Firenze sprofonda e Bartolomucci “rimprovera” un napoletano

Angelo Forgione   Antonio Bartolomucci, giornalista Mediaset, si ripete dopo la splendida performance giornalistica di Ginevra di metà aprile per il Tg5, allorché una donna stuprata in pieno centro gli fece tirar fuori dal cilindro uno sfogo di una sorridente sudamericana al grido di «Questa è Ginevra, non Napoli». Le proteste furono vibranti e il reporter reagì incolpando i partenopei di operare un «piagnisteo napoletano continuo».
Lo ritroviamo ora a Studioaperto (Italia 1) a verificare il clima di Firenze nel primo weekend dopo l’apertura della voragine sul Lungarno. Il servizio è tutto un ricamare sulla vocazione turistica della città, fino alle voci dei turisti stessi. Il primo, in ordine di montaggio, è un napoletano di Giugliano che lamenta l’assenza di manutenzione in una città che non dovrebbe permettersela. Bartolomucci, una volta riconosciuto l’accento, ne chiede la provenienza e, dopo un momento di esitazione, tira fuori l’osservazione che nulla a che fare con l’evento: «mi sa che anche a Napoli qualche voragine si è aperta». Qual è lo scopo della riflessione? Dire all’imbarazzato interlocutore, e ai telespettatori, che una critica del genere proprio lui, napoletano, non potrebbe permettersela. Bartolomucci, prima di rinforzare le sue accuse di vittimismo napoletano, potrebbe spiegare perché non ha chiesto la provenienza agli altri intervistati, ma solo al napoletano, e non ha rinfacciato a tutti le loro voragini. Già, perché gli sprofondamenti si verificano in ogni zona d’Italia.
Val la pena ricordare al cronista pugliese che le voragini a Napoli sono molto probabili, molto più che altrove, e non per carenze amministrative ma perché dovute alle plurisecolari cavità di una città partorita dalle sue viscere, il cui sottosuolo è stato oggetto nei secoli di scavo per la presenza di materiali rocciosi piroclastici idonei alla costruzione. Il Comune di Napoli ha censite oltre 900 cavità sotterranee, per una superficie complessiva di oltre 60 ettari. Un sottosuolo costituito da strati sovrapposti di terreno vegetale, lapilli, pozzolane, e roccia tufacea. In tutte le città, quando l’acqua interagisce coi materiali incoerenti trova ostacoli e crea avvallamenti in superficie; se si interviene in tempo si evitano i cedimenti, altrimenti tutto collassa, come avvenuto a Firenze. A Napoli ciò non avviene, e non c’è neanche modo di accorgersi se un problema sta per verificarsi, perché nel suo sottosuolo ci sono anche le cavità, le catacombe e i pozzi degli antichi acquedotti del Carmignano e della Bolla. Qui l’acqua, che tendenzialmente tende a scendere, trova sempre una via di sbocco verso un pozzo, portando con sé i materiali sovrastanti il tufo, creando dei vuoti su cui collassano strade (e talvolta, purtroppo, qualche palazzo). Napoli è peculiare anche in questo, e il suo sottosuolo è molto più complicato che altrove. Tenere  le condutture dei sottoservizi in buona manutenzione può non bastare ad evitare quello che altrove è più certo con un corretto monitoraggio. Solo Roma e Cagliari, anch’esse ricche di cavità, hanno simili caratteristiche di fragilità e identiche problematiche, più esposte di altre città.
Il fatto è che il problema di Firenze si poteva evitare. Bartolomucci lo sa, anche se ha sempre in testa Napoli, ma non i suoi musei altrettanto primari e le sue invidiabili bellezze. Forse non conosce il MANN, il più importante museo d’Europa per l’archeologia classica, nonché il più antico in assoluto.

Solita storia, lo Scudetto resta al Nord. È il n. 104!

Angelo Forgione Scudetto numero 32 per la Juventus. E la ripartizione dei diritti televisivi del Calcio (tabella a lato), primaria fonte dei bilanci dei club italiani, continua a rappresentare un grande limite alla competitività della Serie A. Finché sarà assegnata in base ai bacini d’utenza, cioè al numero dei tifosi, il club bianconero, più di Milan e Inter, otterrà la fetta più grossa e beneficerà del grande seguito dell’Italia bianconera, Sud compreso. Qualcuno, per cambiare la storia, studia la modifica del sistema, proponendo il parametro della densità popolativa delle città al posto dei bacini d’utenza (frutto di sondaggi e non di censimenti), e l’aumento della percentuale da dividere in parti uguali (oggi il 40% della torta).
Tratto dal ‘Brigantiggì’, il mio commento all’epilogo del campionato italiano di Calcio, vinto ancora una volta dalla Juventus, tra limiti strutturali e caratteriali di Napoli e Roma ed errori arbitrali.

