Lo strano complesso del tifoso napoletano che nasce a Torino

Angelo Forgione Spuntano striscioni spinti contro Aurelio De Laurentiis in varie zone di Napoli e sale la contestazione di quella parte di tifoseria avversa al patron azzurro. La traversata in apnea di Higuain in direzione della sponda nemica, quella bianconera, ha sconquassato la piazza e dato fiato ai contestatori, in sordina tra ottobre e giugno scorsi. La verità è che si tratta di sindrome di Toto Cutugno, nel senso che i tifosi napoletani, come tutti i tifosi delle squadre al vertice, vogliono vincere e parte di questi non sopportano di vedersi precedere dalla Juventus. È un’ossessione bianconera, reale quanto insensata. A certa parte di tifosi azzurri, il Napoli costantemente al vertice non basta. Non basta che sia la squadra che abbia vinto di più (tre coppe nazionali) dopo la schiacciante Juventus dell’ultimo lustro, alla quale ha tolto due trofei sul campo e sotto al naso. Non basta che, dopo la Juventus, sia il Napoli la squadra che abbia fatto più punti di tutte nelle ultime cinque stagioni. Non bastano i secondi posti, la tre qualificazioni dirette alla Champions League, il record italiano in fieri di partecipazioni alle competizione europee (7), la finale UEFA scippata dagli arbitri, il prestigioso ranking UEFA (pos. 17) secondo in Italia solo alla Juve, i conti in ordine di una società che è tra le prime 30 nel mondo per solidità finanziaria. Insomma, il vero problema del Napoli non è De Laurentiis ma la Juventus. Oggi gli azzurri rappresentano l’alternativa più autorevole ai bianconeri perchè da diverse stagioni sempre al vertice, seppur con fortune alterne. Ma, paradossalmente, questo ruolo crea tensioni e aspettative soverchie.

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Per certi tifosi napoletani, il Napoli deve vincere, ma non si comprende per chissà quale elezione divina debba farlo. «Siamo il Napoli!», dicono, come se si trattasse del Real Madrid o del Barcellona. Insomma, il tifoso napoletano sovradimensiona le potenzialità della squadra del cuore commisurandole al bacino d’utenza, il quarto d’Italia,  ma ignorando beatamente la storia. Eppure non ci vuole un matematico per contare quanti trofei importanti abbia messo il Napoli in bacheca. 10, solo 10 in novanta anni di competizione nazionale, più quattro di emarginazione meridionale. I tre più importanti (2 scudetti e 1 Coppa Uefa) strappati al potere da Sua Maestà El Diez dopo oltre sessant’anni di vita del sodalizio azzurro. 5 trofei griffati Maradona, anche se oggi vengono stranamente attribuiti a Corrado Ferlaino, che Maradona se lo ritrovò in pacco regalo dalla politica democristiana nel bel mezzo delle tensioni sociali post-sisma irpino e dovette assecondarne le aspirazioni, incassando 20 miliardi stagionali e spendendone 35 solo per gli ingaggi dei calciatori che l’argentino pretese vicino per vincere. E infatti l’ingegnere, nei precedenti diciotto anni di presidenza, aveva vinto solo una Coppa Italia. Consumato il lungo e profondo effetto sportivo e sociale prodotto da Maradona, il suo Napoli piombò nuovamente nell’anonimato, zavorrato dai debiti prodotti negli anni dei trionfi, e non solo non vinse più nulla ma finì estinto dal tribunale fallimentare dopo una lunga agonia più che decennale. Eppure oggi alcuni dicono che baratterebbero uno scudetto con gli anni dell’oblio, con un fallimento, forse perché hanno dimenticato cosa significò, o forse non l’hanno vissuto. Troppi se ne infischiano di una società che si è assestata solidamente al vertice del calcio italiano e fa pronunciare il suo nome, e quello della città, nell’Europa che conta. Eppure oggi sembra che ci si sia dimenticati degli striscioni e delle scritte disseminate sui muri della città per anni, alcune ancora leggibili, quei “Ferlaino vattene” urlati anche allo stadio, le molotov lanciate nella sua villa tra via Tasso e il corso Vittorio Emanuele, le auto incendiate nel suo giardino. Perché è così che funziona a Napoli, quando assapori la vittoria, o magari la annusi, e poi le cose non vanno nel verso sperato. Se non vinci, a Napoli, finisci nel mirino della contestazione, e che la squadra sia seconda o ultima poco cambia. Tuttavia, oggi Ferlaino è persino rivalutato da qualcuno perché il suo Napoli, quello maradoniano, ha vinto, e lui stesso va in tivù a pontificare, a dire che De Laurentiis deve rischiare, ben sapendo che lui non lo avrebbe mai fatto se non fosse stato costretto dal sicuro linciaggio all’eventualità della cessione di Maradona, e perciò, per trattenerlo a Napoli, dovette creare i presupposti per le successive tragedie sportive.
La mia posizione è netta e coerente da tempo, perché so bene cosa gira dietro le quinte del Calcio italiano, avendone studiata la storia e la struttura. Incasso spesso le ormai classiche volgari accuse che toccano a chi cerca di elevare il ragionamento sulla condizione e sulla conduzione del Napoli. Non amo certi modi di Aurelio De Laurentiis, ma è questione caratteriale che lede evidentemente la sua persona. Di errori gestionali ne commette, ma, al netto delle evidenti carenze di una conduzione di tipo familiare, è persona che ha garantito un percorso sportivo stabile e di alto livello. Inutile continuare a sperare che piova dal cielo uno sceicco e venga a prendersi una società il cui limite reale non è l’assenza di impianti propri e di un settore giovanile strutturato. Quelli, chi ha vagonate di soldi da investire, li tira su quando e come vuole, se vuole. Il vero limite – lo ribadisco ancora una volta – è territoriale; è l’assenza nel territorio napoletano, tra i più depressi d’Europa, di quelle reali opportunità che i grandi investitori cercano quando acquistano un club europeo, quelle opportunità di investimenti con regimi fiscali agevolati, ma anche opportunità certe di accredito presso la grande finanza internazionale, che da Napoli è decisamente distante. Ed è per i suoi limiti territoriali che il grande Napoli, in un calcio nato e dominato al Nord, ha vinto poco nella sua storia. Pertanto sarebbe bene disilludersi, e pure di smetterla di soffrire la forza indigena della Juventus, che è un’egemonia superiore, un potere che, nel 2000, è stato capace di portare nella propria orbita il Torino e di farlo fallire pur di prendersi l’area contesa del vecchio stadio Delle Alpi per costruirvi lo Stadium di proprietà. Non si tratta di pensare in piccolo ma di mettere a fuoco la realtà italiana e capire che gli eredi Agnelli, Andrea e il cugino John Elkann, sedati i contrasti dinastici nel 2010, dopo la morte dei due patriarchi Gianni e Umberto, hanno assunto l’uno la gestione della Juventus e l’altro quello della Fiat, con giurisdizione sportiva sulla Ferrari. Andrea ha deciso da allora che il club bianconero dovesse tornare a dominare dopo lo schiaffo di Calciopoli, annullando totalmente la concorrenza interna. Ha puntato tutto sul record consecutivo di scudetti nazionali, per spazzare via l’impresa d’epoca fascista del nonno Edoardo. Nei suoi sogni c’era e c’è anche la Champions League, e dopo averla accarezzata a Berlino prova ora a giocarsela a suon di clausole milionarie e ingaggi top, e a dare una strombazzata internazionale proprio mentre la Ferrari di Marchionne sta fallendo la sua annunciata rinascita. Ci sono in ballo le gerarchie di una famiglia sdoppiata e in evoluzione dei suoi delicati equilibri. I due giovani discendenti stanno gareggiando a chi consegue più risultati e lustro nelle loro aziende, e non c’è niente di più efficace che incassare credito dimostrando la propria leadership al mondo attraverso i risultati nel ricco mondo dello sport, dove è polarizzata l’attenzione di milioni di appassionati che chiedono solo di vincere e dove i trionfi possono spostare gli equilibri al ricco tavolo della Exor. Restare schiacciati dagli effetti di certi giochi di potere, utili alla deteriore personalità di un ex bomber azzurro bramoso di allori, significa solo alimentare complessi di inferiorità inutili, che di certo non si sgonfiano con striscioni ostili e contestazioni cervellotiche al Napoli tra i due più forti della storia.

