video: Cruciani e le coltellate alla grande storia del Sud

video: Cruciani e le coltellate alla grande storia del Sud
la mistificazione degli sprovveduti

Vergognoso e deplorevole atteggiamento di Giuseppe Cruciani (già noto per alcuni commenti velenosi sul Napoli a “Controcampo”) e David Parenzo durante la trasmissione radiofonica “La Zanzara” di Radio24. Un radioascoltatore salentino interviene in diretta dichiarandosi “neoborbonico” e revisionista per poi snocciolare scomode verità storiche. I due conduttori lo incalzano e lo trattano come un pazzo per l’uso della parola “borbonico” fatto senza alcuna sudditanza, per poi “imbavagliarlo” con scherno e irrisione dietro alle quali si nasconde l’ignoranza di due disinformati che zittiscono l’unico informato della discussione.
Ancora una dimostrazione di come il “regime di pensiero italiano” imponga la ghettizzazione di chiunque rivaluti a ragion veduta la grande storia del Sud che gli intellettuali di ogni parte del mondo conoscono, e di come si voglia a tutti i costi sopprimere la voglia di restituire alla parola borbonico un significato più fedele alle fama che la dinastia napoletana seppe dare a Napoli e al Sud preunitario.

Mentre Napoli soffoca sotto i rifiuti, che sono rifiuti della lega a cooperare, l’attacco alla città è anche storico ed è in atto non solo nelle stanze della politica ma anche negli studi televisivi e radiofonici.

È possibile protestare scrivendo a:
giuseppe.cruciani@radio24.it 
 lazanzara@radio24.it

Di seguito, il botta e risposta di V.A.N.T.O. con Cruciani

Caro Cruciani,
la sua ignoranza nei confronti della storia del Sud è sesquipedale. Lei è il suo collega Parenzo non solo non vi ponete dubbi nella vita ma avete così tante certezze sbagliate da andare incontro a brutte figure come quella col ragazzo salentino che è intervenuto in trasmissione sulla storia del meridione borbonico.
I migliori uomini di cultura, e oltre a quelli citati nel video ne potrei snocciolare tantissimi anche stranieri, rispettano le verità storiche mentre personaggi come voi finiscono col fare danni alla cultura che neanche immaginate. O forse si, perchè il sospetto che lo facciate di proposito è molto più che semplice sospetto.
Si guardino questo video e poi chiedano scusa al ragazzo salentino e a tutti i meridionali, sia quelli che sanno che quelli che non sanno.
Nella vita bisogna diffidare da quelli che hanno certezze, non da chi ha dubbi. Le persone di cultura sono anche umili, sanno ammettere i propri errori.

Risposta di Cruciani (in copia generica a tutti)

Abbiamo semplicemente detto che rimpiangere il Regno delle Due Sicilie è ridicolo. Nessuno ha mai voluti denigrare quella storia. Il resto sono chiacchiere. Grazie.

Controreplica di V.A.N.T.O.

Non giochiamo con le parole. Così peggiorate l’immagine di voi.
Non avete detto che è stupido rimpiangere. Le testuali parole evidenziate nel video sono:
“Ma quale passato glorioso, non diciamo stupidaggini. Il Regno delle Due Sicilie un passato glorioso? Ma stiamo dicendo sul serio o dobbiamo chiamare quattro ambulanze?!”
E poi… “Mo, adesso… il Regno delle Due Sicilie… i Borbone… era un periodo rispetto ad adesso e all’unità d’Italia migliore”.
E ancora Parenzo: “Il Regno delle Sicilie più industrializzato? Ma si rende conto?”
Per poi irridere chi ne sapeva più di voi con la sirena dell’ambulanza per dipingerlo come un matto da legare, e così zittirlo. Bel modo di fare informazione e cultura!
Non ci prendano in giro con simili risposte e attenuanti. Se proprio Loro non sono così umili da fare pubblica ammenda, almeno la smettano di infangare la nostra Napoletanità e meridionalità.
È ora che la smettiate tutti Voi di infangare Napoli e la sua grande storia basandovi su un presente che è risultante del nostro subire in silenzio, sia in casa nostra che fuori… un presente in cui gli unici fessi siamo noi che abbiamo assorbito per 150 anni.
E glielo dice uno che crede ancora nel valore dell’unità d’Italia. Ma che sia fatta davvero, perchè da un secolo e mezzo non se ne vede l’ombra.
Continuate a festeggiarvela mentre noi soffriamo nei rifiuti e vediamo la più bella città del mondo stuprata da politica e camorra che, insieme, le rubano l’anima.
Se non riuscite ad avere rispetto per la nostra storia che invidiate, almeno abbiate rispetto per la nostra sofferenza.

Intervista su Napoli e il Napoli a napolipassion.it

Intervista su Napoli e sul Napoli a napolipassion.it
«De Magistris sappia ascoltare la città…
a De Laurentiis consiglio El Shaarawy…
il calcio è malato di ipocrisia!»

Queste le mie dichiarazioni a napolipassion.net

Intervista a Angelo Forgione XG1
di Rossella Attianese 

Questa settimana abbiamo intervistato Angelo Forgione, fondatore del Movimento V.A.N.T.O. (Valorizzazione Autentica Napoletanità a Tutela dell’Orgoglio), giornalista e autore di molti video su Napoli, aventi come scopo l’esaltazione della napoletanità, la denuncia di situazioni che purtroppo affliggono la città partenopea e la sottolineatura di frasi, commenti e congetture che troppo spesso puntano a svilire l’orgoglio dell’essere napoletani.
Da buon Napoletano, orgoglioso delle proprie origini, non poteva che essere tifoso del Napoli, ed è proprio da questa sua passione che nascono i video tra più divertenti e cliccati della rete dove con grande maestria si susseguono le immagini del Napoli montate ad arte.