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Esposto a Parigi il presunto Caravaggio napoletano ritrovato

caravaggio_napoletanoAngelo Forgione Un’abitazione di contadini di Tolosa perde acqua e la riparazione porta alla luce un dipinto del Seicento perfettamente conservato, nascosto nell’intercapedine del sottotetto. È accaduto nel 2014 ma solo ora il quadro è stato mostrato alla stampa, per la prima volta, a Parigi. Potrebbe trattarsi dell’opera Giuditta che decapita Oloferne dipinta a Napoli dal Caravaggio nel 1604 e poi andata dispersa. In attesa delle perizie che potrebbero portare all’attribuzione, il Ministero della Cultura francese ha disposto che la tela non esca dal territorio nazionale. Se dovesse essere del Merisi, potrebbe avere un valore di 120 milioni di euro.
L’attribuzione sarebbe confermata da una copia dell’epoca realizzata da Louis Finson, appartenente alla collezione del Banco di Napoli ed esposta a Palazzo Zevallos di Stigliano a Napoli. L’esistenza dell’originale sarebbe nominata proprio nel testamento del pittore fiammingo, nato a Bruges e morto ad Amsterdam, che trascorse alcuni anni a Napoli e fu amico stretto del Caravaggio.
Ma come è andato disperso il quadro napoletano del grande artista lombardo? Il Merisi dipinse la prima Giuditta che decapita Oloferne a Roma nel 1602, oggi conservata a Palazzo Barberini. Nel 1606 scappò dai territori vaticani per un omicidio commesso e approdò a Napoli. Qui si perfezionò frequentando le accademie scientifiche napoletane, le uniche che approfondivano segretamente le conoscenze anatomiche proibite dalla Chiesa. Caravaggio produsse molte opere in città e fecondò la pittura barocca del Seicento. Nel 1607 dipinse nuovamente la Giuditta che decapita Oloferne, nella versione napoletana. Poco dopo partì per Malta e lasciò delle opere ai suoi amici nordici Louis Finson e Abraham Vinck, pittori, anche loro interessati alla pittura locale. Uno di quei dipinti era proprio la Giuditta che decapita Oloferne. Tornando da Malta, Caravaggio ripassò per Napoli, dove apprese di aver avuto la grazia dal Papa, cosa che gli consentiva di rientrare a Roma. Prese alcuni quadri da donare al Pontefice e affidò ai suoi amici pittori a Napoli alcune opere da conservare, tra cui Giuditta e Oloferne, che avrebbe ritirato tornando in seguito a Napoli. Ma a Napoli non sarebbe più tornato e quelle opere non le avrebbe mai riprese. Finson realizzò una copia del dipinto sicuramente non prima del 1607, a Napoli, e poi lasciò la città, portandosi via i quadri del Caravaggio. ormai morto. Da allora del Giuditta e Oloferne si persero le tracce.
Nel 1957, dalla collezione del Banco di napoli, spuntò la copia del dipinto di Finson, oggi in mostra a Palazzo Zevallos di Stigliano. E poi, nel 2014, il ritrovamento di Tolosa.
Per Nicola Spinosa, grande esperto d’arte, di pittura napoletana e di Caravaggio (ex soprintendente del Polo Museale di Napoli), nel quadro ritrovato a Tolosa è evidente la mano del Merisi. C’è invece chi ritiene che non si tratti affatto di Caravaggio, come Daniele Radini Tedeschi, altro specialista del Merisi, che la accosta più ai suoi discepoli napoletani per via di una marcata impronta satirica. In ogni caso, il dipinto potrebbe appartenere a Napoli, dove fu fecondata la pittura del Seicento e dove, a differenza di altre città, gli artisti avevano la possibilità di migliorare le conoscenze anatomiche. Se la provenienza partenopea fosse accertata, sarebbe auspicabile che il Governo italiano si attivi affinché l’opera sia restituita a Napoli (già spogliata di opere d’arte da giacobini e napoleonidi). Caravaggio o epigono che sia.