La galleria che Napoli non sa meritarsi

gallerie_milano_napoliAngelo Forgione Confronto tra gallerie urbane più belle d’Italia, quelle di Milano e Napoli. La ‘Vittorio Emanuele II’ e la ‘Umberto I’, eleganti passaggi commerciali del secondo Ottocento sotto forma di camminamento coperto da vetro e ferro. Portano nomi sabaudi per questioni di opportunismo edilizio più che per convinta devozione ai Savoia, in particolar modo a Milano, che di Torino era ed è tuttora rivale. I permessi di espropriazione dei vecchi edifici che sorgevano al posto dei due salotti cittadini erano rilasciabili solo per decreto reale e timbrare ad imperitura memoria piemontese le nuove opere apriva una corsia preferenziale per i regi decreti. Milano accelerò sviolinando all’inviso monarca, primo Re d’Italia. Napoli ne ossequiò il figlio in epoca di Risanamento, bisognoso di simpatie dopo che l’anarchico meridionale Giovanni Passannante, rabbioso per le disillusioni risorgimentali, aveva tentato di ucciderlo in via Toledo. In entrambi i casi l’esigenza pubblica fu quella di riattare delle aree cittadine centrali in pessime condizioni. A Milano sorgeva un complicato, sudicio e insicuro quartiere medievale, al posto del quale si invocava una collegamento diretto tra la piazza del Duomo e il Teatro alla Scala. A Napoli c’era da bonificare l’antico rione tra via Toledo, il Teatro San Carlo e il Maschio Angioino, dove tra il 1835 e il 1883 erano scoppiate ben nove epidemie di colera.
Progetti avveniristici per l’epoca, di respiro internazionale, e pure costosi. La milanese fu progettata in stile neorinascimentale da Giuseppe Mengoni, avviata a costruzione nel 1865, inaugurata nel 1867 e completata nel 1876, ma solo grazie all’imposizione del Re, che obbligò il Comune al completamento dell’opera a proprie spese, dopo che l’impresa privata che ne aveva avuto la concessione era finita in gravissime difficoltà finanziarie. Quella napoletana fu edificata in modo sicuramente più spedito, avviata nel 1887 e inaugurata nel 1890. Il progetto di Emmanuele Rocco si ispirò al modello milanese ma risultò più ricercato e sfarzoso nelle decorazioni in stile Liberty, un vero trionfo dell’architettura tardo-ottocentesca. La maggiore bellezza, però, sarebbe stata umiliata nel tempo dalla presenza dei popolari quartieri a ridosso e da un’amministrazione dissennata dello spazio, divenendo l’emblema della sciatteria napoletana, a partire dal frazionamento della proprietà privata che ancora oggi rende impossibile la gestione organica degli immobili.
Il raffronto è impetoso per Napoli, e non dal punto di vista della bellezza, che appartiene a entrambe, o dell’abbondanza che intercettano, ma del decoro che offrono. Certo, la Galleria ‘Vittorio Emanuele II’ è sede di alberghi di alto livello, tra cui il Seven Stars, un esclusivissimo 7 stelle, con sette suite che affacciano direttamente all’interno. Insomma, un vero salotto del lusso, che nella Napoli di oggi, forse, non avrebbe senso di esistere. E però sul decoro non si discute, quello dovrebbe essere garantito anche nella ‘Umberto I’. Basta raffrontare la cartellonistica commerciale e l’illuminazione dei due luoghi per capire come vengano intesi dalle amministrazioni comunali. A Milano le insegne sono tutte regolamentate, su fondo nero con marchi in oro, e illuminate da lampioni storici lungo le pareti laterali; a Napoli gli spazi appositi, cui gli architetti del tempo pure avevano provveduto, sono completamente ignorati, ognuno fa come gli pare, e l’illuminazione è fornita da fari moderni che, tra l’altro, a chiusura delle attività, consegnano il luogo alla penombra delle lampade sull’altissima copertura, più alta di quella meneghina. Ma a Milano operano anche boutique di grandi marchi (Prada, Luis Vuitton, Versace, Tod’s, Mercedes); a Napoli, attorno al monopolio di un solo lussuoso marchio familiare (Barbaro), peraltro lontano dalla grande tradizione sartoriale napoletana, ruotano esercizi commerciali del tutto normali. A Milano si danno da fare rinomati ristoranti (il Savini), bar d’epoca (Biffi, Camparino, Motta, etc.) e caffè letterari, ognuno con una tettoia rigorosamente uguale all’altra e rispettando gli spazi concessi; a Napoli i normali bar organizzano tavolini senza criterio e ordine.
Il fatto è che se le hai viste entrambe ti accorgi di quanto sia bella e sciatta quella di Napoli. Ti accorgi che quella partenopea è il tempio del liberismo, dove le varie amministrazioni comunali si arrendono alla complessità sociale del centro cittadino, in cui borghesia e popolo minuto convivono come non accade né a Milano né altrove, e non riescono a impedire ai venditori ambulanti di esporre la loro merce sui mosaici e agli scugnizzi dei dirimpettai Quartieri Spagnoli di giocare a pallone, sbeffeggiare i turisti e vandalizzare a piacimento.
Entrambe interessate da recenti restauri. La ‘Vittorio Emanuele II’, grazie all’Expo, in 13 mesi di lavori con un ponteggio semovente che ha limitato al minimo i disagi, ha riscoperto l’originaria bicromia delle facciate e si è rafforzata nel suo già marcato ruolo centrale nella vita commerciale e turistica della città. La ‘Umberto I’, dopo i continui crolli  (ancora in corso) e la morte del povero quattordicenne Salvatore Giordano, è una galleria sfregiata dalle impalcature di un intervento senza fine e ritinteggiata con diversi colori, o non ritinteggiata, a causa di una cervellotica lite tra condomini inadempienti.
Passerà alla storia un sindaco di Napoli che riuscirà a regolamentare il salotto della città e a dargli splendore come fosse quello di casa sua.

