––– scrittore e giornalista, opinionista, storicista, meridionalista, culturalmente unitarista ––– "Baciata da Dio, stuprata dall'uomo. È Napoli, sulla cui vita indago per parlare del mondo."
Il numero uno della Figc, Carlo Tavecchio, intervistato da Giovanni Capuano per Radio 24 (Milano), alla domanda «quanto può resistere il calcio italiano, in un momento di stasi, senza le due milanesi ad alto livello?» ha risposto così:
«Il calcio italiano non è in fase di declino ma abbiamo la carenza da recuperare di Milano, che è non soltanto la città ma anche la Lombardia. Milano, con la sua storia, non può essere assente da un palcoscenico dove, con tutto il rispetto di Roma e Napoli, Torino ha una superiorità dal punto di vista dell’organizzazione e della cultura della vittoria. Una Juve forte è importante a livello internazionale, ma vedremo presto se quello che sta avvenendo a Milano produrrà quello che deve produrre».
“Quello che deve produrre”. Insomma, per il garante di tutto il calcio italiano, lombardo di Ponte Lambro, solo Inter e Milan possono fare quello che non può riuscire a Roma e Napoli, le grandi del calcio “meridionale”, ovvero contrastare il dominio juventino. La competizione, insomma, dev’essere Torino-Milano, non Nord-Sud (Sud-Sud è eventualità impossibile). Tavecchio indica tra le righe dov’è la vittoria, e tutto sembra normale.
La storia di cui parla il presidente federale è quella di chi ha costruito i propri successi sulla forza del Triangolo industriale, orfano dal dopoguerra di Genova (prima vincente col Genoa), ma sempre vivo nei trionfi dell’asse Torino-Milano. La cultura della vittoria di quelle squadre è nata sullo squilibrio territoriale, da cui anche quello calcistico, tra il Nord e il Sud.
Le parole di Tavecchio confermano, ancora una volta, la mentalità settentrionale che non prevede sviluppo meridionale, in nessun campo, neanche in quello calcistico. È evidentemente ancora vivo il retaggio della FIGC anteguerra, quella che non consentì al movimento meridionale di crescere e che discriminò le squadre del Sud fino all’intervento coatto del regime fascista.
Tavecchio dovrebbe chiedersi perché, secondo un freschissimo studio di Ipsos e StageUp, il Napoli è la squadra italiana che negli ultimi 5 anni ha guadagnato più tifosi, con un incremento del 61%. E dovrebbe ringraziare almeno il club azzurro, di proprietà italiana, che è diventato un modello di gestione sportiva, che va in Europa da sette anni ininterrotti a fare anche belle figure pur rappresentando il territorio più povero del Continente (il Sud-Italia) e che è al posto 16 del ranking UEFA per club, mentre il Milan è al 41 e l’Inter al 43. Lo scorso anno, il Napoli ha chiuso il campionato a 82 punti, proprio record, quanti ne fecero l’Inter e il Milan che vinsero lo scudetto nel 2010 e 2011, prima dell’esplosione delle aspirazioni di Andrea Agnelli, e se non ha primeggiato è solo perché ha trovato l’assatanata Juventus dei record. Con Milan e Inter al posto di Napoli e Roma, negli ultimi anni, la Serie A in Champions avrebbe fatto qualche figuraccia in più. Se quelle squadre dovessero riuscire a scalzare Napoli e Roma in futuro, sarà perché i cinesi avranno speso bene i loro soldi, non per chissà quale diritto storico acquisito. I Berlusconi e i Moratti, la recente classe imprenditoriale meneghina, ovvero la storia che ha fatto grandi le squadre milanesi, non era più all’altezza.
Era relatimente noto che Tavecchio fosse tifoso dell’Inter. A questo punto è evidente per chi parteggi la FIGC. Una città, anzi due. Dal 1898, non è cambiato granché.
Come ha fatto la Juve a essere la squadra più tifata d’Italia? Perché al Sud si tifa per le squadre del Nord? Le risposte le ho date alla testata Vesuvio Live, così come di seguito riportato.
Slegare il Calcio dalla storia comprometterebbe una corretta comprensione degli attuali equilibri sportivi ed economici che regolano la geografia del sistema pallone in Italia. Riavvolgere il nastro degli eventi rappresenta l’unica soluzione per rispondere a domande che non sempre trovano una risposta adeguata.
L’impresa di chiarire alcuni fondamentali aspetti storico-sportivi e sociologici è riuscita ad Angelo Forgione, giornalista, scrittore e ricercatore storico napoletano che ha affrontato questi temi nel suo recente libro Dov’è la Vittoria.
Come ha fatto la Juve a essere la squadra più tifata d’Italia?
C’entra il mondo dell’industria, cui è legato a doppio filo il Calcio sin dai sui principi britannici. Ne ho scritto approfonditamente nel mio libro Dov’è la Vittoria, in cui chiarisco come tutto questo abbia influito in un Paese come l’Italia, squilibrato economicamente come nessun altro.
La Juventus ha iniziato a ingrossare il suo seguito nel dopoguerra. Fino al 1949, anno della scomparsa del Grande Torino, contava 7 scudetti, solo 1 in più dei granata, la cui superiorità schiacciante fu improvvisamente interrotta dalla tragedia di Superga. L’Inter e il Bologna ne avevano 5 e il Milan 3. Ne vantava addirittura 9 il Genoa, e 7 la Pro Vercelli, ma il loro prestigio era legato ai primi campionati, quelli in cui il tricolore si disputava solo tra squadre del “triangolo industriale”. Sparito il Grande Torino, che tra l’altro era nato come Torino-Fiat quando la famiglia Agnelli si era disinteressata della Juventus, i bianconeri, riacquistati da Gianni Agnelli nel 1948, si ritrovarono in competizione con Inter e Milan negli anni del “miracolo economico” italiano, quando si realizzò la più grande migrazione di massa mai verificatasi nella nostra penisola: milioni di persone si spostarono dal Mezzogiorno, abbandonando i campi agricoli per andare a lavorare nelle fabbriche del Nord. I nuovi residenti dell’area piementese, cioè pugliesi, siciliani, calabresi, campani, lucani e sardi, trovarono ostilità e cartelli con scritte discriminatorie, e dovettero trovarsi dei riferimenti locali da sposare per farsi accettare. Il Calcio divenne il modo più immediato per combattere l’emarginazione, il veicolo più immediato per sentirsi più integrati. La Juventus, fino a quel momento sostenuta prevalentemente dalla buona borghesia torinese, divenne improvvisamente la squadra dei proletari immigrati, mentre il Torino divenne la squadra dei torinesi.
Il club bianconero, a quel punto, capì di doversi dare un’immagine che risultasse familiare ai lavoratori meridionali della Fiat e iniziò a rastrellare talenti del Sud, in un campionato in cui le frontiere erano chiuse. E così, nel maggio del ‘68 chiuse il primo acquisto geopolitico della storia calcistica italiana prelevando dal Varese il catanese Pietro Anastasi, nonostante il giovane centravanti fosse già promesso all’Inter. Gianni Agnelli lo strappò di forza ai nerazzurri con un blitz improvviso. Il presidente del Varese, Giovanni Borghi, era il patron della Ignis, produceva l’articolo del momento, il rivoluzionario frigorifero, e i compressori glieli forniva proprio la Fiat. L’offerta dell’Avvocato non si poteva proprio rifiutare. E il prezzo del calciatore, in parte, fu pure pagato con merce. Anastasi, nel trapasso tra fine anni Sessanta e inizio anni Settanta, divenne l’idolo del popolo degli emigranti del Sud e la sua foto in maglia bianconera entrò prepotentemente nelle case torinesi di periferia come in quelle siciliane. Così come la foto del sardo Cuccureddu, del palermitano Furino e del leccese Causio, una significativa rappresentanza meridionale nei 5 scudetti juventini degli anni Settanta che accrebbe la sempre maggiore simpatia dei tanti appassionati nel Mezzogiorno per la Juventus. Il suo nome, che non era quello di una città e non imponeva il cliché del campanile, agevolò il processo di diffusione della popolarità bianconera.
I meridionali di Torino, quelli che costruivano le fortune economiche della famiglia Agnelli, trasmisero la juventinità ai parenti rimasti al Sud, sui quali fece facilmente presa tutto ciò che gravitava attorno al miraggio della ricchezza e del successo settentrionale. La Juventus dominò gli anni Settanta e i primi Ottanta, ingrandendo la sua tifoseria con nuove generazioni di fedelissimi immigrati – figli e parenti – che si identificarono con le vittorie della “zebra”. Le convocazioni dei calciatori juventini nella Nazionale italiana divennero massicce e sul cosiddetto “blocco-Juve” fu costruita la Nazionale che giunse quarta ai Mondiali del 1978 e vinse quelli del 1982. Ben nove juventini scesero in campo in Argentina e sei furono titolarissimi nella trionfale spedizione in Spagna. La Juventus, così, si rese definitivamente la squadra d’Italia, la nazione campione del mondo.
Perché al Sud si tifa per le squadre del Nord?
Discorso delicato, soprattutto a Napoli, e anche di questo parlo nel mio libro con un’analisi sociologica che provo a sintetizzare. Le tre principali scintille d’innesco della fede sportiva sono legate all’identificazione antropologica: l’eredità patriarcale, la fascinazione richiamata dal proprio territorio e quella evocata dal successo. Quest’ultima è quella porta a tifare per la Juventus, ma anche per il Milan e l’Inter, perché sono i club che storicamente hanno scritto cicli vincenti. I più piccoli amano e desiderano vincere, a tutti i costi, e del resto modificano spudoratamente le regole dei loro giochi pur di riuscirvi. In loro si sviluppa molto presto la voglia di affermarsi e per questo preferiscono la sensazione appagante della vittoria e rifiutano quella deludente della sconfitta.
Se primeggiare è il primo istinto del piccolo tifoso non c’è da stupirsi che la Juventus, la squadra italiana che vanta più titoli nazionali, sia anche quella che vanta più sostenitori, nonostante i ripetuti scandali più o meno recenti, la revoca degli scudetti e la retrocessione d’ufficio del 2006.