Renzi là dove gli italiani spararono sui napoletani: «tornare orgogliosi di far parte dell’Italia»

Angelo Forgione Certo che è proprio strana l’Italia. Oggi la guida un fiorentino di mezz’età che prima taglia risorse al Sud e poi, con buone parole, predica il riscatto nazionale; che invita gli italiani a «tornare ad essere innamorati di un Paese che nel mondo è stato famoso per la sua storia»; che chiede di essere supportato nella partita del turismo, inteso come «elemento di cultura politica e di orgoglio nazionale». È una strategia condivisibile quella di Matteo Renzi, se di strategia si trattasse e di non sola propaganda. Lo vedremo in futuro, ma intanto è necessario che il leader del Governo nazionale si prepari meglio, ora che esercita una certa presenza sui vari territori. «Il museo, due secoli fa – ha detto Renzi a Portici (nel video al minuto 5:58) – era una delle tappe del Grand Tour. C’era una élite che studiava per mesi e che sapeva che doveva fare Venezia, Firenze e Roma, e che se non si faceva non era un pezzo della formazione […]». Cancellate Napoli, patria del  Neoclassicismo, e la Sicilia dalle tappe del viaggio sette-ottocentesco. È così che si parla di turismo alla platea napoletana di Pietrarsa.
Ascolti il premier confermare che Napoli non la conosceva, e ora la conosce perché i suoi viaggi istituzionali lo hanno condotto a scoprire le sue bellezze. Dopo la prima volta agli scavi di Pompei e alla Reggia di Caserta, è stata la volta della prima volta al Museo nazionale e parco di Capodimonte e al Museo nazionale ferroviario di Pietrarsa. E proprio da lì, chiudendo gli Stati generali del Turismo, il Primo Ministro ha affermato che «Napoli e tutto il Paese devono tornare a sentire orgoglio di far parte dell’Italia». Sì, proprio da lì, luogo simbolo di una Napoli produttiva piegata e della colonizzazione meridionale, lì dove venivano costruite locomotive, rotaie, caldaie per navi e tutto quello che serviva per il primo sviluppo industriale dell’antico Regno del Sud, interrotto a tavolino dalle politiche del Regno d’Italia, che non esitò ad armare bersaglieri, carabinieri e guardia nazionale per sparare sugli operai in rivolta mentre difendevano la propria fabbrica e il proprio lavoro. Se Renzi, nel suo discorso, avesse chiesto scusa ai napoletani, per quella e per altre ferite sempre aperte, forse sarebbe apparsa meno lunga la strada per ricongiungerli al comune sentimento nazionale, ammesso che esista. Già, perché l’orgoglio partenopeo è realtà sempre crescente, e viene prima d’ogni cosa, ma l’orgoglio italiano di cui parla Renzi non esiste e mai è esistito.
«Dev’essere un pezzo dell’orgoglio della mia identità sapere che se sono nato a Firenze, a Napoli o in alti posti del nostro Paese. Questa realtà fa parte del nostro DNA», ha aggiunto Renzi. Giusto, giustissimo, perché proprio questo significa essere culturalmente unitaristi. Riconoscere la cultura dei grandi centri storici dello Stivale è il primo passo per provare a costruire l’identità nazionale mai esistita (altro che “tornare” ad esser orgogliosi; NdR), che non può essere quella proposta ancora oggi con ostinazione, un retaggio della cultura massonica post-risorgimentale, che prevedeva l’affermazione di una romanzata Storia Patria di tutti, riempita di un tronfio spirito dei miti fondanti della Nazione e delle battaglie che avevano condotto all’indipendenza. L’istruzione fu nel 1861 la prima cura della nuova Italia tutt’una, col preciso intento di annientare le culture locali e affermarne una sola, di fatto inventata, che era piemontese e non apparteneva che al Piemonte. Ancora oggi siamo tutti, da Bolzano a Pantelleria, “vigilati” da statue, busti e toponimi dei ladri della Patria. Ogni zona della Penisola ha invece la sua cultura, in modo più eterogeneo che in ogni altro paese del mondo. Bisognerebbe lasciare ad ogni territorio la rivendicazione della propria identità, riconoscendola. Soprattutto in ottica turistica, che è un’ottica settentrionalista, come conferma lo stesso Renzi con la sua riflessione sul Grand Tour di un tempo. E lo confermano persino i souvenir che in certe zone d’Italia si vendono ai viaggiatori, spesso stranieri. ombrelloApri un ombrello con l’Italia turistica vista dai toscani: Firenze, Pisa, Siena, Roma, Venezia e Milano. Il Sud sparisce completamente. Niente Napoli e Palermo, Lecce o Catania, ma due volte raffigurate Firenze e Pisa. Anche così si capisce perché il premier fiorentino Renzi, solo per compiti istituzionali, sia sceso per le sue “prime volte” nei luoghi delle meraviglie di Napoli.

