Addio a Pasquale Squitieri, napoletano libero

Angelo Forgione Scompare il regista Pasquale Squitieri, napoletano del rione Sanità, uomo libero e fuori dagli schemi. Tra i suoi lavori, ebbe il coraggio di raccontare, nel 1999, la colonizzazione del popolo meridionale con Li Chiamarono… Briganti!, film molto contestato e rapidamente ritirato dalle sale su pressione di certi settori occulti. In seguito, quella pellicola, nonostante l’assoluto ostruzionismo della casa produttrice, la Medusa Film, divenne scintilla vagante grazie alla viralità del web. E ancora lo è.
Nel corso dell’Ischia Film Festival del giugno 2015, Lina Sastri ed Enrico Lo Verso, protagonisti di quel cult, rimarcarono il boicottaggio subito. L’attrice disse che era stata osteggiata e oscurata da qualcuno di potente, risultando introvabile anche in versione home-cinema. Lo Verso ricordò che i manifesti e i trailer uscirono a film già bandito dalle sale. Il regista si era documentato all’archivio di Stato, ma la censura non gli concesse di continuare la sua battaglia culturale.
Squitieri fu anche il primo a contestare Saviano, in un’intervista, anche questa divenuta virale in rete, rilasciata al regista indipendente Walter Ciusa nel corso dell’edizione 2009 del Festival del Cinema di Venezia, poco dopo l’esplosione del successo di Gomorra.
Nel 2015 aveva annunciato il tema di un suo prossimo progetto. Voleva realizzare un film per raccontare lo splendore preunitario di Napoli  “lo splendore che tutto il mondo ci ha rapinato – disse – e che tutti gli artisti hanno utilizzato”. Non ha avuto il tempo di osare ancora.

Il Napoli ha perso, i napoletani hanno stravinto

tifosi_madridDa Martinafranca a Madrid, la tredicennale parabola ascendente del Napoli, rinato dal nulla, ha condotto la marea azzurra nella città del miglior club del XX secolo. La miglior tifoseria azzurra da esportazione, quella colorita, sobria e corretta, è giunta da ogni parte del mondo e ha dato gran prova di civiltà, così come quella madridista. La chiassosa marea azzurra non ha creato alcun problema nella capitale spagnola, e ha vissuto l’evento come una grande festa del calcio. E se è vero che tale dovrebbe essere la normalità è anche vero la normalità è rara nella mediocrità contemporanea.
I tifosi olandesi del Feyenoord di Rotterdam, qualche tempo fa, scesero a Roma a devastare persino i monumenti.
La Puerta del Sol è parsa piazza del Plebiscito, non solo per il comune monumento equestre a Carlo III, che sarà stato felicissimo di avere ai suoi piedi i due popoli da lui più amati. Lì, per un giorno, si è parlato castigliano e napoletano, in gran serenità. Il Santiago Bernabeu è sembrato il San Paolo quando i napoletani hanno urlato, alla loro maniera, sull’inno della Champions League. Non si cruccino troppo i reduci dalla grande giornata per la sconfitta contro i mostri sacri del football. Siano invece fieri di aver vinto la partita più importante, quella della civiltà.
Si auspica replica al 7 marzo, e sempre.

Stampa estera: “Autostima napoletana allo stadio”

Ancora un altro approfondimento da oltreconfine sull’identità meridionale e sui significati del calcio per i napoletani di oggi. Tratto dal portale informativo Playground, con redazione a Barcellona, la traduzione di un articolo, con voci di Angelo Forgione, Marco Rossano e Gennaro De Crescenzo.

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Autostima grazie al gol: così si prepara un esorcismo alla napoletana

Più che una città, una tribù. Più che una squadra, uno stato d’animo. Stufa degli insulti e dei luoghi comuni, Napoli mostra la sua forza politica.

“Vedi Napoli e poi muori scrisse Goethe nel XVIII secolo circa la bellezza attrattiva di Napoli.

Vedi Napoli e poi muori! … per il disgusto o per un colpo di pistola: così completerebbe oggi la frase un divertito antinapoletano. Entrambe si riferiscono alla città forse peggio narrata in Europa, che ora deve affrontare il Real Madrid con il suo migliore e simbolico esercito, la SSC Napoli.

