Questione catalana, meridionale e napoletana

In una puntata speciale di Club Napoli All News, le istanze catalane e quelle meridionali, che pochissimo hanno in comune. Al netto delle manganellate franchiste di Madrid, la politica di Barcellona sfrutta il vero sentimento identitario per questioni economiche, e assomiglia più a quella di Lombardia e Veneto, con i loro referendum. La secessione lasciamola ai popoli colonizzati, non alle politiche “leghiste”.
E poi, l’Italia che non esiste e i problemi di Napoli, a tutto tondo.

Le Quattro Giornate di Napoli, l’inizio del declino morale d’Italia.

Angelo Forgione Era la mattina del 21 luglio 1941, ore seguenti il primo bombardamento degli Alleati anglo-americani su Napoli, quando i napoletani lessero un volantino di rivendicazione firmato dagli inglesi, su cui era scritto:

Noi inglesi, che mai finora fummo in guerra contro di voi, vi mandiamo questo messaggio.
Questa notte abbiamo bombardato Napoli. Non volevamo bombardare voi cittadini Napoletani perché non siamo in lite con voi. Noi vogliamo soltanto la pace con voi. Ma siamo stati costretti a bombardare la vostra città perché voi permettete ai Tedeschi di servirsi del vostro porto.
Finché partono da Napoli navi cariche di armi e materiali Tedeschi per le forze Germaniche in Libya, Napoli sarà ripetutamente bombardata.
Il bombardamento di questa notte è solo il primo rombo della tempesta che s’avvicina…

Una minaccia, insomma. Qualche giorno prima, il presidente degli Stati Uniti d’America Franklin Roosevelt aveva scritto al primo ministro del Regno Unito Winston Churchill:

[…] Noi dobbiamo sottoporre la Germania e l’Italia ad un incessante e sempre crescente bombardamento aereo. Queste misure possono da sole provocare un rivolgimento interno o un crollo.

Era iniziato l’accanimento bellico, una strategia psicologica, puramente terroristica a base di incursioni dal cielo finalizzate all’esasperazione popolare. Bisognava stimolare la sollevazione contro i tedeschi e la disapprovazione popolare nei confronti di Mussolini per la decisione di seguire la Germania di Hitler e trascinare l’Italia in una guerra proibitiva.
Roosevelt, tra il 1941 e il 1943, invitò più volte il primo ministro del Regno Unito Winston Churchill a sottoporre gli italiani ad un incessante e sempre crescente attacco aereo. Nell’ottobre del 1942, l’americano scrisse ancora all’inglese:

[…] deve essere nostro irrinunciabile programma un sempre maggior carico di bombe da sganciare sopra la Germania e l’Italia.

Nel luglio del ’43, sempre il presidente USA dichiarò:

Bombardare, bombardare, bombardare […] io non credo che ai tedeschi piaccia tale medicina e agli italiani ancor meno […] la furia della popolazione italiana può ora volgersi contro intrusi tedeschi che hanno portato, come essi sentiranno, queste sofferenze sull’Italia e che sono venuti in suo aiuto così debolmente e malvolentieri […]