Le città meridionali le più trafficate per TomTom. Al Sud si esce più di sera

A dispetto di quanto dice il rapporto INRIX Traffic Scorecard sui livelli di congestione stradale delle città nel mondo, secondo cui Milano è di gran lunga la città più trafficata in Italia, per TomTom traffic index sono invece gli automobilisti palermitani ad aver trascorso più tempo in auto nel 2015. 147 ore in coda in mezzo al traffico, un tempo che farebbe del capoluogo siciliano la città la più trafficata d’Italia. Lo studio di TomTom si basa sul rilevamento dei dati di percorrenza reali misurati sull’intera rete stradale di 295 città, 77 in più rispetto allo scorso anno, in ben 38 paesi.
Palermo, col 41% di congestionamento, è la prima in Italia, la quarta assoluta in Europa, dietro solo a Lodz (54%), Mosca (44%) e Bucarest (43%), e undicesima nel mondo. Al secondo posto nazionale c’è Roma col 38% (nona in Europa / diciannovesima nel mondo), seguita da Messina al terzo col 35% (sedicesima / trentottesima), Napoli al quarto col 31% (trentaduesima / sessantacinquesima), Milano al quinto col 29% (quarantesima / ottantatreesima), Catania al sesto col 26% (cinquantottesima / centosedicesima) e Bari al settimo col 25% (sessantasettesima / centotrentaduesima). Seguono Bologna, Firenze e Torino a chiudere le prime dieci.

Un quadro da cui emerge il maggiore congestionamento del Sud, con una forte presenza di città meridionali nella ‘top ten’. Ma a ben guardare i picchi di traffico, le città meridionali sono più trafficate di sera. I picchi notturni sono infatti più alti di quelli diurni a Messina (+1%), a Bologna (+1%), a Palermo (+4%), a Catania (+4%), a Bari (+5%) e soprattutto a Napoli (+9%). Rapporto inverso a Roma (-8%), a Milano (-7%) e a Torino (-3%). La classifica diurna vede in vetta Roma (73%), seguita da Palermo (62%), Milano (59%), Messina (50%) e Napoli (47%). In quella notturna è Palermo in testa (66%), poi Roma (65%), Napoli (56%), Milano (52%) e Messina (51%). Alla luce di questi dati si evince che è verosimilmente la maggior predisposizione alla vita notturna dei meridionali a porre le loro città in alta classifica, in particolar modo a Napoli.

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Bellenger: «Napoli scientificamente boicottata dal circuito turistico internazionale»

Angelo Forgione «C’è una organizzazione internazionale che, con precisione spaventosa, tiene fuori Napoli dal circuito turistico». L’ha dichiarato Sylvaine Bellenger, direttore del Museo Nazionale di Capodimonte in un’intervista di Anna Paola Merone per il Corriere del Mezzogiorno.
Ci ha messo poco il francese a capire che c’è un corto circuito turistico che non consente a Napoli di sprigionare tutto il suo potenziale. Un problema evidenziato già nel mio libro Made in Naples (Magenes, 2013). Le responsabilità ricadono evidentemente sui tour-operators internazionali, che portano turisti a Roma e spremono i dintorni di Napoli, evitando di evidenziarne le bellezze. E il Governo ci mette del suo: ottimizzare Pompei e Caserta non vuol dire aumentare l’offerta napoletana ma quella romana. Franceschini ha prennunciato un collegamento tra gli scavi di Pompei e l’Alta Velocità, con tanto di nastro trasportatore e ponti di vetro per ridurre a 90 minuti di treno la distanza da Roma. Ma una stazione che porta i turisti direttamente negli scavi e con altrettanta velocità li riporta nella Capitale non sarebbe che un’ulteriore penalizzazione per Pompei e Napoli. Stesso discorso per Caserta, appena entrata nelle attenzioni del Governo dopo i lusinghieri dati sugli afflussi nei musei statali. Ecco spiegato il nuovo interesse per i due tesori attorno il capoluogo dei tesori semi-sconosciuti.
Il primo porto crocieristico d’Italia è quello di Civitavecchia, ossia Roma, verso cui partono centinaia di autobus turistici ogni giorno. Qualcuno va a Pompei. Il risultato è che tra Lazio e Campania, prima e seconda regione per numero di afflusso museale, passano quasi 13 milioni di biglietti staccati. Una voragine!
La città d’arte meta del “Grand Tour” Sette-Ottecentesco, quella col centro storico UNESCO più vasto d’Europa, ricca di tesori e attrattive monumentali, paesaggistiche e non solo, al centro di una macro-zona turistica senza rivali al mondo, deve necessariamente uscire dall’orbita di Roma per aumentare il volume del turismo stanziale. Cosa fare? Pretendere di migliorare i collegamenti locali tra i siti di rilevante interesse turistico (Circumvesuviana in testa); migliorare l’offerta alberghiera; attivare una cabina di regia regionale per diffondere in modo adeguato l’immagine del territorio e agire sui tour-operators internazionali.tratto da Made in Naples (Magenes, 2013)