Il Sud, come il Centro e il Nord-Ovest d’Italia, sceglie le squadre blasonate di Torino e Milano perché è pieno di ragazzini che non accettano di legarsi alle squadre delle proprie città e delle proprie province per non autocondannarsi all’impossibilità di competere per la vittoria. Questi giovani tifosi barattano la loro identità col potere, pur di recitare un ruolo da protagonista in pubblico, perché il tifo costituisce un elemento primario di riconoscimento e di affermazione sociale. E difficilmente, crescendo, sono in grado di mettere in discussione le proprie scelte infantili. Solo le città con identità forti e squadre di un certo rango, come Napoli, Roma e Firenze, riescono ad arginare il fenomeno. E infatti lo juventinismo, il milanismo e l’interismo attecchiscono molto di più nei piccoli e medi centri che non riescono a emergere nel Calcio che conta. Cosa volete che scelgano i bambini di Siracusa, Olbia, Matera, Teramo, Macerata e di altre città e province che la Serie A non la vedono mai? Questi giovani devono necessariamente fare una scelta che consenta loro di partecipare, di non sentirsi totalmente esclusi, e per convenienza inconscia si affezionano alle squadre vincenti, oppure a quella che sta compiendo un ciclo vincente al momento dell’esplosione della passione calcistica. Poi ci sono i tifosi di quei distretti che rappresentano realtà calcistiche di un certo rilievo ma che però sono storicamente incapaci di recitare un ruolo primario, come ad esempio Bari, alla cui fede locale è spesso accostata quella per una delle tre grandi storiche. In questi centri è spesso ostentata una fedeltà sdoppiata, una duplice passione: per la squadra locale, che non ha legami stretti con la vittoria, e per quella in grado di vincere, che non ha legami stretti col territorio.
Ecco perché Juventus, Milan e Inter sono le squadre degli appassionati territorialmente “decentrati”, quelli che vivono nelle province senza una grande storia calcistica.
La mancanza di un preciso radicamento geografico della tifoseria bianconera fa della Juventus l’emblema del tifo apolide, ancor più dell’Inter e del Milan, che almeno si dividono Milano, mentre Torino è ampiamente granata. I colori bianconeri intercettano circa il 35% degli appassionati sparsi, un tifoso italiano su tre. Con sensibile distacco, l’Inter e Milan si contendono la seconda piazza, col 14%. Dietro le tre “industriali” segue il Napoli al 13% e poi la Roma al 7%, non a caso le altre due grandi città e le due grandi squadre poco vincenti perché non appartenenti a territori di storia industriale ma che però riescono ad accendere la fascinazione delle loro fortissime identità.
In definitiva, il meridionale che tifa per le squadre del Nord è nella stragrande maggioranza dei casi vittima di un’inazione infantile che paralizza in una posizione confortevole. Il fatto è che tutto questo determina anche vantaggi economici essenziali per le tre big. Basti ricordare che la ripartizione dei diritti televisivi è contrattata in modalità collettiva e che il 25% è frazionato in base alla classifica delle tifoserie per quantità. Più sostenitori hanno i club, più soldi portano a casa, al netto del merchandising e della bigliettazione allo stadio. Potete facilmente immaginare quanti soldi Juventus, Milan e Inter intaschino grazie al seguito che raccolgono al Sud.
Angelo Forgione–È la partita che mette di fronte le due città più grandi del Sud-Italia. Napoli contro Palermo è il manifesto del Calcio meridionale da sempre, il match che nel primissimo Novecento metteva di fronte i club più forti tra quelli non invitati al divertimento del Football del Nord, quello della “Prima categoria nazionale”, che di nazionale aveva davvero poco. La FIGC vietava alle squadre dell’Italia dimenticata di giocare con quelle dell’Italia del nuovo slancio. Le proteste non mancarono e la più accorata fu quella dei messinesi, i quali chiesero di partecipare perché il Calcio avrebbe giovato alla ripresa della città piegata dal terremoto del 1908. La “preghiera” di aiuto fu completamente ignorata. Come ho raccontato in Dov’è la Vittoria (Magenes), ci volle un magnate inglese per far “divertire” i ghettizzati. L’uomo del thé creò una competizione tra squadre di Campania e Sicilia. Così nacque il derby delle Due Sicilie.
[…] A inizio Novecento, Torino aveva delineato con Genova e Milano il cosiddetto “triangolo industriale”, dove si erano iniziate a concentrare l’offerta di lavoro e la conseguente immigrazione dalle altre zone del Paese. Proprio nella Torino dei Savoia era nata, nel 1898, la Federazione Italiana Football, antesignana della Federazione Italiana Giuoco Calcio, organizzazione di sovrintendenza per il neonato Campionato Nazionale, poggiato su un fondamento significativo: era esclusivamente settentrionale, a espressione industriale. Furono infatti invitate a disputarlo le quattro squadre di Torino e Genova. Molto presto si aggiunsero alla competizione altre squadre liguri, piemontesi e lombarde, tra cui la Juventus e il Milan. Il Calcio del “triangolo industriale” aprì poi al Nord-est e nel 1910 la Federazione, che un anno prima aveva assunto la denominazione definitiva (FIGC), accolse il Veneto e l’Emilia Romagna nel campionato “industriale” di Piemonte, Liguria e Lombardia, detto italiano. Solo squadre del Nord progressista, dunque, nonostante l’interessamento al Calcio di nuovi sodalizi di diverse latitudini. […]
[…] Relegato ai margini del progresso, il Sud non poté comunque sviluppare un movimento calcistico da allineare a quello del Nord, il quale neanche sentì l’esigenza di gareggiare con l’altra parte del territorio e di farlo crescere. I calciatori residenti tra Genova, Torino e Milano non ebbero alcuna intenzione di prendere un treno per recarsi a giocare a Napoli, Messina o Palermo. Campania e Sicilia si misuravano in competizioni declassate dalla Federazione e nella Lipton Challenge Cup, un torneo organizzato dal magnate britannico del tè Thomas Johnstone Lipton, nominato commendatore del Regno d’Italia da Casa Savoia per i suoi meriti nell’import-export sull’asse Londra-Torino. Nelle sue ricche rotte commerciali con l’Oriente attraverso Suez, individuò nelle due regioni le compagini di maggior livello tecnico meridionale e le mise in competizione. […]
La Lipton Challenge Cup, per sette edizioni dal 1909 al 1915, mise di fronte le vincenti delle eliminatorie campane e siciliane. Fu vinta per 5 volte dal Palermo, sempre in finale, e 2 dal Naples, la squadra che nel 1922 si fuse con l’Internazionale Napoli (due volte finalista del trofeo del thé) per dare vita all’Internaples, ovvero il Napoli di oggi.
Angelo Forgione–De Magistris bis! Vittoria schiacciante, ed era ampiamente prevista. Ribadita la vittoria di cinque anni fa, quando già l’astensionismo aveva connotato il ballottaggio d’andata con Lettieri. Allora votò il 50% dei napoletani, dieci punti sotto la media nazionale. Al ritorno, cinque anni dopo, la percentuale è drammatica: neanche il 36% è andato alle urne, e ciò significa che il sindaco confermato è espressione di un napoletano su quattro. Non si può non rilevare che De Magistris ha perso circa ottantamila voti rispetto a cinque anni fa, quando a dargli la preferenza furono in 264.730 elettori, contro i 185.907 di oggi. Nulla toglie al vincitore, e però la città dimostra di essere non solo indolente e disinteressata ma sempre più sfiduciata e incapace di riscontrare nelle figure in competizione un’idea di amministrazione. Molto ha contato anche una compagna elettorale avvelenata e priva di contenuti, sfociata nella mancanza di confronto, di cui invece la cittadinanza avrebbe avuto assoluto bisogno per un coinvolgimento collettivo, smorzato anche dalle reti nazionali, che a Napoli hanno dedicato un posto di secondo piano, talvolta cancellandola. De Magistris ha doppiato Lettieri per manifesta inconsistenza dello sfidante e di quelli che lo hanno affrontato al primo turno, e ci è riuscito per diversi motivi. Tre i più incisivi. Punto uno: il sindaco ha saputo raccogliere il sentimento identitario e autonomista crescente. Punto due: nel centro di Napoli è sparita la grande immondizia. Punto tre: a Napoli stanno tornando i turisti. Tanto è bastato per ribadire la supremazia sugli avversari, ma non per il rilancio della città, che è ancora lontano, e resta anche un’incognita sotto lo scontro con il Governo nazionale. Ed è proprio qui che l’ex magistrato si gioca il secondo tempo della sua partita locale, perché tre importanti nodi urbanistici vanno sciolti velocemente, e passano proprio per Palazzo Chigi. Il porto, Bagnoli e Napoli Est. Il porto prima di tutto, il primo per le merci d’Italia e uno dei principali per passeggeri, la prima azienda della Campania, un fulcro di sviluppo della città, che però perde terreno e traffici rispetto agli altri scali italiani e quelli del Nord-Africa a causa del mancato dragaggio dei fondali, ovvero la rimozione dei fanghi che non consentono l’approdo delle più grandi navi merci, ma anche della mancanza di raccordo con la rete ferroviaria nazionale per lo smistamento su ferro. Per non parlare della mancanza di elettrificazione, che costringe le imbarcazioni pesanti a tenere i motori accesi durante l’ormeggio e a inquinare l’area urbana a ridosso. Se non si porrà presto rimedio al problema della profondità dello scalo portuale si andrà incontro anche alla perdita delle navi da crociera. Bagnoli e Napoli Est poi, aree di ruderi industriali interessate da una riconversione ferma anch’essa al palo da decenni. Insomma, un immobilismo che sta paralizzando l’economia della città, al quale De Magistris dovrà provare a richiedere soluzione veloce pur nel suo conflitto in atto contro il premier Renzi e quello annunciato contro le tecnocrazie, le oligarchie e i poteri forti d’Europa. Tocca a lui sbattere i pugni sul tavolo per sollecitare Roma a sbloccare le situazioni. E poi bisognerà mettere mano al recupero monumentale e architettonico. Il piano per il Centro Storico Unesco, prima di tutto, con gli stanziamenti rimasti nel cassetto e riprogrammati. La restituzione alla città della Galleria Umberto, abbandonata e degradata, cui dare il decoro che Milano riesce a garantire, accelerando coi restauri (di tutti i monumenti cittadini) col freno al mano tirato, e studiando un regolamento per l’omogeneità delle insegne degli esercizi commerciali, come nel caso esemplare del capoluogo lombardo. Il recupero della Villa Comunale e della Riviera di Chiaja, spazio preso in ostaggio da una discutibile linea metropolitana che ha sfigurato i luoghi e anche qualche storico palazzo. Il restyling del lungomare pedonalizzato, che necessita di una risistemazione turistica. L’incremento del turismo e il miglioramento dell’accoglienza dovrà essere il vero obiettivo del primo cittadino, perché è quella la vera risorsa di Napoli. Complici i timori internazionali, i flussi turistici verso il Vesuvio sono in crescita. La città ha raddoppiato gli incassi della tassa di soggiorno versata dai turisti, che però non vengono reinvestiti interamente per il miglioramento dei servizi turistici della città, come avviene altrove. Con il solo 30%, il Comune di Napoli è all’ultimo posto nella classifica italiana per reinvestimento dei ricavi turistici. Nelle casse di Palazzo San Giacomo ci sono circa 4,5 milioni di euro che il sindaco deve reindirizzare in buona parte sul settore dal quale provengono, anche perché l’offerta alberghiera della città è quasi satura e si prospetta la necessità di creare nuove strutture ricettive. Non meno importante, il potenziamento della comunicazione, davvero carente per una città che non riesce a dire al mondo che i suoi musei sono tra i più ricchi e importanti d’Europa, che in città ci sono tre dipinti di Caravaggio, la Collezione Farnese, il Tesoro di San Gennaro, tanto per dire, e un’offerta complessiva impareggiabile. E poi ci sono le periferie da attenzionare, troppo trascurate rispetto ai quartieri centrali, la raccolta differenziata da incrementare, la pulizia ordinaria delle strade, la sicurezza da migliorare, lo stadio da rifare, e diversi altri problemi cui mettere mano davvero. È questo il lavoro da fare, a testa bassa, in una città che vuol essere a suo modo autonoma e tornare artefice del suo cammino, ma che deve necessariamente fare i conti con un governo settentrionalista. Per ora Napoli si conferma capitale dell’astensionismo. È un dato allarmante che perde peso solo perché la città in cui risultano in coma i partiti e pure gli elettori non è ritenuta prioritaria nel panorama politico nazionale. Riuscirà il sindaco autonomista a ridarle centralità? A proposito, il PD si salva a Milano e a Bologna, ma perde la prima, la terza e la quarta città d’Italia, di fatto in mano all’antipartitismo. Il partito della rottamazione sembra avviarsi, con tutta la vecchia politica, allo sfasciacarrozze. Una bella soddisfazione per De Magistris, sulle cui minacce di incontinenza in molti hanno forse troppo ironizzato.