volantino_alleatiLe bombe, dopo aver demolito i siti strategici, dovevano abbattere anche il morale della gente. Il piano, concertato tra Washington e Londra, fu accettato in modo occulto anche dalla Casa Reale Savoia a Roma e, soprattutto, dalla Massoneria italiana in cerca di riscatto dalla messa al bando fascista, cui era legato il maresciallo piemontese Pietro Badoglio, candidato a sostituire Mussolini alla guida del Governo, ruolo conferitogli poi, nel luglio del 1943, dal massone Vittorio Emanuele III, il quale ordinò l’arresto del Duce. Il Regno d’Italia concordò e siglò segretamente l’armistizio con gli Alleati anglo-americani, ma l’accordo fu reso noto solo l’8 settembre per insistere ancora qualche mese nella strategia psicologica, poiché la guerra non si poteva vincere senza convincere. Tutti corresponsabili di immotivate vessazioni sulla pelle dei napoletani pur di rovesciare il dittatore. Tra congiure di palazzo e bombardamenti sugli innocenti, Napoli fu messa letteralmente in ginocchio. Il porto fu raso al suolo e i monumenti risultarono gravemente danneggiati. Persino la Reggia di Caserta e gli scavi di Pompei furono ripetutamente, violentemente e selvaggiamente colpiti, perdendo reperti e preziosissimi dipinti.
Napoli, con tutto il Sud, fu colta di sorpresa dall’annuncio dell’armistizio, quando in città vi erano circa ventimila tedeschi. La situazione divenne di colpo caotica e il popolo, senza protezione alcuna, divenne ostaggio e vittima della furia vendicativa nazista. L’esacerbazione popolare diede soddisfazione agli Alleati con la rivolta delle Quattro giornate di Napoli del settembre 1943, in cui i partenopei, spazientiti dall’ordine di sfollare il centro urbano e rassicurati dall’avanzata degli anglo-americani da Salerno, poterono portare a compimento la cacciata dei nazifascisti tanto stimolata da Roosevelt. La Resistenza avrebbe trionfato nell’aprile del 1945, ma grazie alla positiva conclusione dell’operazione militare segreta “Sunrise”, occultata dalla storiografia ufficiale per non sminuire lo spirito partigiano, ma decisiva per la resa separata delle truppe tedesche in Italia e per risparmiare al Nord ulteriori distruzioni civili e industriali.
Migliaia di famiglie napoletane in lutto, un terzo degli edifici in macerie, il porto distrutto, mancanza di gas, carenza d’acqua e di viveri, condizioni igieniche pessime e tifo petecchiale insorto per la promiscuità nelle affollate cavità sotterranee adibite a ricoveri pubblici. In queste condizioni Napoli, la città più bombardata d’Italia (circa 200 raid di cui 120 a segno), inaugurò il suo dopoguerra molto prima che finisse la guerra e si inoltrò in un periodo senza terrore ma con mille angosce. Per ben un anno e mezzo, infatti, i napoletani furono costretti a badare a se stessi, rappresentando un mondo a parte, duramente martirizzato e umiliato, che si arrangiava alla meglio sotto il controverso controllo degli Alleati. La precoce liberazione segnò purtroppo l’avvio di una caduta morale e spirituale di un popolo che tanto ricco di dignità si era mostrato durante la cacciata dei nazisti.
Governatore di Napoli fu il colonnello americano Charles Poletti, riferimento per la mafia e già governatore in Sicilia, dove gli Alleati erano sbarcati e avevano sostituito i sindaci fascisti con mafiosi allontanati dal regime. Con atteggiamento utilitaristico, l’alto funzionario statunitense scelse come aiutante e interprete don Vito Genovese, socio del famigerato Lucky Luciano e boss di una delle cinque famiglie mafiose di New York, rifugiatosi in Italia per sfuggire a un processo per omicidio, passato opportunamente dalla parte degli antifascisti e resosi molto utile, grazie ai suoi particolari legami, allo sbarco sull’Isola degli Alleati, cioè all’inizio dell’invasione nazionale che portava la liberazione. Il boss, approfittando del razionamento dei viveri, fece prosperare il commercio clandestino dei generi alimentari a Napoli, coperto dagli ufficiali americani che ne favorivano gli affari.
La delinquenza dilagò enormemente. Centinaia di detenuti cui i tedeschi in fuga aprirono le celle nelle prigioni napoletane ebbero campo libero per depredare e alimentare la criminalità. La camorra fece un ulteriore salto di potere. Quando, nel 1945, la Criminal Investigation Division giunse a Napoli per indagare sulle connivenze tra la malavita locale e i militari americani, i loschi affari di don Vito Genovese si interruppero di fronte all’arresto e all’estradizione negli Stati Uniti. Il boss fu sottoposto al processo che aveva cercato di evitare fuggendo in Italia, durante il quale un testimone chiave morì avvelenato in circostanze “misteriose”. Don Vito fu assolto dalle accuse per mancanza di prove, e partì alla conquista dei vertici della mala statunitense. La sua repentina ascesa diede modo alla camorra napoletana di allacciare rapporti e collegamenti con la mafia d’America e con i poteri internazionali, orientando gli affari verso l’allettante traffico intercontinentale della droga. Riaffiorò più forte di prima la malavita organizzata, con drammatiche conseguenze morali e sociali nel futuro di Napoli, sulla cui pelle furono impresse le cicatrici di un lunghissimo periodo di anarchia e sostanziale autogestione.
Nella povertà napoletana degli anni Cinquanta guadagnò potere la camorra, ingannevolmente cancellata dal regime fascista ma maggiormente rinvigorita dal narcotraffico instaurato con le cosche statunitensi e dai rapporti con i politici repubblicani. Complici i clientelismi politici crescenti, le mafie del Sud aumentarono progressivamente il loro radicamento e la loro influenza sia nel tessuto sociale della plebe che negli ambienti più decisivi dell’amministrazione.
Molti malavitosi meridionali furono mandati al confino settentrionale dal ‘soggiorno obbligato’, una legge del 1956 con cui la classe politica del tempo pensò di allontanare dai territori d’origine i mafiosi senza condanna, nella convinzione che al Nord non sarebbero riusciti a ricreare una rete criminale. E invece l’operazione finì con il ribaltare l’assioma secondo cui le mafie erano esclusivo frutto della sottocultura meridionale e che il trapianto fosse impossibile in zone con un più alto tasso di civismo e di capitale sociale. A Milano e nei centri limitrofi furono relegati circa quattrocento uomini delle cosche, soprattutto calabresi, che sfruttarono le convenienti condizioni economiche del florido periodo postbellico e la maggiore autonomia d’azione rispetto alle lontane zone di origine, facendo di quei luoghi dei veri e propri quartieri generali del crimine organizzato. Nei favolosi anni Sessanta iniziarono ad allacciarsi i primi occulti rapporti fra mafiosi meridionali e imprenditori lombardi. Nella zona esplose il fenomeno dei sequestri di persona a scopo di estorsione, gestiti per lo più dalla ’ndrangheta, talora con l’appoggio entusiasta delle bande locali. Ben presto, il capoluogo lombardo divenne uno dei mercati più importanti per il traffico e il consumo di stupefacenti, e la nuova possibilità permise ai clan di acquisire ingenti capitali e liquidità utile a creare importanti legami con l’imprenditoria e la politica del posto. La zona si consacrò come cuore economico della malavita organizzata e si avviò a posizionarsi tra le peggiori d’Italia per numero di reati mafiosi.
Proprio in questi giorni si discute del maxi blitz contro le infiltrazioni della ‘ndrangheta in Lombardia. “Milano come San Luca”, titolano i quotidiani di oggi, ma è così da decenni. Grazie alla “liberazione” americana, interessata a imporre la sua egemonia economica e commerciale in Europa, e alla fallimentare politica repubblicana d’Italia, per nulla diversa da quella del periodo monarchico, cioè da quell’ottantennio 1861-1945 in cui Napoli è passata dall’essere città più importante d’Italia, ordinata capitale, a emblema di un crollo morale ed economico tuttora drammaticamente in corso.

(brani essenziali dell’articolo tratti da Napoli Capitale Morale, Magenes 2017​)

