Napoli calcio, storia di uno stemma equivoco e di una mascotte perdente

Angelo ForgioneNapoli, città ricca di storia e di storie, molte dimenticate, tante mistificate. Le tracce di quella che fu una capitale, volutamente sottomessa, sono in ogni dove, spesso alterate e manipolate. Capita poi che anche gli stessi napoletani, sovente poco consapevoli del prestigio del proprio passato, contribuiscano involontariamente alla cancellazione del proprio blasone.
Un caso emblematico, quanto mai interessante, investe lo sport, e più precisamente quel catalizzatore di attenzione e passione enormi che è il Calcio Napoli, fondato nel 1922 come Internaples Foot-Ball Club e poi italianizzato in Associazione Calcio Napoli nel 1926 con l’intento di onorare nello stemma quell’identità privata circa sessant’anni prima. Ci volle invece poco perché quel nobile intendimento finisse per essere umiliato, ma è opportuno fare chiarezza di narrazione e riannodare i fili del passato che legano il Napoli alla storia di Napoli.
In Italia, le maggiori squadre di calcio sono talvolta identificate con una simbologia alternativa a quella degli stemmi che portano sulle maglie. La Juventus è la zebra, il Milan è il diavolo, l’Inter è il biscione, la Roma è la lupa e il Napoli è il ciuccio… anzi, ‘o ciucciariello, come si dice dalle parti del Vesuvio. Una simbologia meno marcata rispetto al passato, avendo perso sempre più appeal nell’utilizzo giornalistico nel corso degli anni, ma che resta comunque ben viva nella mente dei tifosi di vecchia data.
Se la Juventus è zebra per via delle strisce bianconere, se il Milan è il diavolo per l’associazione cromatica, se l’Inter è il biscione perché simbolo dei Visconti di Milano, se la Roma è la lupa per la leggenda di Romolo e Remo, che legame c’è tra il ciuccio e Napoli? Nessuno!

Tutto ha origine nell’Agosto del 1926, quando l’Internazionale Naples Foot-Ball Club di Giorgio Ascarelli, anche detto Internaples, nato nel 1922 e catapultato nella Divisione Nazionale dalla riforma del CONI fascista (che non accetta la separazione tra campionati del Nord e del Sud voluta dalla FIGC milanese-torinese; ndr), cambia nome e abbandona l’inglesismo sgradito al regime. Ora la squadra azzurra si chiama Associazione Calcio Napoli, antesignana della Società Sportiva. La squadra veste già da quattro anni il colore azzurro, cromia legata al mare ma anche ai Borbone di Napoli, della cui Real Casa proprio l’azzurro faceva da sfondo ai simbolici tre gigli capetingi della casata.

Nello stemma della stagione 1926/27 compare un cavallo rampante, il “Corsiero del Sole”, ovvero il simbolo di Napoli durante il Regno delle Due Sicilie ma anche dell’intero Regno peninsulare Napolitano (quello insulare siciliano era simboleggiato dal Triscele). Del resto, i calciatori dell’Internaples erano già soprannominati “i poulains”, i puledri. Il cavallo rampante era stato scelto in epoca di dominazione sveva come simbolo della città perché allegoria dell’impetuosità del popolo partenopeo; in tempi antichi Napoli era divisa in “Sedili”, anche detti “Seggi”, e proprio al “Sedile di Capuana”, nei pressi di quello che oggi è il Duomo, era presente un’imponente statua bronzea raffigurante un cavallo rampante. Nel Duecento, Corrado IV di Hohenstaufen fallì più volte la conquista della città a causa della resistenza dei Napoletani trincerati dentro le mura. Aprì un varco sotterraneo superando le linee difensive e costrinse i riluttanti alla resa. Vinse, e volle dimostrare di aver domato un popolo che aveva difeso la propria libertà lasciando un segno indelebile sull’emblema della città, la colossale statua del “Corsiero del Sole”, il cavallo imbizzarrito di bronzo. Ordinò che gli fosse messo un morso in bocca in segno di sottomissione.

Il cavallo, sin dal Medioevo e fino all’avvento novecentesco del motore a scoppio, è stato eccellenza della città di Napoli. La pregiata razza del Cavallo Napolitano, persino migliorata da Carlo di Borbone nella Real Tenuta di Persano con sangue di stalloni arabi e fattrici orientali, è stata una delle più apprezzate razze al mondo per eleganza, bellezza e morfologia; lo rimase fino al 1874, quando, dopo l’ultima e definitiva invasione del Sud operata dei Savoia, la pregiata razza equina napoletana fu fatta sopprimere per decreto dal nuovo governo, poco attento alle eccellenze di un mondo che non gli apparteneva. Nel frattempo il cavallo rampante era già stato destituito del suo ruolo di simbolo di Napoli, scomodo anche per il suo significato storico e geopolitico, e adottato come stemma della nascente Provincia di Napoli, a simboleggiare il declassamento dell’antica Nazione Napolitana a rango, appunto, di provincia.

