napoli tra tradizione e innovazione

Venerdì 12 ottobre, in un’affollata Casina Pompeiana, nella Villa Comunale di Napoli, si è discusso di Tradizione ed Innovazione all’evento organizzato da MAVV – Wine Arte Museum e patrocinato dal Comune di Napoli, con la partecipazione del mondo accademico locale e quelli di iOS Apple Developer Academy.
Il mio intervento si è dipanato dalla ferrea identità partenopea, che fa profonda tradizione, per giungere al difficile presente dell’innovazione, in cui le capacità locali sono enormi ma mortificate dalle condizioni minoritarie connesse a una irrisolta Questione meridionale.
Rivolgendomi all’ex ministro Alfonso Pecoraro Scanio, promotore della trionfante petizione per il riconoscimento UNESCO dell’Arte dei Pizzaiuoli Napoletani, nonché docente presso l’Università degli Studi di Milano-Bicocca e l’Università Tor Vergata di Roma, ho raccontato all’intera platea di un mio confronto con il sociologo Domenico De Masi, il quale affermò che «i napoletani, negli ultimi 200 anni, hanno inventato solo la pizza, una boiata per avvinazzati, mentre tutto il mondo ha inventato i microprocessori».
«E invece – ho detto ai presenti – la FIFA, da otto anni, appalta i biglietti anticontraffazione dei Mondiali di Calcio a una factory di Arzano, che fornisce ticket con microprocessori contactless e antenna per identificazione a radiofrequenza e crittografia anticlonazione inseriti nella carta da stampare. I napoletani, da sempre, sono una risorsa per il mondo. Smettiamo di mortificarli. Piuttosto, diamogli gli strumenti economici, politici e burocratici, mettiamoli in condizioni paritarie rispetto al Nord, e poi rendiamo competitiva tutta l’Italia, e allora vedremo che anche da questo territorio ci sbalordiranno non solo in quanto a tradizione ma anche per innovazione».
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