Agnelli e De Laurentiis, esempi opposti di approccio al tifo deviato

Angelo Forgione Giunge la sentenza del Tribunale nazionale della Federcalcio nel processo ad Andrea Agnelli per i rapporti non consentiti con gli ultrà: un anno di inibizione per il presidente della Juventus e ammenda di 300 mila euro per il club bianconero. Solo parzialmente accolte le richieste del procuratore della FIGC Pecoraro, in quanto il Tribunale ha ritenuto che il patron bianconero era inconsapevole del presunto ruolo malavitoso dei soggetti incontrati. Strano, però, visto che in un’intercettazione telefonica del marzo 2014 qualcuno disse ad Alessandro D’Angelo, addetto alla sicurezza allo Juventus Stadium, «Il problema è che questo ha ucciso gente», riferendosi al milanese Loris Grancini, capo dei Viking, personaggio vicino ai clan siciliani e calabresi. Gli inquirenti informarono che quel qualcuno era Andrea Agnelli, ma poi si è fatto complicato capire se si trattasse del presidente o di Francesco Calvo, ex responsabile del marketing bianconero. In ogni caso, di dirigenti della Juventus si trattava.
Intanto sappiamo che le risorse derivanti dal bagarinaggio favorito da Agnelli e Calvo sono andate alla criminalità organizzata. Chissà se un giorno riusciremo a sapere anche perché Raffaello Bucci, capo del gruppo ultras bianconero dei Drughi, assunto dalla Juventus come consulente esterno ufficiale di collegamento tra la tifoseria e il club, in contatto con la Digos e servizi segreti, si suicidò dopo l’interrogatorio dei piemme che indagavano sulla ‘ndrangheta allo Stadium.
Atteniamoci però alla sentenza del Tribunale federale. Agnelli sapeva che erano ultras ma non sapeva che erano mafiosi. Ma la Juventus, in ogni caso, si segnala ancora una volta per violazione delle norme federali, stavolta quelle che vietano ai dirigenti delle società sportive di intrattenere rapporti con gli ultrà. E prosegue la non edificante tradizione della famiglia Agnelli, soprattutto quella del ramo di Umberto, il padre di Andrea, che avviò nel 1994, non appena conquistata la presidenza del club e dopo 8 anni di digiuno del club, l’era più macchiata della storia juventina, tra scandalo doping (prescrizione) e calciopoli.
Alla luce delle certezze fornite dalla sentenza, vale la pena ricordare quel che accadde più a sud nel 2004, quando Aurelio De Laurentiis si mise alla guida della SSC Napoli e tagliò ogni laccio con i rappresentanti degli ultrà delle curve dello stadio San Paolo. Dopo poco più di due anni, nel dicembre 2006, la prima ritorsione eclatante. Campionato di serie B: nel bel mezzo di Napoli-Frosinone improvvisa pioggia in campo di potentissimi petardi “cobra”, lanciati dal settore Distinti. Le intemperanze durarono diversi minuti e costrinsero l’arbitro Orsato a sospendere più volte la gara. La giustizia sportiva inflisse poi una giornata di squalifica al San Paolo. Le indagini scoperchiarono un fenomeno estorsivo ai danni del Napoli e appurarono che il club di De Laurentiis aveva tagliato la fornitura di biglietti alle sigle ultras capeggiate da pregiudicati. Per tutta risposta, gli “esagitati” avevano deciso di intervenire in maniera coatta, prima dando fuoco al “dirigibile” dello stadio destinato alla stampa e poi “manifestando” nella gara contro i ciociari. Uno dei responsabili così aveva minacciato un dirigente partenopeo: «Ho campato con il Napoli [di Ferlaino] per 50 anni, anche tu e Pierpaolo Marino (ex Dg) tenete i figli. Mi sono fatto quattro anni di galera, se ne faccio altri quattro non succede niente». Gli arrestati finirono a processo e condannati per associazione a delinquere, incendio doloso, lancio di esplosivi, minacce e tentata estorsione. E pagarono anche i danni al Napoli, che li chiese costituendosi parte civile. Tutto finito? Neanche per idea. Col Napoli in crescita, iniziarono a verificarsi strane rapine ai suoi calciatori e alle loro compagne. Un collaboratore di giustizia rivelò che le incursioni avevano un’unica matrice: gruppi di ultrà intenzionati a punire i giocatori che non partecipavano alle manifestazioni organizzate dai tifosi.
L’Antimafia, chiaramente, ha interrogato anche De Laurentiis nel corso delle indagini a tappeto sull’intero movimento calcistico italiano, contestandogli la presenza a bordo campo del rampollo del boss della camorra Lo Russo, ma esponendosi a una figuraccia con l’interrogato, che gli ha puntualmente ricordato che il sostituto procuratore della Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli aveva già chiarito illo tempore che quell’uomo non era un latitante al momento dei fatti, che accedeva regolarmente sul rettangolo di gioco con pass da giardiniere procuratogli dalla ditta che curava il prato, e che la SSC Napoli aveva offerto la massima collaborazione alla Direzione Investigativa Antimafia, dimostrando la sua totale estraneità.
E poi la querelle tra De Laurentiis e Reina, col presidente che, alla cena sociale dello scorso maggio, invitò pubblicamente la moglie del portiere a controllarne “le distrazioni”, e pochi giorni dopo furono arrestati tre fratelli imprenditori in odor di camorra, amichevolmente disponibili nei confronti di Pepe.
Racconto tutto questo perché i buontemponi del tifo cieco continuano ancora oggi a citare a sproposito fatti di cui il Napoli è stato esempio e di cui Napoli è stata vittima in ambito mediatico.

Loris Grancini parla ai microfoni di Fanpage nel marzo 2017

Un ribaltamento nazionale tra politica, Massoneria e Chiesa che ha per paradigma l’entrata di Garibaldi a Napoli

Angelo Forgione È il 7 Settembre 1860: la “Piedigrotta” è in pieno svolgimento. Da più di un secolo è la festa delle feste, famosissima in tutt’Europa. Lo è almeno dal 1744, cioè da quando Carlo di Borbone, per celebrare la vittoria di Velletri contro gli austriaci, l’ha resa festa nazionale delle Due Sicilie e ha introdotto una parata militare oltre alla sfilata dei carri allegorici. I viaggiatori del Grand Tour l’hanno vista e narrata, ma questa volta i napoletani sono distratti da altro, perché l’evento coincide col culmine della risalita della Penisola da parte dei Mille garibaldini e Re Francesco II di Borbone, che ha appena lasciato Napoli per evitarle la guerra, sta andando a difendersi a Gaeta. Mentre il Re è in navigazione, a Napoli entra Garibaldi e si proclama dittatore delle Due Sicilie. Ad accoglierlo ci sono i capintesta della camorra del tempo e il prefetto di polizia borbonica e ministro degli Interni delle Due Sicilie, il trasformista Liborio Romano, che ha convertito i criminali in gendarmi di pubblica sicurezza, affidandogli il comando di una nuova Guardia cittadina. Il diplomatico inglese Henry George Elliot, del resto, ha già informato per tempo l’ufficio Esteri di Londra del fatto che diverse bande camorristiche sono pronte a contrastare con le armi la reazione dei fedeli alla dinastia borbonica, presidiando il porto in modo da facilitare l’ingresso dei volontari di Garibaldi. Il corteo al seguito del capo delle camicie rosse percorre via Marina, il Maschio Angioino, il largo di Palazzo (Plebiscito), poi su per via Toledo fino a Palazzo Doria D’Angri, dal quale il Generale si affaccia prendendone possesso come dimora.
Ad accompagnare Garibaldi c’è fra Giovanni Pantaleo da Castelvetrano, cappellano siciliano unitosi alla spedizione dei Mille e utilissimo per legittimare, attraverso la predicazione, l’impresa garibaldina presso le classi popolari e per favorire la coscrizione di volontari. Eppure il nizzardo è un gran massone, un rigidissimo anticlericale, e odia preti e uomini di Chiesa di ogni ordine e grado. E però vuole persino che si compia immediatamente il prodigio di San Gennaro in sua presenza, perché sa benissimo che solo così può guadagnarsi i favori incondizionati del popolo napoletano. Col Santo scontento non non può vedere completamente legittimato il suo potere. Del resto, è già accaduto sessant’anni prima, nel 1799, con i militari francesi di Championnet, ben informati dai giacobini napoletani, a “vigilare” sul compimento dello scioglimento del sangue.
Il giorno seguente, racconta Giacinto De Sivo, Garibaldi e i suoi trovano la Cappella del Tesoro sbarrata. Niente da fare. E allora, in serata, accompagnato dai camorristi, incrocia la processione della Madonna di Piedigrotta. Il massone, suo malgrado, si scappella di fronte all’Immacolata per non inimicarsi i napoletani, e viene giù un acquazzone fortissimo. Tocca aspettare il 19 settembre, giorno del Santo patrono, per timbrare di rosso garibaldino il prodigio. “Il sangue deve liquefarsi e si liquefarà – così dicono i predicatori garibaldini in largo di Palazzo – altrimenti a farlo liquefare ci penserà Garibaldi”. E così sia! Ancora un prodigio su ordinazione.
Liborio Romano viene confermato nel ruolo di Ministro dell’Interno e poi entra a far parte del Consiglio di Luogotenenza, per poi essere eletto deputato al nuovo parlamento di Torino. Ai camorristi della sciolta “guardia cittadina” viene assicurato un lauto vitalizio mensile in quanto “esempi inimitabili di coraggio civile nel propugnare la libertà”.
Quella dell’anno seguente sarà l’ultima Piedigrotta, organizzata dal luogotenente Generale Enrico Cialdini, uomo impegnato nel frattempo a massacrare i meridionali ribelli. La festa sarà sospesa nel 1862 dopo aver decretato nel febbraio di quell’anno la soppressione di tutti i conventi e la confisca dei beni mobili e immobili della Chiesa, compreso il santuario di Piedigrotta. Così tramonta la vera Piedigrotta, insieme a Napoli Capitale. Quella che riprenderà anni più tardi non sarà la grande festa nazionale di un tempo, e finirà per spegnersi, forse definitivamente. Il prodigio, invece, resta tradizione inossidabile, forse perché la Deputazione del Santo, dal 1811, è laica per volere del massone Gioacchino Murat.