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Carlo Panella: «Porcate di Colonia come in Sicilia». Ma i dati lo contraddicono.

Angelo Forgione Bufera siciliana sulla Rai per una frase dello scrittore Carlo Panella. Durante la trasmissione Uno Mattina In Famiglia di sabato 16 gennaio, il genovese ha commentato i presunti stupri di massa a Colonia sostenendo che «dietro Colonia c’è la dinamica del branco, un gruppo di maschi ubriachi, testosterone, che fanno le porcate che facevano i maschi in Sicilia e che forse fanno ancora in Sicilia» (clicca qui per guardare il video).
Movimenti e associazioni siciliane in rivolta, con pretesa di scuse da parte di Panella e indignazione per il conduttore Tiberio Timperi per non aver fermato quello che viene definito “delirio razzista”, ma anche per l’assenza di replica da parte dell’avvocata palermitana Giulia Bongiorno, presente in studio.
Non si può non condividere l’idignazione dei siciliani. Anche perché i dati sulle violenze sessuali, riferiti agli ultimi dieci anni, condannano il Nord (58%) più che il Sud (7%) e le Isole (13%). Qualche mese fa li ha snocciolati proprio in Rai, alla trasmissione Superquark, il professor Emmanuele Jannini, docente di Endocrinologia all’Università di Roma Tor Vergata. «Ci siamo resi conto – ha detto Jannini – che, contrariamente a quello che pensavamo, il Nord è il posto dove è più pericoloso essere donna, mentre il Sud è il fanalino di coda. I dati sono motivati probabilmente dalle diverse influenze culturali nella società settentrionale».
Anche i dati europei riportati in un’indagine condotta dall’Agenzia europea per i diritti fondamentali dicono che gli abusi di genere sono più diffusi nell’Europa del Nord: al vertice della classifica infatti troviamo la Danimarca (con il 52% di donne che raccontano di avere subìto violenza fisica o sessuale dall’età dei 15 anni), la Finlandia (47%) e la Svezia (46%). A seguire i Paesi Bassi (45%), Francia e Gran Bretagna (44%), mentre l’Italia si piazza al diciottesimo posto (27%). Un po’ come per suicidi e uso di psicofarmaci, il dato dimostra che più ci si approssima alle aree nordiche ricche e più l’incidenza del fenomeno aumenta.
Non si può non considerare, infine, che la cultura maschilista italiana è oggi incarnata dall’offensiva visione della donna diffusa delle tivù di Berlusconi e dalle sue lussuose avventure extra-politiche. E se vogliamo andare agli albori della Nazione, è bene ricordare che i primi stupri d’Italia li commisero Bersaglieri e Carabinieri del Regno di Sardegna, (comprendente la Genova di Panella) ai danni delle donne del Sud, in nome del disprezzo etnico e della diversità culturale. «Contrariamente a quel che pensavamo», dice il professor Jannini. Contrariamente a quello che pensa e dice Panella.