Prima di iniziare con le domande su Napoli e sul Napoli vorrei ringraziare Angelo per la sua disponibilità.

Angelo, da cosa nasce l’idea di fondare il movimento V.A.N.T.O. ?
Dal mio grande amore per Napoli che nutro da sempre, da quando ero bambino e ho cominciato a rendermi conto che questa città era trattata diversamente. Crescendo mi sono chiesto perchè ci fosse così tanta bellezza paesaggistica e ricchezza monumentale ma anche problemi enormi incomprensibili. I conti non mi tornavano e allora ho cominciato a leggere, studiare, approfondire, capire per cercare delle risposte. E le risposte sono arrivate, i conti sono tornati, capendo che l’unità d’Italia, doverosa ma in un altro modo, è stata una truffa per Napoli e per il sud perché realizzata come una conquista di un meridione la cui capitale ha subito un enorme trauma passando dall’essere prima Capitale europea e poi all’improvviso capoluogo di provincia.
Diventando grande ho dovuto scegliere se restare o fare l’emigrante. Sono rimasto, ma chi resta per amore non può starsene con le mani in mano. E allora ho creato quella “filosofia attiva” che è V.A.N.T.O. con cui voglio da una parte difendere la nostra città dai nemici esterni ma anche interni e dall’altra trasmettere ai miei concittadini ciò che ho studiato, capito e scoperto.

Nel mese di Marzo avete presentato il libro Malaunità parlacene un po’.
Malaunità” è un libro verità che tutti dovrebbero leggere. È un contributo alla ricostruzione del processo di unificazione italiana, mal riuscita. È la dimostrazione che una pianta che nasce male cresce male. È un dossier scritto a più mani da un team di ricercatori, giornalisti, archivisti e meridionalisti che si contrappone a quegli intellettuali di sistema che non hanno mai avuto il coraggio di spostarsi dalle loro posizioni dettate dalla storiografia ufficiale, quella scritta dai vincitori. È un libro anche piacevole e leggero da leggere che però lentamente prende allo stomaco e schiude la visione dei veri avvenimenti risorgimentali, fornendo anche elementi per leggere le attuali condizioni del paese che viaggia a due velocità non per caso. Mi preme evidenziare la prefazione di Jean-Noel Schifano, grande uomo di cultura francese e profondo conoscitore di Napoli e della sua storia, che con le sue parole da grande forza a tutti i saggisti che hanno partecipato alla scrittura legittimandone la visione, tra i quali, ovviamente, anche io insieme ai vari Pino Aprile, Lorenzo Del Boca, Lino Patruno e Gigi Di Fiore. E questo mi rende fiero e orgoglioso. Al libro è allegato anche un CD con due canzoni del grande Eddy Napoli che ha avuto il coraggio e la sensibilità di cantare il grido di protesta e dolore del sud. Consiglio a tutti di portarlo al mare quest’estate e leggerlo sotto l’ombrellone.

Ha vinto De Magistris, cosa ti aspetti che faccia per Napoli e per i Napoletani?
De Magistris deve fare tutto l’opposto di ciò che ha fatto, anzi non fatto, la Iervolino. Si sleghi dagli interessi di partito, pensi sempre a ciò che è giusto per Napoli prima di ogni altra cosa. Senta la città, ne avverta gli umori, e dia ascolto alle tante associazioni e movimenti come il mio che sono un gran serbatoio di idee e proposte perché spontanei e non interessati. Scenda per strada come ogni cittadino e, se è innamorato della città, saprà dove intervenire. Apra come ha promesso Palazzo San Giacomo e lo renda trasparente. Si faccia toccare dalla gente. E vada a sud, nel senso di essere protezionista verso una Napoli che ha perso la forza di gridare il suo orgoglio ad una nazione che invece va troppo a nord.

Se tu fossi sindaco di Napoli quali sarebbero le tue priorità?
Se io fossi sindaco, a parte le emergenze obbligate come i rifiuti, comincerei a lavorare per la valorizzazione delle zone turistiche, strade, monumenti, illuminazioni artistiche. Oltre lo straordinario scandalo rifiuti penserei anche all’ordinario rafforzando per le strade turistiche i turni di spazzamento. E restituirei decoro alle zone periferiche. Napoli è una bella donna ma ha un bruttissimo vestito; io cercherei di darle un abito che ne evidenzi la bellezza e le forme e farei in modo che ci si debba innamorare per forza di lei.
Per esempio, ho già pronto una serie di proposte da sottoporre a De Magistris appena lo vedrò. Tra queste spingerei per un piano di conservazione e pulizia dei monumenti con sistema di videosorveglianza e ordinanza di divieto di vendita delle bombolette spray ai minori. È testato che le telecamere puntate sono l’unico deterrente per i vandali, ma se qualcuno le sfida c’è bisogno che la pena sia certa e severa. Sporcare i monumenti di Napoli è come bestemmiare. E poi c’è bisogno di sicurezza, di maggior presenza delle forze dell’ordine nelle strade dei turisti, anche se per questo bisogna fare i conti con i tagli del Governo Berlusconi.