‘Napoli Capitale Morale’ protagonista sulle spiagge italiane

TG1 Economia di Ferragosto si è occupato dei libri cartacei che tornano in auge e della campagna sociale di liberiamo.it per comunicare la loro presenza nelle nostre vacanze estive, soprattutto sulle spiagge con un hastag per suggerire i libri di maggior interesse su Instagram, e per stimolarne la lettura. E Napoli Capitale Morale, dopo essere risultato la migliore novità di luglio della categoria “Storia sociale e culturale” e aver scalato immediatamente le classifiche di vendita, si è fatto trovare puntuale all’appuntamento con le telecamere Rai sulle spiagge italiane.
Non vi resta che scattare una foto del libro e caricarla su Instagram, associandola all’hastag #BooksontheBeach.

L’euforia tricolore di Napoli raccontata alle Americhe da ESPN

Angelo Forgione Fuera de Juego è un programma televisivo prodotto per la catena ESPN che da quindici anni si occupa di storie di calcio, ed è trasmesso in tutto il continente latinoamericano e negli Stati Uniti. Lo scorso 11 agosto, la fortunata trasmissione ha dedicato uno speciale al primo scudetto del Napoli del 1987, a 30 anni dallo storico traguardo, con ampio dibattito in studio sui risvolti di quel periodo vincente del club partenopeo, compresi quelli sociali legati alla contrapposizione Nord-Sud. A indirizzare il tema è stato il giornalista argentino Daniel Martínez, corrispondente di ESPN, anche sulla scorta della condivisione del mio Dov’è la Vittoria (Magenes). Martinez ha confezionato a Napoli un racconto di quegl’indimenticabili momenti con le voci di Corrado Ferlaino, Giuseppe Bruscolotti, Salvatore Carmando, José Alberti, Antonio Corbo, Romolo Acampora, Gianfranco Coppola e, appunto, il sottoscritto. La mia “riflessione” a 8:18 utile a capire perché un club marginale come quel Napoli potè avere in dote dalla politica il più grande calciatore del mondo.

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Il timore di lacerare quel che è lacerato

La proposta grillina della “Giornata della Memoria per le Vittime Meridionali del Risorgimento”, approvata recentemente in diverse regioni meridionali, ha suscitato la veemente reazione di una serie di docenti, politici, operatori dell’informazione e della cultura patriottica, tutti contro il cosiddetto “revisionismo sudista a 5Stelle”, colpevole di rimorchiare e poi supportare i racconti di noi scrittori d’altra corrente. Una levata di scudi senza precedenti, perché senza precedenti è l’iniziativa politica del M5S.
Riporto qui una mia risposta al professor Aurelio Musi, docente dell’Università di Salerno, che nell’edizione del 5 agosto de laRepubblica, pagine di Napoli, ha puntato il dito contro il riuscito evento dello scorso maggio a Portici, al quale fui invitato anch’io insieme a Pino Aprile e Gennaro De Crescenzo (Movimento Neoborbonico), pensato dal senatore Sergio Puglia e voluto per far incontrare il M5S campano e la cultura meridionalista. Il professor Musi ha definito quell’incontro “una strana alleanza che di certo non accredita i grillini come fautori di ideali unitari”, neanche in quel giorno fosse stata fondata una società segreta per la secessione. I grillini declassati perché a contatto con noi. Davvero inaccettabile!
Prima di  leggere il botta e risposta tra me e Musi, vi consiglio di leggere prima il suo sfogo su laRepubblica del 5 agosto, cliccando qui.

Il mio intervento dell’8 agosto:

Gentile professore Aurelio Musi,
ho letto e seguito la disputa innescata sulle pagine napoletane di Repubblica circa il presunto uso politico della storia risorgimentale da parte del M5S campano, e non solo campano, e quelle che Lei definisce “prospettive velleitarie” poggianti “sul rifugio nostalgico in quella mitica età dell’oro rappresentata dal periodo borbonico”. Anche se Lei non ha fatto riferimento preciso al sottoscritto, presente in qualità di relatore al da Lei citato evento del 17 maggio a Portici, in cui confluirono politici, intellettuali e una gran folla di ascoltatori per lanciare la mozione per la memoria delle vittime dell’Unità, mi ritengo in diritto e dovere di intervenire per chiarire e precisare alcuni concetti da Lei esposti.
Nessuno dei tre relatori in tema storico parlò in quella giornata di età dell’oro, e mai è accaduto prima di allora. Mai nei miei libri ho scritto in questi termini delle condizioni dell’antico Regno delle Due Sicilie, e piuttosto ho sempre descritto un Sud arretrato quanto il Nord rispetto alle grandi economie delle nazioni guida del progresso europeo ottocentesco, perché le cose, Lei lo saprà certamente, stavano così, e non vi era sensibile differenza tra i nostri Meridione e Settentrione. Il problema è la modalità con cui il vantaggio settentrionale si è poi concretizzato, in rapporto diretto con l’impoverimento meridionale, attraverso l’imposizione di un’egemonia colonialistica del Nord sul Sud.
Non mi risulta che mai Pino Aprile e Gennaro De Crescenzo abbiano detto e scritto qualcosa di diverso da ciò. Ed è proprio qui il punto, perché anche in ottica contemporanea, la nostra incessante e seria opera culturale, peraltro basata su ricerche di archivio e analisi di documenti (siamo ricercatori storici, lo storico è Lei) è finalizzata alla richiesta di una necessaria par condicio tra Nord e Sud che non esiste da un secolo e mezzo, non certo di una secessione separatista. Lei, professore, si preoccupa delle lacerazioni del quadro unitario nazionale, ma non si pone il vero problema: il quadro unitario nazionale è già lacerato, all’origine, e non siamo stai noi che raccontiamo oggi un’altra storia a strapparlo.
Anzi, qualcuno pure poteva ricucirlo, quando si passò dalla Monarchia alla Repubblica, ma anche quell’occasione fu clamorosamente persa, coi soldi del piano Marshall che il presidente di Confindustria, il ligure Angelo Costa, dirottò in gran parte al Nord per la ricostruzione delle fabbriche, negando categoricamente quanto chiese il pugliese Giuseppe Di Vittorio, e cioè che quei danari venissero utilizzati in parti uguali affinché si costruissero anche fabbriche nel Meridione. E invece no, Costa disse che non erano le fabbriche a dover scendere al Sud ma gli operai meridionali a dover salire al Nord. E poi, supportato dall’amico De Gasperi e dai finanziamenti americani, mise su la Costa Crociere. La storia non è mai cambiata, non è una questione di Borbone e Savoia, ma di classi politiche italiane di sempre. E Lei si preoccupa ancora delle possibili lacerazioni?
Mi perdoni, ma non riesco neanche a comprendere il suo ragionamento circa quella che Lei definisce “strana alleanza” tra noi intellettuali revisionisti e il M5S, confluenza che, a suo avviso, non accredita i grillini come fautori di ideali unitari. Se per Lei vale il presupposto per cui è antiunitario chi chiede equità di trattamento tra Nord e Sud, documentando come ciò sia sin qui mancato, allora devo pensare che il Suo sia un preconcetto basato su un clamorosa strumentalizzazione del nostro lavoro, e pure dell’ottica politica dei grillini.
Chiudo questo mio intervento invitandoLa a una riflessione. Qualche pagina successiva a quella su cui era stampato il suo scritto su Repubblica dell’5 agosto era riportata la classifica di vendite relativa al mese di luglio ufficializzata dalla libreria Iocisto di Napoli. Il mio ultimo libro Napoli Capitale Morale figurava al secondo posto tra i non romanzi, dopo essere risultato primissimo tra le novità nella categoria “Storia sociale e culturale” di Amazon. I dati di vendita dei miei precedenti lavori sono altrettanto lusinghieri, per non parlare dei risultati di Pino Aprile, che Lei stesso ha precisato come fenomeno editoriale da capire e da non sottovalutare, e della prolificità pubblicistica del neoborbonico professor De Crescenzo.
Ma non è per autoincensarmi o incensare gli altri due che La informo di certi segnali. Sì, segnali, appunto, e bisogna capirli, insieme ai fenomeni, per poi decidere se sia il pubblico a essere stupido o se si tratti invece di sete di conoscenza, una conoscenza fin qui negata, e che ancora si tenta di negare. Veramente vogliamo pensare che quei pochi che oggi leggono libri in Italia e, nello specifico ancor più triste, a Napoli siano stupidi? Mi sembrerebbe un’offesa davvero troppo grande.

