Al San Paolo il calore calcolato dei 45mila

Angelo Forgione – E così Aurelio De Laurentiis e i suoi collaboratori hanno portato la bozza progettuale del nuovo stadio San Paolo in visione al Comune di Napoli. Tra il progettare e il fare, a Napoli, c’è di mezzo il mare, ed è storia nota, anche perché il progetto è ancora alla fase embrionale. Ma almeno ora se ne sa di più sulle intenzioni del club azzurro. E qualcuno storce il naso per la capienza prevista nell’ordine dei 45mila posti, cioè 15mila in meno della capienza attuale (60mila) già compromessa dallo scempio di Italia ’90 (76mila posti durante i mondiali italiani).
Gino Zavanella, maestro dell’architettura specializzato nella progettazione di impianti sportivi (lo Juventus Stadium è una delle sue creature) a cui Aurelio De Laurentiis ha affidato il compito di realizzare il San Paolo del futuro, ha illustrato il progetto a Radio Kiss Kiss, dichiarando che la capienza di 45mila spettatori viene fuori dalla verifica dei dati statistici: «Vogliamo vedere un San Paolo sempre pieno e la capienza studiata e suggerita dal marketing dopo aver visto gli ultimi dieci anni è appunto di circa 45mila spettatori». L’intenzione è proprio quella di ricalcare l’effetto “tutto esaurito” dello Juventus Stadium, rivelatosi un fortino quasi inespugnabile per la Juventus. Certo, Napoli ha dimostrato di poter gremire capienze ben maggiori in passato, ma sono ormai lontani i tempi del record assoluto della Serie A: 89.992 spettatori paganti per Napoli-Perugia del 20 ottobre 1979, quando i napoletani riempirono, fischietti alla bocca, il San Paolo senza sediolini per lo sfizio di contestare Paolo Rossi, autore del gran rifiuto di indossare la maglia azzurra.
La direzione, nel calcio moderno, è quella giusta, perché aumentano i fruitori delle partite in tivù – principale fonte di introiti nel campionato italiano – e diminuiscono le presenze allo stadio. Dunque, la scelta del Napoli appare quella di garantirsi 19 partite con influente effetto “sold out” a ridosso del campo, evitando visibili spazi vuoti, piuttosto che sole 2-3 con più presenze lontane dal terreno di gioco.
Analizzando i dati di presenze allo stadio San Paolo negli ultimi 10 anni (fonte: stadiapostcards.com), di cui 8 in Serie A, 1 in Serie B e 1 in Serie C, ne viene fuori una media di 38.054 spettatori, mentre quelli delle ultime 8 in Serie A fanno salire il dato medio a 40.205. Il picco massimo (45.608) si è registrato nell’annata 2010/11, quella del terzo posto e della prima storica qualificazione diretta in Champions League firmata da Mazzarri, con i partenopei in lotta per lo scudetto sino alle ultime giornate col trio Cavani-Hamsik-Lavezzi. Nell’arco di quel campionato si oltrepassò la soglia dei 49.000 spettatori solo 6 volte, evento verificatosi 1 volta nell’ultimo campionato (Napoli-Juventus) e 2 volte nel precedente (Sampdoria e Sassuolo, con prezzi popolari).
Insomma, i 45mila spettatori previsti per il prossimo San Paolo sono frutto di un certo ragionamento che è tutto nelle statististiche e nei numeri.

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MO!: obiettivo raggiunto. Il simbolo sulle schede elettorali.

La lista civica meridionalista MO! ha raggiunto l’obiettivo delle sottoscrizioni per la presentazione nelle province di Napoli, Caserta e Salerno. Il risultato rende certa la presenza di MO! sulla scheda elettorale in Campania perché il minimo di legge di tre province è stato conseguito. «È un risultato storico – commenta Marco Esposito, candidato presidente – perché mai, in una regione del Sud continentale, una formazione meridionalista si era presentata ai cittadini libera da apparentamenti. Posso dirlo? Sono commosso: c’è stata una spinta di popolo coordinata da volontari straordinari e persino da simpatizzanti arrivati dalla Calabria. A parlare di Sud come di Terra dei fuochi – continua Esposito – sono bravi tutti, ma è illusorio strappare dei risultati stando a braccetto con partiti e personaggi protagonisti a livello nazionale o locale del disastro della nostra terra. La lista MO non tratta con i trafficanti di consenso né prende o prenderà ordini da Milano, Firenze, Roma o Genova».
Tratte dal Brigantiggì (Giammarino editore), le interviste a Pino Aprile, Angelo Forgione, Marco Esposito, Enrico Inferrera e Mimmo Falco in occasione del convegno “MO le Regionali, e poi?” tenutosi qualche giorno fa presso la sede di Confartigianato a Napoli, in cui si è dibattuto delle prospettive della lista civica a prescindere dal risultato della prossima tornata elettorale.

