Il Sud al potere in Serie A? Mai accaduto nella storia.

Angelo ForgioneLunedì senza Calcio, giornata di chiacchiere per l’Italia del pallone. Da Nord a Sud, tutti a indicare Roma e Napoli per la lotta scudetto, ma nove giornate sono davvero poche per preconizzare come si metteranno le cose in primavera. Neanche un quarto di percorso è stato compiuto dalle 19 squadre della Massima Serie, appena uscite dai blocchi di partenza, ma il fiume di parole dei talk-show sportivi si ciba da sempre dell’attualità contingente e non tira mai fuori il chiacchiericcio di qualche settimana prima, quando magari la situazione si presentava con connotati diversi. Solo il 22 settembre scorso erano 9 i punti che dividevano il Napoli dall’Inter, margine annullato in un mese e quattro partite. Oggi non sono tanti quelli che vedono la Juventus in grado di rientrare nella lotta per il titolo, nonostante i punti di ritardo dalla vetta siano “solo” 8; ma si tratta di percezione falsata dalla presenza di undici squadre davanti ai bianconeri, esattamente la stessa quantità di club che erano davanti al Napoli il 22 settembre.
Roma e Napoli sono ora, indubbiamente, sotto i riflettori per risultati, classifica e gioco espresso, e i quotidiani di giornata, così come le trasmissioni televisive, si riempiono di titoloni d’elogio per giallorossi e azzurri. Ma è davvero difficile ipotizzare un campionato conteso tra due squadre del “sud” del nostro Calcio. Storicamente non è mai accaduto. Quelle poche volte (8 su 111) in cui le squadre “meridionali” sono riuscite a sovvertire la geopolitica sportiva della Serie A hanno comunque fatto a pugni contro i club del Nord: la Roma sul Torino nel ’42; il Cagliari sull’Inter e sulla Juve nel ’70; la Lazio sulla Juve nel ’74; la Roma sulla Juve e sull’Inter nel ’83; il Napoli sull’Inter e sulla Juve nel ’87; il Napoli sul Milan nel ’90; la Lazio sulla Juve nel 2000; la Roma sulla Juve nel ’01.
Le statistiche e la storia parlano chiaro: un duello Roma-Napoli farebbe la storia della Serie A, non tanto perché attribuirebbe il nono scudetto al Sud ma perché per la prima volta vedrebbe il Nord “spettatore”. Certo, esiste l’ineludibile legge dei grandi numeri, che scatta sempre nel gioco, prima o poi, ma è davvero difficile pensare che l’asse Torino-Milano resti a guardare il “gioco”. Ne riparliamo al prossimo equinozio.

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Meno omicidi, più rapine e una conferma: Napoli non è il far-west d’Italia

Angelo Forgione Franco Di Mare, conduttore di Uno Mattina (Rai Uno), da napoletano equilibrato, si è tolto qualche sassolino dalla scarpa commentando gli interessanti dati forniti dalla ricerca del sociologo aretino Marzio Bargagli, che da anni smanetta tra le statistiche Sdi/Ssd sui reati e sulla sicurezza, e che ci racconta come si è evoluta la malavita in Italia negli ultimi trent’anni. E, indirettamente, ci dimostra che l’immagine di Napoli paga sempre un prezzo troppo alto rispetto alle reali dimensioni del problema sicurezza, se rapportate alle altre città medie e grandi della Penisola.
Ma cosa dicono i dati analizzati da Bargagli? Innanzitutto che è stato battuto nell’ultimo anno un nuovo record positivo: quello del più basso numero di omicidi nella storia unitaria. Nel 2014 sono stati 468, nel 1991 erano 1.916. A Sud il crollo del tasso di omicidi è stato più massiccio che a Nord. La flessione maggiore è a Genova (16% annuo), che oggi è la più sicura fra le grandi città, seguita da Catania (14% all’anno) e Napoli (5%). Calano i furti d’auto ma aumentano i borseggi, con una crescita media annua del 4,1% a Milano, del 13,2% a Torino, del 19% a Bologna (capitale della specifica tipologia di furto), del 20% a Firenze, addirittura del 31,5% a Roma, mentre a Napoli l’incremento medio è stato solo del 2,9%. Aumentano anche i furti negli appartamenti, con Bologna che ha avuto un incremento straordinario del 24,4% medio annuo, seguita da Milano e Catania, con il 20%. Napoli è la città che ha visto il minor aumento (3,2% annuo). Torino è oggi la città con il tasso più alto di furti in appartamento, seguita immediatamente da Milano e Firenze. Quella più sicura è proprio Napoli, con un tasso 6,7 volte più basso del capoluogo piemontese. E aumentano anche le rapine, con diversi distinguo tipologici e in modo disomogeneo tra Nord e Sud. Mentre nel Settentrione il tasso di rapine è aumentato, nel Meridione è diminuito. Torino segna un incremento medio annuo del 4,5%, Roma del 4,8%, Firenze del 6,4%, Milano del 6,9%, Bologna addirittura del 7%. Anche in questo caso Genova fa eccezione, con un aumento annuo dell’1%. E mentre, negli anni della crisi, nelle città centro-settentrionali il numero delle rapine cresceva, a Napoli diminuiva. Dal 2009 al 2014 il capoluogo partenopeo ha avuto una diminuzione media annua del 5%, avvicinata sensibilmente da Milano e Torino.
Statistiche che non contemplano gli indici di suicidi e di vittime stradali, che hanno una diversa valutazione nella percezione della sicurezza, ma che invece sono incidenti e vedono Napoli tra le città meno colpite in assoluto.