Qual è il problema principale di Napoli? Alcuni ritengono che sia insita nella “mentalità” dei napoletani.
Il grande problema di Napoli è duplice: da una parte la mancanza di una cultura diffusa, di una coscienza collettiva, di una consapevolezza di ciò che eravamo e che, quindi, potremmo e dovremmo essere. Molti napoletani credono che Napoli non abbia speranze perché sia sempre stata una città in ginocchio, che sia sempre stato così e sempre sarà. Ecco, è la rassegnazione ad un lavaggio del cervello che ci è stato fatto in 150 anni e che ci ha ridotti a popolo suddito da tenere al guinzaglio. Noi non siamo questo, noi siamo la città di Giordano Bruno, di Benedetto Croce, di Raimondo di Sangro per citare solo quelli che mi vengono in mente ora, la città dei primati borbonici, di una storia che in Italia non teme rivali, di una civiltà che ha costruito le fondamenta della moderna Europa e questo in pochi lo sanno ma è sotto gli occhi di tutti. Voi sapete che la privacy, ad esempio, nasce a Napoli? Eppure oggi c’è una legge che la tutela. Potrei fare cento esempi, ma chi approfondisce Napoli piano piano capisce cosa significa la nostra storia per la civiltà. Ed è per questo che mi arrabbio quando vedo che questa città è offesa da chi non ne conosce l’anima, anche gli stessi Napoletani. Scopriamo la nostra storia, e saremo a metà dell’opera.
L’altra metà sta nel cancellare il malaffare, le connivenze, la malavita, la micro e macrocriminalità; ma questo non spetta a noi bensì allo Stato, che però 150 anni fa ha sdoganato mafia e camorra e poi non ha fatto niente per togliergli il potere che gli ha conferito. È un compito che spetta allo Stato centrale, ma in questo senso non ho molta fiducia. Già i tagli alle forze dell’ordine significano consegnare il territorio alla malavita e alla delinquenza. E mi fermo qui, anche se la speranza non muore e non deve morire.

Veniamo al Napoli. Ormai la questione Mazzarri è finita, ma pensi che sia stata realmente così accesa? O i giornali hanno “gonfiato” le cose?
Mazzarri e De Laurentiis erano davvero ai ferri corti, sono due caratteri forti e avevano visioni diverse. Il mister ha calcato la mano in diverse maniere e il presidente ha finito col diventare un muro perché a lui non la si fa. È stata una prova di forza, un braccio di ferro vero e proprio. Poi, in extremis, hanno capito che non conveniva a nessuno interrompere il rapporto e si sono stretti la mano grazie alla saggia mediazione di Bigon. I giornali non hanno gonfiato la questione ma hanno raccontato degli interessamenti della Juventus, reali ma non prioritari, che Mazzarri ha usato un po’ come arma per assumere una posizione di forza illusoria.
Purtroppo è stata una brutta querelle che ci ha rovinato un po’ la festa mentre tagliavamo il traguardo, ma l’importante è che la saggezza abbia trionfato e il progetto continui. Il tempo di Mazzarri a Napoli non era ancora finito e solo dopo che avrà concluso il suo ciclo vincente qui potrà andare altrove. Non conveniva a lui, non conveniva a De Laurentiis perché un nuovo allenatore sarebbe stato un salto nel buio.

Alcuni hanno il timore che Mazzarri sia rimasto perché ormai Roma e Juve avevano virato altrove…è possibile?
Ripeto, l’interesse della Juve era concreto ma non prioritario. Ho la sensazione che ai bianconeri interessasse più lo staff Mazzarri che non l’allenatore Mazzarri, nel senso che li sono traumatizzati dagli infortuni a catena che hanno subito da due anni a qui, mentre a Napoli, per esempio, Cavani ha giocato praticamente sempre venendo da un mondiale e segnando 26 goal senza vistosi cali. La Roma invece ha fatto solo sondaggi ma non era nelle condizioni di proporre un progetto concreto e trasparente visto il suo cambio al vertice.
Ad ogni modo, Mazzarri resta a Napoli e vedrete che dopo aver staccato un po’ la spina tornerà più motivato di prima. È un vincente e le motivazioni le trova da solo.

Secondo te, che garanzie ha chiesto Mazzarri per rimanere?
Mazzarri ha chiesto acquisti per completare il suo progetto tecnico. Due centrocampisti di qualità, un esterno di difesa e un attaccante di concretezza che possa apportare una dote realizzativa ad una squadra che ha in Lavezzi un attaccante apriscatole ma che purtroppo non “sente” la porta. Cavani e Lavezzi devono poter ruotare con un altro attaccante di livello

Il mercato è iniziato e come sempre i nomi accostati al Napoli sono numerosissimi e le smentite puntualmente smentiscono notizie date per semi-ufficiali, tu chi pensi arriverà realmente a Napoli? E per chi faresti follie?
Credo e spero che i due centrocampisti vengano fuori tra Inler, che alla fine potrebbe scegliere Napoli alla Juventus, Palombo e Borja Valero. Follie? De Laurentiis non fa follie, ma un investimento importante lo farei per El Shaarawy, 18 anni e talento cristallino da vendere. È perfetto per il progetto Napoli. Bisogna cominciare a pensare al dopo Hamsik che negli anni prossimi credo andrà via, ma anche ad un’alternativa importante allo slovacco per il presente che oggi non c’è.