L’immagine della città è ora camorra, rifiuti e degrado, mentre prima era la pizza, la musica e il sole. Quando vi è un forte potere della camorra, la delinquenza si mantiene più o meno bassa, è controllata. Quando vi sono arresti e detenzioni, mancano alternative. Per questo molte volte si “sostiene” la criminalità, perché garantisce una sicurezza simile a quella che qui in Spagna offre la Guardia Urbana”, ci dice Marco Rossano, sociologo residente a Barcellona da molti anni e uno dei 10.000 napoletani che saranno al Bernabeu.

Rossano fa parte della più grande comunità straniera a Barcellona: 25.000 italiani, di cui si stima che un terzo proviene da Napoli e dintorni. Quando gioca il Napoli è quasi impossibile trovare un posto al bar Blau. “Il calcio è molto importante per la nostra comunità. Noi ci riuniamo lì, parliamo in napoletano, mangiamo cibo napoletano, ascoltiamo musica napoletana e vediamo il Napoli”, riassume. Combattono così la “napolitudine”, una parola secca che definisce la nostalgia dei figli del Vesuvio che hanno lasciato la loro terra in direzione del nord o verso ovest.

È una ferita ingigantita dagli insulti. Tutti i napoletani vengono chiamati terroni e descritti con termini come cazzimma o scugnizzo, espressioni che alludono a comportamenti egoisti, quasi asociali.

Il cliché patisce il clima degli stadi italiani, soprattutto al Nord, dove a tutti i napoletani si augura la morte col coro xenofobo ‘Vesuvio, lavali col fuoco’. Anche per questo, la tifoseria partenopea è quella italiana che ha la fama di essere la più violenta.

Lo scrittore e ricercatore napoletanista Angelo Forgione smentisce questa reputazione con i dati. Gli ultimi dati dell’Osservatorio Nazionale sulle Manifestazioni Sportive del Ministero dell’Interno sono chiari: le tifoserie più coinvolte in atti di violenza sono quelle della Lazio, con 5, Brescia con 4 e Ascoli e Roma con 3. Chi ha causato più feriti sono i tifosi dell’Ascoli, 17, seguiti da quelli della Roma (15), Lazio (14), Brescia (13), Inter (12) e Juventus (11). Nel totale annuale dei Daspo è in testa la tifoseria del Bari con 109 provvedimenti, poi i romanisti, i bresciani, gli juventini e infine i napoletani. E non dimentichiamo che Ciro Esposito, l’ultima vittima in ambito calcistico, era napoletano, e fu ucciso da un romanista di estrema destra, afferma l’autore di libri come Made in Naples e Dov’è la vittoria.

Napoli è intensa e ricca di simbolismi … che pure si è tentato di cancellare.

Uno delle peggiori umiliazioni è stata vedere i tifosi rivali del Nord, gli juventini, cantare ‘O surdato ‘nnammurato, l’inno della città, a mo’ di presa in giro. “Come se ci volessero levare anche questo, forse perché non hanno identità, me non c’è bisogno di ricordare a tutti che O Sole Mio non è una canzone italiana ma napoletana”, dice Rossano, che ammette che negli ultimi tempi, a causa degli attacchi, forse, i napoletani si sono chiusi. Questa chiusura, lontana dal diventare un localismo semplicistico e folcloristico, sta sviluppando correnti politiche e culturali che hanno fatto in modo che le bandiere borboniche del Regno delle Due Sicilie abbiano sostituito quelle italiane.

“I tifosi hanno adottato lo stemma delle Due Sicilie come simbolo identitario. Anche il club ha sposato la simbologia con felpe e magliette ufficiali che hanno fatto registrare un record di vendite”, dice Forgione. Di fatto, lo Stato sovrano borbonico, tra il 1734 e il 1861, ha fatto dell’Italia meridionale una delle nazioni più prospere di tutt’Europa.

Il Movimento Neoborbonico esiste dal 1993. Il suo obiettivo è quello di ricostruire la storia del Sud e l’orgoglio di essere meridionali, secondo il suo presidente Gennaro De Crescenzo. “Dal momento in cui sono stati cacciati i Borbone ed è nata l’Italia unita, il Sud ha perso tutta la sua grandezza culturale, economica e finanziaria, e ha acquisito un ruolo negativo”, ci dice De Crescenzo, che parla anche di un futuro “Sud indipendente e unito, o almeno confederato con il resto d’Italia.