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Il controverso prestito di tesori napoletani a Comacchio

Angelo Forgione  Una strana storia. Due città candidate al ruolo di “capitale italiana della cultura 2018”. La napoletana Ercolano e l’estense Comacchio. Il titolo è una bella invenzione del ministro dei Beni Culturali Dario Franceschini, anch’egli estense, e dà l’opportunità di promuovere annualmente un territorio, attribuendogli anche un contributo ministeriale di un milione di euro e l’esclusione dal patto di stabilità delle spese per gli investimenti necessari per realizzare le iniziative previste per l’anno di investitura. Il fatto è che per ottenere il riconoscimento bisogna mettere in campo diverse iniziative culturali che rendano il territorio vivo e lo dotino di un’offerta di un certo interesse. Accade allora che l’assessorato alla Cultura del Comune di Comacchio inizi a lavorare per rafforzare la candidatura, e concepisca l’idea di chiedere aiuto al Museo Archeologico Nazionale di Napoli, che è il più importante museo al mondo di antichità classiche e ospita l’immenso patrimonio di reperti provenienti dagli scavi vesuviani, tra cui anche quelli di Ercolano, che è città in competizione per la gara del MiBACT. La proposta è quella di esporre, lungo un periodo di due anni e forse più, alcuni reperti archeologici custoditi nei depositi dell’importante museo napoletano nel nascente Museo Delta Antico di Comacchio, che aprirà i battenti nella primavera 2017, in modo da promuovere il nuovo spazio espositivo e proiettarlo immediatamente nei circuiti museali internazionali. Cosa normale, visto che le mostre itineranti e i prestiti museali sono prassi. Il direttore del Museo Archeologico di Napoli, Paolo Giulierini, archeologo toscano specializzato in etruscologia, nominato da Franceschini, accoglie la proposta e pure il sindaco di Comacchio, accompagnato dall’assessore competente, per firmare un protocollo d’intesa che rende partner il Museo Delta Antico.

Alcune domande, però, sorgono spontaneamente. Siamo proprio sicuri che sia questo il modo giusto per promuovere i tesori di Napoli, visto che i tour-operator internazionali ignorano la città e indirizzano i turisti stranieri da Roma in su? Possibile che Napoli debba tenere parte dei suoi tesori negli scantinati museali mentre il mondo fa a gara per mostrarli? Possibile che l’enorme palazzo Fuga, l’Albergo dei Poveri, resti un eterno incompiuto e non possa essere reso invece un spazio espositivo, come propone ad esempio l’associazione Ram – Rinascita Artistica del Mezzogiorno? Possibile che Napoli dissemini cultura nell’avamposto ferrarese e la concorrente Ercolano, ma anche l’altra candidata Caserta, restino a guardare?
Il sindaco di Ercolano, Ciro Bonajuto, pur non essendo contrario alla promozione dei tesori, lamenta il silenzio della Soprintendenza alla richiesta di strutture espositive, che starebbe invece approntando uno sponsor privato per far sì che sia la cittadina vesuviana il naturale approdo espositivo di quanto conservato negli depositi dei ricchi musei napoletani.

Auguri SSC Napoli, ma nascondi l’età

Angelo Forgione 1 agosto, giorno di festeggiamenti per il Napoli, l’unico club del Sud capace di misurarsi contro il ricco Nord del calcio. Una ricorrenza che però è inventata di sana pianta, perché in realtà la SSC Napoli di anni ne ha quattro in più di quelli che ci suggerisce la storia mal narrata, e se c’è un giorno di agosto da celebrare, quello è semmai il 25, non l’1. Faccio chiarezza, dopo aver già divulgato nel mio libro Dov’è la Vittoria (Magenes) e in diverse altre occasioni, anche allo stesso presidente Aurelio De Laurentiis in una mia conferenza sulla storia del caffè al Mostra Agroalimentare Napoletana M.A.G.N.A.

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Inganna tutti la data del 1926, che non è la data di fondazione del club ma quella del cambio di denominazione per motivi politici. Dal nome inglese a quello italiano, dettato dall’applicazione della Carta di Viareggio, uno statuto ufficializzato proprio nell’agosto 1926 dal commissario straordinario della FIGC e presidente del CONI Lando Ferretti per mettere letteralmente il movimento calcistico italiano nelle mani del Fascismo e ricondurre il Calcio al processo di “nazionalizzazione” mussoliniana.

