Vedi Napoli e poi muori

Magnifica Italia è un programma televisivo in onda sulle reti Mediaset dal 2007. Si tratta di un ciclo di documentari tematici dedicati a regioni, province e principali città della Penisola viste dal cielo e non solo. Particolarmente interessante la produzione dedicata a Napoli e i suoi dintorni. La linea guida narrativa si dipana da alcune bellissime riprese effettuate dall’elicottero, staccando su tradizionali inquadrature da terra. La voce fuori campo di Mario Scarabelli racconta la storia e il costume locale, con l’ausilio delle testimonianze di alcuni protagonisti del luogo. Il racconto condensa in sintesi la grande tradizione culturale di Napoli, omettendo inevitabilmente molto ma descrivendo una Napoli più aderente alla sua vera identità. Unici veri nei, l’assenza del primario Museo Archeologico Nazionale e della Cappella Sansevero.

Le conoscenze scientifiche di Raimondo di Sangro

Angelo Forgione – Dalla conferenza stampa tenutasi al Gran Caffè Gambrinus il 12 febbraio sui risultati della ricerca dell’équipe scientifica interdisciplinare guidata da Domenico Galzerano, responsabile dell’ecocardiografia della Divisione di cardiologia riabilitativa dell’ospedale San Gennaro di Napoli, e pubblicata sull’American Journal of Medical Genetics, è emersa una certezza saliente che apre una nuova ottica sul settimo Principe di Sansevero: Raimondo di Sangro, uomo di conoscenza superiore rispetto a quella dei suoi tempi, non metallizzò il sistema cardiovascolare delle “macchine anatomiche” ma lo ricostruì un secolo prima che questo fosse scoperto dalla scienza ufficiale.
Un articolo approfondito sulla ricerca è stato scritto da Maurizio Ponticello per il numero 64 della rivista “Fenix” del direttore Adriano Forgione, in edicola.

La fame di cultura del Sud

Angelo Forgione – Chiari segni della fame di cultura meridionale. L’iniziativa nazionale “Una notte al Museo” del 28 dicembre è stato un successo, con il 45% in più rispetto all’edizione del 28 settembre scorso, anche in quell’occasione con ingresso gratuito. E tra i musei più visitati, complice anche la buona presenza di turisti a Napoli tra Natale e Capodanno, spicca la Reggia di Caserta con 6.394 visitatori, seguito dal Museo Archeologico Nazionale di Napoli con 4.137, Palazzo Reale di Napoli con 3.594 e il Museo di Capodimonte con 2.800. Lunghe file anche al Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria, per ammirare i Bronzi di Riace, con 2454 ingressi dopo le 20.
Il risveglio culturale è in atto e non deve arrestarsi. Per ovvie ragioni, salto di gioia per questi dati pubblicati dal Ministero dei Beni Culturali, che confermano quanto siano importanti le energie profuse per la valorizzazione del patrimonio culturale e monumentale di Napoli, Caserta e del Mezzogiorno. Oggi, durante il programma radiofonico “La Radiazza” di Gianni Simioli su Radio Marte, di cui sono stato ospite in studio, ho fatto i miei auguri alla Campania ricordando Tommaso Cestrone, l’angelo di Carditello, auspicando che il ministro Bray faccia il possibile per onorare la promessa fattagli e restituire la Real Tenuta di Carditello alla collettività. Sarebbe il più bel regalo per il 2014 in arrivo.

Pietrarsa, 1863-2013. Napoli ricorda.

150 anni fa, a Pietrarsa, la prima strage del lavoro della storia d’Italia, ben prima di quella americana che inaugurò il 1 maggio nel mondo. Chi conosce questa storia, ha “apparecchiato” da anni questa data affinché una pagina dimenticata della storia nazionale venisse fuori e le istituzioni ricordassero.
Oggi, col patrocinio del Comune di Napoli e non solo, il Museo ferroviario di Pietrarsa diventa punto di ritrovo per ricordare in forma solenne e culturale. È ora che anche i sindacati si rechino presto a ricordare quei tragici fatti in quello straordinario e simbolico luogo che è Pietrarsa in un prossimo 1 maggio italiano, affinché tutti sappiano, finalmente.
Intanto, il delegato del Sindaco di Napoli Luigi de Magistris alla Commissione Toponomastica, Andrea Balìa, ha ottenuto di recente la titolazione di una strada o una piazza, in fase d’individuazione, ai “Martiri di Pietrarsa”.