Angelo Forgione– Tra gli ideali che ispirarono l’Unità italiana, quello laicista fu sicuramente uno dei più importanti. Rifacendosi alle più avanzate nazioni protestanti europee, gli artefici dell’annessione di Napoli e Roma al Regno d’Italia piemontese dovevano rendersi protagonisti della diffusione di un’ideologia svincolata dalla fortissima tradizione cattolica d’Italia, e contribuire ad allentare lo stretto rapporto con la Chiesa di Roma che aveva sempre caratterizzato la vita degli stati italiani.
A preservare l’autorità del Papa ci pensò un francese, non un italiano. Napoleone III, imperatore di quella Francia “figlia primogenita della Chiesa” piena di cattolici e di un consenso da preservare, piazzò le sue truppe in territorio romano mentre il Piemonte incamerava parte dello Stato Pontificio, e fu un bel problema per Garibaldi ma anche per la pletora sabauda. Vi era bisogno di tutta la scaltrezza piemontese per risolvere la rogna, anche perché la posizione geografica di Torino, troppo vicina al confine nemico, la condannava a non essere per troppo tempo la capitale d’Italia. Le trattative diplomatiche portarono alla Convenzione di settembre del 1864, con cui il Re di Francia si impegnò a ritirare gradualmente i suoi uomini in cambio dell’impegno a non invadere il territorio pontificio. A garanzia degli impegni presi dai piemontesi, il sovrano francese impose il trasferimento della capitale in un’altra città, cosa che avrebbe dovuto provare la definitiva rinuncia alle seducenti mitologie di Roma capitale dell’Italia laica. I piemontesi miravano semplicemente a far sloggiare i garanti di Pio IX, per poi rompere i patti alla loro maniera. C’era solo da rinunciare in anticipo ai ministeri di Torino, alle ambasciate e ai fiumi di danaro pubblico, e da affrontare la rivolta dei cittadini torinesi, convinti che in assenza di Roma dovesse farne le veci solo la loro città, ormai pienamente interessata dagli investimenti per l’edilizia espansiva. Sommossa repressa nel sangue di cinquantacinque uomini disarmati, ma ormai tutto era già deciso: la capitale doveva trasferirsi altrove. Furono proposte Firenze, sostenuta dal Consiglio dei generali perché non esposta all’aggressione marittima, e Napoli, preferita dal consiglio dei ministri in quanto maggior metropoli italiana, lontana dal confine e meno esposta a un eventuale intervento austriaco richiesto dal Papa, ex capitale rispettata in Europa, la terza più popolata del Continente e già pronta a ricevere i dicasteri senza necessità di grandi spese, città di cultura degna delle grandi capitali europee. Tale scelta, secondo i sostenitori dell’ipotesi, avrebbe potuto contribuire a sradicare il brigantaggio meridionale che metteva a rischio la compattezza geografica. Prevalse la piccola Firenze, ma la volontà fu più che altro sovrana. Vittorio Emanuele II sapeva quanto fosse rilevante il peso di Napoli agli occhi dell’Europa e cercò di evitare che tornasse capitale. Il Re, invitato ad esprimere il suo pesante parere ai ministri, indirizzò la scelta verso la città toscana:
«Andando a Firenze, dopo due anni, dopo cinque, anche dopo sei se volete, potremo dire addio ai fiorentini e andare a Roma; ma da Napoli non si esce; se vi andiamo, saremo costretti a rimanerci. Volete voi Napoli? Se ciò volete, badate bene, prima di prendere la risoluzione di andare a stabilire la capitale a Napoli, bisogna prendere quella di rinunziare definitivamente a Roma.»
Tutti a Firenze! Una città di poco più di centomila abitanti invasa dalle istituzioni, dal Parlamento, dal Re, dalla corte e di tutto ciò che necessitava una capitale. Trentamila burocrati piemontesi a sconvolgerne le abitudini, le tradizioni e l’urbanistica. Ma gli uomini del “Re Galantuomo”, che gli accordi li prendevano per romperli, attesero che Roma fosse defrancesizzata e, dopo cinque anni e mezzo, invasero lo Stato Pontificio. Pio IX si ritirò in Vaticano, dichiarandosi “prigioniero d’Italia” fino alla morte, e si rifiutò di riconoscere la legge delle Guarantiglie, con cui il Regno d’Italia dei Savoia intese regolare i rapporti con la Santa Sede. Il Pontefice vietò ai cattolici di partecipare all’attività politica italiana e scomunicò tutti coloro che avevano partecipato al processo risorgimentale, a partire dai Savoia, ma si trovò di fronte l’ambigua figura di Vittorio Emanuele II, ricorso ai poteri forti d’Europa e alla Massoneria internazionale per coronare l’unificazione nazionale anche contro il Cattolicesimo, nonostante fosse riconosciuto religione di Stato dall’articolo 1 dello Statuto Albertino del Regno di Sardegna, poi esteso all’Italia unita. Pio IX scomunicò il primo re d’Italia per ben tre volte lungo l’arco della sua trono tricolore, ma ritirò il provvedimento nel 1878, in punto di morte del baffuto piemontese, inviando un sacerdote al suo capezzale per impartirgli l’assoluzione, poiché il primo sovrano dello stato nazionale italiano, comunque cattolico, non poteva e non doveva morire senza sacramenti.
Il Vaticano e l’Italia restarono separati in casa fino all’avvento del Fascismo, nel primo Novecento, mentre a rappresentare il rafforzato potere laico contrapposto alle forze conservatrici e clericali ci pensò la Massoneria. Il Potere temporale fu in qualche modo riabilitato dai negoziati tra Benito Mussolini e Pio XI, culminati nei Patti Lateranensi, con cui fu siglato un reciproco riconoscimento tra Regno d’Italia e Stato Vaticano. Fallita sul nascere la creazione di un Paese condiviso e giusto, naufragava anche lo scopo fondante di sradicare la sua appartenenza religiosa.
Angelo Forgione – Sapevate che Giovanni Agnelli senior non fondò la Fiat ma partecipò da comprimario alla cordata di imprenditori e se ne impossessò con oscure macchinazioni? Sapevate che il principale finanziatore della Fiat fu trovato morto dopo aver denunciato illeciti interni? Sapevate che la Magistratura di Torino indagò e processò Giovanni Agnelli senior per truffa ai soci? Sapevate che Giovanni Agnelli senior strinse un patto di convenienza con Mussolini e fece in modo di ostacolare l’acceso della Ford in Italia? Sapevate che, dopo la guerra, Giovanni Agnelli junior e Vittorio Valletta strinsero un patto con gli americani ed entrarono nel gruppo Bilderberg? Sapevate che gli Agnelli hanno beneficiato di un sostanziale monopolio secolare? Sapevate che, nel 2000, un partner commerciale degli Agnelli comprò il Torino e, prima di farlo fallire, lasciò alla Juventus il conteso terreno della Continassa per la costruzione del nuovo stadio bianconero? Conoscete tutti gli intrecci tra la Fiat e la Juventus?