immagine: L’Ottimista di Marco Adinolfi

Il mito di Milano “capitale morale”? Lo creò un napoletano… contro Torino

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Angelo Forgione Milano, la “capitale morale” del Paese lo è dal 1881, allorché si mise in vetrina organizzando l’Esposizione Industriale, mostrando di essersi consapevolmente posta alla testa dello sviluppo della Nazione e dando uno smacco alla sabauda  Torino. Fu in quell’occasione che il napoletano Ruggero Bonghi, già direttore del quotidiano milanese La Perseveranza, tirò fuori la definizione “capitale morale”, che per il capoluogo lombardo divenne un’etichetta lusinghiera agli occhi dell’Europa.

Milano si sentiva ormai città guida del Paese non soltanto per il fatto che Roma fosse lontanissima dallo slancio industriale del Nord-est, non soltanto perché Napoli fosse luogo di divisione politico-sociale circa l’Unità, ma soprattutto perché c’era da colpire l’orgoglio di Torino, città dei Savoia e vera rivale in tema di sviluppo. In termini politici, Milano era la città che aveva tenuto fede all’idea radicale e democratica del movimento nazionale di cui non avevano dato prova né Napoli, città borbonica occupata, né Torino, città sabauda occupante. Il capoluogo piemontese, e non Roma, era l’autentico riferimento occulto della Milano “capitale morale”.

In verità, Milano e Torino si erano alleate per convenienza nel 1859, e avevano invaso Napoli. Camillo Benso di Cavour, con formidabile opportunismo diplomatico, aveva garantito al nobile milanese Cesare Giulini della Porta di rispettare la macchina amministrativa lombarda e di tenerla in piedi in caso di annessione della Lombardia al Regno di Sardegna. Gli accordi tra Cavour e Giulini erano stati cancellati immediatamente da un decreto del ministro dell’Interno del regno sabaudo, Urbano Rattazzi, con cui era stata imposta l’estensione dell’ordinamento sardo a tutti i territori conquistati da Vittorio Emanuele II, Milano compresa. Il ministro dell’Istruzione Gabrio Casati, milanese, simbolo della Lombardia nel governo del Regno di Sardegna, si era dimesso polemicamente, rappresentando il profondo malcontento per una Milano che nel gennaio 1860 era stata affidata a un governatore torinese, Massimo d’Azeglio, ritenendosi intollerabilmente piemontesizzata. Le due città, sotto la corona dei Savoia, avevano preso immediatamente a rivaleggiare in un clima di diffidenza reciproca, nonostante la componente radicale milanese avesse compartecipato alle mire espansionistiche del Piemonte, e non non sarebbero mai state amiche nella storia unitaria, anzi.