Il Napoli era già nato nell’ottobre del 1922, allorché si era realizzata la fusione tra Naples Foot-Ball Club e l’U.S. Internazionale Napoli, e si era costituito l’Internaples Foot-Ball Club, che aveva eletto come presidente Emilio Reale (patron anche della vecchia U.S. Internazionale) e scelto il colore azzurro. Quella squadra, il primo Napoli, militava nella Lega Sud della Prima Divisione Nazionale, divisa in due competizioni distinte del Nord e del Sud.

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Dal 1898, infatti, anno di fondazione della Federazione Italiana Foot-Ball, poi FIGC, il Nord-Italia monopolizzava il campionato italiano, rendendolo espressione del “triangolo industriale” appena nato e relegando le squadre centro-meridionali al ruolo di comprimarie, prima escludendole dai tornei che assegnavano il titolo di campione d’Italia e poi fingendo, nel 1912, di ascoltarne le proteste con la concessione di una finalissima tra le squadre vincitrici di un Girone Nord (con Liguria, Piemonte, Lombardia, Emilia e Veneto) e di un Girone Sud (con Toscana, Lazio e Campania). Finali pro forma, perché tutti, compresa la FIGC, erano ben consci del divario creato tra i due movimenti calcistici – uno in cui i soldi delle zone industrializzate avevano condotto al semiprofessionismo e l’altro ancora fermo al totale dilettantismo – e sapevano che le finalissime non avrebbero espresso alcun significato tecnico-agonistico.

Nel 1925, la precaria situazione finanziaria dell’Internaples aveva convinto Emilio Reale a cedere il club al facoltoso commerciante Giorgio Ascarelli, più adatto a garantire sicurezza al club. Il nuovo presidente, il secondo della storia del club (non il primo come si racconta), aveva ingaggiato l’allenatore lombardo Carlo Carcano, già calciatore della Nazionale, e la giovane promessa piemontese Giovanni Ferrari. Dalle giovanili era stato promosso in prima squadra un certo Attila Sallustro. Quella compagine era poi arrivata a giocarsi, con esito infelice, la finale di Lega Sud contro l’Alba Roma, valevole per l’accesso all’inutile finalissima nazionale per lo scudetto.
A quel punto irruppe il regime fascista, impegnato nel processo di “nazionalizzazione” del Regno d’Italia. Mussolini, non consentendo che il Calcio italiano restasse spaccato tra Nord e Sud e mostrasse disgregazione sociale, impose d’ufficio alla FIGC, tramite il CONI, l’unificazione delle due leghe territoriali in un’unica ‘Divisione Nazionale’, articolata in 20 squadre, di cui 17 sarebbero state del Nord e 3 del Sud, e più precisamente: le prime 16 squadre della Lega Nord; la diciassettesima dello stesso campionato da designare con un torneo tra le retrocesse (vinse l’Alessandria, ndr); le restanti tre dalla ex Lega Sud, ossia le due finaliste dell’ultimo torneo, Alba Roma e Internaples, più la Fortitudo Roma, quest’ultima ammessa perché presieduta da Italo Foschi, uno degli ideatori della riforma fascista del Calcio. I sodalizi del Nord protestarono per le decisioni superiori, riunendosi più volte a Genova, Torino e Milano, ritenendo le tre squadre di Napoli e Roma inadeguate alla competizione e usurpatrici di posti spettanti al Calcio settentrionale. L’ostracismo, però, dovette piegarsi alla volontà politica. A Napoli, a quel punto, si pose un problema serio. Mussolini detestava gli inglesismi, e pur italianizzando il nome Internaples ne veniva fuori la “Internazionale”, che ricordava l’Internazionale comunista, avversaria politica del Fascismo. Il presidente Ascarelli, di origine ebraica, suggerì allora la più opportuna adozione del semplice nome italiano della città. Un articolo de Il Mezzogiorno del 12-13 agosto annunciò che una riunione sociale presso la sede di piazza della Carità avrebbe probabilmente stabilito il “nome migliore da dare alla Società”.

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Una nuova assemblea dei soci si tenne il 25 agosto, riportata da Il Mezzogiorno del 25-26 agosto, per formalizzare il cambio di denominazione di una società che era stata fondata nel 1922: da Internaples Foot-Ball Club ad Associazione Calcio Napoli.

Una data, quella del 25 agosto, erroneamente tradotta dalle cronache successive come 1 agosto, giorno in cui non accade di fatto nulla. Il giorno 2 agosto, la Commissione di Riforma dell’Ordinamento della Federazione aveva emanato ufficialmente la Carta di Viareggio, con cui era nato finalmente il campionato unito. Il 3 agosto l’Internaples aveva ottenuto l’affiliazione alla nuova Lega Nazionale.

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L’8 agosto, il settimanale Tutti gli Sport aveva pubblicato un articolo in cui si leggeva di “interessamento benevolo del Governo nella questione che non si sarebbe risolta se non fra molti anni di umiliazioni, di abile politica del Sud verso i papaveri del Nord“, di “eguaglianza dei diritti e dei doveri di tutte le società italiane”, di “sacrificio iniziale” delle “società di testa in favore di quelle finora ingiustamente trascurate”, di “legittima aspirazione a progredire” della squadre e dei calciatori del Sud.