Tratto da Dov’è la Vittoria (Magenes), pubblico parte del capitolo “Il Regno d’Italia”, dedicato alla dinastia che, attraverso la Fiat e la Juventus, vetrina sportiva di famiglia, ha costruito una fortuna oggi ereditata da due rami famigliari. Non si può dare completa spiegazione alla lunga egemonia industriale della casa nata e cresciuta a Torino e allo storico dominio nazionale del pluriscudettato club bianconero senza conoscere la storia della famiglia Agnelli, lontano dai più stantii schemi agiografici.
Juventus e Fiat. È il matrimonio tra Calcio e Industria più duraturo e significativo del panorama sportivo nazionale. Se la storia tra il Milan e Berlusconi è proseguita per 29 anni e quella dell’Inter coi Moratti è durata complessivamente 34 stagioni (15 Angelo e 19 Massimo), il legame tra la Juve e la famiglia Agnelli, temporaneamente interrotto nel periodo 1936-1947, ha macinato fin qui ben 89 anni, ed è decisamente saldo. Non c’è altro club di rilievo internazionale che abbia un’identificazione così antica con la sua proprietà. Si tratta di un binomio-paradigma degli intrecci tra sport, politica e finanza che hanno attraversato un secolo d’Italia, e merita un approfondimento per la sua specificità. Tutto iniziò il 24 luglio 1923, 26 anni dopo la fondazione della Juventus, quando il trentunenne Edoardo Agnelli ne acquisì la proprietà, inaugurando una costante della storia nazionale: la Fiat in camicia bianconera. In quella squadra degli anni Venti militava il terzino Antonio Bruna, un operaio che trovava difficoltà ad allenarsi per via degli impegni in fabbrica. Il caporeparto non volle accordargli un permesso e così il difensore pensò bene di andare a chiedere al dirigente juventino Sandro Zambelli di parlare con Giovanni Agnelli senior. Non era una richiesta semplice in quegli anni di aspre battaglie operaie avversate dal padrone e dal Regime fascista, eppure l’impavido dirigente si fece ricevere nell’ufficio presidenziale e iniziò a parlare di Calcio e di quel giocatore che necessitava di allenamento. Agnelli acconsentì, inaspettatamente. Tanta disponibilità poteva permettere di alzare le richieste, e il lungimirante Zambelli approfittò per chiedere al suo interlocutore di acquistare la proprietà della Juventus. Lo scaltro imprenditore non mostrò interesse al coinvolgimento diretto nel club torinese, ma intuì che il Calcio, fenomeno in ascesa, avrebbe assicurato il favore popolare alla famiglia, e che avrebbe potuto concedere il ruolo al figlio Edoardo, non troppo coinvolto nella gestione aziendale. Erano gli anni in cui il Fascismo attirava a sé ogni ramo della cultura e dell’intrattenimento per dare una diversa identità al popolo italiano e una nuova immagine alla Nazione. Nuova immagine se la stava dando anche la Fiat, con la costruzione e l’inaugurazione nel 1922 del Lingotto, l’avveniristica fabbrica pensata sull’esempio della Ford. L’impatto con la modernità portò all’acquisizione della Juventus, club dilettantistico da trasformare in qualcosa di ben più organizzato. Edoardo Agnelli diede corpo alla filosofia del finanziamento industriale in cambio di passione e consenso, rendendo grande una squadra modesta che, con il sostegno motoristico, non avrebbe mai smesso di guadagnare il riconoscimento popolare. Il rampollo sarebbe rimasto in sella per 12 anni, davvero importanti: 6 scudetti, di cui 5 di fila. Improvvisamente, nel luglio del 1935, si rovesciò con un idrovolante nel mare genovese e se ne andò prematuramente.
La Juventus era nata il 1 novembre 1897 per iniziativa di un gruppo di giovani studenti del liceo classico D’Azeglio che, dopo le lezioni, erano soliti recarsi in corso Duca di Genova per la ricreazione pomeridiana. Avevano visto giocare il Foot-ball al parco del Valentino e in piazza d’Armi, e si erano quindi associati. Mentre la beata gioventù dava vita alla Juventus, in quella Torino un certo Giovanni Battista Ceirano, meccanico cuneese che costruiva velocipedi, coltivava il sogno di costruire carrozze automobili senza cavalli. 20 mesi dopo sarebbe nata la F.I.A.T.
L’11 luglio 1899 è la data del raduno di una cordata composta da una decina tra nobili, aristocratici e imprenditori allettati dalle prospettive aperte dall’iniziativa di Ceirano. Appuntamento nella sede del Banco di Sconto e Sete, un istituto di credito torinese partorito nel 1863 dalla fusione dalla Cassa di Sconto di Torino e quella di Genova, sotto l’alto patrocinio della famiglia Rothschild, e lì fu versato il capitale sociale per la fondazione della Società Anonima Fabbrica Italiana di Automobili – Torino. Fu proprio il meccanico di Cuneo a mettere insieme i soci benestanti per l’inizio dell’avventura, sostenuta in prima linea dal conte Emanuele Cacherano di Bricherasio, nel cui studio, il 1 luglio, fu sottoscritto l’atto di costituzione.
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Le manovre di Giovanni Agnelli per prendersi la Fiat
Nella cordata anche Giovanni Agnelli. Non un nobile, ma un imprenditore agricolo con grande disponibilità di danaro. Fu coinvolto in extremis per coprire parte della quota azionaria di Ceirano, escluso ingiustamente dai finanziatori per questioni di rango e di risorse, e liquidato in cambio di brevetti, progettisti, maestranze e sogni.
Giovanni Agnelli senior
Nato nell’agosto del 1866, Agnelli proveniva da una famiglia borghese di proprietari terrieri originaria di Racconigi. Dopo un principio di carriera militare al servizio del re Vittorio Emanuele II di Savoia, si era dedicato all’azienda agricola di famiglia e alla carriera politica nel paese natio, Villar Perosa. Trasferitosi a Torino nel 1892, a 26 anni, era entrato in contatto con l’aristocrazia locale, appassionata di meccanica e automobilismo. Era stato proprio il nobile possidente Ludovico Scarfiotti, eletto presidente (al conte di Bricherasio andò solo la carica di vicepresidente), a interessarlo all’ultimo istante nell’avventura industriale della nascente F.I.A.T., di cui ottenne il ruolo formale di segretario del Consiglio di Amministrazione. Fu ugualmente l’inizio di una scalata impensabile, partita dalle prime presenze alle riunioni del C.d.A., passando per la candidatura vincente a membro delegato del Consiglio con ampi poteri, carica che gli consentì di mettere le mani sulla gestione commerciale e sui conti dell’impresa.
I conflitti tra i soci non tardarono ad arrivare e qualcosa iniziò a non quadrare al principale finanziatore, Emanuele Cacherano di Bricherasio, che nell’autunno del 1904 annunciò di voler verificare le carte per denunciare illeciti e intrighi di cui si era convinto. Non riuscì a portare avanti il suo proposito poiché fu trovato morto nel castello del duca Tommaso di Savoia-Genova, cugino del re Vittorio Emanuele III, dove gli inquirenti dissero si era suicidato con un colpo di pistola alla nuca. Motivi del gesto oscuri e versione ufficiale non suffragata da alcuna autopsia, inchiesta o spiegazione. Solo un nobile amico, il grande cavallerizzo Federico Caprilli, ne vide il corpo prima del funerale, riferendo che il viso e le tempie erano integri. La sorella del defunto conte di Bricherasio affidò le indagini sulla morte proprio a Caprilli, il quale, 3 anni dopo, alla vigilia delle sue annunciate dimissioni dall’esercito che lo avrebbero svincolato dal giuramento di fedeltà al Re, morì con il cranio sfondato. Altro mistero. Si disse che era rimasto vittima di una caduta da cavallo nella notte, in una strada innevata di Torino. Anche per lui niente autopsie, niente inchieste e nessuna spiegazione: solo una frettolosa sepoltura e la distruzione del baule in cui era custodita la corrispondenza con l’amico Emanuele. Giovanni Agnelli mostrò ambizione e arrivismo, riuscendo a scalzare già nel 1906 molti dei restanti fondatori con un complesso gioco azionistico-bancario che gli garantì la maggioranza, approfittando poi dei guai che coinvolsero l’azienda col primo crollo della Borsa del 7 luglio 1907. Mentre i quotidiani smascheravano una truffa ai danni dei soci estromessi, la questura di Torino, nel 1908, denunciò lui e altri dirigenti per “illecita coalizione, aggiotaggio in Borsa e alterazione di bilanci sociali”, convinta del fatto che il dissesto finanziario della F.I.A.T. dovesse attribuirsi a sue losche macchinazioni. Secondo le indagini, Agnelli aveva provocato nel biennio 1905-1906 “enormi e ingiustificati rialzi nelle azioni della F.I.A.T.” affinché l’azienda venisse posta in liquidazione, per poi rifondarla immediatamente senza i soci originari e priva dei punti nell’acronimo (Fiat). Le accuse riguardavano anche la diffusione di false notizie di importanti commesse provenienti dall’America, mai ricevute, e la rassicurazione agli azionisti sulla prosperità dell’azienda attraverso il pagamento di corposi dividendi, tutti garantiti da un mutuo concesso da un consorzio di banche e aziende creditrici capeggiate dalla compiacente Banca Commerciale, prestatasi per salvare l’azienda. Agnelli, dopo il rinvio a giudizio per aggiotaggio e truffa, andò a processo nel 1911, in un clima di forti manovre politiche e sotto la protezione dal capo del Governo, il cuneese Giovanni Giolitti, che già nel 1907 gli aveva concesso la croce di Cavaliere al merito del lavoro e che aveva nel frattempo riempito il Senato di piemontesi. Sulla Magistratura di Torino fece pressione la massoneria, attraverso il ministro di Grazia e Giustizia Vittorio Emanuele Orlando, libero muratore, che dichiarò:
«Un’azione penale nei confronti di Agnelli avrebbe conseguenze negative sulla nascente industria nazionale, in particolare piemontese.»