Di qui, nel 1926, l’A.C. Napoli si tuffa nell’avventura del suo primo campionato nazionale contro gli squadroni del Nord, anzi il primissimo davvero nazionale della storia, che si dipana tra 17 sconfitte e un misero pareggio, culminando con l’ultima posizione nel proprio girone e un ripescaggio che scongiura la retrocessione.
I tifosi entrano subito nella storia del club finendo per segnarla profondamente quando in un bar di ritrovo, il Brasiliano poi Pippone, in Via Santa Brigida, uno sconfortato sostenitore azzurro dell’epoca, Raffaele Riano, urla: «Ma quale cavallo rampante?! Stà squadra nostra me pare ‘o ciuccio ‘e Fechella: trentatre chiaje e ‘a coda fraceta». “Fechella” era il soprannome di Domenico “Mimì” Ascione, un personaggio che, negli anni Venti, vendeva fichi e altri frutti nella zona del Rione Luzzatti, là dove giocava il Napoli, trasportando la merce con un vecchio asino dalla coda in pessime condizioni, tanto carico di acciacchi da essere pieno di piaghe.
A quell’espressione rabbiosa e ironica, tipicamente partenopea, fanno seguito le fragorose risate dei presenti, che la suggeriscono alla redazione di un giornale umoristico. Nei giorni seguenti, le edicole di Napoli diffondono l’illustrazione di un asinello incerottato da Emilio Reale, primo presidente azzurro, e con una miserabile coda. Da quel momento, per tutti, il cavallo rampante si trasforma per espressione di popolo in “ciucciariello”.

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Non va dimenticato però, oggi più che mai, che quel ciuccio in realtà era in principio un cavallo fiero, elegante e battagliero, proprio come la tifoseria azzurra vorrebbe sempre la propria squadra del cuore. E invece, per una perversa mentalità di minorità autodeterminata, un simbolo nobile è scomparso per affermarsi nella sua trasformazione più folcloristica, a tal punto da apparire persino sulle maglie del Napoli dell’immenso Rudy Krol della stagione 1982/83, quando la N diventa il corpo del ciuccio sormontato da una testa orecchiuta.

Dall’arrivo di Maradona, datato 1984, viene adottata una “enne” napoleonica, oggi scevra di ogni orpello e scritta, a richiamare il periodo napoleonico della città e a comunicare all’Europa calcistica un legame con la Francia imperiale lontano dalle radici della città e durato soli dieci anni. Il presidente accontentò probabilmente un desiderio della moglie Patrizia Boldoni, grande appassionata della figura dell’Imperatore, a tal punto da mettere insieme una preziosa collezione napoleonica fatta di preziosi oggetti portati in mostra nel 2010 a Napoli.
Trattasi pertanto di un’evidente dicotomia storica che stride con le scelte iconiche della nascente A. C. Napoli: Napoleone, attraverso il fratello Giuseppe e il cognato Murat, usurpò il trono del Sud proprio a danno dei Borbone di Napoli nel periodo imperiale francese, prima che il suo crollo e il conseguente Congresso di Vienna riaffermassero il legittimismo in tutt’Europa, sancendo nel meridione d’Italia la restaurazione borbonica.
Il rampante cavallo di Napoli, nobile e fiero, è divenuto ben presto uno spelacchiato somarello. E se è vero che simboli, mascotte e colori delle squadre di Calcio comunicano radici e identità del popolo che rappresentano, quelli del Napoli sono arrivati a noi distorti e confusi, come un po’ tutta la memoria storica partenopea da recuperare.

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una moneta napoleonica e lo stemma della Società Sportiva Calcio Napoli

Due indizi per dire che Mazzarri potrebbe lasciare

Due indizi per dire che Mazzarri potrebbe lasciare
le dichiarazioni del post-Genoa inducono a una deduzione precisa