Elezioni e meridione, convegno a Napoli

In vista delle elezioni regionali in Campania del prossimo 31 maggio, martedì 14 aprile, alle ore 17.30, presso la sala conferenze di Confartigianato in via Medina 63 a Napoli, si terrà il convegno dal titolo “MO! le Regionali, e poi?”.
Si discuterà soprattutto delle prospettive future della Campania e l’eventuale svolta per il meridionalismo che potrebbe arrivare dal voto del prossimo 31 maggio. All’incontro, che sarà moderato dall’editore Gino Giammarino, parteciperanno Pino Aprile, Marco Esposito, Mimmo Falco, Angelo Forgione ed Enrico Inferrera.

Forgione – Borrelli, vivace contraddittorio sulla “margherita”

fiordimargherita_8Angelo Forgione – La pizzeria Sorbillo ha festeggiato 125 anni della pizza “margherita”, una ricorrenza lanciata da Coldiretti, la quale ha voluto richiamare l’attenzione sulla sofisticazione dell’alimento più famoso al mondo, la pizza, simbolo del made in Italy a tavola, servita in due terzi delle pizzerie italiane con prodotti stranieri.
A la Radiazza, la popolare trasmissione radiofonica di Gianni Simioli sulle frequenze di Radio Marte, ho contestato a Francesco Borrelli, collega giornalista, la compartecipazione al falso storico sull’età della “margherita”, su fonti storiche documentali e normative continuamente ignorate. La lettera del capo dei servizi di tavola della Real Casa Camillo Galli, che nel 1889 convocò il cuoco Raffaele Esposito al Real Palazzo di Capodimonte perché preparasse per Sua Maestà la Regina Margherita le sue famose pizze, sancisce l’italianizzazione della pizza “margherita”, che si faceva già da tempo a Napoli, e fu offerta alla sovrana sabauda per i suoi colori. L’operazione “margherita” di Raffaele Esposito servì a sdoganare l’alimento pizza in Italia prima e nel mondo poi, ma il parto della pizza con mozzarella, pomodoro e basilico è lontano già due secoli.

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La dieta mediterranea ha smarrito casa

alimentazione sana nata a Napoli e codificata al Sud, dove ora cresce l’obesità

Angelo Forgione Anche l’Expo di Milano, con uno spot istituzionale, apre una triste riflessione sulla tradizione alimentare meridionale: La dieta mediterranea, che nasce a Napoli e viene codificata nel Mezzogiorno negli anni Cinquanta, non abita più a casa sua (nel video). Nel mio Made in Naples ho espresso una riflessione sull’argomento, che riporto in sintesi di seguito con qualche passaggio del libro.
Ancel Keys, in un convegno mondiale sull’alimentazione svoltosi a Roma nel 1951, apprese dal collega napoletano Gino Bergami della ridottissima incidenza delle patologie cardiache in Campania. E così studiò l’alimentazione dei napoletani, ricca di carboidrati, verdure, olio di oliva, pane, legumi e pesce, convincendosi con le sue ricerche nei laboratori del Vecchio Policlinico di Napoli che la riduzione dei grassi animali era alla base della buona salute della popolazione locale.

“A Napoli la dieta comune era scarsa di carne e prodotti caseari, la pasta generalmente sostituiva la carne a cena. Nei mercati alimentari scoprii montagne di verdura e le buste della spesa delle donne erano cariche di verdura frondosa. Nello stesso tempo, i campioni di sangue degli uomini sotto controllo medico che noi stavamo visitando presentavano un basso livello di colesterolo. I pazienti con disturbi cardiaci alle coronarie erano rari negli ospedali e i medici locali ci dissero che gli attacchi di cuore alle coronarie non erano molto frequenti. I disturbi cardiaci alle coronarie erano ritenuti essere più comuni nelle classi benestanti dove la dieta era più ricca di carne e prodotti caseari. Mi convinsi che la dieta salutare era un motivo dell’assenza di disturbi cardiaci.”

Keys girò per il Meridione, trovando ulteriori spunti di ricerca nella località calabrese di Nicotera e in quella cilentana di Pioppi, e giunse alla codifica delle diete di vari Paesi con culture e stili di vita differenti, codificando il modello nutrizionale della dieta mediterranea quale misura alimentare per prevenire l’infarto, ispirata alle usanze di Italia, Grecia, Spagna e Marocco, riconosciuta patrimonio culturale immateriale dell’umanità dall’UNESCO nel 2010.
Tutto questo, descritto in maniera più chiara e completa in Made in Naples, mi ha condotto ad una riflessione nella trattazione della “denapoletanizzazione” da arginare.