Significa rivendicare una Casa Reale diffamata attualmente anche in Spagna? Rossano, anche fondatore del movimento politico MO! Unione Mediterranea, chiarisce: “Nessuno vuole far ritornare i Borbone, pur avendo fatto meglio di molti politici italiani. Rivendichiamo il momento in cui la nostra storia si è fermata. Quella bandiera è un simbolo dell’ultimo momento in cui siamo andati indipendenti”. Per Forgione, l’approccio alla tematica è simile. “Non rivendico di certo la monarchia borbonica ma faccio luce su ciò che ruota attorno la storia di Napoli. Rivendico semmai il ruolo di Napoli nella storia d’Italia e d’Europa, e cerco di riportarla al centro della cultura europea di oggi, il posto che la città merita.

Quando si pensa alle monarchie, si pensa alla destra, ma a noi non interessa la questione politica. Uno dei nostri slogan è ‘né di destra, né di sinistra: del Sud!’ “, afferma De Crescenzo.

Nei libri e in televisione – ma anche in aree accademiche – il revisionismo è, nelle parole di De Crescenzo, un “trend”. Non è difficile vedere lui stesso, o Forgione, o Pino Aprile (autore di un bestseller del revisionismo del Sud), tenere accesi dibattiti su argomenti tabù dell’unificazione italiana, ad esempio le pregioni piemontesi. Aprile, nel suo ultimo libro Carnefici, parla di più di mezzo milione di “uomini rubati al Sud” nel processo della nascita d’Italia. Molti pagarono con la propria vita.

Da allora, dice De Crescenzo, non abbiamo gli stessi diritti del resto degli italiani: lavoro, servizi, infrastrutture, opportunità o speranze. Prima non eravamo un popolo di emigranti. Oggi Napoli si identifica con la sporcizia e la malavita, con la camorra e con Gomorra, dice in riferimento al successo della fiction Sky basato sul libro di Saviano. “Tantissimo attenzione per questa Napoli e poca per la sua bellezza, forse perché un popolo umiliato è più facile da colonizzare”.

Emerge quindi il ruolo del Calcio Napoli come esercito disarmato, simbolico, dell’autostima della terza città d’Italia per grandezza. “Quando il Napoli sfidò il Chelsea in Champions League, l’allenatore Villas-Boas disse: «Il Napoli non è solo una squadra, ma è lo stato d’animo di un’intera città»”, dice Forgione. “Il club azzurro è l’unico vero gigante del Sud, l’unica squadra meridionale capace di lottare per i primi posti della Serie A, mentre il resto del Sud a stento si affaccia alla Serie A. Se poi consideriamo che il Sud-Italia e la Grecia sono i territori più poveri dell’Eurozona, e che il Napoli è l’unico club di questi due territori che disputa la Champions League, allora possiamo capire cosa significhi il Napoli nel calcio moderno.

Il Napoli è una nazionale, e chi lo nega nega la realtà di un luogo che con molta facilità appare irreale. Solo lì può accadere che qualcuno, dopo aver vinto lo scudetto 87, scriva davanti al cimitero per comunicare con i morti e dirgli ‘che vi siete perso’. Irreale e senza tempo, come la definizione che dei napoletani ha lasciato un ammirato Pasolini, figlio del Nord: “sono una grande tribù che ha deciso di estinguersi, restando fino all’ultimo napoletani, cioè irripetibili, irriducibili ed incorruttibili”.

Gli eroi della tribù sono molti, da Diego ad Hamsik, da Vinicio a Gennaro Iezzo, il portiere che accompagnò la squadra a toccare il fondo della Serie C1 e con la squadra risalì in A. Come Iezzo, il tempio del San Paolo non negozia il suo impegno per la causa. Con creatività, anche perché i tifosi del Napoli hanno reso celebre un coro che è di gran moda in altri campi, anche in Spagna.

E accaduto un anno e mezzo fa, quando una delle curve ha adottato un classico degli anni ottanta del pop italiano, L’estate Sta Finendo dei Righeira. Come un gigantesco esorcismo, appena scatta l’85° minuto le gambe dei calciatori tremano e la tribù canta:

Un giorno all’improvviso, mi innamorai di te
il cuore mi batteva, non chiedermi perché
di tempo ne é passato e sono ancora qua
e oggi come allora difendo la città.

Questa è, evidentemente, una canzone d’amore e di resistenza.

Real-Napoli: dialogo impossibile tra Carlo e Ferdinando

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carlo_ferdinando“Padre, ma Vi hanno detto che i napoletani stanno venendo in massa a Madrid?”

“Sì, sono informato, caro Ferdinando… credi che sia solo caccia e presepi, io? Il calcio mi interessa. Tutto mi interessa!”