Hamsik dichiara di voler restare a Napoli, i giornali (Gazzetta e Tuttosport) lo vedono quasi al Milan… come andrà a finire?
Come ho detto, credo che Hamsik lascerà il Napoli in futuro, ma non quest’anno.

Palacios, Erick Lamela, Palombo, Inler… Mazzarri chi vorrebbe?
Mazzarri vuole Inler e Palombo, gli altri in ripiego.

Siamo in Champions, che girone vorresti capitasse al Napoli?
Il Napoli è matricola di quarta fascia e gli toccherà certamente un girone difficile. Ma la Champions è fascino autentico e tanto vale tuffarvisi con spirito “brigantesco”. Giocare al San Paolo e in trasferta contro Barcellona, Real Madrid, Manchester solo per dirne qualcuna a voi fa tremare? A me mette adrenalina. Niente paura, ben vengano certe sfide… e poi si vedrà come andrà. Dobbiamo crescere e per farlo bisogna abituarsi a certi livelli, altrimenti resteremo solo una bella realtà momentanea e passeggera.

Scandalo Calcioscommesse, il calcio italiano è malato? Cosa si potrebbe fare per risolvere il problema?
Il calcio, non solo quello italiano, è malato da tempo. A me non stupisce che vengano fuori gli scandali, anzi, meglio fare un po’ di pulizia che non è mai troppa. A me disturba più che altro che gli scandali vengano fuori sempre a fine stagione, e allora sentiamo i vertici del calcio fare bei discorsi di moralità. Io francamente sollevo il dubbio del perché certi scandali non vengano scoperchiati durante il campionato. Un caso? Oppure il carrozzone e tutti gli interessi che gli gravitano attorno non vanno fermati? L’ipocrisia non mi è mai piaciuta e il calcio ne è pieno, come quando si fanno regole contro il razzismo e poi non si interviene contro chi inneggia al Vesuvio come igienizzante contro i colerosi senza sapone.
I problemi sono risolvibili, tutto è migliorabile, ma ci vuole la volontà di farlo e non mi pare che ci sia. I problemi si rigenerano sempre perché dove ci sono i soldi c’è il trucco, e questo vale per ogni cosa dell’esistenza umana. Si inventano guerre per soldi, si occupano legittimi stati per soldi, e noi meridionali ne sappiamo qualcosa… volete che non si trucchino delle partite di calcio? Dobbiamo arrenderci alla natura debole e corruttibile dell’uomo.
Ma alla fine siamo in Italia, il paese dove tutto si dimentica in fretta. E l’anno prossimo saremo tutti, me compreso, a tifare e a vedere le partite. Il calcio è uno strumento per distrarre le persone dalle questioni importanti ma io ho cercato di dargli un senso mio, ovvero ritorcendolo contro il sistema e dandogli un valore sociale con i miei video e i miei interventi d’opinione. I poteri occulti cercano di deviare la gente ma, nel mio piccolo, cerco di pormi all’uscita del tunnel a raccogliere quell’interesse di massa per dare segnali di orgoglio al nostro popolo. Il mio consiglio è sempre lo stesso: essere consapevoli! Dobbiamo sapere che siamo schiavi di una passione che qualcuno, dietro le quinte, usa per i suoi interessi. Se partiamo da questa certezza possiamo poi valutare se il bicchiere sia mezzo pieno o mezzo vuoto.

Fai un saluto ai nostri lettori?
Un saluto a tutti i lettori di NapoliPassion! Chi ha letto questa intervista è sicuramente un innamorato di Napoli prima che del Napoli. A tutti dico di averne più amore, cura e rispetto perché se è in queste condizioni non è colpa sua… Lei che fu baciata da Dio e poi stuprata dall’uomo.

GRAZIE ANCORA ad Angelo per la sua disponibilità!
Rossella Attianese 

Vienna incontrò Napoli: nacque il wafer “Neapolitaner”

Angelo Forgione – Non tutti sanno che la Campania è da secoli leader nella produzione delle nocciole e che, nonostante la varietà italiana maggiormente reclamizzata sia quella piemontese, dal territorio campano provengono altri tipi di nocciole certamente non meno qualitative.
Le prime testimonianze di coltivazione da nocciolo risalgono persino al terzo secolo avanti Cristo e sono riscontrabili al Museo Archeologico Nazionale di Napoli dove sono esposti alcuni resti carbonizzati di nocciole. Ma fu durante il florido periodo borbonico che la bontà del prodotto campano ottenne divulgazione e riconoscimento, grazie ai rapporti commerciali del Regno delle Due Sicilie con gli altri stati preunitari d’Italia e con l’estero. Le nocciole cosiddette “napoletane” arricchivano le tavole dell’Ottocento in ogni parte d’Europa e in America, rifornendo inoltre le prime produzioni industriali di fine secolo, che arrivano distrattamente ai giorni nostri con nomi eloquenti trattenenti la memoria di un territorio produttivo e dinamico come era quello napolitano.
In quegli anni Napoli e Vienna erano, insieme a Parigi e Londra, tra le città più dinamiche d’Europa e in più di un’occasione le rispettive culture si incrociarono sulla scia dell’unione in matrimonio dei reali napoletani con quelli asburgici.