A Regno d’Italia appena fatto, i Savoia venivano sbeffeggiati in ogni modo dai milanesim che avevano trovato un modo simbolico per farlo nella nuova Galleria Vittorio Emanuele II, intitolata al Re piemontese per conseguire i permessi di espropriazione dei caseggiati della zona, allora ottenibili tramite decreto reale. Dopo la prima inaugurazione del 1867, i meneghini avevano preso immediatamente di mira il simbolo di Torino raffigurato al centro della mosaico pavimentale, sfregando gli “attributi” del toro con i piedi. Quando le guardie si avvicinavano, ci si giustificava adducendo il gesto portafortuna, ridendo sotto i baffi per il risentimento nei confronti della dinastia regnante.
Ecco perché al posto dei “gioielli” taurini fu apposta col tempo una piccola cavità per apporre il tallone e compiere la rotazione ad occhi chiusi. Chi non conosce l’origine di quel gesto crede che porti fortuna, ingannato anche dalle spiegazioni improbabili di alcuni libracci. È di fatto il retaggio del risentimento milanese nei confronti della dinastia sabauda e della città rivale.

Risentimento placato dal 1881 in poi, quando l’Esposizione Industriale portò in dote a Milano l’etichetta di “capitale morale”. Non che la definizione non sia stata mai contestata, e non solo dai romani. Lo storico Renzo De Felice, negli anni Novanta, pur riconoscendo la grande dinamicità meneghina, contestò il mito milanese come pure quello romano: “se c’è un mito della capitale morale, c’è un mito anche di quella reale. L’Italia ha solo due capitali: Napoli e Palermo, le uniche che ricordano Parigi, Madrid, Vienna.” Erano gli anni del mito offuscato da Tangentopoli. Sembrano lontani, eppure le tangenti per l’Expo 2015 non fanno, oggi come allora, rima con moralità, in senso etico.

A Ruggero Bonghi, padre del termine “capitale morale, è dedicata una piazzetta nei pressi dell’Università Federico II di Napoli, all’imbocco di via Mezzocannone, con tanto di statua che lo raffigura.

per approfondimenti: Napoli Capitale Morale (Magenes, 2017)

 

‘Dov’è la Vittoria’ e ‘Made in Naples’ a Domenica Luna Live

«A noi fa piacere sapere la verità, la verità secondo Angelo Forgione». Così la conduttrice Paola Mercurio chiude la chiacchierata con l’autore di Dov’è la Vittoria e Made in Naples nel salottino domenicale dell’emittente campana Tv Luna.

Amedeo Minghi e il “linguaggio” napoletano

Amedeo Minghi, coi suoi cinquant’anni di carriera, è uno dei cantautori più longevi sul panorama nazionale. Da artista colto, nella sua lunga attività ha avuto modo di omaggiare anche la canzone napoletana, madre di quella italiana. Rosa (1988) e Viceré (1994) sono due brani cantanti in lingua partenopea, tra i più famosi della produzione artistica dell’artista romano. Il videoclip li mette insieme, proponendo una registrazione amatoriale del dicembre 2009 al teatro Ghione di Roma (di Svetlana Mastica), dove lo stesso Minghi introdusse il suo canto partenopeo illustrando piccole nozioni di quello che fu, e tuttora è, il “linguaggio” universale di Napoli.
“Credo che ogni artista debba sentirsi in obbligo di ringraziare gli inarrivabili musicisti napoletani, Beatles compresi”, scrive l’artista sul suo profilo facebook.

Maradona e la congiura dei baroni: «Ferlaino e Matarrese mi hanno fatto fuori!»