“Scusatemi, padre, non volevo mancarvi di rispetto. E ditemi un po’, per chi tiferete?”

“Figliolo, lo sai che Napoli ce l’ho nel cuore e che i napoletani me li sono portati in Spagna per governare e costruire. Ho governato da “napoletano” qui. Ma io sono nato a Madrid, ci sono cresciuto prima di andarmene a Parma, e ci sono morto. E poi, qui la squadra porta la corona. Voi, a Napoli, ve ne siete dimenticati, e portate pure la enne napoleonica sulle maglie.”

“Me ne rendo conto, e potete capire che rabbia. Però, sapete che c’era il Corsiero del Sole sulle maglie del 1926. E però, pure nel calcio il nostro Sud è stato umiliato, e quando ha iniziato a misurarsi coi sabaudi e gli austriacanti è stato un disastro. Però molta gente porta le nostre bandiere allo stadio. Il popolo non si è dimenticato dei tempi migliori, nonostante tutto. Che bella rivincita!”

“Sì, Ferdinando, vedo… vedo… e mi fa piacere, ma i simboli del Regno coi simboli di Napoleone sull’azzurro mi sembra una follia. Ma a chi è venuto in mente?”

“Ai torinesi.”

“Che cosa?”

“Sì. Quelli producono l’abbigliamento del Napoli e si sono inventati una linea borbonica. Hanno venduto assai. Alla gente piace il nostro stemma.”

“Mi fa piacere, figliolo. Quelli, i torinesi, ne sanno una più del diavolo. Ma dimmi un po’, che ci facevano i calciatori al Real Museo?”

“Hanno posato per il calendario ufficiale del club tra i tesori della Collezione Farnesiana.”

“Ferdinando, io te lo dicevo che non era il caso di togliere i vincoli di famiglia alla collezione di tua nonna e donare tutto quel ben di Dio alla città.”

“Padre, state tranquillo, non si è danneggiato nulla. E poi, permettetemi di dirvelo, Voi siete un sovrano illuminato, ma tutti quei marmi, se non fosse stato per me, stavano ancora a Roma. L’impresa per trasportarli a Napoli sulle navi l’ho voluta io. Voi neanche ci pensaste.”

“Stai al posto tuo, Ferdinando. Io ho portato la pinacoteca della Collezione da Parma e Piacenza, e se non fosse per me, tutti quei quadri starebbero a Vienna, accidenti! E poi ho iniziato gli scavi vesuviani. Io ho fatto tantissimo per l’amata Napoli.”

“Certo, e chi dice il contrario? La città Vi ricorda ancora con tanto affetto. Siete considerato il miglior re che Napoli abbia mai avuto.”

“E pure a Madrid, caro mio.”

“Però voi siete nato a Madrid, e siete pure tifoso del Real, a quanto pare.”

“E quindi?”

“E quindi il vero napoletano sono io. Jammo, padre… lo sapete benissimo che avete fatto costruire la Reggia di Caserta perché non pensavate di dover tornare a Madrid. Credevate che sareste morto a Napoli e che quello sarebbe stato per sempre il Vostro regno. Se il Vostro fratellastro Ferdinando VI non fosse scomparso prematuramente voi non sareste mai tornato in Spagna.”

“E che vuoi dire con questo?”

“Che siete madrileno, e tifoso del Real, e che il vero napoletano sono io.”

“Sei sempre stato un insolente, Ferdinando. Io mi sento napoletano, a tutti gli effetti. E ricordati che tuo fratello Carlo Antonio, napoletano come te, è stato Re di Spagna dopo di me.”

“Ecco, appunto. Parliamo di Carlo Antonio. Per chi tifa? Ditelo che tifa anche lui per il Real.”

“Te lo ripeto, lui è napoletano come te.”

“Sì, ma è venuto con Voi a Madrid a undici anni. Chissà quanto è rimasto napoletano.”

“Ha sempre ricordato tutto dei luoghi della sua infanzia. E poi, vuoi condannare chi non tifa Napoli?”

“Per carità! Io ho firmato lo Statuto di San Leucio, sono il primo sovrano d’Europa ad aver bandito le discriminazioni. Tranne giacobini e juventini, a casa mia sono tutti i benvenuti. Voi, che siete considerato il miglior sovrano di Madrid e di Napoli, non siete arrivato a tanto.”