[…] Così Napoli si è fatta, più di ogni altro luogo, cuore di una riflessione che riguarda le metropoli più antiche del mondo che hanno smarrito il loro orientamento. Il suo limite, il più devastante, autentico dramma sociale della miseria, è identico a quello del 1750, quando Antonio Genovesi e Bartolomeo Intieri individuarono nella carente formazione intellettuale il freno di un popolo dalle grandi potenzialità. È l’ignoranza diffusa la vera inibizione della Napoli del Duemila, figlia della dispersione scolastica che tocca percentuali inaccettabili. A questa si associa l’influenza negativa del mondo esterno globalizzato che, inquinando il pensiero individuale, omologa e sconvolge la specificità. Il popolo che nel 1951 stupì Ancel Keys per la sua alimentazione, presa a modello per la formulazione della dieta mediterranea, è oggi il più affetto da obesità d’Italia.

Purtroppo la dieta mediterranea, globalizzata dall’Unesco, è sempre meno seguita in Italia, dove i potentati del cibo spazzatura impongono i propri stili, soprattutto tra i giovani e le fasce con un basso livello socio-economico. Numerose indagini hanno infatti mostrato un aumento di sovrappeso e obesità e il fenomeno è più diffuso al Sud, particolarmente in Abruzzo, Molise, Campania, Puglia e Basilicata, ovvero lì dove è nata la dieta mediterranea.

Pienone a Gaeta. Pino Aprile: «Bisogna essere capaci di far vergognare»

Al Valenti (foto Freddy Adams)

Al XXII Convegno tradizionalista di Gaeta del 16 Febbraio, circa cinquecento persone hanno gremito la sala-convegni dell’hotel Serapo. Attenzione alta per tutti gli interventi sul tema “Napoli capitale”, coordinati da Marina Campanile e introdotti da Sevi Scafetta, regista della manifestazione. Messaggi di saluto, tra gli altri, del sindaco di Gaeta Cosmo Mitrano e dell’assessore al commercio e alle attività produttive del Comune di Napoli Marco Esposito. Grande pathos per la performance grafico-musicale in omaggio alla verità storica di Al Valenti ed Eliana Esposito da Siena, già apprezzati nei teatri e sul palcoscenico di Zelig. Applausi per gli sconcertanti dati del prof. Giuseppe Fioravanti sulla Scuola delle Due Sicilie che sconfessano i luoghi comuni della storiografia ufficiale. Per Gennaro De Crescenzo e i suoi collegamenti tra passato, presente e futuro, sempre ricchi di ritmo avvincente. Per Pino Aprile e le sue prospettive future. L’autore di Terroni è tornato a parlare del suo proposito, in corso di realizzazione, di dirigere un giornale del Sud, motivandolo con la necessità di vigilare. A tal proposito, Aprile ha ancora una volta riconosciuto l’esempio di V.A.N.T.O., primo vero strumento di controllo e vigilanza rispetto agli atteggiamenti di un certo Nord, capace di generare senso di vergogna.
«Bisogna fare la politica – ha detto lo scrittore – e per fare la politica serve un giornale. E per fare un giornale servono delle domande. Un giornale serve ad evitare che i fatti passino sotto silenzio. La civiltà nasce dalla vergogna che è il controllore dei popoli, ed è fondamentale la capacità di far vergognare. Viviamo in tempi in cui, per l’affermazione dell’egocentrismo, il giudice delle nostre vergogne coincide con noi stessi, e questo sfascia la società. Per far vergognare qualcuno devi pubblicamente sottolineare quello che sta facendo, ma servono degli strumenti. Qualcuno esiste già…».
Commozione e folla anche sugli spalti di Gaeta, dove l’annuale cerimonia del lancio della corona di fiori a mare in memoria dei caduti dell’assedio ha rinnovato l’impegno della ricostruzione della verità storica e dell’identità meridionale (guarda il Brigantiggì di Gino Giammarino e Mary D’Onofrio)

il saluto del sindaco Cosmo Mitrano
il saluto dell’assessore Marco Esposito
la performance di Al Valenti ed Eliana Esposito
intervento integrale di Giuseppe Fioravanti
intervento di Marina Campanile
intervento integrale di Gennaro De Crescenzo
Intervento integrale di Pino Aprile
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(si ringrazia Antonio Ciano per le riprese video)

Pizzaioli napoletani contro il “Gambero Rosso”. E la pizza diventa italiana.