Agnelli, che aveva fornito mezzi militari per la vittoriosa guerra in Libia, fu assolto con formula piena e a nulla servì il ricorso del pubblico ministero, che in secondo grado di giudizio si trovò contro l’ormai ex-ministro Orlando in difesa dell’imputato e i dirigenti della Banca Commerciale come testimoni. Alla fine della Grande Guerra l’industriale riuscì ad acquisire la maggioranza del capitale azionario, completando l’ascesa al trono della Fiat.
Il patto Fiat-Fascismo durante il Regno d’Italia
Mussolini e Agnelli a Torino nel 1932
La trasformazione da fabbrica locale ad azienda di fama mondiale si concretizzò durante il Fascismo, quando il monarchico Agnelli, consapevole che gli italiani non disponevano né di un reddito sufficiente per permettersi le automobili né di autostrade su cui farle sfrecciare, produsse forniture belliche negli stabilimenti torinesi, in modo massiccio e anche per il mercato estero. Ormai piegato il movimento di lotta operaia che aveva prodotto l’occupazione delle fabbriche nel cosiddetto “Biennio rosso” 1919-1920, e completato nel 1922 l’imponente stabilimento del Lingotto sul modello americano della catena di montaggio introdotto da Henry Ford, Agnelli sostenne con immediato opportunismo la formazione del Governo Mussolini (1922), ricambiato con la nomina a senatore del Regno (1923). Dopo il delitto dell’antifascista Giacomo Matteotti, l’industriale piemontese votò a favore del Duce la fiducia in Parlamento e, allo stesso tempo, intrattenne relazioni con il Regime, seppur in modo tale da sembrare per quanto possibile apolitico. In realtà, tra Agnelli e Mussolini non vi era simpatia e il sostegno reciproco fu dettato dagli interessi. Da un lato, il presidente del Consiglio dei ministri del Regno d’Italia non pretendeva dall’industriale plateali manifestazioni di lealtà ideologica, consapevole che la Fiat fosse utile all’economia nazionale e necessaria alla politica internazionale del Regime. Dall’altra, ciò che interessava ad Agnelli era far leva sul nazionalismo esasperato di Mussolini, che tornava utile alla sua azienda sia in termini di spinta del prodotto interno che nella repressione del movimento dei lavoratori. Il do ut des si concretizzò nell’acquisizione de La Stampa di Torino (1926) e di altri quotidiani – gli stessi che in passato avevano denunciato le irregolarità compiute da Giovanni – coi favori dalle autorità fasciste. Attraverso la carta stampata, Agnelli si assicurò i favori dell’opinione pubblica e la protezione della Casa Reale, mentre i gerarchi, dal canto loro, allinearono la stampa alle direttive e alla propaganda di Regime.
In conseguenza della lunga recessione dell’economia occidentale, causata dal crollo della Borsa americana del 1929, per la Casa torinese si chiusero le porte del mercato estero e il fatturato si ridusse considerevolmente. La sopravvivenza passò per l’annullamento di ogni concorrenza interna, a cominciare da quella della pericolosa Ford. La casa americana, che retribuiva i suoi operai 4 volte di più e vendeva le sue autovetture a un prezzo 4 volte inferiore, si era già insediata in Italia nel 1923 con una fabbrica a Trieste e cercò di sfondare definitivamente sul mercato locale con uno stabilimento a Livorno, progettato con la collaborazione di finanzieri e imprenditori milanesi e con l’appoggio del gerarca fascista livornese Costanzo Ciano, suocero di Edda Mussolini. Agnelli, impaurito dalle più moderne e potenti presse americane che aveva ammirato personalmente a Detroit, protestò fortemente col Duce, che ne accolse i timori e disse no al suo influente gregario. Dapprima furono aumentati i dazi doganali sulle autovetture estere del 130%. Successivamente, una volta varata una legge straordinaria per includere l’industria automobilistica tra le attività interessanti la difesa nazionale, fu impedito il commercio di autovetture non costruite integralmente in Italia e furono chiusi d’autorità gli stabilimenti Ford a Trieste. Favori enormi per Giovanni Agnelli, che non poté più nascondersi quando la Fiat divenne apertamente un’azienda protetta dal Regime. Puntualmente “consigliato” dal prefetto di Torino, il senatore prese opportunamente la tessera del Partito Nazionale Fascista e la scrittrice Elena Croce, figlia del filosofo Benedetto, per commentare il matrimonio di convenienza, scrisse:
Agnelli affettava con umiltà un’assoluta innocenza nelle cose della cultura e della politica, ma non ci voleva molto ad accorgersi che la prima era fatta di disprezzo, e la seconda di calcolo e paura.
Forte della sua consolidata posizione in Italia, l’industriale torinese fece fronte al calo del fatturato riducendo orari di lavoro, salari e maestranze. Per risollevarsi, volle fortemente l’autostrada Torino-Milano, inaugurata nel 1932 dopo aver decimato le casse dello Stato; si oppose al paventato rilancio delle ferrovie e sfornò, sempre nel 1932, l’automobile che avrebbe dovuto avviare la motorizzazione in Italia. La chiamò “Balilla”, soprannome del giovane che nel 1746 accese la scintilla dell’insurrezione per la cacciata degli austriaci da Genova, simbolo di patriottismo adottato dal Regime per formare lo spirito, la cultura e il fisico dei ragazzi italiani. Un segno dovuto di riconoscenza al Duce, per sedurlo in cambio di altri favori. Il successo commerciale della vettura necessitava infatti di un ulteriore aiuto politico: la concessione di agevolazioni fiscali. Benito voleva “l’auto del popolo”, ma non nutriva simpatia per Giovanni e non vedeva di buon occhio le vetture Fiat perché, da appassionato di corse automobilistiche, preferiva decisamente le sportive Alfa Romeo, pure più consone all’immagine dinamica che di sé dava al Paese e che del Paese dava al mondo. Solo dopo aver capito che il prezzo contenuto e le buone soluzioni di compromesso della “Balilla” avrebbero dato uno slancio alla massiccia motorizzazione degli italiani concesse la totale esenzione dal pagamento della tassa di circolazione per un anno, equivalente a circa uno stipendio dell’epoca.
Sempre nel 1932, Mussolini decise di festeggiare alla Fiat il decimo anniversario della marcia su Roma, accolto in fabbrica da Giovanni Agnelli in camicia nera. Un anno dopo uscirono dallo stabilimento torinese i treni popolari battezzati “littorine”, in onore al fascio littorio.
Neutralizzata la concorrenza estera in Italia, tutto era funzionale a sottomettere anche quella nazionale, rappresentata dall’Alfa Romeo, molto competitiva, ammirata dal Duce e rispettata anche dagli americani. L’ingegnere napoletano Nicola Romeo, di Sant’Antimo, aveva rilevato nel 1915 la fallimentare A.L.F.A. (Anonima Lombarda Fabbrica Automobili) di Milano, rendendola nel tempo tra le migliori fabbriche di automobili al mondo, apprezzata da Henry Ford, il quale, per esternare la sua ammirazione, dichiarò:
«Quando vedo un’Alfa Romeo mi tolgo il cappello.»
Nello stabilimento napoletano di Pomigliano d’Arco, Nicola Romeo costruiva anche trattori, locomotive e persino aeroplani e idrovolanti militari e civili. Ma il crollo di Wall Street e la conseguente recessione portarono all’accumulo di debiti enormi per un’impresa in concorrenza con la privilegiata Fiat. In soccorso delle aziende in difficoltà e delle banche ad esse vincolate accorse Mussolini, che, per proteggere l’economia del Nord Italia, nel 1933 creò l’IRI, l’Istituto per la Ricostruzione Industriale, col compito di finanziare il rilancio e di acquistare dagli istituti di credito le azioni delle imprese in difficoltà. Fu fatto a prezzi decisamente più alti dei valori effettivi, in modo da dare ossigeno sia alle banche che alle aziende. Lo Stato si accollò la crisi generale e la stessa Alfa Romeo diventò statale, cessando di rappresentare un serio pericolo per la Fiat.
Favorita dalla politica autarchica del Regime, l’azienda di Giovanni Agnelli costruì alla fine degli anni Trenta un nuovo stabilimento a Mirafiori, inaugurato nel maggio del 1939 alla presenza di Mussolini, che arrivò con due ore di ritardo a bordo proprio di un’Alfa Romeo. La provocazione fu forte e dettata dal fatto che, nonostante lo stato maggiore della Fiat fosse schierato in camicia nera nel piazzale, gran parte delle maestranze era socialista e comunista, e il Duce sapeva che quella gente gli era avversa perché insoddisfatta dalle promesse non mantenute, dal rincaro dei prezzi e dalle restrizioni dei consumi imposti dalla politica economica dell’autarchia. In effetti, quel giorno, gli operai non si mostrarono particolarmente felici di assecondare il comizio del Duce. Poche ovazioni e molti silenzi all’annuncio di nuove promesse. Mussolini si irritò fortemente e al termine del furioso comizio voltò le spalle per andarsene. L’ormai settantatreenne Agnelli gli corse dietro, lo afferrò per le spalle e lo convinse a tornare indietro per salutare la folla; Mussolini tornò, fece il saluto romano, e poi se ne andò definitivamente, a cerimonia in corso, non prima di essersi sfogato sottovoce all’indirizzo dei 50.000 operai presenti:
«Questi piemontesi sono tutti dei porci.»
Non erano tutti piemontesi. C’erano anche molti veneti, friulani e pugliesi, confluiti a Torino per fare della Fiat il più grande polo operaio del Paese, ed erano decisi a dare corpo a una nuova lotta di classe, in passato soppressa con la forza dall’alleanza tra Fascismo e classe industriale italiana. L’incidente diplomatico innervosì fortemente Mussolini, che non sarebbe più tornato a Torino. Rivolgendosi ai “piemontesi” intese riferirsi alla Torino piena di operai, in cui serpeggiava l’antifascismo, e ai vertici aziendali della Fiat, ben conscio che il gran calcolatore Agnelli chiamava i gerarchi del Partito Nazionale Fascista «quei coglioni di Roma». Certo, l’Alfa Romeo fu spodestata in alcune grandi forniture statali a beneficio dell’azienda torinese, ma i rapporti tra i due peggiorarono col gravare delle imposte generate dalle ambizioni belliche del Governo fascista e si ruppero definitivamente nel 1943, quando proprio a Mirafiori iniziò lo sciopero che portò moltissimi operai del Nord Italia a protestare e a dare le prime spallate al Regime, poi caduto alcuni mesi più tardi.