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L’A.C. Napoli si presentò con un nuovo stemma: il Corsiero del Sole, un cavallo sfrenato, emblema della città capitale dal XIII secolo, simbolo dell’indomito popolo partenopeo. A conferma che non si trattò di fondazione ma di semplice cambio di denominazione, nella nuova rosa figurarono otto elementi della stagione precedente, compreso quell’Attila Sallustro che sarebbe diventato in seguito l’idolo dei tifosi. I risultati della stagione (solo 1 punto in classifica), disastrosi nell’impatto col “Calcio industriale”, trasformarono, per tradizione orale, il cavallo rampante in un ciuccio malandato. Il Regime non si arrese e ripescò più volte le retrocesse pur di supportare il processo di unificazione tra Nord e Sud del Calcio italiano. Anzi, nel 1927 si verificò la fusione delle due squadre romane, anch’esse a fondo classifica, e nacque l’attuale AS Roma, ammessa alla Prima Divisione.
L’A.C. Napoli cessò le attività nel 1943 a causa delle difficoltà incontrate durante lo svolgersi della guerra. A tenere vivo il calcio napoletano fu la neonata Associazione Polisportiva Napoli, che nel 1947 assunse la storica denominazione di Associazione Calcio Napoli. Il 25 giugno del 1964, tra sali e scendi dalla A alla B, la società, soffocata dai debiti, cambiò ancora denominazione in Società Sportiva Calcio Napoli, sodalizio decretato fallito il 2 agosto 2004 e poi rilevato il successivo 6 settembre, attraverso l’acquisto del titolo sportivo da parte di Aurelio De Laurentiis, che scelse la provvisoria denominazione Napoli Soccer. La precedente denominazione fu ripristinata il 24 maggio 2006, con l’acquisizione del marchio e dei trofei più importanti della storia azzurra. Insomma, si tratta di una società nata nel 1922 e rinominata cinque volte nel corso degli anni (1926, 1945, 1964, 2004, 2006). E non é perché nei suoi primi quattro anni di attività non le era consentito misurarsi direttamente con i club del Nord che bisogna considerarla più giovane di quanto non sia. Così le si sottraggono quattro anni di discriminazione settentrionale e il primissimo periodo di vita.

contributo video concesso da Giammarino Editore

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Higuain sposa il potere, nessun pianga! Arrivederci e ringraziamenti reciproci.