“Uh… basta, Ferdinà! Lo Statuto leuciano è tutto merito dell’austriaca, che ho voluto metterti vicino io per assicurarti il trono. Questo è il ringraziamento. Tornatene da lei, va’, che ora ho perso la pazienza.”

“Preferisco sempre la siciliana.”

“Vai da chi vuoi tu, basta che te ne vai.”

“Padre, un’ultima cosa…”

“Dimmi…”

“Vincerà il Napoli!”

“Il solito sbruffone. Una squadra del povero Mezzogiorno d’Italia contro il club più ricco è blasonato del mondo. Neanche lo stadio di proprietà riuscite a farvi. Da quando siamo andati via noi non si è capito più niente laggiù. Se fosse stato per me, avrei fatto costruire il Real Stadio di San Carlo, una reggia del calcio, e sarebbe stato certamente il più bello del mondo.”

“Vi state vantando del San Carlo? Meglio che Vi vantiate della Reggia di Caserta, perché il teatro l’ho fatto ricostruire io, più bello di prima, e se è il più bello del mondo lo si deve a me e al mio architetto Niccolini.”

“Era un epigono del mio Vanvitelli. Tu non cambierai mai.”

“Mai, Maestà. Napoletano per l’eternità. Stàteve buono… e forza Napoli!”

Stampa estera: “Ferita e orgoglio dei figli del Vesuvio”

Il portale online della rivista spagnola Panenka pubblica un focus sulle questioni sociali che gravitano attorno alla discriminazione territoriale nel calcio italiano. Un articolo, nato dalla lettura di Dov’è la Vittoria, di cui è riportata di seguito la traduzione.

panenkaFERITA E ORGOGLIO DEI FIGLI DEL VESUVIO
Il disprezzo contemporaneo che avvertono alcuni abitanti del Nord Italia per la città di Napoli è una realtà. E il calcio lo dimostra.

– I napoletani sono ovunque, nel Nord e nel Sud, un po’ come i cinesi.
– Ma li distinguete dalla puzza.

Risate.

È la trascrizione dell’inizio di un servizio del telegiornale regionale piemontese della RAI, all’esterno dello Juventus Stadium in occasione dell’incontro Juve-Napoli dell’ottobre 2012. La seconda frase è un assist per un tifoso della Juventus fornito da un giornalista della TV pubblica italiana Giampiero Amandola. La RAI, nel clamore che ne è seguito, è stata costretta a licenziare il veterano Amandola.

Il servizio iniziava col coro di due giovani juventini davanti la telecamera: “Vesuvio, Lavali tu!”. È grazie al calcio che possiamo notare tutte la precarietà dell’unità italiana.

NAPOLI MERDA E STRISCIONI SUDAFRICANI

L’Italia è carica di luoghi comuni. C’è, per esempio, la tovaglia a quadri bianchi e rossi delle presunte pizzerie italiane fuori del paese. Altri sono totalmente falsi, come la storia che il disprezzo contemporaneo del Nord per Napoli è iniziato con gli scudetti di Maradona.

“No, accade da prima, e precisamente dal 1973, l’anno dell’epidemia del colera nel Mediterraneo”, precisa Angelo Forgione, giornalista e scrittore napoletano e napolista, colui che per primo denunciò con successo il caso Amandola. “La stampa e la televisione italiana incolparono Napoli e le sue condizioni igieniche. In realtà, quell’epidemia partiva da lontanissimo, dall’Indonesia e colpì il Sud-Italia e alcune coste della Spagna attraverso l’importazione di cozze tunisine infette”. Furono colpite anche le città di Palermo, Cagliari e Barcellona, ma Napoli fu quella che mise in campo una vaccinazione massiccia. “Fu la più grande operazione di profilassi della storia europea. L’Organizzazione Mondiale della Sanità dichiarò finita l’emergenza dopo un mese e mezzo, mentre nelle atre città restò aperta per anni. Se la stampa italiana avesse raccontato bene quegli gli eventi, avrebbe fatto di Napoli un esempio della sanità, e invece nell’immaginario collettivo la dipinse come una Calcutta d’Europa”, dice Forgione.

Fu l’inaugurazione di una canzone che è ormai un classico, in tanti stadi in cui va a giocare il Napoli:

Senti che puzza, scappano anche i cani
stanno arrivando i napoletani
oh colerosi, terremotati,
voi col sapone non vi siete mai lavati
Napoli merda, Napoli colera,
sei la vergogna dell’Italia intera.