Risale al 1898 l’invenzione del “Manner Original Neapolitan Wafer n. 239” da parte di Josef Manner (leggi dal sito della Manner), un imprenditore viennese del cioccolato che mise insieme zucchero, olio di cocco, cacao in polvere e nocciole provenienti dalle zone del napoletano per creare quattro strati di ripieno tra cinque strati di cialda. Quella ricetta non è mai cambiata e resta ancora oggi il fondamento produttivo dei wafer alla nocciola, universalmente catalogati come “Neapolitaner”.
Sempre in Austria, nel 1948 e subito dopo la seconda guerra mondiale, Franz Andres fondò con dei soci un’azienda specializzata nella produzione di wafer e biscotti, denominandola “Napoli Ragendorfer & Co Company”. Dal 1970, il marchio “Napoli” (vai al sito) è di proprietà della “Manner”, che rappresenta per fatturato il maggior produttore austriaco di wafer e biscotti.

Un’altra grande azienda altoatesina, la Loacker, ancora oggi indica nella “qualità di nocciole coltivate nei territori vicino a Napoli il segreto originale della golosità dei suoi “Neapolitaner” (leggi dal sito della Loacker).
In alcune zone d’Europa il nome “neapolitaner” viene tradotto nelle lingue locali, come nel caso dell’Ungheria, dove i wafer alla nocciola diventano in magiaro “Nàpolyi”.
Tutto questo a testimonianza delle eccellenze locali poco reclamizzate ma che spesso rappresentano un plus qualitativo tante volte più noto all’estero che nel nostro paese.

L’Italia produce circa 110.000 tonnellate di nocciole ed è al secondo posto nel mercato mondiale, dopo la Turchia. Le regioni di provenienza sono, in ordine di importanza, la Campania, il Lazio, il Piemonte e Sicilia, che coprono il 98% dell’intero volume.

La Campania, con 12.000 aziende, 23.000 ettari di territorio coltivato a nocciolo e circa 50.000 tonnellate annue, rappresenta circa il 40% della torta e le principali zone interessate sono Avellino (49%), Napoli (27%), Caserta (12%) e Salerno (9%).

Le principali tipologie di coltivazione sono la nocciola Mortarella (38%) e S.Giovanni (37%) che vengono destinate alla produzione industriale mentre per il consumo fresco e di prima qualità spicca la Tonda di Giffoni (12%) e, a seguire, la Tonda Bianca, la Tonda Rossa, la Camponica e la Riccia di Talanico.
Tra i prodotti a Indicazione Geografica Protetta (IGP) della Campania figura oggi la “Nocciola di Giffoni” che per pregio non ha nulla da invidiare alle più pubblicizzate nocciole del Piemonte.

Documentario: FENESTRELLE, LAGER DEI SAVOIA

Documentario: FENESTRELLE, LAGER DEI SAVOIA
come venivano uccisi i prigionieri napoletani (e Napoli)

È online il documentario RAI sulla fortezza di Fenestrelle, misteriosamente danneggiato il 20 Marzo dall’anticipo della messa in onda rispetto all’orario programmato e dall’oscuramento della stessa trasmissione sul territorio nazionale nei venti minuti finali che ha scatenato la protesta dei meridionali all’indirizzo della redazione della TV di Stato.
Si tratta di una delle pochissime testimonianze di una corretta lettura di certi avvenimenti “censurati” dalla propaganda risorgimentale che ha nascosto il luogo dove comincia e finisce la storia di migliaia di italiani prigionieri di altri italiani, deportati in veri e propri campi di concentramento. La storia dei prigionieri di guerra del Regno delle due Sicilie fatti morire di freddo e fame dai piemontesi. Ma anche la storia della distruzione del tessuto sociale, economico e industriale del meridione pre-unitario.

parte 1

parte 2

Quando i piemontesi tolsero il panorama al Vomero

Quando i piemontesi tolsero il panorama al Vomero
Storia urbanistica del quartiere collinare