Angelo Forgione – Potrò sbagliarmi, e francamente lo spero, ma Mazzarri mi sembra al momento fortemente orientato a lasciare Napoli.
L’ha fatto capire tra le righe portando ad esempio i casi di Delneri alla Sampdoria dello scorso anno e di se stesso al Livorno nell’annata 2003-04 culminata con la promozione dei labronici. Si tratta in entrambi i casi di abbandoni dopo un grande risultato.
Mazzarri ha detto ai microfoni di “Premium Calcio” che si meraviglia di tutto questo rumore perchè, nelle circostanze prese ad esempio, tutti sapevano che quelle guide tecniche erano già proiettate su altre panchine. E nel caso personale di Livorno ha detto: «quello che ho passato io in quell’anno li… uno capisce, valuta e poi fa delle considerazioni che poi spiega agli altri». Da ciò si evince che l’allenatore del Napoli ha maturato delle convinzioni di cui è il solo custode e che non ha ancora rivelato a nessuno. È quindi possibile che potrà anche stupirci a risultato acquisito.
Un altro passaggio su cui soffermarsi è quello in cui il mister dice: «Vedete… quando le cose vanno male per gli allenatori, in tre secondi si cambiano. Quando un allenatore fa bene è giusto che valuti tante cose». E questo significa che, mentre spesso i presidenti mettono gli allenatori sotto la lente di ingrandimento e li giudicano, in questo caso è lui che sta giudicando il Presidente.
La mia sensazione è che Mazzarri stia mettendo De Laurentiis di fronte a delle scelte. Per restare pretenderebbe un rafforzamento della squadra con giocatori di caratura per affrontare degnamente la Champions e per tentare l’assalto allo scudetto. È un vincente e vuole vincere, fiuta l’opportunità e vuole che Dela gliela dia; e se non può farlo qui lo vorrà fare altrove. E poi, giustamente, mira ad un riconoscimento economico per il suo ottimo lavoro. Ora tocca al Presidente lasciare o raddoppiare.

Un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza. Manca il terzo indizio, ossia la prova. Oppure la controprova in cui francamente tutto l’ambiente deve sperare senza però ritenere un uomo insostituibile. Del resto il caso Quagliarella-Cavani deve pur insegnare qualcosa.

intervista a Mazzarri da Premium Calcio
Passaggio sull’esempio Del Neri alla Samp a 1:35′
Passaggio sull’esempio Livorno 2004 a 2:32′
Passaggio sul rapporto allenatori-presidenti a 2:57′


Lettera a Edy Reja

Lettera a Edy Reja: «Grazie, galantuomo!»
Le accuse indecenti su IL TEMPO di Roma

Ciao Edy,

la tua lettera ai napoletani consegnata a “IL MATTINO” mi ha scaldato il cuore e quello di tantissimi. Hai ancora una volta dimostrato di essere un galantuomo, un uomo d’altri tempi per questo calcio sempre più arido di vincoli e legami che vadano oltre i contratti in essere e le appartenenze professionali. Napoli ti è riconoscente e lo sarà sempre per averci accompagnato con la tua saggezza al calcio che conta. Hai saputo mettere da parte i veleni della partita, peraltro accesa e spettacolare ma mai scorretta, e rendere ancor più bello il tuo ritorno tra noi.

Purtroppo, caro Edy, ho letto le parole al fiele di Luigi Salomone date alle stampe su “IL TEMPO” di Roma e mi hanno disgustato. Leggere da un addetto ai lavori, non da parte di un tifoso qualsiasi della curva nord dell’Olimpico, che hai sbagliato a scriverci perchè noi siamo i più acerrimi nemici dei laziali dopo i romanisti e che non dovresti sbandierare ai quattro venti il tuo affetto per Napoli, è qualcosa che rattrista fortemente e rende l’esatta dimensione della degenerazione della passione calcistica in Italia. Non è questo il calcio che può piacerci!

“Non c’è un solo tifoso laziale che si auguri di vedere lo scudetto sulle maglie di Lavezzi e Cavani. Meglio Milan o Inter”. Un frase di avvertimento a te rivolta, scritta su un quotidiano importante da un uomo che finisce per fomentare gli animi e incitare chiaramente alla violenza, annullando gli insegnamenti che il tuo gesto ha offerto, si commenta da se.
Le persone di una certa cultura sportiva, come quella che dimostri tu da anni nel mondo del calcio, non diffonderebbero mai concetti così tristi, carichi di livore e di invidia, e per di più pericolosi.

L’attacco nei tuoi confronti è frontale da parte del tuo stesso ambiente. Non ti perdonano i derby persi e ora ci aggiungono la sconfitta con gli odiati napoletani da te amati, facendo riferimento a torti arbitrali ma dimenticando il goal di Zarate dell’andata viziato fortemente da fallo di mano. Ma qui l’errore arbitrale non conta nulla, chi ti attornia è ormai chiaro che ti stia attaccando personalmente e non certo per mancanza di risultati sportivi, peraltro sotto gli occhi di tutti.

Tu saprai benissimo cosa fare a fine stagione perchè hai ben chiare le condizioni di lavoro in cui ti stanno mettendo, ma questo disagio che da lontano percepiamo ci dispiace fortemente.

Comunque vada il campionato, il nostro risultato sarà anche merito tuo. Hai fatto bene a rivendicare ciò, ma stai tranquillo, noi non dimentichiamo. E se tu riuscirai a portare la Lazio in Champions League saremo contenti per te, a prescindere dal fatto che la squadra che avrai guidato si chiama Lazio, quella di chi ci augura di perdere lo scudetto.