Non c’è bisogno di aver studiato l’italiano. Né si deve andare troppo lontano per veder cantare questa canzone l’attuale leader della xenofoba Lega Nord, il milanese Matteo Salvini, già coinvolto in numerosi scandali razzisti.
Ovviamente, Salvini si scusò, dicendo che “erano cori da stadio”.

“La prima cosa che vide Maradona al suo esordio in Serie A, a Verona, fu uno striscione con scritto ‘Benvenuti in Italia‘. A lui, in Spagna, lo avevano chiamato ‘sudaca’ e subito capì che cosa significava la parola ‘terroni'”, dice Forgione sul termine usato per etichettare i presunti ignoranti del sud Italia. “Diego capì che la sua missione non era solo sportiva. Quando il Napoli vinse lo scudetto, a Torino si scrisse ‘Napoli campione, oltraggio alla nazione‘ e ‘Siete i campioni del Nord Africa’”.

Erano i tempi dell’apartheid e l’attore napoletano Massimo Troisi, candidato in seguito all’Oscar per Il Postino, se ne uscì con una brillante risposta:

Preferisco essere un campione del Nord Africa che fare striscioni del Sud Africa”

TI HA FATTO GOL UN TERRONE!

I due scudetti del Napoli sono gli unici del Sud Italia in 114 campionati. La Sardegna ne ha uno grazie al Cagliari e la capitale cinque, tre romanisti e due laziali. E del Sud sono Crotone, Pescara e Palermo, le squadre che sembrano destinate a scendere in Serie B quest’anno. Più del 90% degli scudetti sono finiti al Nord. In queste squadre hanno militato grandi giocatori nel Mezzogiorno, e uno di loro è il simbolo della migrazione di massa operaia che ha sostenuto il triangolo MilanoTorino-Genova e il suo miracolo economico calcistico: Pietro Anastasi.

“Il centravanti siciliano era già promesso all’Inter ma poi finì alla Juventus con un accordo basato su una contropartita industriale”, racconta Forgione. “Il presidente del suo club, il Varese, Giovanni Borghi, era il fondatore dell’Ignis, che produceva frigoriferi, e i compressori glieli forniva la Fiat. Gianni Agnelli volle fortissimamente Anastasi: gran parte degli operai della sua azienda erano meridionali, molti siciliani. Portarlo a Torino, alla Juventus, significava creare affezione e consenso. Anastasi fu pagato per metà in contanti e per metà in compressori per frigoriferi”. Per Forgione fu il primo acquisto geopolitico del calcio. La foto di Anastasi in bianconero entrò nelle case degli operai e l’attaccante divenne l’idolo degli emigranti del Sud, che si erano lasciati alle spalle la loro terra per lavorare dove c’era la possibilità. A Petruzzu seguirono il sardo Cuccureddu, il palermitano Furino e il leccese Causio, i cosiddetti “sudisti del Nord”, una Juve  fortissima che accolse tanti tifosi desiderosi di festeggiare i titoli come di sentirsi integrati in una realtà socialmente diversa, se non ostile, al Sud.

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Nel suo libro sulle due Italie e il calcio, Dov’è la Vittoria, Forgione tira fuori un paio di casi in cui i protagonisti della polemica sono stati calciatori napoletani militanti nei club del Nord. Uno è Aniello Cutolo, diventato cinque anni fa una sorta di giustiziere meridionale. In particolare contro Andrea Mandorlini, a quel tempo allenatore del Verona, e contro la curva veneta, considerata la più xenofoba d’Italia. []

L’altro protagonista è Antonio Di Natale. Il napoletano, stanco dei cori anti-meridionali, zittì i suoi sotenitori friulani a Udine dopo aver segnato contro il Catania, svelando pubblicamente l’ipocrisia di un Nord che offende mentre esulta per i gol dei figli del Sud. Che Di Natale avesse messo il sale sulla ferita italiana lo dimostra il fatto che dovette scusarsi con un comunicato ufficiale del club, firmato da lui e concluso con un più che  sospetto saluto in dialetto friulano.

Ma il caso di anti-napoletanità più sanguionoso è un omicidio.