Renzi a Caserta, meglio di Cavour

renzi_stuporeAngelo Forgione Il presidente del Consiglio Matteo Renzi si è recato alla Reggia di Caserta per la riconsegna degli ambienti utilizzati sin dall’immediato dopoguerra dalla scuola specialisti dell’Aeronautica Militare alla direzione del palazzo vanvitelliano. Il Premier-prodigio, accompagnato dai ministri della Cultura e della Difesa, Dario Franceschini e Roberta Pinotti, ha visitato le sale che verranno riassegnate e poi, dopo lavori di adeguamento, saranno dedicate alla destinazione museale ed espositiva. Tour in tutto il Real Palazzo, e sul quaderno degli ospiti illustri immortalata tutta la sua meraviglia: “Sorpreso e stupito da tanta bellezza, abbiamo la responsabilità storica di garantirla in futuro”.
Poi conferenza stampa nel Real Teatro di Corte, aperta con una candida confessione: «È un luogo incredibile! Io qui non c’ero mai stato. Vorrei invitare i giornalisti ad avere lo stesso stupore per tanta bellezza di cui non ci rendiamo conto». Il Premier, alzando gli occhi alla volta affrescata del Teatro vanvitelliano, non ha fatto mistero di non aver mai messo piede in uno dei principali siti della Cultura del Paese, il monumento universale che il Sud dell’Italia ha regalato al mondo, chiedendo ai giornalisti di stupirsi come lui. Un’ammissione pubblica negli ambienti che Luigi Vanvitelli volle più belli della prima sala barocca del Real Teatro ‘San Carlo’ e che fece da palestra formativa per il collaboratore Giuseppe Piermarini, il quale sarebbe poi andato ad applicarne il modello nella Milano asburgica, con quella nuova chiave neoclassica vanvitelliana che consentì all’epigono Antonio Niccolini di raggiungere l’apice nella nuova sala sancarlina di Napoli. Forse ai giornalisti ha stupito più l’ammissione di Renzi che non l’evidente magnificenza della Reggia, ma al capo dell’esecutivo non dev’essere sembrata una gran lacuna quella appena colmata. «Dicevano che non venivo mai In Campania. Prima a Pompei, poi oggi a Caserta, e verrò anche a Napoli. Finirà che il Governatore De Luca mi caccia». Poco male per un quarantunenne Primo Ministro, inevitabilmente sollecitato dai promettenti numeri appena sfornati sulle presenze museali in Campania e ora, magari, un po’ più curioso del mondo della cultura meridionale di quanto non fu il suo predecessore Camillo Benso, il quale unì l’Italia dopo aver visitato Londra, Edimburgo e Parigi, ma mai Napoli, Roma e Palermo. Farà bene Renzi a conoscere veramente Napoli, le eredità del suo Regno e di tutta la sua storia trimillenaria che sono tra i veri motivi del suo valore per l’umanità e del suo fascino all’estero, e non certo la Bagnoli deturpata dalle acciaierie da sottrarre al degrado e alla propaganda politica.

Nel 2015 record per i musei italiani

Campania seconda regione. +16% per la Reggia di Caserta, +12% per Pompei.