Angelo Forgione Finisce la storia tra Higuain e il Napoli. Poco male. Giusto il tempo del pianto dei tifosi e metabolizzare il lutto, ma poi sarà bene guardare avanti. Stiamo parlando di un calciatore di levatura internazionale, e in quanto tale è macchina da soldi gestita da un procuratore. Non è mica un console che deve lasciare in maniera coatta un posto di cui si è innamorato per scadenza del mandato. L’amore, in questo Calcio, è un sentimento che appartiene solo agli appassionati, che non partecipano al giro d’affari dello show-business ma sono proprio quelli che lo alimentano con la loro passione planetaria, ovvero il vero motivo per cui sponsor e imprenditori ci mettono quei soldoni che fanno la felicità dei calciatori. E a loro, ai tifosi, del Napoli in questo caso, vulnerabili nei sentimenti, è stata sottratta la chiarezza. Sarebbe il caso di restituirla e spiegare la verità degli eventi delle ultime settimane. De Laurentiis, Higuain e pure Marotta, lo dicano che erano d’accordo da qualche giorno, e che hanno messo in piedi il giuoco delle parti quando Gonzalo ha accettato il trasferimento a Torino. Non c’è nulla di male, perché a 90 milioni di euro un calciatore si saluta volentieri, soprattutto se ha 28 anni e 7 mesi. È un affarone irrinunciabile, e bisogna dirlo ad alta voce, altrimenti va a finire che i tifosi, che vivono d’amore, continuano a credere che nel presunto sport vi sia spazio per sentimenti profondi e romantiche rinunce. I soggetti interessati lo dicano alla gente che il calciatore aveva da tempo un accordo con la Juventus e che il Napoli ne era al corrente e ha dovuto subirlo. Certo, fino a qualche settimana fa ci voleva la zingara per scrutarlo nella sfera di cristallo. Poi, a fine giugno, con ancora negli occhi la rovesciata del record del Pipita, tuona il fulmine a ciel sereno di Nicolas Higuain a squarciale il ciel sereno, azzurro, informandoci che il fratello non vede un futuro napoletano. Il lavoro sporco lo deve fare il procuratore di famiglia; anche per lui c’è un’appetitosa fetta di torta da tagliare e divorare. Col senno di poi, sembra un copione scritto. De Laurentiis, che può provare ad allungare il contratto nell’estate 2015, dopo una stagione  infelice dell’attaccante argentino, si fa forte dell’esorbitante clausola rescissoria, che se la fissi è perché sai che a quel prezzo, semmai qualcuno arriverà a pagartelo, ti converrà perderlo. Bisogna però rimettere a lucido il calciatore per esporlo in vetrina, ma solo la zingara, che con il patron deve avere un certo feeling, sa che Sarri, il nuovo che avanza, farà il miracolo. Rivalutata l’intera rosa, Higuain come Koulibaly, e per la punta iniziano a fioccare i goal. Alla fine sono 36 in campionato, in 35 partite, record storico in Italia, roba da pazzi. A Napoli, a quel punto, c’è un tesoro che è quarto per valore solo a quello di San Gennaro, alla Collezione Farnese e ai dipinti di Caravaggio. Ma quelli sono inalienabili. Non lo è Higuain, che mentre dice ai tifosi di stare tranquilli manda il fratello a domandare offerte in giro. Spunta la Juventus, che nella sua vetrina ha Pogba ed è disponibile a convertire il suo oro nero in pepite argentine. E qui inizia la sceneggiata. Le voci si susseguono, e Gonzalo tace. Il silenzio è parola d’ordine fino al compimento delle vicende. Strategia diversa per l’argentino, che al momento di lasciare Madrid aveva detto a chiare lettere di volerlo fare. Ma lì non era idolo, e non tramava con i rivali del Barcellona. Qui c’è una città ai suoi piedi e la rivale storica acquattata dietro l’angolo, e c’è da camminare sulle uova. Non tace De Laurentiis, che licenzia definitivamente la zingara e sbandiera ai quattro venti, dallo scranno della Lega Calcio, che la Juve non è disposta a pagare la clausola rescissoria, e che non lo farà comunque perché è società di galantuomini, così sottintendendo che l’argentino e i bianconeri hanno già un’intesa preliminare. Vero è che tra Aurelio e Andreino corre buon sangue, e allora il bianconero Marotta sorride e sta al gioco: «Col Napoli non si tratta. Storia chiusa, per ora». Già, per ora. Stupido a quel punto chi non capisce. Il patron azzurro si sposta a Dimaro e da lì lancia un messaggio che apparentemente sembra indirizzato al Pipita lontano ma che è invece un nuovo indizio per il plotone disarmato della stampa e per i tifosi che pendono dalle sue labbra: «Higuain, vuoi tu davvero sposare la Juve e tradire la curva sotto la quale andavi a cantare e saltare?». Gatta ci cova. I tifosi. poverini, si illudono, e credono che il presidente stia sventando il grande sgarbo. In realtà c’è poco da sventare, perché tutto serve a pubblicare che Higuain e la Juve sono d’accordo, e che tocca solo ai torinesi decidere se pagare o no. Il copione è studiato nei minimi particolari e, trascorso qualche giorno, qualcuno diffonde la foto di un certificato sanitario spagnolo. Higuain ha già fatto le visite mediche a Madrid alla presenza di Marotta, l’uomo del “per ora”. Per ora Higuain è abile e arruolabile in bianconero e la proprietà juventina deve solo pagare. Può rinunciare, ma il sì del calciatore è cosa nota. Higuain ha tradito, in ogni caso. Lo spiffero serve a rendere sempre più concreta la prospettiva che può traumatizzare i tifosi, a sdoganare una verità perché la gente inizi a prenderne atto, nel silenzio delle due società interessate. Ormai il dado è tratto.
Giusto prendersi il bottino della clausola rescissoria, una cifra fuori mercato per un calciatore alla soglia dei ventinove, e puntare su un attaccante da valorizzare, magari più giovane, e incastonarlo in quello che è il vero segreto del Napoli di oggi, ovvero il suo sistema di gioco, che produce palle-goal in quantità industriale per l’uomo d’area di rigore. Sarà pure il tempo di ben reinvestire i soldi, tanti, che il Napoli incasserà, perché il patron De Laurentiis è sempre più nell’occhio del ciclone e non bastano gli alti standard raggiunti per farsi apprezzare da una piazza esigente, spaccata tra pro e contro l’uomo della rinascita, complessivamente refrattaria a comprendere i limiti oggettivi di una società che ottiene comunque risultati in una depressione territoriale che allontana gli imprenditori delle nuove frontiere dell’oro.
Il vero dolore, in tutta questa vicenda, è tutto per i tifosi, che vedono Higuain passare alla concorrenza. Passerà, perché Higuain, diciamolo, non è un leader, non lo è mai stato e mai lo sarà; e mai è stato bandiera e portavoce di proclami di battaglia. Higuain è cuore River Plate, la squadra dell’aristocrazia di Buenos Aires, la Juventus d’Argentina, contrapposta al proletariato del Boca di Maradona, colui che detestò Barcellona e giurò eterna avversione al potere calcistico-industriale del settentrione d’Italia. Higuain, a Napoli, ci è finito per sbaglio e per fortuna, e ora ripara. Sarebbe andato volentieri a Torino già tre anni fa, quando il Napoli fece un’offerta migliore al Real Madrid e se lo portò a casa. Credeva di poter vincere il bomber, ma non aveva fatto i conti coi poteri forti d’Italia. Non li conosceva. Li ha verificati, toccati con mano, e ha capito che a Napoli è difficilissimo trionfare. Solo uno ci è riuscito, ma quella è tutt’altra storia. Presto Gonzalo dirà, c’è da scommeterci, di essere felice di approdare nella squadra che gli dà la possibilità di farlo. Ed è proprio qui il nocciolo della questione: ovvio che Gonzalo lasci Napoli per un bel po’ di soldi in più, e in tal senso una maglia vale più dell’altra se ti fa gonfia il conto in banca e non il petto, ma va a Torino perché si sente un perdente di successo e la Juventus gli dà la chance per dimostrare di non esserlo. Se lui a Napoli ci è finito per sbaglio e per fortuna, Diego ci è finito per destino, e ci è rimasto per amore, rinunciando a un mucchio di soldi e al suo desiderio più grande: una villa con giardino e piscina dove invitare amici e parenti, che Ferlaino gli promise nel 1984 e non gli concesse mai. Berlusconi lo colpì nel punto debole, la privacy dorata, ma in fondo el pibe poteva farne a meno, poteva restarsene nel suo appartamento posillipino di via Scipione Capece e andarsene in giro di notte pur di non dare un dolore alla sua gente. Gli restava il panorama del Golfo e la voglia di vincere per sovvertire le gerarchie, non poco per un rivoluzionario con la propensione al ribaltamento degli ordini precostituiti. Non gli occorreva cambiare squadra perché sapeva che era lui a far vincere una società, non il potere di una società a dargli la chance per farlo. Riuscì nell’impresa di ribaltare gli squilibri, e il Napoli pagò in seguito lo storico sforzo.
Higuain che passa dall’azzurro al bianconero è
una storia tipica di un calcio imperniato su interessi economici talmente grandi perché i protagonisti dello show si possano preoccupare dell’identità e della moralità. Higuain avrebbe potuto rifiutare di avvalersi della clausola e annullare così la volontà juventina, se fosse stata solo tale. De Laurentiis avrebbe potuto accontentarsi di una cifra minore dall’Atletico Madrid o dall’Arsenal pur di non lasciarlo ai rivali juventini, i quali, a loro volta, non ci hanno pensato su più di tanto a portare in bianconero il capocannoniere della Serie A. Tutti d’accordo, sulla pelle dei tifosi che oggi brucia per le ferita, vittime del Calcio degli avidi legionari, delle volgari clausole e dei disonorevoli scandali, da cancellare azzerando la concorrenza e la competizione. Quella della Juventus, a dieci anni da Calciopoli, è una dispotica manifestazione di potere che nasconde una volgare sete di rivalsa sul Calcio italiano. Tornata a dominare e piegate le rilavi storiche, c’è da strappare alle più immediate concorrenti italiane del momento i pezzi pregiati (Higuain e Pjanic) e provare a lasciar loro solo la lotta per le briciole. È il progetto di Andrea Agnelli che sta diventando realtà: una Juve incontrastabile che infili sei scudetti consecutivi almeno, per essere il presidente dell’unica società italiana ad esservi riuscita e sottomettere non solo la storia dell’Inter e del Milan ma anche quella di nonno Edoardo, zio Gianni e papà Umberto. E provare a mettere sulla torta la ciliegiona della Champions League. Sarebbe uno spot internazionale per Fiat-FCA, in difficoltà nella gestione sportiva della Ferrari affidata, con pochi risultati, nientepopodimeno che a Marchionne. C’è in ballo il prestigio familiare nel precario equilibrio tra gli Agnelli, che gestiscono la Juve, e gli Elkann, che gestiscono la Ferrari, rami ereditari della monarchia di Villar Perosa. Higuain ha dato il suo assenso a partecipare a tal progetto, ma la scelta non addolori nessuno. In fin dei conti, restando in Italia ha deciso di venire a giocare al San Paolo da avversario. Sarà un bel giorno. Per il Napoli, sia chiaro, è un grande affare, e gli affari fanno la fortuna dei club moderni. A patto che li si faccia fruttare a dovere, e il club partenopeo sa farlo. Chi invece ancora crede al Calcio dei sentimenti inizi a ripensare al suo modo di viverlo, e non si strappi i capelli ma lasci che sia. E lasci perdere gli idoli a pagamento, li ignori pure in strada, esattamente come loro ignorano la gente. Passano e vanno, mentre il Napoli è sempre lì, da 94 anni, di cui i 90 che erroneamente si appresta a festeggiare sono quelli in cui si è potuto battere contro i poteri forti. Se una buona volta capissimo perché la data del 1926 è un falso storico capiremmo come gira il mondo del Calcio italiano, oggi come allora.