di Angelo Forgione per napoli.com

I Greci la chiamavano Bomos, da βωμός, cioè altura. I Romani, invece, Paturcium, trasformato nel medioevo in “Patruscolo” e poi, nel Rinascimento, “Patruce”, per opera del grande umanista Giovanni Pontano, uomo di corte aragonese, proprietario di un’amplissima villa che occupava tutta l’area tra Antignano e il Torrione di San Martino, proprio sotto la cinquecentesca fortezza di Sant’Elmo. Nel Seicento si diffuse il nome “Vomero”, derivazione del greco Bomos. Chiaro che si tratti del popolarissimo quartiere napoletano, un tempo colle campestre e poi, tra il secondo Ottocento e la prima metà del secolo successivo, massicciamente urbanizzato.
Nel primo Settecento, allorché divenne capitale indipendente, Carlo di Borbone non rivolse particolari attenzioni a questa collina, preferendole quella di Capodimonte, dove fece edificare una nuova reggia. Nel 1799, i repubblicani giacobini la ribattezzarono “Monte Giannone”, ma tornò a essere il Vomero con la repentina riconquista del regno da parte di Ferdinando I, che si interessò al luogo più del padre e acquistò, nel 1817, i terreni utili all’edificazione della Villa Floridiana, per se e la sua sposa morganatica Lucia Migliaccio di Floridia. La realizzò l’architetto toscano Antonio Niccolini, gran protagonista della stagione neoclassica napoletana, autore del rifacimento totale del Real Teatro di San Carlo dopo l’incendio del febbraio 1816. In quegli anni fu realizzata la salita dell’Infrascata, attuale via Salvator Rosa, per consentire non solo al Re di spostarsi il Palazzo Reale e la Floridiana ma anche all’aristocrazia della Capitale di raggiungere le case di villeggiatura in collina. Tre queste, anche l’ancora esistente villa Genzano-Majo all’Infrascata, firmata dallo stesso architetto, dove Gaetano Donizetti scrisse gran parte della gloriosa Lucia di Lammermoor, assoluto capolavoro composto a cavallo tra la primavera e l’estate del 1835, in quaranta giorni di intenso lavoro tra l’alloggio cittadino di via Corsea, l’attuale via Cervantes, e il ritiro estivo messogli a disposizione dall’editore musicologo di origine francese Guglielmo Cottrau, che ne era proprietario.
Quando, nel 1860, Garibaldi invase Napoli, fece suo un recente decreto borbonico di Francesco II di Borbone, ultimo re di Napoli, col quale decretò la costruzione “nei siti più propri allo estremo dello abitato della città e sulle colline che la circondano, di case salubri ed economiche per il popolo, e massime per gli operai”. La congestione urbana di Napoli necessitava di soluzioni importanti, e allora si cominciò a costruire in collina per rispondere alle sempre maggiori esigenze abitative. Nel 1885, sotto la spinta dell’epidemia di colera che aveva colpito la città, fu emanata la “legge per il Risanamento di Napoli”, con la quale si pianificò l’edificazione di un nuovo quartiere collinare. I territori tra San Martino e Antignano, quelli che furono del Pontano, erano stati da poco acquisiti dalla Banca Tiberina, una banca piemontese agevolata dalla monarchia sabauda che aveva spodestato quella borbonica. L’11 Maggio del 1885, Re Umberto I e la Regina Margherita presenziarono alla posa della prima pietra per la costruzione del nuovo rione Vomero, che venne formalmente inaugurato il 20 Ottobre 1889 con l’apertura della funicolare che conduceva a Chiaia. Le nuove strade furono battezzate il 19 Aprile del 1890, allorché il Comune definì i trentasette nomi di artisti vari a cui intitolarle. Nel 1891 fu la volta dell’inaugurazione della funicolare che collegava il quartiere a Montesanto.
Il tessuto viario a maglia reticolare appena nato prendeva corpo con le vie Luca Giordano, Scarlatti, Bernini e Morghen, e con la piazza Vanvitelli, nuovo luogo centrale di aggregazione attorno alla quale sorsero i quattro palazzi pressoché omologhi in stile neorinascimentale.
Partiva intanto la costruzione del nuovo rione Arenella, che prevedeva una sua grande piazza centrale, l’attuale Medaglie d’Oro, da cui sarebbero partite a raggiera ben sette strade nuove.
La zona collinare venne così a saldarsi alla città bassa, ma in maniera disordinata, e subito si avvertì una diversità fra i due livelli cittadini ancora oggi evidente. Nacque una conurbazione sicuramente moderna ed elegante, pronto a rappresentare il nuovo riferimento residenziale in città, ma con un errore che oggi in pochi rilevano: il piano attuato dalla banca piemontese era “bidimensionale”, adatto a una città nordica, non certo a Napoli, non considerando le tre dimensioni tipiche della città obliqua, protesa verso il mare. La verticalità tra Vomero e centro fu sostanzialmente ignorata nel progetto urbanistico; un’omissione visibile, oggi come allora, nell’ostruzione della vista panoramica, in buona parte preclusa dai palazzi e sprecata da una visione imprenditoriale fatta da uomini incapaci di rispettare l’orografia del luogo. Anche il secondo tratto del corso Vittorio Emanuele, dal Suor Orsola Benincasa all’Infrascata, cioè a piazza Mazzini, fu realizzato costruendo edifici sul lato mare, diversamente dal primo tratto borbonico, dal Santuario della Madonna di Piedigrotta al complesso monastico orsolino. Il periodico d’elite Napoli Nobilissima, nel 1893, così descrisse gli interventi appena realizzati: “Le opere sono mirabili e danno alla città un aspetto ordinato, ma quanto si è guadagnato, tanto si è perduto di notevole bellezza”.
Il nuovo quartiere continuò a prendere forma nei primi decenni del Novecento con villini dotati di giardini, chiese, scuole, impianti sportivi, cinema, studi cinematografici (qui nacque la Titanus, poi trasferita a Roma), teatri, ristoranti, esercizi commerciali e anche nosocomi, facendo della zona una vera e propria città di sopra attigua a quella di sotto, maggiormente collegata col centro tramite una terza funicolare, inaugurata nel 1928 col nome di “Centrale” per la sua posizione intermedia tra quella di Chiaia e Montesanto.
Il collasso urbanistico prese il via nel secondo dopoguerra, quando l’attività edilizia subì un’impennata vertiginosa che accrebbe la densità popolativa del trecentosessanta percento circa. Si trattò di quella speculazione edilizia di proporzioni incredibili che Franco Rosi immortalò nel film Le mani sulla città. Gli interessi politici si sposarono con la crescente domanda di una casa al Vomero, possibilmente ai piani alti, là dove il mare era possibile scorgerlo, privando il quartiere anche della sua prerogativa di zona a misura d’uomo. Ai villini di pregio architettonico si sostituirono i casermoni borghesi che si espandevano dal centro del quartiere verso i nuovi rioni più alti, cambiando definitivamente i connotati alla collina e rendendola ambita ma comunque ben lontana dagli standard di vivibilità che il posto avrebbe potuto offrire.
Gli ultimi interventi al quartiere si registrarono negli anni Novanta, con l’apertura delle fermate della Metropolitana collinare che dotarono il quartiere di un ulteriore mezzo di trasporto e di nuovi arredi urbani nelle piazze a lungo interessate dai lavori.
A testimonianza di un’urbanizzazione che ha divorato la collina agreste ma anche di una storia antichissima che fa del Vomero la corona della città, nel Dicembre 2010 l’antica Vigna dei Monaci di San Martino tra la trecentesca Certosa di San Martino e il corso Vittorio Emanuele, oggi privata, divenne monumento nazionale per decreto ministeriale. Lì, in un’oasi protetta di sette ettari tra cemento e automobili, si coltivano viti autoctone, agrumi ed altre specie da frutto. È l’ultimo pezzo di Bomos, l’ultimo lembo di verde della celebre Tavola Strozzi, miracolosamente sopravvissuto al sacco edilizio.