Il Ministro dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, Dario Franceschini ha presentato al Comitato permanente del turismo, riunitosi al Collegio Romano, tutti i numeri dei musei italiani del 2015. 42.953.137 visitatori in totale, contro i 40.744.763 del 2014 e i 38.424.587 del 2013.
Il Lazio (19.750.157 ingressi e 62.838.837€ di introiti) è la regione leader, con Roma che continua a fare da polo attrattivo internazionale, ma subito dietro si piazza la Campania (7.052.624 visitatori e 35.415022 € di introiti) delle potenzialità solo parzialmente espresse. Sul terzo gradino del podio la Toscana (6.738.862 visitatori e 29.890.419 € di introiti). Poi il Piemonte (1.903.255 visitatori e 10.829.653 € di introiti), la Lombardia (1.552.121 visitatori e 5.656.677 € di introiti) e il Friuli Venezia Giulia (1.194.545 visitatori e 1.151.233 € di introiti).
I tassi di crescita più elevati, in termini di visitatori, si sono registrati, in Basilicata (+13%) in Piemonte (+10%), in Emilia Romagna (+9%), in Campania (+7%), in Puglia (+5%) e in Toscana (+3%). In termini di introiti, invece, l’incremento massimo è stato per il Piemonte (+61%), seguito da Basilicata (+37%), Puglia (+44%), Toscana (+19%), Campania (+13% gli introiti) ed Emilia Romagna (+11%).
I dieci luoghi della cultura più visitati nel 2015 sono stati: il Colosseo (6.551.046 visitatori); gli Scavi di Pompei (2.934.010); gli Uffizi (1.971.596); le Gallerie dell’Accademia di Firenze (1.415.397); Castel S.Angelo (1.047.326); il Circuito Museale Boboli e Argenti (863.535); il Museo Egizio di Torino (757.961); la Venaria Reale (555.307), la Galleria Borghese (506.442); la Reggia di Caserta (497.158). Tra i primi dieci siti, l’unico a far segnare un dato inferiore al 2014 è la Venaria Reale (-4%), nonostante il grande dato del Museo Egizio di Torino (+33%). Il sito reale dei Savoia è incalzato dal più importante vanvitelliano dei Borbone (+16%), che riduce lo scarto da 145.198 a 58.149 visitatori.
A seguire, Villa D’Este (439.468), la Galleria Palatina di Firenze (423.482), il Cenacolo Vinciano (420.333), il Museo Archeologico Nazionale di Napoli (364.297), il Museo Nazionale Romano 356.345), gli Scavi di Ercolano (352.365), le Cappelle Medicee (321.043), gli Scavi di Ostia Antica (320.696), il Polo Reale di Torino (307.357), Paestum (300.347), il Museo Archeologico di Venezia (298.380) e le Gallerie dell’Accademia di Venezia (289.323).
Tra i luoghi della cultura gratuiti primeggia il Pantheon che è stato visitato da un milione di persone in più rispetto allo scorso anno; a seguire il Parco di Capodimonte e il Parco del Castello di Miramare di Trieste.
Nei dati non sono riportati il risultati di Sicilia, Valle d’Aosta e Trentino Alto Adige, regioni a statuto speciale (ma lo sono anche la Sardegna e il Friuli V.G.) che gestiscono autonomamente i beni culturali.
“Quello che si è appena concluso – ha detto Franceschini – è stato l’anno d’oro dei musei italiani. Circa 43 milioni di persone hanno visitato i luoghi della cultura statali generando incassi per circa 155milioni€ che torneranno interamente ai musei attraverso un sistema premiale che favorisce le migliori gestioni e garantisce le piccole realtà. Per la storia del nostro Paese è il miglior risultato di sempre, un record assoluto per i musei italiani, – ha aggiunto Franceschini – e anche rispetto al 2014, anno in cui si erano registrati numeri erano molto positivi, la crescita dei visitatori e degli incassi è significativa: +6% i visitatori (pari a circa +2,5milioni); +14% gli incassi (pari a circa +20milioni€); +4% gli ingressi gratuiti (pari a circa +900mila). E non siamo in presenza di una tendenza internazionale, anzi siamo in controtendenza se si guarda ai dati usciti sulla stampa estera oggi. In Italia, grazie anche alle nuove politiche di valorizzazione, prime fra tutte le domeniche gratuite, gli italiani sono tornati a vivere i propri musei. Un riavvicinamento al patrimonio culturale – conclude Franceschini – che educa, arricchisce e rende consapevoli i cittadini della magnifica storia dei propri territori”.

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Il Napoli come Napoli, regine d’inverno