Il patto Fiat-Stati Uniti-Italia durante la Repubblica
Vittorio Valletta e Giovanni Agnelli junior
La rottura fra potere economico e Fascismo si palesò a guerra persa, tra l’inverno del 1942 e la primavera del 1943, con le fabbriche del gruppo danneggiate dai bombardamenti. Agnelli, come una bandiera al vento e in difesa dei suoi interessi, si produsse in un gioco diplomatico su tutti i fronti, concedendo sovvenzioni al movimento partigiano, creando rapporti economici con gli Alleati anglo-americani, mantenendo legami coi fascisti e sostenendo il colpo di Stato. Ammiccò infatti al generale Pietro Badoglio, candidato a sostituire Mussolini alla guida del Governo, ruolo conferitogli poi dal re Vittorio Emanuele III il 25 luglio del 1943. Per via del proprio coinvolgimento con il Regime, Agnelli rischiò di perdere la proprietà dell’azienda prima della sua morte, avvenuta il 16 dicembre del 1945, quando le redini passarono al fido Vittorio Valletta, uomo legato alla massoneria, in attesa che maturasse il ventiquattrenne Giovanni junior, figlio di Edoardo. Il giovane erede fece tornare la Juventus nelle mani di famiglia nel luglio 1947, ripercorrendo le orme del padre.
Gli aiuti stanziati dal Piano Marshall tra il 1948 e il 1951 rimisero in piedi gli stabilimenti Fiat e assicurarono commesse negli Stati Uniti. La Casa torinese ricevette da sola ben il 26,4% dei fondi elargiti al settore meccanico e siderurgico, oltre il 12% dell’intero aiuto all’industria italiana, garantendo in cambio il licenziamento degli operai comunisti concordato tra Vittorio Valletta e Clare Boothe Luce, ambasciatrice americana in Italia, forte oppositrice del comunismo italiano, sostenuto esternamente dal grande blocco sovietico. Con il quotidiano di famiglia, La Stampa, i vertici Fiat tentarono di sottrarre gli operai alla lettura de L’Unità e della Gazzetta del Popolo.
Nel 1949 fu creato a New York un gruppo di studio per analizzare gli effetti del Piano Marshall, predisposto dagli USA con lo scopo recondito di ottenere liberalizzazioni commerciali in Europa per le multinazionali statunitensi e forte influenza della politica americana su quella europea. Alla convocazione aderirono alcuni alti dirigenti dell’appena costituita CIA (Central Intelligence Agency), l’agenzia di spionaggio – responsabile dell’ottenimento e dell’analisi delle informazioni sui Governi e sugli individui stranieri – che creò dei “fondi neri” per contribuire agli “aiuti” per l’Europa, finanziando le politiche anticomuniste in Francia e Italia attraverso giornalisti, sindacalisti, politici e leader dei due Paesi. Le relazioni occulte tra i due continenti trovarono compimento nel 1954, con la nascita del Gruppo Bilderberg, un’organizzazione segreta riservata agli uomini più influenti d’Europa e degli Stati Uniti, in buona parte legati a varie massonerie, e finalizzata alla creazione di un Governo ombra dell’economia, della finanza e della politica mondiale. Vittorio Valletta e Gianni Agnelli aderirono al Gruppo, partecipando alla prima riunione di 50 delegati da 11 Paesi europei e 11 statunitensi. Proprio in quell’anno, Fiat, Eni, Pirelli e Italcementi diedero vita alla SISI Spa (Sviluppo Iniziative Stradali Italiane) e interagirono per favorire il mercato automobilistico a scapito del trasporto su ferro, attraverso l’imposizione all’opinione pubblica dell’equazione “autostrade uguale sviluppo economico, uguale benessere”. La verità è che, con le autostrade, le macchine non le avrebbero acquistate solo i più ricchi borghesi delle grandi città e le merci prodotte dalle industrie del Nord sarebbero giunte al Sud anche su gomma. Lo Stato intervenne a sostegno, costituendo la Società Concessioni e Costruzioni Autostrade Spa, presieduta dal ministro dei Lavori pubblici, per aggirare le limitate disponibilità dell’ANAS (Azienda Nazionale Autonoma delle Strade), mentre alle Ferrovie dello Stato furono destinate scarse risorse con le quali fu solo riattivata, e lentamente, una rete ormai inadeguata, invece bisognosa della costruzione di nuove tratte e della correzione di quelle insufficienti. Il progetto pilotato di “motorizzazione” degli italiani prevedeva un asse orizzontale Torino-Milano-Venezia-Trieste, una diramazione da Milano per Genova, un asse verticale da Milano verso Bologna che si sarebbe biforcato, verso Roma-Napoli e verso Ancona-Pescara. Per le auto che scendevano al Sud, mentre gli operai che le costruivano salivano al Nord col “Treno del Sole”, occorreva un nome simbolico: “Autostrada del Sole” era perfetto. 19 maggio 1956 – 4 ottobre 1964: soli 8 anni e poco più per completare la grande opera, con addirittura 3 mesi di anticipo sul termine previsto; tempi impensabili per l’infinita autostrada Salerno-Reggio Calabria, invece presa in carico nel 1962 dallo Stato, attraverso l’ANAS, senza alcun coinvolgimento dei privati e con soluzioni tecniche sciagurate (due strette corsie senza quella d’emergenza) che l’avrebbero condannata a un’interminabile ricostruzione. La realizzazione della rete autostradale e il boom economico misero gli italiani al volante e la Fiat crebbe in produzione, dipendenti, esportazione e fatturato. Solo quando ormai tutti ebbero acquistato una macchina e lo scenario delle città cambiò (con l’invasione dal nuovo simbolo del miraggio di libertà) furono affrontati, con maggiori finanziamenti, gli aspetti critici della rete ferroviaria, alcuni ancora oggi irrisolti al Centro-Sud.
Gli accordi segreti tra la Fiat e gli statunitensi avevano prodotto effetti a lungo termine. Qualche mese prima dell’ingresso di Valletta e Agnelli nel Gruppo Bilderberg era stata avviata una sistematica attività di spionaggio degli operai, scoperta 20 anni dopo da un giovane pretore trentenne, Raffaele Guariniello. Nell’agosto 1971 furono perquisiti i vecchi uffici del management aziendale a Torino e scoperte oltre 350.000 schede relative alle idee politiche, alla vita privata e alle tendenze sessuali dei dipendenti, di cui circa 151.000 inerenti al quinquennio 1967-1971, quello immediatamente successivo all’approdo dell’ormai maturo Gianni Agnelli al comando della Fiat (1966). Il tutto con allegate note spese per investigatori e informatori pagati profumatamente, rami di una rete comprendente servizi segreti dello Stato, impiegati comunali, vigili urbani, Carabinieri, Polizia e parrocchie. Tra gli schedati anche uomini politici, dirigenti pubblici, sindacalisti e giornalisti. Per capire come comportarsi, Gianni Agnelli, in compagnia del procuratore generale di Torino Giovanni Colli, si precipitò a un incontro ad Antagnod, in Valle d’Aosta, convocato dal preoccupato presidente del Repubblica Giuseppe Saragat, lì in vacanza. Questi avocò a sé l’inchiesta, tenendola nel cassetto per circa un mese, per poi inviarla alla Corte di Cassazione a Roma, sostenendo che per motivi di ordine pubblico l’inchiesta non poteva essere condotta a Torino. Tra le proteste, il processo fu assegnato al Tribunale di Napoli, che dopo un anno emise l’ordinanza di 52 rinvii a giudizio. La sentenza di primo grado giunse solo nel febbraio del 1978: 36 condanne, di cui 5 a carico di dirigenti Fiat per reato di corruzione e violazione del segreto d’ufficio; amnistia per i reati minori. L’appello dichiarò estinte le pene per intervenuta prescrizione, grazie alla concessione delle attenuanti generiche. Nessuno pagò per i reati commessi, ma la vicenda appurò il metodo investigativo messo in piedi dai vertici Fiat per estromettere il comunismo dall’azienda. Vittorio Valletta, nel 1965, lasciò il comando del maggior produttore motoristico d’Europa a Gianni Agnelli. E venne il tempo in cui ogni concorrenza interna fu cancellata con l’acquisizione dei marchi della produzione nazionale: Autobianchi, Lancia e, soprattutto, Alfa Romeo, azienda statale indebitata che, negli anni Ottanta, fu consegnata alla Fiat dal Governo Craxi e dall’IRI, guidato da Romano Prodi, il quale, tra le polemiche, ne impedì l’acquisto da parte della Ford, tanto temuto da Gianni Agnelli. Niente da fare neanche questa volta per la casa americana. Ma all’inizio degli anni Settanta giunse anche il declino del marchio torinese che aveva controllato oltre l’80% del mercato automobilistico italiano e che nel 2004, in condizione prefallimentare, fu affidato al nuovo amministratore delegato Sergio Marchionne, dopo la morte di Umberto Agnelli, già orfano del figlio Giovanni Alberto, del gran fratello Gianni e del nipote suicida Edoardo (ma qualcuno ipotizza l’omicidio per evitare che il patrimonio di famiglia finisse ad un musulmano). Il manager abruzzese, incaricato del salvataggio, impose fin da subito condizioni di lavoro decisamente discutibili pur di condurre una politica aziendale di sfida ai sindacati, approdando dopo un decennio all’acquisizione di Chrysler, all’uscita da Confindustria, al decentramento a Londra e Amsterdam delle sedi fiscali e legali e alla quotazione a Wall Street. Misure ricche di opportunismo adottate alla chiusura dei rubinetti degli aiuti di Stato a beneficio dell’azienda probabilmente più assistita della storia dell’industria mondiale, dopo un secolo di protezioni e favori. L’ultima assemblea della Fiat, dopo 115 anni di vita, si tenne il primo giorno d’agosto del 2014 e deliberò la nascita del marchio Fiat Chrysler Automobiles, abbreviato in FCA.