Solo tre finali di Coppa Italia fa, a Roma, Daniele De Santis, un quasi cinquantenne tifoso giallorosso di estrema destra, sparò a Ciro Esposito, prima della partita. I tifosi napoletani erano accorsi a salvare i passeggeri di un autobus di altri napoletani che venivano attaccati da un raid degli ultras romanisti. Esposito è morto dopo 53 giorni in ospedale. La Roma di De Santis, condannato per omicidio a 26 anni di carcere, non giocava quella sera: la sua presenza era motivata dalla caccia al napoletano. Circa quarant’anni prima era successo qualcosa di simile ad Alfredo Della Corte, un napoletano che si era salvato per miracolo dopo un colpo di pistola in bocca ricevuto al di fuori dellOlimpico.

I televisori italiani preferirono concentrarsi – mentre Ciro era attaccato a una macchina – sulla figura del capo degli ultras Mastiffs del Napoli che dialogava con le autorità e anche con il capitanissimo Hamsik, evitando sicuramente una tragedia allo stadio. []

Ma Ciro non è morto per una partita di calcio, e Napoli non è un’insopportabile ‘gomorra’. La peggio narrata tra le maggiori città europee spera in uno scatto di orgoglio contro il Real Madrid. E il ritorno è in casa.

Tremonti: «Vogliono che l’Italia faccia la fine che i piemontesi hanno fatto fare alle Due Sicilie»

Angelo Forgione Giulio Tremonti, ex ministro dell’Economia dei governi Berlusconi, e Ferruccio De Bortoli, ex direttore del Corriere della Sera, ospiti a In 1/2 ora di Lucia Annunziata, hanno affrontato Il tema del futuro dell’economia italiana alla luce della proposta avanzata dalla cancelliera tedesca Angela Merkel di un’Europa a due velocità, con un gruppo di testa.
Secondo Tremonti, i tedeschi non vorrebbero gli italiani nel gruppo guida perché «ci vogliono far fare la fine che i piemontesi hanno fatto fare al Regno delle Due Sicilie». E ha aggiunto: «Credo che nello spirito dei tempi e nell’andamento della storia si apra una fase sovranista, che non vuol dire chiudersi ma difendere quello che hai e valorizzarlo sull’esterno. Lo stanno facendo Usa e Germania, lo deve fare l’Italia. Non possiamo continuare a farci portar via la nostra roba. Il destino dell’Italia non è quello del non povero Regno delle Due Sicilie».
Nelle parole dell’economista lombardo, che dimentica di dire che la Lombardia si era unita al Piemonte, insorgerebbe per l’Italia un’esigenza protezionistica-sovranista, proprio quella per cui la storiografia risorgimentale ha condannato Ferdinando II di Borbone, statista non disposto ad indebolire l’economia del Mezzogiorno d’Italia per beneficio di interessi stranieri. Inghilterra e Francia fecero in modo che un indebitato Piemonte colonizzasse e devitalizzasse le Due Sicilie. Nacque un paese unito caricato del debito pubblico piemontese, debole economicamente e politicamente. Nulla è cambiato. A proposito, per Ferruccio De Bortoli, per non sprofondare «ci vogliono statisti veri e seri».

Ulisse legge Made in Naples

Angelo ForgioneUlisse, il piacere della scoperta, la fortunata trasmissione Rai di Alberto Angela, per la redazione della puntata dedicata a Napoli, ha utilizzato, tra le varie fonti, anche Made in Naples, come testimonia la storia del caffè tratta più o meno fedelmente dal relativo capitolo sul libro. Peccato però che non sia stata fatta citazione nei credits di chiusura. Poco male. L’importante è rimettere a posto la storia e anche smentire i luoghi comuni sulla specificità dell’espresso napoletano.

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Denunciò i clan. Nella storia di Luigi Leonardi il perché delle mafie italiane