La risposta di Aurelio Musi:

Non ho scritto che i lettori dei libri di Aprile e Forgione siano stupidi. Penso e ho scritto che quei libri non soddisfino un sincero desiderio di conoscenza. Essi, attraverso il processo al Risorgimento e alla Unità, fondamenti del nostro Stato nazione e della sua possibilità di divenire una media potenza europea, falsificano la storia e contribuiscono a lacerare ulteriormente la condizione difficile del nostro vivere in comunità.
Quanto alla nazione napoletana essa è stata una realtà plurisecolare che è stata e va attentamente ricostruita nei suoi caratteri storici e nei suoi fattori di crisi a metà Ottocento. Neo-borbonici e revisionisti di diversa specie ne hanno fatto un mito forse esaltante ma che non porta da nessuna parte se non nel porto delle nebbie e delle illusioni. Ancor più criticabile è infine l’uso strumentale del mito da parte di quelle forze politiche che non hanno nessun interesse per la seria conoscenza storica e pensano in tutti i modi solo a guadagnare più voti.

La mia controrisposta:

Eh, no, caro professor Musi, il confronto, se di questo si tratta, non può esserci se io propongo spunti di riflessione e Lei non entra nel merito dei drammatici problemi di oggi ma ritorna sul processo risorgimentale e sentenzia laconicamente che i miei libri, come quelli di Pino Aprile, non soddisfano un sincero desiderio di conoscenza perché falsificano la storia. Forse non ha letto i miei testi, dove peraltro parlo sempre di passato e presente, e sono costretto a incentrarvi la mia controrisposta per smentirLa.
Il mio primo libro, Made In Naples, uscì nel maggio del 2013, e fu ovviamente lavorato negli anni precedenti. In quel testo, per esempio, proponevo il capitolo “La Protezione Civile e il Governo del Territorio”, in cui, tra l’altro, dedicavo uno studio attento delle leggi antismiche del periodo borbonico e delle “Case Baraccate” in muratura con telaio in legno. Tutta teoria in base ai documenti che descrivevano quel sistema e testimoniavano che certe costruzioni erano ancora in piedi, e ancora lo sono. Qualche tempo dopo l’uscita del libro, con mia somma soddisfazione, l’Istituto per la Valorizzazione del Legno e delle Specie Arboree del CNR a San Michele all’Adige, in collaborazione con l’Università della Calabria, fece un esperimento di resistenza di quelle costruzioni da me descritte come esempio costruttivo, sentenziando che l’eccellente comportamento antisismico rilevato del sistema costruttivo borbonico indicava le “Case Baraccate” quale esempio di costruzione da recuperare nel presente. Capirà che tutto questo significa parlare di passato per proporre soluzione ai drammi del presente italiano, di tutti, non solo del Sud impoverito e arretrato.
Nello stesso libro, di mio pugno, scrissi il capitolo “Le Banconote e i Conti Correnti Bancari”, affermando che i Banchi napoletani erano da considerarsi quali fondatori della banca moderna, e che le “fedi di credito” degli istituti napoletani rappresentassero il primissimo prototipo di deposito bancario. Qui i tecnici sono arrivati anche più tardi, perché solo qualche mese fa, nel giugno del 2017, gli studiosi di finanza bancaria di tutto il mondo hanno certificato quanto io avevo già scritto almeno cinque anni prima.
Solo due esempi utili a impugnare la sua sentenza. I miei scritti, evidentemente, non falsificano la storia, come Lei dice, ma la indagano e semmai anticipano la scienza. Ecco perché sono molto apprezzati. E questo perché raccontano quello che gli altri non hanno la voglia di approfondire e di raccontare, perché temono che ribaltare le certezze precostituite di un Sud arretrato porterebbe a lacerazioni del quadro unitario nazionale.
Chiaramente ho difeso il mio lavoro. Pino Aprile o chicchessia sapranno difendersi da soli, se riterranno opportuno farlo.
Cordialmente.

Quattro libri da leggere per capire Napoli

Una selezione di quattro libri per capire Napoli nelle sue varie epoche. La Napoli recente, la Napoli dei bombardamenti, la Napoli del grande Settecento e la Napoli di Masaniello. Ovviamente, dopo aver letto Made in Naples e Napoli Capitale Morale.

Esclusiva DailyNews24 – Angelo Forgione: «Sui roghi c’è una spirale criminale perversa, il Sun si è qualificato per il giornale che è»

intervista di Raffaele Zanfardino per DailyNers24.it

Abbiamo avuto il piacere di intervistare in esclusiva Angelo Forgione, scrittore e giornalista napoletano che è molto attento alle vicende partenopee. Autore di diversi libri, ha contributo a fornire un nuovo punto di vista sull’Unità d’Italia e sul ruolo che ha avuto Napoli nella storia.