È ormai in atto la volontà di “cambiare” il piatto napoletano (verso l’UP)

Angelo Forgione – La manifestazione di protesta nei confronti del “Gambero Rosso” tenutasi alla pizzeria Sorbillo ai Tribunali, che ha promosso due romani e un veronese tra i migliori pizzaioli d’Italia, era un’occasione ghiotta per trovare uno spunto che mettesse a fuoco la situazione. I dubbi erano tanti, e l’assenza dell’annunciato Stefano Bonilli, fondatore di “Gambero Rosso”, li ha amplificati ancor di più. Anche perchè sulla Gazzetta gastronomica è stato proprio Bonilli a precisare con un messaggio in calce ad un articolo che non ne sapeva nulla, tantomeno dei motivi delle scelte del “Gambero Rosso”.
Gino Sorbillo ha distribuito pizze “a portafoglio” per dimostrare che la vera pizza, quella napoletana, si piega a libretto come non si può fare con l’altra. Ascoltando le varie voci, mi è venuto improvvisamente in mente l’evento “Pizza Up”, un simposio annuale che si propone di mettere a confronto le diverse tecniche di lavorazione della pizza e degli impasti. Un evento la cui anteprima dell’edizione 2012 si è tenuta proprio a Napoli in tarda primavera. E così mi è rimbalzata in testa l’affermazione pronunciata da una relatrice: «la pizza non è esclusiva proprietà gastronomica di Napoli ed è bene che ci si convinca tutti che esistono altre pizze altrettanto buone e forse anche più conosciute e gradite di quella napoletana». La frase la pronunciò Chiara Quaglia, titolare dell’omonima azienda di produzione di farine di grano tenero per la pizza, che chiuse il suo intervento con una dichiarazione ancora più netta capace di far irritare i pizzaioli napoletani presenti: «La fama della pizza napoletana è ormai puro romanticismo».
Dopo la vicenda del “Gambero Rosso”, quella frase illuminante mi manda alla ricerca della provenienza dell’azienda. Sede nel padovano, a Vighizzolo d’Este, nella stessa regione di uno dei premiati dal “Gambero Rosso” nonché del discusso governatore leghista Zaia. Spulcio i siti istituzionali e cosa noto? Che il “Pizza Up” è organizzato e sponsorizzato dalla SpA della famiglia Quaglia e dalla “Università della Pizza”, un’iniziativa della stessa azienda padovana, che reca sulla propria homepage l’immagine di Simone Padoan, proprio il titolare della pizzeria veronese premiata dal “Gambero Rosso”.
È chiaro che dietro la pizza si stiano sviluppando degli interessi commerciali inimmaginabili fino a qualche tempo fa. Basta notare le diverse tipologie di farine per la pizza proposte dall’azienda padovana per capire che è in atto un processo di trasformazione che investe anche la filosofia della pizza stessa. E allora mi sono convinto che le decisioni del “Gambero Rosso” e le iniziative dell’azienda Quaglia volgono in una direzione ben precisa, quella di dichiarare una separazione ideologica tra la “pizza napoletana” e quella del resto d’Italia, fin qui non riconosciuta e sempre all’ombra della partenopea e ora probabilmente da qualificare. Non ci sarebbe nulla di strano, perchè la pizza di Napoli è ben altro gusto e qualità rispetto alle altre, ed è palese che l’Italia (ma tutto il mondo) ha acquisito il piatto nato all’ombra del Vesuvio senza però riuscire a farlo come a Napoli. Ma se un’operatrice del settore non scevra da interessi economici afferma che ci sono pizze più conosciute e apprezzate di quella napoletana, allora non siamo di fronte ad una resa di fronte ai pizzaioli napoletani ma solo all’inizio di un vero e proprio sconvolgimento di una tradizione secolare. L’Italia sta cercando evidentemente il riconoscimento della sua diversa pizza per esigenze di marketing.
Proprio Chiara Quaglia, sul blog aziendale, usa continuamente la dicitura “pizza italiana” e non semplicemente “pizza”. È come se il Sud stimolasse il business del Pandoro e cominciasse a chiamarlo “Pandoro italiano”. E allora bisogna analizzare le finalità del “Pizza Up” che riunisce i pizzaioli di tutta Italia, mettendo quelli settentrionali a contatto con quelli napoletani e tutto il loro bagaglio disciplinare riconosciuto anche dall’Unione Europea col marchio STG. Può essere quella l’occasione per carpirne i segreti e migliorare il prodotto non STG, a prescindere dagli ingredienti.
La pizza diventa così un nuovo paradigma della virtuale separazione del paese. E se in questa operazione qualcuno pregusta il suo vantaggio, altri rischiano di rimetterci. La parola “pizza” senza l’aggettivo “napoletana” non più riferita alla cultura gastronomica partenopea, questo è il rischio e non solo questo.
«La fama della pizza napoletana è ormai puro romanticismo», disse Chiara Quaglia. È la parafrasi del pay-off su pizza italiana: “storie di pizzeria contemporanea”; come dire che la pizza napoletana è un concetto del passato, romantico. Sembra essere lo stesso sinistro messaggio lanciato del “Gambero Rosso”.