Un quadro da cui emerge il maggiore congestionamento del Sud, con una forte presenza di città meridionali nella ‘top ten’. Ma a ben guardare i picchi di traffico, le città meridionali sono più trafficate di sera. I picchi notturni sono infatti più alti di quelli diurni a Messina (+1%), a Bologna (+1%), a Palermo (+4%), a Catania (+4%), a Bari (+5%) e soprattutto a Napoli (+9%). Rapporto inverso a Roma (-8%), a Milano (-7%) e a Torino (-3%). La classifica diurna vede in vetta Roma (73%), seguita da Palermo (62%), Milano (59%), Messina (50%) e Napoli (47%). In quella notturna è Palermo in testa (66%), poi Roma (65%), Napoli (56%), Milano (52%) e Messina (51%). Alla luce di questi dati si evince che è verosimilmente la maggior predisposizione alla vita notturna dei meridionali a porre le loro città in alta classifica, in particolar modo a Napoli.
Archivio dell'autore: Angelo Forgione
155 anni di retorica e bugie che non accennano a finire
Angelo Forgione – Proclamato ‘Festa nazionale’, il 17 marzo non lo festeggia nessuno, e nessuno ricorda né cosa ricorra né che lo si festeggi. Così è lo spirito patriottico italiano, figlio dell’operazione di ingegneria sociale operata dal 1861 in poi con l’invenzione di una storia nazionale mai esistita. Sempre meno sono le persone che credono alle gesta eroiche dei padri della Patria italiana e sempre più sono i consapevoli che trattasi di ladri della patria napolitana. A Napoli si dice «Chi ha avuto, ha avuto, ha avuto… chi ha dato, ha dato, ha dato… scurdámmoce ‘o ppassato…», e ce lo saremmo evidentemente messo alle spalle se non fosse cambiato nulla, e mai, in questi 155 anni. Oggi tocca ancora ascoltare Matteo Renzi, successore di Camillo Benso di Cavour, “minacciare” che il Sud se lo riprenderanno pezzo dopo pezzo, ma dopo averlo completamente smontato, e che lo riporteranno al ruolo di guida del Paese, come nel 1860. Proclami vuoti e pieni di retorica, mentre il suo esecutivo di Governo, nonostante apparenze e pomposa propaganda, è tra i più decisi nel tagliare risorse e investimenti nel Mezzogiorno.
Cassa Armonica, dietrofront: tornano i vetri colorati!
Angelo Forgione – Missione compiuta! La Cassa Armonica della Villa Comunale riavrà i vetri colorati gialli e verdi, rimossi nel 2012 con la pensilina perimetrale in occasione delle World Series di America’s Cup e sostituiti durante il restauro con altri di colorazione neutra. Quando a Gennaio iniziò il montaggio delle nuove lastre, mi fu facile verificare che si stesse commettendo un errore, nonostante il Comune dichiarasse di aver seguito il progetto originale e che i vetri colorati fossero una soluzione recente. Con attenta ricostruzione, inviata a enti competenti e stampa locale, dimostrai il contrario, portando a testimonianza l’illustrazione proposta sulla prima pagina dalla pubblicazione L’Illustrazione Italiana del 28 luglio 1878, in cui si presentava “il nuovo chiosco Cassa-Armonica” appena realizzato, ma anche delle ingiallite immagini in bianco e nero di inizio Novecento, in cui era evidente la doppia colorazione della pensilina circolare. Anche la simulazione fotografica comparativa della Cassa Armonica colorata e non (in basso), che realizzai per dimostrare il pessimo risultato che avrebbe prodotto la lavorazione in corso, ha fatto la sua parte, usata come “avvertimento” da quotidiani e comitati di protesta, autori nel frattempo di un ricorso inoltrato al MiBact.
L’assessore all’Urbanistica del Comune Carmine Piscopo, però, ha informato di non aver avuto alcun ordine da Roma ma di aver agito in base alla verifica della documentazione visiva di fine Ottocento, come conferma pure il Soprintendente Luciano Garella, che ha annunciato di aver approvato il dietrofront dopo aver verificato proprio i documenti d’epoca, in particolare un articolo che riferiva dell’inaugurazione della Cassa Armonica in cui era perfettamente indicata la policromia. Verosimilmente proprio il documento che proposi a testimonianza.
Le operazione di correzione del restauro sono già iniziate. La domanda, però, è una sola: non si potevano verificare i documenti visivi del 1878 prima di sbagliare, così da evitare proteste, brutte figure, marce indietro, tempo e soldi sprecati?