maradona_congiuraAngelo Forgione «Tra De Laurentiis e Ferlaino butterei ovviamente giù Ferlaino, perché all’inizio andavamo d’accordo ma, alla fine, lui e Matarrese hanno manovrato per farmi fuori». Lo ha detto Diego Armando Maradona, intervenuto alla trasmissione “In casa Napoli” sull’emittente Piuenne. E però le opinioni che hanno avuto più risalto sono state quelle sul tecnico Sarri, che per l’ex Pibe de Oro «non è il tecnico giusto per un Napoli vincente. Colpa di De Laurentiis». Mi perdonerete, ma a me interessa decisamente più il risentimento per l’ex patron azzurro e per l’ex presidente della Federazione che organizzò il mondiale della grande delusione nazionale, perché è un passaggio storico del Calcio mai chiarito di cui mi sono interessato approfonditamente nella scrittura del mio ultimo libro Dov’è la Vittoria.
Forse un giorno Diego ci racconterà cosa accadde il 17 marzo del 1991, e perché fu trovato positivo all’antidoping nonostante fosse dipendente dalla cocaina da almeno otto anni, dai tempi dei suoi disagi catalani, quelli in cui furono le sue mani a rovinarlo. Forse ci racconterà perché la strana immunità terminò proprio quando la tossicodipendenza raggiunse picchi tali da renderlo ingestibile, e solo nel momento in cui il Napoli piombò nella seconda metà della classifica, cioè a chiusura di un ciclo di 5 anni di podi e trionfi di un club che spendeva molto più di quanto incassava. Forse un giorno ci racconterà perché da allora ha preso ad accusare di mafia Antonio Matarrese, senza mai una risposta, e perché ha iniziato a detestare Corrado Ferlaino, che pure ha sempre incassato. Forse un giorno Luciano Moggi ci racconterà perché proprio prima della partita, con perfetta contemporaneità, annunciò alla stampa la fine del suo rapporto col Napoli, dichiarando che lo storico ciclo azzurro era ormai chiuso. Forse anche l’ex compagno Andrea Carnevale, un giorno, ci dirà cosa volle intendere qualche tempo fa dicendo che «fin quando gli è servito, Ferlaino ha usato Diego». Forse anche Massimo Mauro ci spiegherà perché «con un altro presidente avremmo vinto 6 scudetti invece di 2». Forse anche Giovanni Verde, già vicepresidente del Csm, ci chiarirà perché a la Repubblica abbia dichiarato di essere convinto che Maradona sia stato tradito: «Maradona non pensava mai di poter essere sorpreso dal doping e sia lui che il suo staff mi lasciarono intendere che si trattava di una trappola, utile a rescindere il contratto». Sicuramente non sarà il GIP Vincenzo Trivellini a spiegarci perché, dopo le accuse di Zeman al Calcio italiano nel 1998, archiviò la posizione di Matarrese nonostante la Guardia di Finanza avesse riscontrato la sparizione dal laboratorio antidoping CONI dell’Acqua Acetosa dei risultati delle analisi chimiche sul ramo Calcio. E non sarà neanche lo stesso Matarrese a spiegare perché, una volta azzerato il laboratorio, dopo decenni di Calcio apparentemente pulito, finirono improvvisamente nella rete dei controlli Bucchi e Monaco del Perugia, Couto e Stam della Lazio, Guardiola del Brescia, Davids della Juventus, Caccia e Sacchetti del Piacenza, Torrisi del Parma, Gillet del Bari, Da Rold del Pescara e via discorrendo.
Maradona continua a intingere la sua lingua nel fiele e indirizzare parole avvelenate a Ferlaino e Matarrese, in ogni occasione. Forse un giorno i tifosi del Napoli sapranno la verità, o forse no.
Intanto, di questa vicenda, ne ho ricostruito il torbido scenario nel mio saggio, cercando di spiegare quello che Diego non spiega quando si dice rovinato dalla congiura dei baroni.

Interpellanza sulla crisi del Sud a Montecitorio: tutti al mare!