LE TRE GIORNATE DI NAPOLI – Controcelebrazioni 150 anni d’unità d’Italia

LE TRE GIORNATE DI NAPOLI
Il video e la cronaca delle controcelebrazioni del 150°

Dal nostro punto di vista, con un pizzico di presunzione, abbiamo onorato Napoli. Abbiamo visto tanta gente e pochi giovani assembrarsi a Piazza del Plebiscito il 17 Marzo per le celebrazioni dell’unità d’Italia, molti dei quali probabilmente hanno dimenticato che questa città è passata in 150 anni dall’essere Capitale europea a capitale della “munnezza”, del crollo monumentale, della disoccupazione e della criminalità. No, non c’era proprio nulla da festeggiare e chi l’ha fatto magari ha preferito non pensarci. Noi non l’abbiamo dimenticato e anzi questo pensiero ci ha assillato e continuerà a farlo costantemente per chissà quanto tempo ancora.
I giovani erano invece tutti a Piazza dei Martiri, dimostrando voglia di riscatto e quell’ideale di speranza che in questa terra sembrava essere ormai svanito. Così non è! Vederli tutti insieme (bambini compresi) con le bandiere bianche della nostra storia, non certo per invocare monarchie o il passato ma per ostentare identità e chiedere un futuro di pari dignità, opportunità e di orgoglio, è stata una gioia immensa. I ragazzi hanno bisogno di questo, di una luce, di una speranza per la terra che amano che questo stato ha sottratto e negato. Hanno bisogno di classi dirigenti meridionali fiere, laboriose ed efficaci che il Sud non ha mai prodotto. Ecco perchè noi eravamo in piazza, per far sentire la nostra voce e per far capire alla politica locale e nazionale che i Napoletani sono stanchi di assistere alla deriva e starsene con le mani in mano, per far capire che gli staranno col fiato sul collo, a cominciare dalle prossime elezioni amministrative.
Circa 300 persone con più di 200 bandiere distribuite hanno urlato forte “Malaunità”V.A.N.T.O., Neoborbonici, Insieme per la Rinascita e R.D.S. insieme, con la presenza del cantautore Eddy Napoli e di Enrico Durazzo patron di Napolimania. Tutti ad ostentare orgoglio e ad urlare verità!
Il resto è il rifiuto di una retorica che ha caratterizzato queste celebrazioni che con l’unità non avevano nulla a che fare. La stragrande maggioranza degli italiani non conosce la storia e non si è accorta che si è festeggiata la dinastia dei Savoia, la loro conquista del Sud e non l’unione del paese avvenuta nel 1870, non certo nel 1861. Il 17 Marzo di quell’anno si verificò al Parlamento di Torino l’autoproclamazione di Vittorio Emanuele II Re d’Italia, invasore senza dichiarazione di guerra dei territori meridionali ai quali regalò morti e devastazioni in ogni campo del tessuto sociale. Il Capo dello Stato Giorgio Napolitano gli ha purtroppo reso omaggio al Pantheon mentre uno striscione che ne denunciava i genocidi veniva fatto rimuovere senza che il protagonista avesse vilipeso la bandiera italiana e si fosse avvalso di qualcosa di diverso dall’articolo 21 della Costituzione che riguarda la libertà di espressione.
Per le vittime del sud di quella casata piemontese nessuna memoria se non la nostra, la sera prima della “festa” e proprio in quel luogo dove questa si sarebbe svolta. Nella chiesa di San Ferdinando la nostra celebrazione (non del sacerdote che ha assistito felice) è stata veramente toccante: 200 nomi tra le centinaia di migliaia dei meridionali che perirono in quel momento storico per decisione di Vittorio Emanuele II di Savoia hanno riecheggiato nella chiesa borbonica. Alla fine un lunghissimo applauso ha accompagnato la viva commozione dei presenti. Poi una deposizione di fiori con lumini accesi e bandiere listate a lutto al Plebiscito. Dopo 150 anni qualcuno ha finalmente ricordato quegli sfortunati uomini che parlavano la nostra lingua, il napoletano, ma anche il dialetto calabrese, lucano, pugliese, abruzzese e siciliano.
E ancora prima avevamo presentato il libro-verità “Malaunità” in una Sala della Loggia del Maschio Angioino piena di gente appassionata e curiosa che da oggi ha una nuovo potente strumento per scavare nel proprio passato identitario.
Tre eventi riuscitissimi che chiaramente non potevano godere del risalto informativo ma che hanno fortemente espresso protesta, memoria e cultura, riassunti in un videoclip in cui l’orgoglio e la voglia di verità e vera unità sono visibili sui volti dei giovani e dei meno giovani che alla retorica hanno dato un calcio ben assestato.
Il resto sono solo polemiche di chi può vedere in tutto questo della sterile nostalgia o un tentativo di creare divisioni e polemiche. No, noi non siamo secessionisti ma abbiamo “solo” onorato il nostro amore per Napoli che ci da la forza di combattere ogni giorno in strada per il suo riscatto, guardando al futuro senza perdere di vista il nostro passato. Chi ci accusa lo fa da dietro una scrivania, contribuendo allo “demolizione” della dignità collettiva di un popolo che si vuol tenere in stato di dormiveglia. E dunque, se contribuire proattivamente al risveglio dei giovani della nostra città significa essere nostalgici, allora noi siamo fieramente nostalgici. E anche fieri di come abbiamo “diversamente” celebrato l’unità d’Italia.
Noi non possiamo restituire ai Napoletani il lavoro che manca o la sicurezza del futuro. Ma almeno un merito ce l’abbiamo, ed è quello di lavorare per la restituzione dell’orgoglio, da cui poi nasce la corretta convivenza, il senso civico e l’amore per il bene condiviso. Le “tre giornate di Napoli” ci hanno detto che siamo sulla strada giusta. Andiamo avanti!