Partiamo dal tema più strettamente d’attualità: ci dica il Suo punto di vista sui roghi che stanno devastando la Campania.
Credo che si sia trattato di una spirale perversa, ovviamente criminale, in cui sono confluite varie concause. Da chi ha interesse al rimboschimento a chi vuole bruciare rifiuti tossici. Da chi teme la valorizzazione di un modello di sviluppo virtuoso del Parco Nazionale del Vesuvio fino ai semplici piromani, che hanno approfittato del caos. Tutti ne hanno approfittato, se vogliamo. Specialmente sul Vesuvio, l’economia legata al turismo e all’agricoltura sta togliendo spazio all’illegalità, e perciò si è trattato di vero e proprio attentato criminale, un attacco che andava contrastato con forze maggiori. In Italia siamo vulnerabilissimi a questi fenomeni, e laddove si attiva la criminalità è facile che si verifichino certi disastri. Abbiamo perso migliaia di ettari di bosco ma anche coltivazioni autoctone. Il danno è davvero enorme.

Lei ha parlato anche di possibili frane in autunno: può spiegarsi meglio?
È naturale. Il disboscamento è una delle principali cause dell’amplificazione dei danni da alluvioni. Le radici compattano il terreno rendendolo più forte e, una volta recise, cedono alla violenza degli eventi atmosferici, provocando frane e allagamenti. In Campania abbiamo già il monito del 1988, quando il monte Pizzo d’Alvano, vittima di disboscamento contino negli anni, vomitò fango su Sarno, Episcopio, Quindici e Bracigliano, provocando 160 morti e migliaia di feriti. Tutto questo scempio è frutto dei tempi moderni. Mi preme ricordare che il governo del territorio, nel Sud Italia, era una priorità prima dell’Unità d’Italia, cioè prima dell’estensione a tutto il territorio della legislazione piemontese che non prevedeva adeguate misure di contrasto alle calamità naturali. Sul Vesuvio, per esempio, a inizio Ottocento, fu creato un ingegnoso sistema basato su alvei e vasche, ma anche di reticoli in pietra lavica per il contenimento delle acque piovane, le cosiddette “briglie borboniche”, che ancora oggi sono modello cui si ispirano le “grate vesuviane” in legno, disseminate sulle pareti montuose del Parco Nazionale. Magari sono andate in fiamme anche queste, chissà. Ora si dovrà stare attenti alle forti piogge autunnali che verranno, perché le conseguenze di questi incendi potrebbero essere di particolare gravità.

Cosa ne pensa, invece, della Terra dei Fuochi?
Ogni parola, ormai, è superflua. Tra spietati imprenditori di ogni zona d’Italia, criminalità organizzata e massoneria deviata, il cocktail esplosivo ha prodotto aria malsana nelle campagne tra Napoli e Caserta. Il paradosso è che si respiri aria meno pericolosa a Napoli, cioè in città, piuttosto che nei paesi dell’hinterland. Il problema è l’aria, certamente, e con questo vorrei paradossalmente invitare a moderare gli allarmismi sull’agricoltura locale. Non sono un agronomo, ma mi sono informato presso gli esperti. Il fatto è che una pianta non assorbe tutto quello che si trova nel terreno e possiede un’azione autodepurativa. Cioè, i frutti della terra assorbono in modo selettivo e tendono a rifiutare sostanze inquinanti. Una prodotto della terra, se è inquinato, non cresce e non matura, e quindi se vediamo un prodotto della terra finito vuol dire che quel prodotto è sano. Possiamo mangiare senza fobie. Il problema può semmai esserci nelle acque, o nella filiera del latte, ma i controlli nel settore sono tanti. Ad ogni modo, quello che si sta facendo a questa terra è un delitto, e la terra domina sull’uomo, non il contrario. Siamo e saremo noi a pagarne le conseguenze, e questo per l’arricchimento di “pochi” criminali spietati.

Cosa pensa del quotidiano The Sun che ha tolto Napoli tra le città più pericolose?
Si è qualificato per la reputazione di cui gode, cioè giornale per nulla autorevole. Quell’articolo è stato scritto per “sensazione”, sull’eco dei racconti delle più tetre fiction recenti. Bastava leggere il fantasioso detto “va fa Napoli” che si direbbe in Italia per dire “va all’inferno” per capire che Guy Birchall aveva lavorato di immaginazione. Napoli è una città problematica, molto problematica, forse la più problematica d’Europa, ma la problematicità non corrisponde necessariamente alla pericolosità. A Napoli c’è la camorra che spara nei quartieri popolari, e il numero di morti per omicidio è costantemente alto, più alto che altrove, e però si tratta di guerra tra clan che bersagli selezionati, anche se qualche volta capita che ci vadano di mezzo persone innocenti. Poi, se controllassimo anche le statistiche delle morti per incidenti stradali e quelle per suicidio ci accorgeremmo che Napoli è ben al di sotto delle medie in queste voci, che contribuiscono a dare un quadro esatto della pericolosità di un luogo. In definitiva, Napoli non può dirsi città sicura ma neanche tra le 11 più pericolose del mondo. Descriverla come un far-west è decisamente troppo. Napoli è piena di vita, di giorno e di notte, e questo significa che i napoletani non percepiscono alcun tipo di problema particolare.

Da qualche anno, la narrazione di Napoli (e dell’unità d’Italia) sembra cambiata: a cosa è dovuto?
Non credo che sia cambiata. Napoli continua ad essere considerata per ciò che è, una città bellissima e malata. È cambiata semmai in una parte di opinione pubblica una certa visione delle cause della sua malattia. C’è ancora chi continua a considerarla causa dei suoi mali, e c’è chi invece ha capito che la radice dei suoi problemi sta nella malfatta unità d’Italia, di cui Napoli fu protagonista con Torino e Milano. C’è chi ha capito che non era solo il Sud ad essere arretrato rispetto alle più importanti economie europee ma anche il Nord, che il Settentrione è poi cresciuto in rapporto diretto con l’impoverimento meridionale, e che l’Unità fu imposta per affermare l’egemonia colonialistica del Nord sul Sud. Così è nato il “triangolo industriale” e così è decaduta Napoli, con tutta la sua reputazione, demolita prima dai liberali e dagli stessi esuli napoletani durante il Risorgimento e poi dall’antropologia positivista, che sostenne una genetica inferiorità meridionale. Napoli è crollata definitivamente dopo la Guerra, uscendone distrutta nel tessuto urbano, industriale e nello spirito. Oggi tutto quest’ottica sta diventando più nitida, e sempre più persone si appassionano alla lettura di libri come quelli che scrivo io e altri appassionati indagatori della questione meridionale per restituire consapevolezza e per drenare gli annacquati racconti patriottici. Attenzione però ad addossare solo agli altri e al passato le responsabilità dei problemi che Napoli vive. C’è oggi una gran quantità di napoletani privi di senso civico e ai quali fa piacere sguazzare nelle permissive condizioni in cui vivono.