Angelo Forgione – Venerdì 11 settembre, nel giorno dei funerali di Gennaro Cesarano, 17enne ucciso dalla Camorra, l’Aula di Montecitorio doveva occuparsi anche del Meridione. Era all’ordine del giorno la discussione dell’interpellanza al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro dell’economia e delle finanze e al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, sulla “perdurante situazione di grave crisi economica e sociale del Mezzogiorno e lo stato di attuazione del programma di utilizzo dei fondi europei ad esso destinati” (leggi il testo). Deputato a rispondere il sottosegretario Claudio De Vincenti. Rispondere a chi? A 11 parlamentari su 630. Aula vuota! È così che Montecitorio ha fatto avvertire il suo interesse al Sud. “È una scissione silenziosa, il tricolore e l’inno sono soltanto un guscio vuoto”, questo è il commento di Roberto Speranza, deputato lucano del PD. Mancava anche il deputato avellinese Gianfranco Rotondi (FI), componente della commissione per le Politiche dell’UE, colui che ad Agosto scrisse un cervellotico tweet: “se Napoli accogliesse tutti i migranti e li usasse per pulire le strade avremmo risolto metà dei problemi della città”.
rotondiIl giorno seguente si è aperta a Bari la Fiera del Levante, disertata dal premier Renzi, che è invece volato a New York per assistere alla finale femminile degli US Open tra la brindisina Flavia Pennetta e la tarantina Roberta Vinci. Travolto da non sterili polemiche, non dopo l’estate calda resa rovente dai dati Svimez che ha acclarato che il Mezzogiorno d’Italia è la macroarea più arretrata dell’Eurozona. Il Primo Ministro avrebbe potuto dimostrare un fermo interesse per il Sud ma nel capoluogo pugliese è andato ancora il sottosegretario Claudio De Vincenti, cha ha provato a gettare acqua sul fuoco: «È una giornata di sole per tutti. Era doveroso che il presidente del Consiglio fosse oggi a New York al fianco di Flavia e Roberta. Trovo ridicole le polemiche lette qua e là sugli organi di stampa». La platea ha risposto con il silenzio e qualche timido fischio. «Non sono qui per portare promesse, ma fatti» ha proseguito De Vincenti, annunciando i presunti vantaggi per il territorio derivanti dal discusso gasdotto TAP, che dovrebbe portare il metano dall’Azerbaigian in Italia e all’Europa, via Salento. I sindaci dei comuni salentini, decisamente contrari all’opera per questioni ambientali, hanno inscenato una silenziosa protesta lasciando la sala, qualcuno sfilandosi la fascia tricolore. Certamente, nel Salento non sono tornati con un Frecciarossa.

Zubin Mehta regala il cachet al San Carlo: «Napoli ricca di bellezze. I turisti non possono andare solo a Firenze, Venezia e Roma!»

Angelo Forgione – Il più bello e più antico dei teatri lirici costretto alla beneficenza dei più noti addetti ai lavori, personaggi sensibili che si sostituiscono allo Stato italiano, sempre più sordo alle necessità delle eccellenze culturali del Paese. Il grande maestro indiano Zubin Mehta, in occasione dell’inaugura della stagione sinfonica del Real Teatro di San Carlo, ha annunciato che rinuncerà al suo cachet per creare un fondo destinato all’acquisto di nuovi strumenti per i musicisti del Massimo napoletano, asfissiato dai tagli alla Cultura. «Sono maestranze straordinarie, mettono il cuore nella musica ogni volta che salgono sul palco – ha detto il direttore d’orchestra – ma hanno bisogno di strumenti adeguati. Con l’incasso di questo concerto non riusciamo ad acquistare un violino Guadagnini, ma possiamo dare l’esempio. Lancio un appello a tutti gli artisti e appassionati del mondo: aiutiamo il San Carlo». Metha ha da tempo messo l’accento sulle inadempienze italiane e con questo gesto intende evidentemente passare dalla denuncia ai fatti. Ma per lui il San Carlo è solo la punta di un iceberg. «La ricchezza di Napoli non è molto conosciuta nel mondo, neanche io un tempo sapevo che ci fossero così tante meraviglie. Ma poi ho girato e ora parlo nel mondo di quello che c’è a Napoli. I turisti non possono andare solo a Firenze, Venezia e Roma!»

Faide di camorra a Napoli… e lo Stato (da sempre) sta a guardare.

Si riaccende la faida della camorra a Napoli. Succede sempre quando i capiclan finiscono in galera e perdono il controllo, aprendo conflitti che mettono in palio i posti di comando rimasti vacanti. Sui quotidiani e in tv fioccano titoli che deprimono l’umore dei cittadini, impotenti di fronte a un fenomeno che nessun Governo ha mai voluto sradicare.
A La Radiazza di Gianni Simioli, su Radio Marte, ne ho discusso con Roberto Paolo, vicedirettore de Il Roma.