Angelo Forgione

Il video de “le tre giornate di Napoli”

vai alla fotogallery di Repubblica.it

da NapoliUrbanBlog, un video significativo:
Al Plebiscito, una signora nel suo analfabetismo si dimostra più sveglia dei napoletani presenti che hanno festeggiato il loro funerale


MALAUNITA’, presentato il libro-verità a Napoli

MALAUNITA’, presentato il libro-verità a Napoli
Sala della Loggia affollata al Maschio Angioino

In piena controtendenza rispetto alle manifestazioni dei 150 anni dall’Unità d’Italia è stato presentato nella Sala della Loggia del Maschio Angioino il libro “Malaunità – 1861-2011, 150 anni portati male”. Il volume, firmato da giornalisti del calibro di Lorenzo del Boca, Gigi Di Fiore, Lino Patruno, Ruggero Guarini, Pino Aprile, con Eddy Napoli, Gennaro De Crescenzo, Salvatore Lanza, Angelo Forgione ed altri, offre una lucida ricostruzione dei fatti risorgimentali alla luce di quanto essi hanno penalizzato il Meridione d’Italia. Il ‘libro-verità’ ha il duplice scopo di ricordare agli Italiani le menzogne storiche sull’Unità nazionale, e fare in modo che le nuove generazioni sappiano cosa ha significato per il sud Italia, depredato e martirizzato, l’unità sancita nel 1861.

intervista a Lorenzo del Boca su Radio Marte

il “cartoon” della vera storia

il “cartoon” della vera storia
in 2 minuti, come andarono davvero le cose nel 1861

Un simpatico cartone animato di Davide Ippolito e Claudio Boschi che spiega in soli due minuti gli scempi compiuti dai Savoia per unire l’Italia, anzi allargare il Piemonte. I veri volti di Giuseppe Garibaldi, Nino Bixio, Camillo Benso di Cavour e Vittorio Emanuele II che defraudarono il sud Italia con brigantaggio ed eccidi riducendo il glorioso regno delle due sicilie in quello che oggi è il sud e costringendo i meridionali ad emigrare.


PATRIX, la storia patria che non conosci

PATRIX, la storia patria che non conosci
parodia di “Matrix” in chiave meridionalista

La festa nazionale dell’Unità si avvicina e il fronte d’opinione è sempre più spaccato: chi festeggerà e chi no. Questi festeggiamenti potevano essere un’occasione per avvicinare gli italiani raccontando la verità e invece la retorica continua a rivestire l’informazione falsata sui fatti del 1860-61, e oltre. E gli italiani si allontanano sempre più tra loro.
Restiamo sempre convinti che ogni meridionale, soprattutto se napoletano, ha il dovere di conoscere e sapere cosa è accaduto in questa terra 150 anni fa. Questo momento arriva per tutti, un giorno o l’altro.
Anche per Nino, il napoletano protagonista di “PATRIX” che vuole uscire dalla finzione della retorica risorgimentale per liberarsi del conflitto interiore tra la sua Napoletanità e la presenza ingombrante nella sua mente dei padri della patria. È il momento della sua scelta… quella che tutti i meridionali, prima o poi, devono affrontare.

Benigni “Pinocchio” e le bugie sul Risorgimento

Benigni “Pinocchio” e le bugie sul Risorgimento
videoclip verità contro la retorica del 150°

Ho riflettuto a lungo sulla maniera giusta per rispondere al controverso show di Roberto Benigni a Sanremo farcito di una retorica stantia sui padri della patria. E non potevo non farlo a mio modo, facendo parlare i fatti, evitando di esprimere opinioni personali.
La retorica risorgimentale che ruota attorno alla “esegesi dell’inno di Mameli” è sconfessata con l’ausilio di ricostruzioni cinematografiche di fatti realmente accaduti e frasi realmente pronunciate. Tutto questo attribuisce al video la veste di fondatezza, prima regola di un buon meridionalista di approfondimento, ed è per questo anche estremamente istruttivo.
Le qualità artistiche di Benigni sono indiscutibili, al pari delle “bischerate” viste e sentite dal palco di Sanremo.

Angelo Forgione

Prima parte


Seconda parte