Pizza margherita tra verità e stereotipi: «a Napoli qualcuno è mariuolo»
Angelo Forgione – Non può che rallegrarmi, per evidenti motivi, che l’opera di demolizione del falso storico circa la pizza ‘margherita’, ingannevolmente inventata per la regina Margherita di Savoia, avanzi in modo spedito, talmente spedito che le narrazioni storiche iniziano a dare ormai per certo che si tratti di una romantica storiella utile, nel post-colera ottocentesco, a convincere gli italiani che l’acqua di Napoli, grazie al nuovo acquedotto del Serino, che aveva sostituito gli antichi acquedotti tufacei, non costituiva più un problema e la pizza non rappresentava più un temibile veicolo di contagio.
Fa oltremodo piacere notare che anche i discendenti – si fa per dire – della Real Casa sabauda inizino a confessare che la pizza napoletana ‘a margherita’, poi divenuta la regina delle pizze, non sia affatto un’invenzione dedicata alla loro sovrana ma semplicemente un omaggio di qualcosa di già esistente per ricamarci su una narrazione di stampo pubblicitario e rilanciare un alimento nato dalla rivoluzione agricola attuata da Ferdinando di Borbone tra la Real Tenuta di Carditello e i territori di San Marzano, i cui frutti [mozzarella e pomodoro] si incontrarono a Napoli, alla fine del Settecento, su un disco di pasta da cuocere in forno.
E però sembra che ci debba scappare comunque il più scontato dei luoghi comuni quando a ricostruire la verità è proprio un torinese. Come nel caso di Federico Francesco Ferrero, gourmet e nutrizionista piemontese, ospite alla trasmissione Kilimangiaro – Tutto un altro mondo di Rai Tre del 13 marzo, in onda proprio dagli studi di Napoli. Accade che Camila Raznovich, conduttrice milanese, gli chieda di Raffaele Esposito e della sua pizza tricolore omaggiata a Margherita di Savoia. Il distinto Ferrero prova a sfoderare subito la sua vena ironica, ma inciampa sullo stantio stereotipo: «Sai, qua siamo a Napoli, e sai che a Napoli qualcuno è anche un po’ mariuolo. Raffaele Esposito non inventò nulla, e la pizza tricolore esisteva già da quarant’anni alla stessa maniera». Molto probabilmente anche più di quarant’anni, a prescindere dai primi testi che ne riportano la preparazione, ma complimenti al nutrizionista di Torino per il coraggio di affermare davanti al pubblico napoletano in studio che Napoli è anche un po’ mariuola, nonostante a scippare un intero Regno, con tanto di marchio sul suo piatto principe, siano stati i piemontesi. In certi casi ci si appella all’autoironia partenopea, e così ha fatto il Nostro sulla sua pagina Facebook per rispondere alle proteste immediate. Ed è proprio qui il punto, perché Ferrero non voleva offendere ma essere simpatico con una battuta preparata, ed è proprio questa la dinamica sociologica con cui i preconcetti penetrano nella testa degli individui predisposti ad accoglierli. Ferrero è lì per affermare la legittimità della candidatura dell’arte dei pizzaiuoli napoletani a patrimonio immateriale dell’umanità, e lo fa benissimo dopo l’inciampo iniziale. «L’Unesco tutela l’intelligenza dell’uomo (al netto degli stereotipi e dell’autoironia per accettarli) e l’intelligenza, non di Raffaele Esposito ma dei napoletani, è stata quella di alzare e abbassare la pala all’interno del forno a legna per assicurare cottura, elasticità e digeribilità a una preparazione molto complessa». Poi la Raznovich divaga sulla pizza nello Spazio e i suoi problemi di consistenza, e Ferrero, ancora in gran vena ironica, la paragona per immangiabilità a quella che si fa a Torino. Applausi dal pubblico napoletano, risata dell’ospite e imbarazzo della conduttrice, che prende le distanze dall’affermazione per evitare disapprovazione dai telespettatori sabaudi. Peccato che pochi secondi prima non si fosse dissociata dalla battuta sui mariuoli. Morale della favola: napoletano mariuolo si può dire serenamente in tivù; pizza torinese immangiabile, no. Capito come funziona? Un po’ di pazienza, e per il momento accontentiamoci di sbriciolare lentamente l’altra favoletta, quella della pizza tricolore del 1889.