Lei ha appunto pubblicato recentemente il suo ultimo libro, dal titolo “Napoli capitale morale. Dal Vesuvio a Milano. Storia di un ribaltamento nazionale tra politica, massoneria e Chiesa”: ci può illustrare nel dettaglio di cosa parla?
Parla proprio del percorso parallelo delle due città-faro del Sud e del Nord, delle due capitali morali d’Italia, quella pre-unitaria e quella post-unitaria. Napoli era indubbiamente la città più importante d’Italia al 1860, la vera capitale dello Stivale frammentato, l’unica di rango davvero europeo della Penisola, cioè quello che è oggi Milano. Dialogava con Vienna e San Pietroburgo, e con Parigi e Londra almeno fino al 1856, quando si concluse la Guerra di Crimea. Il gran fulgore della capitale borbonica rendeva persino più ampia che altrove la differenza tra l’elevata qualità di vita urbana e il basso tenore nell’entroterra delle campagne, impoverite al Sud esattamente come i contadi settentrionali. Milano aveva la metà degli abitanti di Napoli, e il suo sviluppo era partito lentamente nel secondo Settecento con Maria Teresa d’Asburgo, che portò la cultura viennese e quella napoletana nella città lombarda. Nel mio libro si legge dei rapporti culturali tra Napoli e Vienna di cui beneficiò anche Milano, dei rapporti tra Luigi Vanvitelli e il suo allievo Giuseppe Piermarini, ovvero l’architetto che tirò su il Teatro alla Scala e un po’ tutta la Milano neoclassica che guardava a Napoli. Si legge di storia e di storie, dal Rinascimento a oggi. Si legge di come, dall’Unità in poi, siano stati interrotti i rapporti tra le due città, di come Napoli sia decaduta in rapporto diretto alla crescita di Milano, fino a collassare completamente con la Seconda guerra mondiale. Si legge si cosa è accaduto con la seconda Italia, quella repubblicana, praticamente fallace come la prima monarchica, fino ad arrivare ai giorni nostri, analizzando il momento e provando a proiettarsi nel futuro. Si legge di influenza della Massoneria in questo ribaltamento italiano, senza mai dimenticare che le forze che l’hanno realizzato sono anche napoletane.

Ultima domanda, passiamo al calcio: è l’anno buono per lo Scudetto del Napoli?
Non lo si può prevedere. Certamente la squadra è motivata e concentrata sul preliminare di Champions League, per il quale anche i nazionali hanno rinunciato alle ferie, recandosi subito all’appuntamento di Dimaro. La Champions è vitale per il bilancio societario. Poi, certo, la squadra, col suo allenatore, vuole provare a fare due gironi di fila in campionato come quello di ritorno dello scorso anno, per poi vedere cosa avrà raccolto. Certamente questo Napoli ha grandi potenzialità ma, come ha avvisato Sarri, pochi margini di miglioramento. Ritengo che la squadra possa e debba migliorare in tre fasi. Il vero problema sarà riuscire a trovare la maniera di vincere le partite contro le squadre arroccate in difesa, quelle che mandano in tilt il gioco in velocità negli spazi degli azzurri. Poi bisognerà chiudere la porta, perché i campionati si vincono con la difesa più che con l’attacco, e bisognerà ridurre al minimo i delittuosi errori difensivi che lo scorso anno sono stati pagati in termini di classifica. Infine, bisogna migliorare in fase di palla inattiva, tanto difensivamente che offensivamente. Troppi goal sono stati presi in questo modo e pochissimi se ne sono realizzati. Se il Napoli progredirà in questi tre ambiti allora sì che potrà davvero ritrovarsi molto alto in classifica.

Napoli Capitale Morale, intervista per ‘VesuvioLive’: “L’Unità d’Italia ha spezzato il dialogo tra Napoli e Milano”

Intervista di Federica Barbi per vesuviolive.it

Milano-Napoli. Non eterna rivalità (per quella c’è Torino…) ma eterno paragone. Il “civilissimo” Nord contro il sottosviluppato Sud. Il fascino europeo e la patina sporca meridionale. L’Italia è ancora economicamente, socialmente e politicamente spaccata in due, e i pregiudizi non aiutano a ricomporre i tasselli. E se i media nazionali fomentano più o meno consapevolmente l’acredine, c’è chi studia e lavora invece per restituire agli italiani la giusta versione della nostra storia, purtroppo spesso storpiata dai libri di scuola. Tra questi c’è Angelo Forgione, scrittore e giornalista partenopeo, da sempre attivo per cancellare i fastidiosi filtri attraverso cui Napoli viene vista dal 1861.

Il suo ultimo lavoro, “Napoli Capitale Morale”, si concentra proprio sulle due città che hanno fatto la storia dell’Opera, spiegando come l’attuale ruolo predominante di Milano abbia radici anche nella Napoli del passato. Due destini che si intrecciano a cavallo tra tante epoche diverse. Ne abbiamo parlato con lui nel giorno dell’uscita del suo libro.

–  Angelo, ci parli del suo nuovo libro, “Napoli Capitale Morale”. Cosa vuole che arrivi ai suoi lettori?

“Arriverà certamente, a chi leggerà questo libro, quello che è realmente accaduto dal Rinascimento ai giorni nostri nel territorio italiano. Napoli è la protagonista del libro, Milano la co-protagonista, ma compaiono anche Torino e Roma. Attraverso i due principali riferimenti parlo di Nord e Sud, ancora oggi due Italie mai unite. Pur vivendo sotto la stessa bandiera, nello stesso Stato, e appartenendo allo stesso sistema giurisdizionale, Napoli e Milano sono decisamente più lontane di quando erano effettivamente separate. Nell’Italia delle culture e delle arti dialogarono culturalmente, e spesso s’intrecciarono. Poi l’Italia, una volta unita, è andata man mano allontanandosi dalle sue nobili radici, e a noi non è stato raccontato che cosa si sono dette le due metropoli prima che le élite risorgimentali interrompessero le comunicazioni e spegnessero la profusione culturale italiana”.

– Milano, quindi, se oggi viene considerata la metropoli italiana per eccellenza (e quindi centro propulsore della finanza e dell’economia) è soprattutto perché è stata modellata ad immagine e somiglianza della Napoli pre-unitaria. E’ corretto? Può spiegare meglio questo concetto?