Gli effetti della Fiat sulla Juventus
Senza gli Agnelli non parleremmo di gloriosa Juventus, regina d’Italia. La sua ambizione di vittoria è esattamente l’ambizione della famiglia: la brama di azzerare la concorrenza interna, costi quel che costi. È la Fiat che ha sempre ispirato la Juve, la cui supremazia non è mai stata endogena, ma indotta esternamente dall’azienda. Lo dice la storia: senza gli Agnelli, dal 1898 al 1923, periodo antidiluviano di monopolio calcistico settentrionale, il club bianconero ha vinto il solo titolo tricolore del 1905, “sbaragliando” la concorrenza di due squadre di Genova e due di Milano, e sarebbe addirittura sceso di categoria nel 1911 e nel 1913 se non vi fosse stato prima un blocco delle retrocessioni e poi un artificioso ripescaggio nel girone della Lombardia per evitare il minacciato scoglimento, dettato da gravi condizioni economiche dopo che nel 1906 alcuni soci erano fuoriusciti per fondare il Torino. Tra il 1924 e il 1935, nei 12 anni di Edoardo Agnelli, 6 scudetti. Dal 1936 al 1947, 12 anni di Juventus fascista senza Fiat e senza tricolore firmati Emilio de la Forest de Divonne e Piero Dusio. E poi di nuovo e solo Agnelli, fino ad Andrea, erede di Umberto, con altri 29 trionfi. Tutta la sala dei trofei, escluso 1 scudetto e 3 Coppe Italia, è collocata all’ombra del tetto di casa Agnelli, troppo grande e solido per non pensare che sia proprio la famiglia la marcia in più della Juventus.
Non si tratta di solo palmarès – evidentemente chiaro a tutti – ma anche di possibilità di dettare legge in città. La Juve è sovrana di Torino, e lo è dal disastro aereo di Superga del 1949 che cancellò la squadra più famosa nel mondo tra le due locali: il Toro. Per coincidenza storica seguì la migrazione di massa in direzione del capoluogo piemontese, coi meridionali ad abbracciare la nuova dominatrice. La fotografia delle gerarchie è nitida: a Torino sorgono oggi uno stadio privato e uno comunale. L’impianto modello, quello che apporta importanti entrate nei bilanci di una delle due società, costruito su un’area aspramente contesa da entrambe, è della Juventus.
La storia racconta che la Fiat ha ricoperto un ruolo importante per la realizzazione del primo stadio di “ultima generazione” d’Italia. Dopo i Mondiali del ‘90, il Delle Alpi, costruito e gestito dalla Società dell’Acqua Pia Antica Marcia di Roma, si era rivelato un ostacolo alle ambizioni delle due squadre cittadine, caricate di costi di utilizzo e vincolate a un accordo pluriennale stipulato con la Pubbli-Gest SpA, subconcessionaria dello stadio dal maggio 1991 al giugno 2000, che godeva di una percentuale sulla bigliettazione e degli introiti dei parcheggi, della ristorazione e della pubblicità. I costi di affitto e i mancati introiti dalla cartellonistica e dagli incassi (in parte) condussero alla ferrea volontà dei vertici juventini di possedere uno stadio di proprietà, passando per la strategia della sistematica critica diffamatoria del Delle Alpi. Con l’avvento del triumvirato Giraudo-Moggi-Bettega, nel 1994, iniziarono le insistenti minacce di trasferimento in altre città, cosa che avrebbe procurato un enorme danno patrimoniale al Comune di Torino. La Juve, in occasione di partite internazionali, fu portata spesso a giocare lontano da casa, riempiendo due volte il Meazza di Milano, così diffondendo l’idea di una squadra pronta ad andarsene dal Piemonte.
Lo scontro frontale, sempre più duro, con la Pubbli-Gest e col Comune di Torino, cui la Concessionaria Acqua Marcia cedette gratuitamente il Delle Alpi, iniziò a smussarsi nel 2000, subito dopo l’assegnazione delle Olimpiadi invernali 2006 al capoluogo piemontese e il conseguente acquisto del Torino da parte dell’imprenditore calabrese Francesco Cimminelli, proprietario della Ergom Automotive, un’azienda specializzata nello stampaggio della componentistica automobilistica con una decina di stabilimenti tra Italia, Polonia e Turchia. Il vero regista dell’operazione fu il tifoso granata Paolo Cantarella, allora amministratore delegato della Fiat, di cui la Ergom era principale fornitrice. Lo confessò proprio Cimminelli, uno juventino dichiarato, al giornalista Marco Ansaldo de La Stampa, che gli chiese perché avesse preso una squadra di cui non gli interessava nulla:
“Mi obbligò Cantarella che era un grandissimo tifoso del Toro e l’amministratore delegato della Fiat, cioè l’uomo che più faceva lavorare la mia azienda. Disse che sarei stato il capofila di una cordata per rilevare la società. Quando mi presentai non trovai nessuno e rimasi da solo con il cerino acceso.”
Cimminelli realizzò un matrimonio di puro interesse, e infatti non ricoprì mai quella carica di presidente che assegnò al portavoce di Gianni Agnelli, il torinista Attilio Romero, pescato dall’area comunicazione Fiat, la stessa persona che 33 anni prima, sfrecciando con la sua Fiat 124 Coupé lungo il corso Re Umberto, aveva investito e causato la morte del funambolico calciatore del Toro Gigi Meroni. Di che interesse si trattava? La Fiat avrebbe assicurato commesse, pagamenti più veloci e aumento di fatturato alla Ergom; Cimminelli avrebbe evitato conflitti con gli Agnelli nell’affare stadio. E infatti firmò nel 2003 un accordo squilibrato con il Comune e con la Juventus con cui espresse l’interesse a ottenere il vecchio Comunale, impegnandosi a ristrutturarlo per i Giochi olimpici invernali e a pagare la concessione del nuovo Olimpico per 99 anni, e offrì il consenso ai cugini per il trasferimento della proprietà superficiaria, per lo stesso periodo, dell’area Delle Alpi in cui edificare lo Stadium. Un patto scellerato, perché così il Torino si impegnò nella ristrutturazione a proprie spese di uno stadio situato nel quartiere urbano di Santa Rita, in un area architettonicamente vincolata, cioè non adatta alla realizzazione di redditizie attività commerciali, e rinunciò di fatto a ogni pretesa sulla più vasta e fruttuosa Cascina Continassa, lasciata ai cugini. Il club granata concordò anche il pagamento ai bianconeri di 1,5 milioni di euro l’anno per l’affitto del Delle Alpi, fino al 2006, in attesa di entrare in possesso del nuovo impianto. Completato il nuovo Olimpico, sarebbe toccato alla Juve chiedere ospitalità per consentire la realizzazione del suo progetto. Il club bianconero, però, avrebbe pagato soli 250.000 euro l’anno per il fitto dello stadio dei cugini.
I granata, sotto la gestione Cimminelli, accumularono debiti su debiti e il 9 agosto 2005 furono dichiarati falliti per una fideiussione falsa a parziale copertura dei debiti col fisco fatta confezionare da Luigi Gallo, presidente del fallimentare Venezia Calcio. Una truffa in cui il proprietario del Toro rimase incastrato, ma i guai erano venuti anche a causa della ristrutturazione del Comunale, su cui gravò un’ipoteca di circa 38 milioni di euro accesa dall’Agenzia delle Entrate per mancati versamenti del club. I 30 milioni necessari per il completamento del rifatto Olimpico se li accollò il Comune, che tornò a essere proprietario dello stadio. I 250.000 euro annuali della Juventus per il fitto della struttura finirono quindi nelle casse comunali, mentre i 1.500 milioni di euro annuali del Torino erano finiti nelle casse bianconere. Per chiudere il fallimento e far fronte ai debiti, Cimminelli impegnò il suo patrimonio personale, dando in pegno pure le azioni Ergom, azienda fornitrice di importanza strategica per il Gruppo Fiat, la cui dirigenza sollecitò l’avvocato Angelo Benessia ad assistere il proprietario granata, al fine di impedire il coinvolgimento dell’azienda plastica nel fallimento sportivo. La Ergom, per i guai del suo proprietario e per il calo delle vendite Fiat, non riuscì a evitare una profonda crisi. Gli scioperi degli operai interruppero le forniture e bloccarono la produzione Fiat in alcuni stabilimenti, finché l’impotente e dimissionario Cimminelli, nell’estate 2007, non se la vide sfilare al prezzo simbolico di un euro. Una moneta versata da chi? Dal Gruppo Fiat, che si assicurò così la normale prosecuzione delle forniture.
Per realizzare il moderno stadio juventino, in un’Italia spettatrice di speculazioni e orfana di strumenti legislativi adeguati per la realizzazione di un’impiantistica moderna, si ricorse anche a un bel po’ di espedienti. Il miracolo, evidentemente, riuscì grazie alla disponibilità di un ente pubblico (il Comune di Torino), alle risorse della proprietà juventina (la Exor S.p.A. facente capo agli eredi Agnelli) e al sostegno di una banca pubblica (l’Istituto per il Credito Sportivo). Il 6 dicembre 2002, il Comune trasformò la zona del Delle Alpi da “area destinata a servizi pubblici” a “zona urbana di trasformazione”, rendendo di fatto privato un terreno inizialmente destinato a “verde e servizi” dal piano regolatore; il 15 luglio 2003, l’ente comunale trasferì alla Juventus, per 99 anni e con possibilità di rinnovo, la proprietà e il diritto di superficie di un totale di circa 349.000 metri quadrati delle aree della Continassa, a fronte della demolizione del Delle Alpi e della costruzione di un nuovo stadio funzionale contornato da zone di commercio e parcheggi, grazie al quale il club avrebbe ammortizzato velocemente il fruttuoso investimento. La Juventus acquistò i diritti sulla Continassa a prezzo di favore: 25 milioni di euro, meno di 72 centesimi al metro quadrato per ogni anno di concessione, quando il valore di una licenza commerciale a Torino era pari a 75 euro al metro quadrato.