La mentalità perdente di Napoli secondo il fortunato Profeta di Fusignano

Angelo Forgione«Napoli perdente!». Ipse dixit Arrigo Sacchi, la cui carriera è in qualche modo legata al Napoli più vincente che vi sia mai stato. L’ex tecnico romagnolo ha sparato a zero sulla piazza partenopea nel giustificare, in un’intervista al quotidiano spagnolo AS, il fallimento (o presunto tale) di Benitez, suo pupillo, all’ombra del Vesuvio. Ed è bufera.
«A Napoli – ha detto l’ex allenatore – Benitez ha trovato una situazione non facile perché è una città che non ha mentalità vincente. Quella squadra non ha mai vinto niente di veramente importante. Maradona, il migliore giocatore che ho visto in campo, non ha alzato là neanche la Coppa dei Campioni. Neanche è arrivato ai quarti. Lavorare in un ambiente così è difficile».
C’è poco da risentirsi. Sacchi ha detto una sacrosanta verità. La mentalità vincente manca al Napoli, e manca a tutto il calcio centro-meridionale. È un problema radicale, nativo, che coinvolge tutto il movimento calcistico della parte del Paese non industrializzata. Più ci si allontana dalla produttività settentrionale e più il Calcio diventa poesia, sentimento. Roma, ad esempio: è una delle capitali europee meno vincenti nel Football, disciplina in cui la mentalità vincente è fiorita nei centri industriali del Vecchio Continente. È proprio l’applicazione dello spietato metodo imprenditoriale nel Calcio ad aver prodotto successi, lavorati come in catena di montaggio, da “accantonare” appena fabbricati, e fabbricati ad ogni costo, possibilmente il più basso. Se per l’icona bianconera Boniperti «alla Juventus vincere non è importante ma è la sola cosa che conti», anche a costo di festeggiare un Coppa dei Campioni con dei cadaveri all’esterno di uno stadio, un motivo ci sarà. Se per Berlusconi è prioritario ostentare sulle maglie del Milan una patch con le sette Coppe dei Campioni vinte, un motivo ci sarà. Se Massimo Moratti si è svenato di oltre un miliardo di euro nell’arco della sua quasi ventennale presidenza dell’Inter, pur di cancellare la fama di perdente che si era costruito, un motivo ci sarà. Le varie proprietà di Juventus, Milan e Inter coincidono nel tempo con la maggiore nomenclatura imprenditoriale italiana, quei Rizzoli, Agnelli (intere generazioni), Moratti (padre e figlio) e Berlusconi che hanno compreso il ruolo veicolante del Calcio per la creazione di identità moderne e produttive.
Napoli, che piaccia o no, è un’altra piazza, un’altra Italia. Solo 15 podi in 72 stagioni in Massima Serie (2 volte primo, 5 volte secondo, 8 volte terzo), e la sua tifoseria di oggi non tiene conto del dato storico, migliorato dall’azzurro di Maradona con 5 podi (5 trofei) e da quello del contestato De Laurentiis con altri 3 (3 trofei), i due più vincenti della storia. Roma non ha fatto meglio, coi 21 podi giallorossi (in 85 campionati) e i 13 biancocelesti (in 75 campionati). Risparmio al lettore la quantità di podi, non di scudetti, delle squadre di Milano e Torino.
Napoli, come Roma, è piazza che non sa vincere, perché ogni importante battaglia vinta non l’archivia immediatamente, come in catena di montaggio, ma si abbandona a lunghe euforie che abbassano la soglia di concentrazione rispetto ai successivi impegni in guerra. Napoli, come Roma, è piazza che non sa neanche più perdere, perché se ci lascia le penne è colpa di chi non fa qualcosina per appagare la convinzione di meritare di più, dimenticando tout court le svantaggiose condizioni economico-sociali del territorio.