Un parmigiano a Caserta: «i campani sono legati all’età borbonica»
Da Parma a Caserta. È la storia di Carlo di Borbone, ma da qualche mese anche quella di Pier Maria Saccani, parmigiano, dallo scorso gennaio alla guida del Consorzio di Tutela della Mozzarella di Bufala Campana dop, ospite a Tagadà (La7) nella puntata dell’11 marzo (insieme al direttore della Reggia di Caserta Mauro Felicori; ndr). La padrona di casa, la napoletana Tiziana Panella, con un passato nella giunta provinciale casertana, gli chiede cosa l’ha colpito di più di Caserta. La risposta è chiara: «L’ospitalità, ma anche il legame col territorio. Ma, soprattutto, la conoscenza che i campani hanno del loro territorio e il grande orgoglio che hanno per la loro storia. Tutti conoscono la storia borbonica, ed è un legame morto forte!».
E se l’identità ha resistito a un secolo e mezzo di oblio storico…
“SPARANAPOLI”, la copertina “gomorristica” de l’Espresso
Angelo Forgione – Una nuova copertina, quella dell’ultimo numero de l’Espresso, che fa discutere. “Sparanapoli: «In città ora comandiamo noi»”. Sul tetto di un palazzo del centro storico di Napoli, tre ragazzini incappucciati, pistola in pugno e Duomo alle spalle. All’interno, un reportage sulla “paranza dei bambini” che racconta, attraverso le confessioni di uno dei presunti protagonisti, l’emersione di un nuovo fenomeno protomafioso.
La foto di copertina è tutto fuorché un lavoro da fotoreporter, presentando tutti i crismi di un lavoro da fotografo pubblicitario, con soggetti in posa proprio come nelle locandine dei film e dei serial televisivi. È proprio l’onda lunga della spettacolarizzazione del fenomeno malavitoso, in quel filone “gomorristico” che continua a rappresentare un’increbile macchina da soldi, ad alterare la realtà, confondendo spettatori e lettori. Ne paga le conseguenze, ancora una volta, l’immagine della città, in faticosa rincorsa turistica, dipinta come luogo infernale dove giovani incappucciati sono pronti a seminare terrore. Certo, il problema è reale, e andrebbe analizzato in altri termini, magari puntando il dito sui poteri centrali che fanno del Sud un serbatoio di voti e un mercato della ricchezza prodotta dal Paese, che è in grossa parte a Nord, così come il potere mediatico. Napoli ha bisogno di voce, ma in un territorio povero si può solo scrivere libri luminosi e cercare di sfruttare al meglio internet, che è l’unico canale democratico, così da provare a convincere qualcuno che Napoli non è l’inferno degli incappucciati con pistola in pugno. Di questo ed altro ne abbiamo parlato alla trasmissione #Parliamone, in onda sull’emittente campana TeleClubItalia.
‘Dov’è la Vittoria’ ad Underground
Tratto dalla trasmissione Underground in onda sull’emittente campana Italia Mia, il racconto della presentazione di Dov’è la Vittoria al Salotto Culturale dello scultore Domenico Sepe ad Afragola (NA).
L’onestà di Felicori e la gaffe di Cecchi Paone su Caserta
Angelo Forgione – Sulla scia della cena di Marcianise, il direttore della Reggia di Caserta Mauro Felicori sta vivendo un momento di gran notorietà. Accolto come una star nella puntata del 9 marzo de La Vita in Diretta (Rai Uno), con stupore leggibile nella sua espressione quando da Marco Liorni lo ha annunciato come «l’uomo di cui si parla di più in Italia negli ultimi giorni». Inutile rilevare come anche il conduttore abbia ricalcato pedissequamente l’accusa mai rivolta al dirigente museale più noto del Paese «di lavorare troppo», con enfasi prima funzionale alla politica e ora allo spettacolo. E poi la domanda delle domande: «Non ho capito come ha fatto a far aumentare gli ingressi alla Reggia. Che è cambiato?». Il fatto è che non è stato Felicori a far crescere gli ingressi alla Reggia, dove poco è cambiato, a parte restauri di facciate in corso avviati tempo fa, e il Direttore lo sa bene, come bene sa che l’incremento dei visitatori è un fenomeno rilevato ben prima del suo insediamento, ed è un trend al quale lui stesso non riesce a trovare una propria influenza diretta: «Onestamente, in cinque mesi, io ho potuto fare ben poco a livello strutturale. Noi lavoriamo molto sulla comunicazione, io sono attivissimo in Facebook e la nostra