Il colpo di cannone a mezzodì che non c’è più e gli orologi scomparsi

Quando in città tutti segnavano l’ora esatta. Oggi Napoli non vede l’ora.
“Metropolitana di Napoli SpA” smantella i cantieri ma spariscono gli arredi.

Orologio storico EAV

Angelo Forgione – Inaugurata la stazione Toledo della metropolitana ed ecco ripetersi il mistero di Piazza VII Settembre, lo Spirito Santo per i napoletani più radicali. Anche l’orologio storico una volta presente a Via Diaz è sparito! Pezzi di storia del Novecento napoletano di cui non si hanno più notizie. Erano sinonimo di precisione gli orologi dell’Ente Autonomo Volturno in ghisa fusi nella prestigiosa fonderia di Enrico Treichler all’Arenaccia, che pure fanno ancora capolino nelle strade di Napoli. Sopravvissuti ai violenti bombardamenti della guerra, ne erano rimasti 12 dei 40 installati intorno agli anni ’20, denominati “impianti dell’ora unica” perché indicavano tutti, sincronizzati tramite un segnale radiotrasmesso da Norimberga, la medesima ora. Nel dopoguerra furono restaurati ma poi, ad uno ad uno, si fermarono definitivamente per mancanza di pezzi di ricambio ormai obsoleti e quindi irreperibili.
Nel 2008 quei 12 esemplari furono portati in laboratorio per un restauro. Si trovavano al Museo Nazionale, in Piazza VII Settembre a Toledo, in Piazzetta Duca d’Aosta, a Piazza Cavour, Via Diaz, Via del Sole, Via Duomo, a Montesanto, Via Filangieri, Via Santa Lucia, Via Mezzocannone e Piazza Vanvitelli. Pian piano ne furono ripiazzati 10 negli stessi posti, con un quadrante diverso dall’originale e ormai senza più il dispositivo elettrico che una volta captava il segnale tedesco. Il risultato attuale è che la precisione di una volta è solo un ricordo perchè gli orologi non sono più sincronizzati e quindi non portano più la stessa ora, ignorano la differenza tra ora legale e ora solare perchè nessuno li aggiorna e qualcuno si ferma ogni tanto (attualmente è guasto quello di Piazza Vanvitelli). orologi_protE gli altri due che fine hanno fatto? Scomparsi nel nulla! Sono quelli rimossi e, secondo la precedente amministrazione comunale, trasferiti in rimessa da “Metropolitana di Napoli S.p.A.” per l’apertura dei cantieri sull’asse di Via Toledo, quelli di Piazza VII Settembre e Via Diaz, che una volta chiusi hanno restituito nuovi spazi ma non gli antichi orologi. Che neanche il Comune di Napoli riesce a rintracciare, più volte sollecitato da V.A.N.T.O. che del restauro e della ricerca dei 12 pezzi ne ha fatto una vera e propria battaglia. Lo staff del sindaco, sulla scorta di una ricerca avviata dall’assessorato alla viabilità, informa da tempo che “nessuno ne sa nulla”.
La precisione perduta riporta romanticamente ad un’usanza napoletana in voga fino alla soglia del 1960 che solo i più anziani possono ricordare. Allo scoccare di mezzogiorno veniva sparato un suggestivo colpo di cannone da Castel Sant’Elmo udibile in tutta la città. Chi non aveva l’orologio al polso veniva avvisato dell’orario e chi ce l’aveva lo controllava per verificare se portasse l’ora esatta. Quel colpo era preciso, affidabile e di riferimento per tutti perchè era collegato alla misurazione del tempo con lo “strumento dei passaggi” di Bamberg, un macchinario della seconda metà dell’Ottocento che rilevava l’istante di passaggio di una stella sul meridiano del luogo di osservazione, registrandone la posizione esatta. Era il congegno con cui si misurava l’ora precisa all’epoca, brevettato da Carl Bamberg, imprenditore tedesco figlio di un orologiaio autodidatta. Il suo telescopio nacque https://i0.wp.com/www.oacn.inaf.it/museo/strumenti/44.jpgda una particolare montatura di lente detta “a cannocchiale spezzato” ideata dall’astronomo ungherese Franz Xaver von Zach, chiamato a Napoli da Gioacchino Murat nel 1815 per dirigere l’Osservatorio di Capodimonte. Istituto che oggi mostra lo strumento nel padiglione Bamberg del suo museo.
Provate a chiudere gli occhi e ad immaginare il rombo improvviso dalla collina del Vomero, ogni giorno, a mezzodì. Sfumature sbiadite di una Napoli neanche troppo lontana.