Sacchi, dunque, ha ragione, e c’è poco da risentirsi. Ma quel poco ha il suo perché proprio nella figura di Sacchi, uno baciato in fronte dalla fortuna. Arrivato al Milan dalla provincia senza aver fatto nulla di straordinario oltre a rifilare due sconfitte al ricco e rampante Berlusconi. Uno che ha vinto tanto in rossonero, dando spettacolo, ritrovandosi addosso la fama di miglior allenatore italiano di tutti i tempi. Lo fece in soli tre anni, complice il tasso tecnico messogli a disposizione dall’allora Cavaliere e il temporaneo sfarinamento del Napoli più vincente della storia, che gli regalò uno scudetto e lo lanciò nell’olimpo della Coppa Campioni. È lì, nel torneo continentale più importante (e molto più facile di quello di oggi), che costruì il suo mito, visto che nei successivi 3 campionati italiani si piegò a Trapattoni, Bigon e Boskov. Sacchi introdusse l’esasperazione del ritmo e del movimento senza palla, ma soprattutto la figura del preparatore atletico, vero segreto che gli consentì di far correre i suoi più di tutti, prima di tutti. Quando quella figura fu adottata dall’intero scibile calcistico, Sacchi finì di veder sfrecciare i suoi in campo con una marcia in più. Se ne andò a guidare la Nazionale, e per poco non vinse un mondiale senza nulla fare e con un Baggio in più, macchiando la fama che si era costruito con quella nuova e meno lusinghiera del “cul de Sac”. Risultati assai modesti a seguire, anche in Spagna e poi ancora in Italia. Il troppo stress lo portò al ritiro. Magari frustrazione da insuccessi per un uomo che aveva vinto tanto in poco tempo, il signor nessuno divenuto “il profeta di Fusignano” e chiamato a dover dimostrare di essere un vincente. Chi lo aveva sostituito al Milan [Fabio Capello] vinse più di lui, senza prendersi alcuna benemerita etichetta.
Non che si intenda sminuire chi ha saputo dettare un cambiamento del Calcio, ci mancherebbe. Ma quel cambiamento fu attuato senza applicare la cultura della sconfitta. Il Milan di Sacchi sapeva vincere ma non perdere, e toccò livelli di fair-play molto bassi. Come non ricordare il pareggio-qualificazione della vergogna nei quarti di finale della Coppa Italia 1989/90 contro l’Atalanta grazie a un rigore guadagnato (e trasformato) con una rimessa in campo non restituita agli orobici, mentre Sacchi se ne lavava le mani e si prendeva le invettive del collega Mondonico. Come non ricordare quel Verona-Milan dell’Aprile 1990 che consegnò lo scudetto al Napoli, quando, dalla panchina, Arrigo urlò di tutto all’arbitro Lo Bello, costretto ad espellere lui e tre furibondi rossoneri. Il suo Milan chiuse nella vergogna il meraviglioso ciclo europeo la sera del 20 Marzo 1991 quando, sotto di un goal a Marsiglia, abbandonò il campo per lo spegnimento di un riflettore, presto riattivato. Eppure, Sacchi e il suo Milan, il fair-play e la cultura della sconfitta li avevano conosciuti proprio nel Maggio del 1988, espugnando il “San Paolo” e soffiando lo scudetto al Napoli. 80.000 napoletani si alzarono in piedi e tributarono uno scrosciante applauso ai vincitori (quello sì che era un pubblico che sapeva perdere). Due anni dopo, a parti invertite, da casa Milan piovvero solo veleni sul Napoli per la monetina di Bergamo, nonostante i 2 punti finali di vantaggio degli azzurri.
Cosa c’entra la mentalità vincente con la lealtà sportiva? C’entra, quando vittoria ad ogni costo significa calpestare l’etica. Sacchi frequenta oggi i salotti televisivi in qualità di opinionista, trasformandosi spesso a sproposito in educatore. Ha ragione a dire che a Napoli non c’è mentalità vincente ma è bene che non dimentichi che lo stimato Benitez ha fallito anche a Milano, con l’Inter, perché Moratti chiuse il portafogli dopo essersi svenato per vincere la Champions League. La crisi della raffinazione a livello europeo aveva avviato la spirale negativa dei bilanci in rosso della sua Saras. Sine pecunia ne cantantur missae. Se ne sta accorgendo anche l’ultimo Berlusconi, falciato dal lodo Mondadori. E se questo a Napoli è normale, a Milano lo è un po’ meno. A proposito di mentalità vincente.