pagina ufficiale ha 116mila persone che ci leggono tutti i giorni. E poi, con la riforma Franceschini, si parla molto di beni culturali in tivù. Ma questi dati vanno consolidati e pure incrementati, perché la Reggia fa solo mezzo milione di visitatori quando Versailles ne fa sette». Onesto Felicori, conscio che il trend positivo dei musei, da quando sono state istituite le prime domeniche del mese gratuite, non riguarda solo Caserta ma è complessivo, a giudicare dai dati del MiBact. Su Caserta, poi, come su tutta la Campania, seconda regione nazionale per bigliettazione museale, confluiscono anche le tantissime persone che negli ultimi anni stanno riscoprendo una parte della propria luminosa storia per troppo tempo nascosta e vilipesa, e lo stanno facendo attraverso la fioritura di saggistica e scritti in cui la Reggia di Caserta viene descritta per il suo valore universale e per gli incredibili significati che contiene, fino a qualche tempo fa nascosti, ma anche attraverso l’attività sui social network di scrittori meridionalisti e movimenti identitari. È principalmente questo il motore da cui si è accesa la voglia di scoprire la Reggia vanvitelliana e tutte le meraviglie della Regione, pure assecondata dalle politiche del Ministero ai Beni Culturali, sicuramente più impegnato nella sensibilizzazione rispetto al passato; un dicastero retto da Dario Franceschini, che ha ereditato il gran lavoro di Massimo Bray, apprezzato predecessore che ha dato una forte scossa alla comunità con l’acquisizione della Reggia di Carditello, finalizzando la sensibilizzazione di quegli scrittori e di quei movimenti, e rendendo merito ai Borbone di Napoli e onore alla memoria di Tommaso Cestrone. Mettiamoci infine la visita alla Reggia di Renzi a gennaio, coperta mediaticamente in modo capillare, ed ecco che anche i primi mesi del 2016 hanno fornito un’impennata di afflusso pari al 70% in più rispetto ai primi mesi del 2015. È spiegato così l’incremento dei visitatori degli ultimi anni nella meraviglia plasmata da Luigi Vanvitelli, e Felicori è perfettamente cosciente che non può avere troppi meriti con pochi mesi di direzione, a prescindere dalla sua permanenza nella struttura fino a tarda ora, magari interagendo su Facebook, e che il suo lavoro dovrà servire per risolvere i problemi di cui la Reggia continua a soffrire.
A proposito di Vanvitelli, dopo aver ascoltato le nozioni di Alessandro Cecchi Paone, presente in studio durante il collegamento con Caserta, sarebbe il caso che il prossimo visitatore della Reggia sia proprio Cecchi Paone. «Lei ha fatto bene a ricordare Versailles. Molti si dimenticano che la Reggia di Caserta è identica a quella di Parigi, con lo stesso tipo di struttura e con lo stesso architetto». Informazioni sballate distribuite al popolo italiano. Versailles è antecedente a Caserta, ed è in stile barocco francese del Seicento, realizzata da vari architetti (Hardouin Mansart, Louis Le Vau, Ange-Jacques Gabriel e André Le Nôtre). Caserta fu un immenso cantiere di squadra guidato da Luigi Vanvitelli, architetto del Settecento, esponente prima del Barocco italiano e poi capostipite del Neoclassicismo napoletano, sperimentato proprio nella Reggia, che è un ibrido dei due stili, mentre studiava l’archiettura classica degli scavi vesuviani appena scoperti dai Borbone. Versailles era esclusivamente una sfarzosa comodità della corte borbonica di Parigi, mentre Caserta fu pensata anche come cittadella amministrativa polifunzionale, con sole 150 stanze delle 1200 occupate dalla Corte di Napoli, e le restanti destinate alle truppe e agli uffici amministrativi.
La bandiera delle Due Sicilie torna in una sede istituzionale
Il Comune di Pimonte (NA), paese di poco più di 6mila anime ai piedi del monte Faito, dal pomeriggio dell’8 marzo, accanto al tricolore e al cerchio stellato dell’Unione Europea sul balcone della sede municipale, espone la bandiera del Regno delle Due Sicilie, per delibera di giunta dello scorso novembre, in occasione dell’avvio delle Celebrazioni del 3° Centenario della nascita di Carlo di Borbone.
Per la prima volta, dal 1861, l’antico vessillo dei popoli del Sud torna a sventolare su una sede istituzionale. Storico.