Console USA lascia Napoli e si commuove al TgR

Il console generale Usa uscente, Colombia A. Barrosse, in procinto di lasciare Napoli dopo tre anni di mandato al Sud, si commuove in diretta al TgR Campania e non riesce a contenere l’emozione:

«È un momento difficile. Lasciare Napoli è difficile. Penso a quello che ha cantato Pino Daniele: Napule è mille culure. Ma non solo. È mille emozioni, sapori. È la sua cultura, la sua storia, le sue eccellenze. Napoli è qualcosa che ti entra nel cuore. Dentro di me ci sarà sempre un caledoscopio di tutto questo. E ci sarà il ricordo… – qui la voce si rompe per l’emozione, ma la Barrosse riesce faticosamente a proseguire – … di un popolo che è stato accogliente, generoso. E chi mi succederà è felice perché già sa, perché gliel’ho detto, quant’è bello questo luogo. Grazie al popolo napoletano e alla Campania».

Colombia A. Barrosse aveva già avuto diverse esperienze diplomatiche, tra le quali quelle nelle ambasciate di Santo Domingo (1989-91), Madrid (1991-94), Buenos Aires (1994-96), Lima (1998-2001) e Parigi (2003-07).

Vescovo di Andria: «Il Sud considerato periferia d’Italia». Delrio ascolta.

Angelo Forgione Chiara denuncia di Monsignor Luigi Mansi, vescovo di Andria, ai funerali delle vittime del disastro ferroviario in Puglia che è costata la vita a 27 persone. Parole di flemmatica condanna alla colonizzazione meridionale, pronunciate alla presenza del ministro alle infrastrutture Graziano Delrio e delle alte cariche dello Stato.

«[] inadempienze nei confronti del proprio dovere, verso i diritti delle persone, di tutti, senza diversità e distinzione. E noi temiamo che queste terre, le nostre terre, sono state considerate, e lo sono ancora, le periferie dell’Italia. Sospiriamo il giorno in cui tutto questo possa dirsi concluso per sempre».

Proprio Delrio, il giorno seguente la tragedia, aveva riferito alla Camera, respingendo le accuse del Movimento 5 Stelle di aver privilegiato il Nord nell’assegnazione dei fondi per le ferrovie.

«Circolano affermazioni profondamente strumentali, sbagliate e pericolose e cioè che la legge di Stabilità avrebbe dato fondi solo al Nord per il trasporto pubblico locale. Il contratto di programma prevede 9 miliardi di euro destinati a tutta la rete nazionale e 4 e mezzo sono per tecnologie di sicurezza e di questi una parte per le reti a carattere regionale. In Italia non si è mai fatta la “cura ferro”, ma con questo Governo c’è stata un’inversione di tendenza netta rispetto al passato ed abbiamo destinato diversi miliardi al trasporto ferroviario regionale».

La “cura del ferro” è stata annunciata a febbraio scorso (► http://wp.me/pFjag-6Zo): investimenti per 8.971 milioni stanziati dal Governo Renzi, vero, ma Delrio non ha detto che solo 474 milioni sono destinati al Sud. Il Ministro ha risposto alle accuse fornendo dati generali riferiti all’intero investimento nazionale, senza lo specifico dato del Sud. Ma il confronto tra gli interventi finanziati nel Settentrione e quelli da Roma in giù parla chiaro: 4 a 0 sull’Alta Velocità; 8 a 4 sulla linea tradizionale regionale; 4 a 1 sull’intensificazione del traffico; 4 a 2 sul collegamento con gli aeroporti. Addirittura 3 a 0 sui collegamenti coi porti, interventi prioritari per intercettare i traffici merci nel Mediterraneo dopo il raddoppio del Canale di Suez, con Napoli, Gioia Tauro, Taranto e tutto il Sud tagliati fuori. Totale strategico della “cura del ferro”: 23 interventi e 95% di stanziamenti al Nord contro 7 interventi e 5% di stanziamenti al Sud.
Gli investimenti previsti riguardano Roma (172milioni), Firenze (70milioni), Milano (45milioni), Torino (30milioni) e Bologna (30milioni). Nulla è invece programmato nelle città metropolitane del Sud. E poi 1.500 milioni per l’alta velocità Brescia-Verona; 1.500 milioni per la tratta Verona-Vicenza; 869 milioni per il valico del Brennero e 600 milioni per quello dei Giovi. Nei 474 milioni per il Sud, cioè le briciole, tutti i fondi destinati al trasporto regionale vantati da Delrio. Il Ministro l’ha definita “una parte”.