“Non è proprio così. Milano ha beneficiato del riformismo austriaco di Maria Teresa d’Asburgo, che era la madre di Maria Carolina, regina di Napoli. La corte di Vienna, nel secondo Settecento, cioè nel periodo dei Lumi, dialogava con quella di Napoli, la città da cui si diffondevano importanti istanze illuministiche e molte novità che sconvolgevano l’Europa. Milano otteneva da Vienna e assorbiva di riflesso da Napoli. Per fare un esempio per tutti, il teatro alla Scala nacque quando gli Asburgo chiesero ai Borbone di poter avere Luigi Vanvitelli a Milano per lavori a corte, e l’architetto si portò dietro il figlio Carlo e l’allievo Giuseppe Piermarini, che avevano appreso al suo studio e nei cantieri della Reggia Caserta, e avevano studiato le antichità classiche che venivano fuori in quel periodo un po’ dappertutto attorno al Vesuvio. Ma la corte di Vienna spendeva più per Vienna che per Milano, e Vanvitelli, insoddisfatto, se ne tornò a Napoli col figlio, raccomandando agli austriaci l’ancora inespresso Piermarini, il quale divenne architetto regio e cambiò Milano applicando quanto aveva appreso a Napoli. Il Neoclassicismo nasce a Napoli, con gli scavi, e Milano è una città piena di neoclassico, non solo asburgico ma anche napoleonico. Ma anche gli economisti napoletani precedono quelli milanesi. L’economia e il sistema bancario moderno nascono a Napoli, con Antonio Genovesi e il Banco di Napoli, eppure finanza è sinonimo di Milano. Se la città lombarda è considerata la metropoli italiana per eccellenza non è perché lì c’è della Napoli sottotraccia ma perché con l’Unità è stato creato in modo scientifico il “triangolo industriale” Milano-Torino-Genova, strozzando il tessuto produttivo di Napoli e del Sud e trasferendo risorse e commesse in quel territorio in cui Milano ha poi vinto la sfida con la rivale Torino. È da quel dualismo, ingaggiato nel secondo Ottocento, che nacque la definizione “capitale morale”, che non è affatto riferita a Roma come pensiamo, ma alla città piemontese, prima capitale d’Italia e antagonista nella rincorsa al ruolo di città-guida del progresso italiano, o meglio, del Nord-Ovest. E quella definizione, pensate, la inventò un napoletano”.

– Nell’introduzione al libro lei parla di come non solo la politica ma anche la Chiesa e la Massoneria abbiano influenzato il percorso delle due città nella storia. Può spiegarci, in breve, in che modo?

“In realtà Chiesa e Massoneria sono due fattori essenziali della vita dell’intera Italia, e per secoli sono state in forte conflitto. È un tema troppo complesso per riassumerlo in poche parole ma è fondamentale evidenziare che l’Unità d’Italia fu un processo che mirò a depapalizzare Roma e a rendere l’Italia uno stato totalmente laico. Intento riuscito solo in parte, ma la Massoneria, non solo quella italiana, ebbe grande influenza nel processo risorgimentale. E allora basterà dire che Ferdinando II di Borbone strinse vincolo morale con papa Pio IX mentre la classe politica milanese preferì tollerare per convenienza l’alleanza con l’invisa Torino sabauda, quindi con la corte che assecondò le avversioni allo Stato Pontificio. Morale della favola, il legittimismo borbonico e quello del Papa, col potere temporale, crollarono uno dopo l’altro e da lì in poi la Massoneria fu decisiva per la crescita del “triangolo industriale” affermando, soprattutto a Milano, la supremazia della finanza sulla politica. Basterà leggere nel libro della fondazione della Banca Commerciale Italiana, che poi fece concorrenza al Banco di Napoli nel Meridione. I poteri forti si fecero largo nell’economia nazionale e guadagnarono la posizione di dominio nel settore del credito industriale. La Borsa di Milano fu designata per convogliare i capitali nelle imprese e le banche milanesi a fare da intermediarie di garanzia verso il pubblico. Così Milano, a fine Ottocento, divenne il centro della finanza italiana, mentre Napoli cresceva di abitanti ma si contraeva in quanto a occupazione e consumi, piombando in una crisi profonda”.

– Oggi si etichetta troppo facilmente Napoli come la città dell’inefficienza e dell’illegalità e, di contro, Milano gode della nomea di città “europea”. Al di là dei pregiudizi, in cosa e quanto Milano è davvero avanti rispetto alla città partenopea?

“Milano è l’unica città socialmente inclusiva d’Italia. È il punto di confluenza di forze, intelligenze e talenti. È luogo di opportunità per tutti. È l’unica grande città in cui la popolazione cresce; anche Torino ha smesso di farlo. Nel mondo moderno, in cui tutto va fatto subito e prima che lo facciano gli altri, Milano è l’unica città italiana che riesce a reggere il passo. Una città così ha la politica centrale a sospingerla. Pochi sanno che fu prima Torino a candidarsi per l’Expo 2015, sulla scia delle Olimpiadi invernali. Milano si accodò, e il Governo la preferì. E quindi altri soldi, altre infrastrutture, ma anche altri appalti e pure altre nefandezze a rinfrescare la memoria della Tangentopoli degli anni Novanta. Napoli non si è mai veramente rialzata dai grassi traumi della Seconda Guerra mondiale e incede affannosamente. Il tessuto produttivo è sostanzialmente impoverito e non c’è neanche più il Banco di Napoli ad ossigenare l’economia territoriale e a formare la classe dirigente. Napoli si svuota lentamente e trattiene i ceti più poveri, afflitti da problemi di disoccupazione e scarsa scolarizzazione. In queste condizioni, è facile cercare nell’illegalità e nella delinquenza una soluzione alle esigenze esistenziali. La colpa di tutto questo è della politica nazionale, che non fa nulla per risollevare davvero il Sud e arginare seriamente le mafie, il vero freno dell’economia territoriale, che invece rappresentano comodi e perversi ammortizzatori sociali”.

– Se Napoli era la Capitale morale pre-unitaria e Milano è quella post-unitaria: Roma, oggi, che tipo di Capitale è? Rappresenta davvero l’Italia?

“Roma è una capitale inerte, è uno scenario meraviglioso senza contenuti. È semplicemente la roccaforte della burocrazia di consumo e della Chiesa cattolica e non esercita alcuna spinta al superamento del dualismo Nord-Sud. Ma Roma non è neutra da oggi. Fu designata come capitale per i suoi antichissimi fasti imperiali, ma la città più importante, quando fu fatta l’Unità, era Napoli, che era anche la più popolata. Poi la città laziale è cresciuta a dismisura attorno al suo centro storico, ma non si è mai proposta come centro propulsivo e direttivo italiano, come Milano. E neanche come centro culturale, ruolo che svolge ancora, nonostante tutto, Napoli. La capitale d’Italia non può neanche rappresentare l’Italia, non come Parigi rappresenta la Francia e Londra l’Inghilterra, perché nella nazione dei dialetti e dei campanili non può risultare centrale nel policentrismo ed essere così invadente come le altre capitali da accentrare l’italianità, che è un concetto assai complesso”.

– Nonostante l’opinione pubblica non renda onore a Napoli, è innegabile che al Sud non ci sia lavoro: dall’inizio della crisi economica sono emigrati 161mila campani. Anche questo è il frutto di anni di politiche antimeridionali, è vero, ma purtroppo saperlo non consola né crea posti di lavoro. Cosa si sente di dire a chi va via costretto a cercare sogni lontano dalla propria terra?

“Di portare sempre con sé la propria identità, di essere napoletano in qualunque posto vada. E che non sia solo un atteggiamento spavaldo o simpatico ma una vera e propria consapevolezza. La napoletanità, cioè l’immensa cultura napoletana, va conosciuta a fondo. Io scrivo libri di cultura napoletana e di questione meridionale proprio perché la gente sappia quello che io non sapevo e che ho appreso spinto dalla mia indentità inespressa. La conoscenza genera indipendenza”.