Angelo Forgione È nota all’intero Paese la vicenda di Ciro Scarciello, il salumiere che ha denunciato alle telecamere di Chi l’ha visto? la totale assenza delle istituzioni nel rione Duchesca a Napoli, dopo il raid del 4 gennaio in cui è rimasta ferita anche una bambina. Da allora, il suo esercizio commerciale ha subito danni intimidatori e in pochissimi sono entrati per fare spese. Il primo a correre in suo soccorso è stato Luigi Leonardi, 39enne commerciante che vive da 17 anni sotto scorta per aver denunciato i clan, cosa per cui ha perso due fabbriche di impianti di illuminazione, alcuni negozi distribuiti tra Cardito, Nola, Giugliano e Melito, e pure la casa. Luigi, attraverso i social network, ha invitato i napoletani a recarsi nella salumeria di Ciro per una spesa di solidarietà e vicinanza, e il negozio si è riempito.
scarciello_e_leonardiLeonardi sa cosa significa la solitudine delle persone oneste, perché ha pagato un prezzo troppo alto per il suo coraggio. Dopo le intimidazioni, gli inseguimenti e le aggressioni a colpi di spranghe, nel settembre del 2009 fu sequestrato e tenuto per 24 ore prigioniero nelle “case celesti” della 167 di Secondigliano. Gli puntarono una pistola alla testa e gli fecero vedere cambiali non sue per circa 30mila euro, pretendendo che le pagasse lui. Poi gli rubarono l’automobile e la moto, valutate la metà dell’importo dai suoi estorsori. scarciello_2Luigi non si arrese alla protervia più violenta e si ribellò al “sistema” presentando, da allora, una ventina di denunce nell’arco di 12 anni, e aprendo una pagina amarissima della sua vita, fatta di vita segregata sotto scorta, negozi incendiati, processi, condanne e abbandono, visto che da anni non riceve segnali dalla sua famiglia, che l’ha isolato per la sua rettitudine.
Ma Luigi, in questo calvario, ha capito sulla sua pelle quale sia il vero nemico da combattere. «La mia battaglia di oggi è contro lo Stato. I
pentiti di mafia – dice Leonardi – hanno più garanzie di chi denuncia le mafie. I collaboratori di giustizia sono protetti, stipendiati e accasati. Chi invece non vuole avere nulla a che fare con la malavita ha un tipo di protezione meno vantaggioso. È lo Stato, con la sua totale assenza, a rendere forte la camorra». Cosa aveva detto Ciro Scarciello al microfono di Chi l’ha visto?: «La dobbiamo finire. Vogliamo lo Stato. Lo Stato dev’essere presente!».

Dietrofront Mughini, gaffe su Napoli per troppo tifo juventino

Angelo Forgione Smentisce se stesso Giampiero Mughini, rispondendo della sua polemica sull’identità napoletana a Tiki Taka (Mediaset). Napoli è quel che è, anche per Mughini, ed era assai improbabile che una persona di cultura non conoscesse minimamente la centralità della caleidoscopica identità partenopea nella cultura occidentale. E così, attestandolo, ha negato le parole pronunciate solo sette giorni prima:

«Pieno di rispetto per la passione popolare nei confronti di un campione [Maradona] e per un momento dell’identità calcistica di questa città [Napoli], che purtroppo, a parte quella calcistica, non ne ha talmente tante altre».

Così il catanese di nascita ha modificando il tiro:

«Qualsiasi analfabeta sa che Napoli è una delle grandi capitali della storia occidentale, e nessuno può sospettare di me che non lo sappia. Il fatto era che la città aveva celebrato, come momento sacro della sua identità, la divina avventura calcistica di un grande campione argentino al San Carlo, come se Torino avesse celebrato Platini alla Mole Antonelliana. A me è sembrato che la città abbia fatto torto a se stessa».

Dunque, il suo problema sarebbe l’uso di un sostantivo sbagliato, perché l’identità è qualcosa di complesso, e non si limita ai soli artisti che contribuiscono a crearla. Il fatto è che Mughini, la scorsa settimana, ci ha girato attorno per non dire apertamente quello che pensava, e cioè che non ha alcuna stima di Maradona. Giusto perché non ha giocato nella Juventus. È questo il vero motivo per cui, per una mera questione di appartenenza calcistica, lo juventino ha voluto dare un “colpetto” a Napoli che lo ha accolto come un Re. E però, ciò che pensa di Maradona, Mughini l’ha fatto intendere chiaramente a La Zanzara (Radio24), sposando col pensiero la parola di Giuseppe Cruciani: «Maradona è un emerito ca**one» (guarda il video).
Si può star sereni tutti, perché Maradona è l’identità calcistica di Napoli – e che identità! – , ma la città, per fortuna del mondo, ne ha talmente tante altre che un qualsiasi uomo di minima cultura che dica il contrario è costretto, di fronte all’evidenza, a fare marcia indietro e ad arrampicarsi sugli specchi. Ma un presunto intellettuale che antepone la sua passione sportiva alla Conoscenza fa solo male a se stesso. Il troppo tifo nuoce gravemente all’intelletto.

Intervento a “Pane al pane, vino… Alvino” (TvLuna)

È la telefonata a 8:54 a dimostrare quanto il Meridione sia pieno di persone che vorrebbero essere nate sotto la Torre Eiffel.