Il soprintendente Cozzolino si presenta. Che eredità!

al nuovo responsabile dei beni culturali chiediamo risposte mai avute da Gizzi

Si è insediato il 20 Settembre il nuovo soprintendente ai beni architettonici e ambientali Giorgio Cozzolino, presentato a Palazzo Reale da Gregorio Angelini, direttore regionale per la Campania dei beni culturali. Cozzolino ha detto di essere diverso da Gizzi, quindi meno opinionista e più dedito a far rispettare le leggi. Tanti i temi toccati, dalle “Vele” di Scampia ai baffi della scogliera sul lungomare, dallo stadio San Paolo al palazzo dello sport Mario Argento. Noi vorremmo accoglierlo chiedendogli che posizioni intende avere rispetto a questioni come la Cassa Armonica amputata, i monumenti equestri del Canova di Piazza del Plebiscito nell’oblio e nel degrado dell’intero colonnato, le Mura Greche di Piazza Bellini usate come discarica, i monumenti senza illuminazione notturna, l’orologio storico EAV sparito a Piazza VII Settembre e il parcheggio ai piedi della facciata del Museo Archeologico Nazionale. Tanto per dargli il benvenuto…
È tempo di dare risposte e sollecitare interventi seri perchè questa città non può consentirsi ulteriore immobilismo.

Via il parcheggio da Palazzo Reale. Ma al Museo…

Via il parcheggio da Palazzo Reale. Ma al Museo…

sbarra e automobili davanti la facciata del palazzo monumentale

Finalmente l’ordinanza è arrivata. Le automobili dei dipendenti della Soprintendenza sono finalmente uscite da Palazzo Reale dove parcheggiavano riempiendo il cortile interno. La decisione è stata assunta dalla stessa Soprintendenza per i beni paesaggistici, architettonici, storici, artistici per Napoli e Provincia “al fine di assicurare dignità a Palazzo Reale, ai suoi spazi e quindi migliore dignità e decoro a tutti coloro che vi operano”. Lo stesso Soprintendente Gizzi ha detto che “qui si era consolidata una consuetudine sbagliata perchè nessuna soprintendenza d’Italia concede posti auto ai dipendenti”. In realtà ce n’è ancora un’altra che lo fa. È quella Speciale del Museo Archeologico Nazionale che concede ai suoi dipendenti un posto auto riservato con tanto di sbarra (foto in basso) dinanzi la facciata dell’edificio storico seicentesco che ospita il più importante museo al mondo per l’archeologia classica. La cosa sembra normalissima ma non lo è affatto. Avete mai visto auto davanti agli Uffizi di Firenze o al Museo Egizio di Torino?