Angelo Forgione Giro di boa della Serie A 2015/16, e il Napoli è davanti a tutte. Due vittorie convincenti alla ripresa, la tanto temuta ripresa dopo la pausa natalizia, e la squadra azzurra si è presa la testa, nuovamente. Incalza la Juventus, appaiata all’Inter, ma con un’inerzia decisamente diversa da quella dei nerazzurri, partiti di slancio e poi ripresi dalle due squadre più lente nell’uscire dai blocchi di partenza. Sì, perché Napoli e Juventus, alla quinta giornata, erano ai posti 12 e 13, lontane 9 e 10 punti dall’Inter. La sensazione netta è che il nome della squadra campione d’Italia verrà fuori da questo terzetto, precluso alla Fiorentina degli inciampi e all’arenata Roma.
Ma se la posizione della Juventus non desta sensazione, stupisce quella del Napoli, più per il gioco espresso che non per la classifica. Il fatto è che la squadra si diverte agli allenamenti, scende in campo per vincere ma senza la pressione di chi deve farlo per missione. Poi vince, stravince e fa divertire, e va pure a festeggiare coi propri tifosi. L’idillio è palese, l’afflato pure. Il fatto è che l’amore che i calciatori fanno coi propri tifosi si consuma ad ogni vittoria, non solo contro le più blasonate rivali storiche. Con il Frosinone come contro la Juventus. Non c’è in ballo la vittoria che vale una stagione ma la stagione che vale una vittoria. Si guarda a Maggio, flirtando con lo scudetto. Ma intanto si amoreggia in casa. È un’energia sessuale che fluisce ininterrottamente, che risplende in quella danza di fine partita, coi calciatori e i tifosi che si guardano occhi negli occhi, saltellando e battendo le mani. È una tarantella del pallone, una danza erotica dopo l’orgia del campo che propizia quella del trionfo finale. Qualcuno ammonisce sulla perniciosità del rito orgiastico, non conoscendo la natura dell’energia partenopea, che non conosce polarità. Tutti danno, tutti ricevono. Solo chi si immerge in questa vitalità può capirla. Un certo Ibrahimovic Zlatan, giramondo del pallone, Re senza regno, c’è riuscito per caso, catapultato sul prato del ‘San Paolo’ per accompagnare Ciro Ferrara ai chiodi per le scarpette in un lontano giorno di giugno del 2005. Si ritrovò nel cratere di un vulcano in eruzione, e fu marchiato a fuoco. I suoi occhi videro Maradona, Re dei re, in maniche di camicia, anche se tondo e pieno come il San Paolo, riabbracciato e asfissiato dai napoletani. Una bolgia infernale. E un pensiero nato quella sera nel fuoriclasse svedese, nomade del pallone: far impazzire il ‘San Paolo’ e prendersi, un giorno, quell’energia. Lo confidò ai suoi compagni della Juventus che dominava prima di finire in polvere e vergogne, mentre il Napoli annaspava in Serie C, destinato ad essere frenato dall’Avellino. Lo svedesone lo disse anche al suo manager, Mino Raiola: «Un giorno piacerebbe pure a me essere accolto come Maradona. Non posso concludere la mia carriera senza aver giocato con la maglia del Napoli». Avrebbe giocato nell’Inter, nel Milan, nel Barcellona, nel Paris SG. Desiderio azzurro mai realizzato, perché sogni e soldi, nel Calcio moderno, difficilmente si sposano. Zlatan è a Parigi, nel nuovo El Dorado del pallone, dove ingrossa il suo conto in banca, come Edinson Cavani, che il trono di Maradona lo ereditò e poi lasciò il regno dell’amore per quello del danaro. E dalla fredda Parigi, recentemente, ha chiarito: «La realtà è che oggi devo rendere al massimo per il PSG, ma Napoli rimane nel mio cuore». Come dire: “i soldi mi hanno portato qui, lontano da dove ho lasciato il cuore”. Percorso inverso per Pepe Reina, che pure ha conosciuto il calore di Barcellona e Liverpool, ma il suo cuore si è fermato a Napoli. Dodici mesi in prestito per rimpiangerla da Monaco di Baviera, e poi il ritorno tanto voluto, dopo tante fughe di piacere e continui tweet in napoletano. Stipendio ridotto da 4,2 milioni all’anno a 2,8 pur di riabbracciare Partenope: “Napoli è felicità, sono tornato per questo, è il posto giusto per me e la mia famiglia, dopo un anno non abbiamo resistito”.
Napoli che vince e festeggia le vittorie si prende la copertina di metà percorso, effimera ma benaugurale. Squadra che cerca di sovvertire il pronostico, le statistiche, la storia e l’ordine precostituito, che cerca di piegare il Nord del Calcio, che lavora al colpo di Stato. E già si alza da lontano lo stantio refrain del riscatto cittadino, come se il Calcio avesse il potere di risolvere i problemi sociali. Il fatto è che Napoli, nonostante tutto, vince non solo nel Calcio. È la città che, silenziosamente e senza doping governativo, ha fatto registrare il maggior incremento turistico d’Italia nell’ultimo anno, con gran picco nel recente mese di Dicembre, ricomponendo il quadrilatero storico (con Roma, Firenze e Venezia) amputato dal colera del 1973. Non dovrebbe essere una sorpresa, ma è l’ingiusta propaganda che si continua a proporre della città vesuviana a far gioire e sperare per il futuro. Napoli che conquista le vittorie con le sue forze, tra le difficoltà. Napoli che se la vivi ti innamori, proprio come la sua squadra. Napoli che può vincere.