Un abbraccio a te, galantuomo!

Angelo Forgione
Movimento V.A.N.T.O.

l’appunto “anti-Napoli” di Luigi Salomone a Reja su IL TEMPO di Roma
http://www.iltempo.it/2011/04/10/1249606-caro_stavolta_sbagliato.shtml?refresh_ce

videoclip: MEZZOGIORNO DI FUOCO

videoclip: MEZZOGIORNO DI FUOCO
il film di Napoli-Lazio

Il film della partita NAPOLI-LAZIO del 3 Aprile 2011, entrata nella storia del calcio a Napoli per quanto bella, intensa ed emozionante. Una giornata di sport indimenticabile segnata da un bellissimo sole primaverile, dal saluto del “San Paolo” a Edy Reja, dal sano agonismo dei giocatori e dall’encomiabile sostegno dei tifosi. Alle 12:30, le squadre scendono in campo in una cornice di pubblico unica al mondo, dando vita ad un vero e proprio “mezzogiorno di fuoco” culminato nella doppia rimonta della squadra di casa, il cui allenatore, solo rientrando negli spogliatoi a missione compiuta, può rimettere la giacca e raffreddare i bollenti spiriti.
È quest’ultima l’immagine simbolo di questo Napoli immortale.

guarda il videoclip

Il principe naufrago che la fa sul tricolore

Il principe naufrago che la fa sul tricolore
il Savoia sull’Isola dei Famosi

Aveva cominciato con “Quelli che il calcio” come tifoso. Poi, nel corollario della sua carriera televisiva, è approdato a “Ballando con le stelle” come ballerino, al “Festival di Sanremo” addirittura come cantante, a “I Raccomandati” come presentatore… e ora eccolo a “L’Isola dei Famosi” della sabauda Ventura come “naufrago”. Garibaldi sbarcò a Marsala per conto del suo antenato Vittorio Emanuele II, lui è sbarcato in Honduras. E c’è da star certi che non finirà qui!
Quando sostenne la causa di famiglia nella richiesta di risarcimento danni all’Italia forse sapeva bene cosa avrebbe ottenuto. La richiesta fu ritirata tra mille polemiche, e chissà che non abbia avuto rassicurazione su un futuro televisivo che, in qualche modo, quella richiesta la sta appagando. Compromessi italiani di una televisione, quella italiana, sempre più priva di contenuti e di personaggi. Quelli di grande calibro prediligono le pay-tv o altri scenari, e allora nasce il bisogno di creare nuovi fenomeni. Ecco dunque che chi paga il canone finisce indirettamente per contribuire a questo “alternativo risarcimento danni” al Savoia.
E il principe, dunque, approdò sull’isola sfoggiando un vasino da notte tricolore nel quale evacuare… e un libro, il suo, da promuovere nell’operazione marketing senza doversi sacrificare più di tanto in una realtà senza agi e comfort perchè, in fondo, lui è già ben preparato, abituato com’è a fare a meno del bidet.

Emanuele Filiberto e il suo rapporto col bidet


Emanuele Filiberto fischiato dai Neoborbonici a Sanremo


a 1:40, l’orchestra di Sanremo e i Neoborbonici protestano contro E. F.

De Laurentiis propone rilancio di Pompei e Napoli

De Laurentiis propone rilancio di Pompei e Napoli

Il produttore cinematografico e patron del Napoli incontra il Presidente della Regione Caldoro e immagina una sorta di grande set cinematografico. Il progetto prevede anche il Gran Premio di F1 a Napoli e stabilimenti balneari a Mergellina.Anche De Laurentiis intuisce l’importanza degli scavi per il turismo di Napoli. Del resto Carlo III di Borbone partì proprio con gli scavi per attrarre i turisti del “grand tour” e fare di Napoli la meta più ambita del ‘700.

Leggi l’intervista completa a De Laurentiis  sul rilancio turistico di Napoli da IL MATTINO

Consiglio di ascoltare questa mia intervista alla radio australiana SBS Network, precisamente al minuto 6:06, che focalizza il problema evidenziato anche da De Laurentiis: attorno agli scavi, il nulla. Oro buttato!

E a margine…

intervista a Raffaele Auriemma e Angelo Forgione sul giudice Tosel e sulla grande stagione del Napoli

intervista a Raffaele Auriemma e Angelo Forgione sul giudice Tosel e sulla grande stagione del Napoli

A “Napoli nel Cuore“, la trasmissione per i tifosi del Napoli a Roma e nel Lazio su Radio Incontro Roma, Raffaele Auriemma e Angelo Forgione parlano del “duepesismo” del giudice sportivo Gianpaolo Tosel e della stagione da vertice del Napoli.

leggi la denuncia dei fatti