Al museo di San Martino tornano i piemontesi

Al museo di San Martino tornano i piemontesi

una “inedita sfilata di soldatini”, ma stavolta non sparano

Bersaglieri, Carabinieri, Corazzieri, Artiglieri e Lancieri. Tutti corpi militari nati in Piemonte prima dell’unità d’Italia e oggi tra noi a testimoniare una piemontesizzazione dello stivale in epoca risorgimentale. Una “inedita sfilata di soldatini” ad essi dedicati sarà in mostra dal 5 Aprile nella Certosa e Museo di San Martino fino al 10 Settembre. Nel comunicato stampa si parla di Esercito italiano dal 1860-1870, ma era di fatto quello piemontese agli ordini di Vittorio Emanuele II che massacrò centinaia di migliaia di meridionali in tutto il Sud mettendo a ferro e fuoco interi paesi e boschi nella famosa guerra, tra soldati e civili, al cosiddetto “brigantaggio”. In poche parole, gli invasori senza dichiarazione di guerra di Napoli, capeggiati dal generale Enrico Cialdini che rase al suolo Gaeta continuando a bombardare nonostante la resa dei borbonici ed esercitò ferocemente il diritto di rappresaglia anche su donne, vecchi e bambini.
I napoletani avrebbero piuttosto bisogno di conoscere anche la storia degli sconfitti, magari con una mostra sull’esercito Napolitano, perchè anche così si celebrerebbe l’unità; e invece, a conclusione delle celebrazioni dei 150 anni d’unità d’Italia, tocca subire il ritorno a Napoli dei conquistatori, i vincitori, protagonisti di una delle pagine più tragiche della storia non solo italiana. Una mostra dedicata a quegli uomini che parlavano francese e che mantenevano per i capelli i cadaveri dei meridionali in difesa della loro terra prima fucilati e poi fotografati “ad perpetuam rei memoriam”.

Garibaldi voleva trasferirsi a Baia

Garibaldi voleva trasferirsi a Baia
il Generale scoprì il paradiso dei Campi Flegrei e se ne innamorò

Angelo Forgione – Alle bellezze paesaggistiche di Napoli e dintorni in pochi resistono. Un’importante testimonianza ce l’ha data nel 1933 Raimondo Annecchino, storico flegreo e poi sindaco di Pozzuoli, che portò a conoscenza degli italiani un eccezionale documento retrospettivo della vita di Giuseppe Garibaldi (Memorie garibaldine Flegree, con due lettere inedite di Garibaldi, Tip.Unione, Napoli 1933, p.8).
Con una lettera del 5 Aprile 1876 oggi conservata nel Museo del Risorgimento Italiano di Roma, Garibaldi espresse al Sindaco di Pozzuoli Giovanni De Fraja il desiderio di abitare a Baia, in una casa per sé e la sua famiglia. Si era innamorato di un sito che aveva sempre negli occhi e nella mente da quando nell’autunno del 1866 si era affacciato sbalordito dagli spalti del Castello per ammirare l’incanto del golfo cumano.

Illustrissimo Signor Sindaco di Pozzuoli,
Vorrei abitare una casetta sulla sponda del mare nella vostra baja – casetta capace per 5 individui e 3 bambini – da abitarla per 3 o 5 mesi – con orticello – e preferibilmente nella parte occidentale della baja – isolata da altre abitazioni.
Vi sarei riconoscente se voleste occuparvene ed avvisarmi dell’affitto da pagarsi ogni mese.
Di Vs dev.mo
G. Garibaldi

Il desiderio del “dittatore delle Due Sicilie” non venne però esaudito per motivi ignoti ma è facile presumere che i Savoia che ne temevano ogni mossa, incamerate le ricchezze di Napoli, preferirono per qualche motivo che chi glielo consentì non godesse di un paradiso conquistato.

Dumas padre: «Ferdinando II capo della camorra». Ma il vero connivente era lui.