Tra giugno 2005 e gennaio 2006, su istanza della società bianconera, furono concesse delle autorizzazioni commerciali e, soprattutto, una variante al piano regolatore per “redistribuire le consistenze edificatorie commerciali”. Ottenuti i permessi, la Juve cedette a Nordiconad (cooperativa aderente al Consorzio nazionale Conad), CMB (Cooperativa muratori e braccianti di Carpi) e Unieco i 34.000 metri quadrati di spazi commerciali intorno allo stadio, ottenendo ben 20,25 milioni di euro. A questi si aggiunsero i circa 35 milioni di euro anticipati dai complessivi 75 milioni garantiti nella primavera 2008 dall’agenzia di marketing Sportfive Italia (gruppo francese Lagardère) in cambio dei diritti, fino al giugno 2023, sull’intitolazione commerciale dello stadio. L’impianto fu inizialmente battezzato Juventus Stadium, in attesa che Sportfive trovasse lo sponsor interessato a legare il proprio nome alla struttura. 35 milioni di anticipo freschi, fondamentali per costruire lo stadio, e nessuna azienda interessata al naming a distanza di diversi anni dall’accordo. Il fatto è che per contratto non poteva trattarsi né di un concorrente dello sponsor tecnico dei bianconeri, né di una casa automobilistica che non fosse la Fiat. Difficoltà accentuate anche dalla scarsa appetibilità del campionato italiano per gli investitori stranieri. A conti fatti, l’operazione Continassa produsse un esborso di 25 milioni di euro e una liquidità di oltre 55. Strada spianata per avviare la costruzione del nuovo impianto, persino in discesa coi circa 60 milioni per finanziare gli investimenti che la Juventus ottenne accendendo, tra il 2009 e il 2010, due mutui con l’Istituto per il Credito Sportivo, una banca pubblica, quindi finanziata da soldi dei contribuenti, con tassi certamente convenienti. Il recupero dei materiali derivati dalla demolizione del Delle Alpi consentì di limare un risparmio globale di 2,3 milioni di euro sulle spese. Infine, nell’autunno 2012, sempre su proposta della Juventus, con una nuova variante al piano regolatore, fu creata dal Comune di Torino una nuova “zona urbana di trasformazione” di circa 263.000 metri quadrati degradati adiacenti l’ormai sorto Juventus Stadium, di cui oltre 175.000 destinati alla Juventus per la realizzazione di una cittadella bianconera, comprendente campi di allenamento per la prima squadra, strutture ricettive e attività commerciali. 99 anni in diritto di superficie al prezzo ancor più stracciato di 10,5 milioni di euro (esclusi i costi di costruzione), cioè 60 centesimi al metro quadrato per ogni anno di concessione. Un bel trattamento riservato agli eredi Agnelli da parte di quello che era divenuto il Comune più indebitato d’Italia, anche a causa degli investimenti sostenuti per completare lo stadio Olimpico e per realizzare l’insieme delle opere per i Giochi del 2006. Per aggirare la burocrazia e compiere il miracolo Stadium si scaricò parte dei costi sui cittadini torinesi… e sul Torino.
(Il capitolo prosegue con le vicende seguite alla morte dei fratelli Gianni e Umberto, il conflitto ereditario, le implicazioni in Calciopoli e la divisione di poteri tra John Elkann e Andrea Agnelli.)
Tutti i capitoli di Dov’è la Vittoria
Un affare da “screanzati” – prefazione di Oliviero Beha
Divide et impera – introduzione dell’autore
Sudditi di Sua Maestà – impronte anglosassoni sul pallone
Una Questione nazionale – il divario Nord-Sud
Prima il Nord – la Federazione con la palla al piede
Fatta l’Italia, facciamo i tifosi – il tifo nel Paese dei campanile
Stringiamci a Coorte – il triangolo Genova-Torino-Milano
Il Regno d’Italia – il matrimonio Juventus-Fiat
Fratelli d’Italia – la discriminazione territoriale
Libera frode in libero Calcio – un secolo di scandali italiani del pallone
L’Italia chiamò – il maxiflop nazionale dei Mondiali ‘90
Angelo Forgione–Antonio Caprarica, leccese di nascita ma inglese di auto-adozione, in un intervento alla trasmissione Tagadà (La7) riduce il revisionismo storico meridionalista a sceneggiata napoletana, e la sottopone al dramma shakespiriano della “sua” Inghilterra. «Barboni», sì, proprio barboni ha definito gli ultimi Re di Napoli, poveri accattoni al cospetto dei nobili Windsor. E definisce bufala il travaso dell’oro del Banco di Napoli al Banca Nazionale, come se la Legge del corso forzoso del 1866 fosse un’invenzione. Ne prende le distanze in quanto meridionale, ovvero di diritto uno di quelli che potrebbe “sfruttare gli interessi della bufala”. E poi ci racconta che la monarchia vive se non è contro il popolo, intendendo sottilmente che i Borbone sono decaduti perché contro i napoletani, che però li hanno rimessi sul trono nel 1799 e hanno salutato favorevolmente la restaurazione del 1815, che chiudeva i tumulti napoleonici. Semplicistico parlare di rivoluzioni risorgimentali, fomentate dalle aspirazioni di una minoranza del ceto medio, mentre Ferdinando II attuava una politica interna vicina al popolo. Che la monarchia britannica sia rimasta sul trono lo si deve all’imperialismo e alle massonerie d’oltremanica, di cui Napoli ha fatto le spese. La Regina Elisabetta sarà pur longevissima, ma Caprarica sappia che deve ancora battere il record di Ferdinando I, sul trono tra il 1759 e il 1825: 66 anni tra mille insidie, a cavallo della Rivoluzione francese e degli sconvolgimenti napoleonici. Elisabetta, nei suoi 64 anni di regno post-bellico, dopo le bombe sganciate dagli Alleati anglo-americani per inginocchiare Napoli, ha potuto godersi persino le Olimpiadi.
Qui da noi, nel Sud-Italia, se c’è un dramma, quello è la “questione meridionale”, e non è shakespiriano. Le sceneggiate le lasciamo ai libri sull’amata “perfida Albione” di Caprarica, in cui è ben descritta la pompa cerimoniale che ruota intorno alla monarchia britannica. La classe politica d’Oltremanica sa che una monarchia debole è la migliore garanzia di governo, molto meglio di un presidente della repubblica ficcanaso, alla Napolitano. Il vero re in Gran Bretagna è il Primo Ministro. Né Tony Blair né quelli che attendono il momento di succedergli hanno interesse a mettere in discussione un sistema che garantisce, meglio di una democrazia repubblicana, il loro potere. Continui pure a scrivere i suoi libri, il buon Antonio. Noi che scriviamo quelli sulla Magna Grecia ben sappiamo che il dramma meridionale, anche leccese, non nasce a Torino ma a Londra.
Angelo Forgione– Scudetto numero 32 per la Juventus. E la ripartizione dei diritti televisivi del Calcio (tabella a lato), primaria fonte dei bilanci dei club italiani, continua a rappresentare un grande limite alla competitività della Serie A. Finché sarà assegnata in base ai bacini d’utenza, cioè al numero dei tifosi, il club bianconero, più di Milan e Inter, otterrà la fetta più grossa e beneficerà del grande seguito dell’Italia bianconera, Sud compreso. Qualcuno, per cambiare la storia, studia la modifica del sistema, proponendo il parametro della densità popolativa delle città al posto dei bacini d’utenza (frutto di sondaggi e non di censimenti), e l’aumento della percentuale da dividere in parti uguali (oggi il 40% della torta).
Tratto dal ‘Brigantiggì’, il mio commento all’epilogo del campionato italiano di Calcio, vinto ancora una volta dalla Juventus, tra limiti strutturali e caratteriali di Napoli e Roma ed errori arbitrali.
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A dispetto di quanto dice il rapporto INRIX Traffic Scorecard sui livelli di congestione stradale delle città nel mondo, secondo cui Milano è di gran lunga la città più trafficata in Italia, per TomTom traffic index sono invece gli automobilisti palermitani ad aver trascorso più tempo in auto nel 2015. 147 ore in coda in mezzo al traffico, un tempo che farebbe del capoluogo siciliano la città la più trafficata d’Italia. Lo studio di TomTom si basa sul rilevamento dei dati di percorrenza reali misurati sull’intera rete stradale di 295 città, 77 in più rispetto allo scorso anno, in ben 38 paesi.
Palermo, col 41% di congestionamento, è la prima in Italia, la quarta assoluta in Europa, dietro solo a Lodz (54%), Mosca (44%) e Bucarest (43%), e undicesima nel mondo. Al secondo posto nazionale c’è Roma col 38% (nona in Europa / diciannovesima nel mondo), seguita da Messina al terzo col 35% (sedicesima / trentottesima), Napoli al quarto col 31% (trentaduesima / sessantacinquesima), Milano al quinto col 29% (quarantesima / ottantatreesima), Catania al sesto col 26% (cinquantottesima / centosedicesima) e Bari al settimo col 25% (sessantasettesima / centotrentaduesima). Seguono Bologna, Firenze e Torino a chiudere le prime dieci.
Un quadro da cui emerge il maggiore congestionamento del Sud, con una forte presenza di città meridionali nella ‘top ten’. Ma a ben guardare i picchi di traffico, le città meridionali sono più trafficate di sera. I picchi notturni sono infatti più alti di quelli diurni a Messina (+1%), a Bologna (+1%), a Palermo (+4%), a Catania (+4%), a Bari (+5%) e soprattutto a Napoli (+9%). Rapporto inverso a Roma (-8%), a Milano (-7%) e a Torino (-3%). La classifica diurna vede in vetta Roma (73%), seguita da Palermo (62%), Milano (59%), Messina (50%) e Napoli (47%). In quella notturna è Palermo in testa (66%), poi Roma (65%), Napoli (56%), Milano (52%) e Messina (51%). Alla luce di questi dati si evince che è verosimilmente la maggior predisposizione alla vita notturna dei meridionali a porre le loro città in alta classifica, in particolar modo a Napoli.