(foto: Andrea Palumbo)
Reggia di Caserta, un caso nato a tavola
Angelo Forgione – Cerco di fare ancor più chiarezza sulla vicenda della Reggia di Caserta e del direttore Mauro Felicori che “permane nella struttura fino a tarda ora, senza che nessuno abbia comunicato e predisposto il servizio per tale permanenza” ma trasformato in Direttore che “lavora troppo” per innescare una strumentalizzazione di carattere marcatamente politico. E approfondisco grazie a una foto pubblicata (e illustrata) stamane su Facebook dall’autore dell’articolo de Il Mattino che ha fatto divampare la polemica, rendendo il bolognese Felicori (sul cui operato, sia chiaro, non ho motivo di dubitare; ndr) il direttore museale più famoso d’Italia, nove giorni dopo l’emissione della nota sindacale che lo contestava.
Mercoledì 2 marzo: 64esimo compleanno di Mauro Felicori. Il Direttore l’ha festeggiato con una cena al ‘Cafeina Eat’ di Marcianise, a tavola, con il suo compagno di ventura Pier Maria Saccani, parmigiano, direttore del Consorzio della Mozzarella di Bufala Campana (sì, avete capito bene… la Bufala è guidata dal parmigiano), anche il caporedattore centrale casertano de Il Mattino Antonello Velardi, marcianisano, insieme ad altri colleghi di testata. A quel banchetto, Saccani non ha portato Mozzarelle di bufala dop ma Parmigiano Reggiano e Prosciutto di Parma. Velardi e i marcianisani hanno portato il vino. In un clima disteso e festoso si è anche discusso di Caserta, di Reggia, di Sud, di incapacità di fare sistema, e Felicori si è sfogato sull’atto di accusa di alcuni sindacati, emesso otto giorni prima. Il giorno seguente, Velardi ha scritto il pezzo, titolando «Il direttore lavora troppo, mette a rischio la Reggia di Caserta». Una volta pubblicato, la notizia con titolo manipolato è diventata inarrestabile, portandosi dietro il neanche troppo sottile stereotipo del casertano scansafatiche che si ribella al superiore bolognese, fino ad oltrepassare i confini nazionali. Da lì, il premier Matteo Renzi ha scritto il famoso post su facebook in cui ha annunciato che “la pacchia è finita”. Così, partendo da un serata a tavola nella provincia casertana, Felicori è diventato una star, il direttore di museo più noto e stakanovista d’Italia.
L’informazione locale aveva riportato integralmente la nota dei sindacati Uilpa, Ugl, Usb e Rsu nell’immediatezza dell’emissione, datata 23 febbraio, senza manipolarla e senza commentarla. Velardi, amico di tavola di Felicori, l’ha portata all’attenzione nazionale su Il Mattino, con grande ritardo e con il titolo “Il direttore lavora troppo”, frase che nel comunicato non c’è. E l’ha portata sul quotidiano immediatamente dopo un’allegra cena al ristorante col protagonista del pezzo, il contestato Felicori, la sera prima seduto a capotavola a gustar vino e Parmigiano e qualche ora dopo sui giornali a diventare eroe nazionale. Piccolo particolare della vicenda: il caporedattore Velardi mira ad ottenere dal PD di Renzi la candidatura a sindaco di Marcianise. Magari poteva tornare utile fornire al segretario di partito la possibilità di gonfiare il petto con un articolo “postdatato” su un direttore nominato dall’esecutivo di Governo.
Inutile dire che gran contributo alla vicenda l’hanno fornito tutti i giornali nazionali che, evidentemente, non hanno avuto alcun interesse a leggere bene la nota dei sindacati e ad approfondire la vicenda. Un coro mediatico che ha messo alla gogna, per l’ennesima volta, i lavoratori e la gente di Caserta, e del Mezzogiorno tutto.
Pochissimi hanno messo al centro del dibattito i veri problemi della Reggia, che neanche Felicori ha risolto. Stamane, mentre Velardi pubblicava la foto su Facebook, l’ormai più famoso direttore museale d’Italia era ospite alla trasmissione Agorà su Rai Tre. Nel suo intervento informava Francesco Rutelli e i telespettatori che ai giardini della Reggia di Caserta sono impiegati 2 giardinieri. 2 giardinieri per un parco di 120 ettari, che si estende su 3 chilometri, mentre i 22,5 ettari del Jardin du Luxembourg di Parigi ne contano ben 80. Ai giardini del Quirinale risultano in 14 (4 ettari), e 7 solo nella napoletana Villa Rosebery (6 ettari), abitata per pochi giorni l’anno. Dunque, invito nuovamente Mauro Felicori, come fatto di persona in diretta radiofonica, a bussare alle porte di Franceschini di Renzi, perché solo dando alla Reggia europea e l’attenzione che merita si può immaginare di farla rinascere davvero. La propaganda di Palazzo Chigi fa tutt’altro che bene.