Indegne “storielle” del prezzolato scrittore francese

di Angelo Forgione – Il Mattino del 14 Ottobre 2011 ha editato un articolo in cui si fa riferimento a un libro appena pubblicato in Francia su storie “inedite” di Alexandre Dumas, che, stabilitosi a Napoli per seguire le gesta dei garibaldini, si espresse sulle cause del brigantaggio e della delinquenza organizzata, assegnandole tutte a Ferdinando II, infangato secondo la peggiore delle propagande risorgimentali: «Il Re Ferdinando II era il vero capo della camorra. Sotto il suo regno, tutti rubavano. Il Re Borbone lasciava rubare e lui stesso dava l’esempio, in certi casi, rubando a piene mani».
Le storie napoletane “inedite” di Dumas sono da ritenersi veramente tali. Lo scrittore fu amico di Garibaldi, da cui fu retribuito affinchè raccontasse all’Europa la sua risalita del Sud e ne alimentasse il mito; un vero e proprio capoufficio-stampa politico ante litteram. Si inserì nello scenario dell’invasione del Sud col ruolo di trafficante d’armi, fornite al Generale, interessandosi per sua tasca anche dell’amministrazione delle forniture dell’esercito garibaldino, la cui contabilità non fu mai verificata a causa del misterioso naufragio del piroscafo “Ercole” di Ippolito Nievo. Per le menzogne scritte e stampate sui sovrani napolitani, dal generale ne ottenne anche la prestigiosa nomina a “Direttore degli scavi e dei musei napoletani”, senza alcuna competenza in merito, e la regia Casina del Chiatamone con vista mare per dimora, lì dove oggi è la strada del lungomare a lui intitolata.
È palese che Alexandre Dumas sia stato un prezzolato avversario della monarchia napoletana, per la quale nutriva un sentimento di forte rancore sin da bambino, dopo che Ferdinando I aveva imprigionato il padre per due anni e scarcerato per le cattive condizioni di salute. Ma quale capo della camorra, Ferdinando II? Quale ladro fu quel re che dal 1849 in poi contrastò la Bella Società Riformata, i cui elementi iniziarono per questo a confondersi tra gli anti-borbonici, ingrossando per interesse il movimento liberale? Ne furono riempite le galere del Regno (Nisida, Procida, Santo Stefano, etc.) e fu proprio lì che, in un particolare momento storico in cui serpeggiavano sotterfugi ed eversioni, i malviventi si mischiarono con liberali, massoni e carbonari, veri e propri modelli associazionistici di riferimento, stringendo con loro accordi e patti segreti che ben presto attecchirono all’esterno delle carceri. Tutte realtà differenti, ma accomunate da un nemico comune: il re Borbone, verso il quale si riversarono grandi risentimenti che trovarono sfogo in un momento propizio: l’avanzata garibaldina dalla Sicilia a Napoli.
I camorristi, quelli che giravano con la coccarda tricolore sul copricapo per garantire l’ordine nella transizione, erano semmai complici dello stesso Dumas e di Garibaldi. La connivenza ebbe inizio lì, e lì partì il patto tra Stato e mafie. I ladrocini erano degli amici Dumas e Garibaldi. Per il primo parlano i misfatti prima descritti e altri piccoli scandali sotterrati; per il secondo basterebbe ricordare la truffa al Banco di Napoli. I Borbone? Quando Francesco II lasciò Napoli nel 1860 non portò con sé nulla dalle regge e neanche il patrimonio di famiglia, dichiarando così: «Appartiene a Napoli!»

In quanto all’accusato o odiato Ferdinando II e al suo regno, è sufficiente riportare cosa si legge nella Collezione delle Leggi e dei Decreti del Regno delle Due Sicilie“Nessun ministro ebbe mai voce di ladro (…); i molti amministratori delle province sono usciti di carica poveri” (Enrico Cenni, Delle presenti condizioni d’Italia e del suo riordinamento civile, Napoli 1862). Poco, forse, per salvare il governo borbonico ma… se Ferdinando II favorì la camorra, perchè mai i camorristi andarono a schierarsi al servizio dell’invasione di Garibaldi? Siamo seri.
Lo stesso Dumas ci teneva a definirsi solo un romanziere, ricco di fantasia, e che non aspirava ad essere uno storico, ma che violentava la storia per farne romanzi. Violentò anche la storia di Napoli e contribuì a pregiudicarne l’immagine in Europa. «Sì, violento la storia, ma per darle dei figli così belli», disse a chi gli rimproverava di romanzare gli eventi. Garibaldi lo sapeva, e sapeva che Dumas poteva amplificarne l’immagine eroica raccontandone le gesta con grande enfasi.
Insomma, il tema Camorra vende in tutto il mondo e, pur di guadagnarci, si tirano fuori ancora oggi le menzogne di 150 anni fa, come se queste possano aiutare a capire l’origine e la trasformazione del maledetto fenomeno.