La bella cera di Ferdinando e Maria Carolina

Angelo Forgione Qualche anno fa, visitando il Palazzo Reale di Napoli, mi trovai di fronte un impressionante busto di cera raffigurante Maria Carolina d’Austria, una scultura colorata talmente realistica da darmi l’impressione di avere l’ex regina di Napoli proprio davanti a me. Dopo qualche ricerca sul pezzo, unico nell’esposizione, risalii alla storia dell’autore, il boemo Joseph von Deym, scultore di corte viennese, che nel 1792, quando non esisteva la fotografia e Marie Tussaud realizzava le sue prime ceroplastiche nella Parigi della Rivoluzione, ricevette l’incarico di realizzare delle realistiche raffigurazioni dell’intera famiglia reale d’Asburgo-Lorena e di portare in dono alla corte di Napoli quello di Maria Carolina. Joseph von Deym, nel 1793, partì alla volta del Vesuvio insieme al collega austriaco Leonhard Posch, consegnò l’omaggio e in cambio ottenne dalla Regina l’autorizzazione sovrana per poter osservare e realizzare calchi di preziosi reperti classici conservati esclusivamente nel Real Museo Borbonico (attuale Archeologico), perfezionando così le proprie conoscenze anatomiche in modo notevole. I due, forti della preziosa esperienza acquista nella città che diffondeva in Europa il Neoclassicismo dilagante, eseguirono anche un ceroplastica di Ferdinando di Borbone per la corte di Vienna, in nome del legame tra le due città. In quel tempo – è bene ricordarlo – la modellazione della cera era utile agli artisti del presepe napoletano per la realizzazione di frutta, ortaggi e alimenti vari.
I manufatti in cera d’api modellata di Joseph von Deym erano iperrealistici, e lo sono ancora oggi, con capelli naturali e occhi di vetro. Il busto di Ferdinando, col suo proverbiale nasone e con la croce dell’Ordine di San Gennaro in petto, è oggi conservato in perfetto stato nella Biblioteca Nazionale d’Austria della Hofburg di Vienna, peraltro restaurato nel 2002. Quello di Maria Carolina sparì temporaneamente, forse in epoca napoleonica o più plausibilmente in quella unitaria risorgimentale, e fu ritrovato solo nel 1978 in un deposito del Palazzo Reale di Napoli, in una scatola di legno che aveva contenuto bottigliette d’aranciata, abbandonata dietro alcune sedie rotte. Maria Carolina era calva e nuda, privata di capelli e di abiti. Per ridarle dignità, le fu messa in testa una cuffietta, realizzata con uno vecchio straccio di sottoveste, e un drappo blu addosso. E finì nel percorso borbonico dell’esposizione palatina.
Con tanto di efelidi, nei e fedeli cromie, i busti della coppia reale di Napoli sono impressionanti e ci restituiscono le loro sembianze in tempo di Statuto Leuciano e in piena Rivoluzione francese, quando i due avevano poco più di quarant’anni e i problemi dovevano ancora travolgerli.

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80 volte auguri a Lino Banfi, da Canosa a Roma passando per Napoli

Pasquale Zagaria, in arte Lino Banfi, spegne 80 candeline, dopo oltre cinquanta di carriera nel mondo dello spettacolo. Un viaggio cominciato con l’abbandono del seminario nella natìa Puglia e l’approdo a Napoli, all’avanspettacolo con il nome d’arte di Lino Zaga, prontamente modificato su consiglio di Totò. Furono anni di durissima gavetta, di povertà profonda ma anche di conoscenza con la solidarietà partenopea, che l’attore ricorda così:

“Il mio nome d’arte lo devo soprattutto a Totò. Andai a trovarlo e mi chiese come mi chiamassi. «Lino Zaga, principe. Lino diminitivo del mio nome, Pasquale, e Zaga diminutivo del mio cognome, Zagaria». Lui mi disse di cambiare perché il diminutivo del cognome portava male. Andai dal mio impresario a dirglielo e questi, che faceva anche l’insegnante di scuola, aprì un registro di classe che aveva a portata di mano e prese il primo cognome che gli capitò sotto gli occhi: Aureliano Banfi. Lino Banfi… suonava bene.
Napoli è una città alla quale sono legati tanti miei ricordi di gioventù. Lì ebbi le prime scritture con la compagnia di Arturo Vetrani, che conobbi quando passò per Canosa e con cui partii per muovere i miei primi passi nel mondo del varietà. Ricordo la Galleria Umberto I, ritrovo di musicisti e attori alla continua ricerca di scritture quando andava bene e di pranzi e cene a scrocco in periodi di magra. Giorni bellissimi, a ricordarli adesso, ma pieni di difficoltà a viverli allora. Non ho mai dimenticato quel posteggiatore abusivo che una sera di Natale, vedendomi ciondolare senza meta attorno alla Galleria, indeciso se utilizzare i pochi spicci che avevo per mangiare o per dormire, che non bastavano, mi portò a casa sua, mi fece mangiare con la sua numerosa famiglia, mi fece dormire e la mattina dopo mi diede anche un po’ di soldi per tornare a casa. A quell’uomo, come ad altri che, nel corso dei difficili anni all’inizio della mia carriera, mi hanno aiutato senza avere niente in cambio, va senz’altro la mia riconoscenza e il merito di avermi insegnato il valore della solidarietà.
A Napoli è legata anche la mia iniziazione sessuale. Il giorno in cui compii 18 anni, alle nove del mattino, mi recai alla storica “casa” di via Sergente Maggiore, finalmente in regola con l’età per usufruire dei “servizi” delle gentili signorine che l’abitavano. Era troppo presto e la casa chiusa era, appunto, chiusa e, quando suonai, una signora mi disse di tornare più tardi. Io rimasi lì, deciso ad attendere l’orario di apertura. La signora si accorse che ero rimasto e mi chiese perché.
«Voglio entrare – dissi – perché oggi sono diventato maggiorenne». La donna mi fece entrare fuori orario e cominciò a chiamare «Maria… Giovanna… Carmela… Venite! Ce sta ‘nu guaglione che fa 18 anni oggi». Mi festeggiarono come volevo, tutte, e non mi fecero pagare!”

video di Marco Rossano al Napoli Film festival del 2011 (Castel Sant’Elmo)

Le quattro giornate pop-fashion di Napoli

Angelo Forgione Ho visto modelle di rango sfilare sui settecenteschi e impervi basoli di pietra vesuviana, e senza tappeto rosso. Ho visto il contrasto tra gli sfavillanti tessuti e l’anima popolare del cuore di città. Ho visto la nobiltà neoclassica della villa di Chiaja riempire il vuoto del nulla moderno. Ho visto il tufo giallo del castello sull’acqua meravigliare gli ospiti dei due impavidi stilisti. Ho visto il mito italiano più premiato della storia del cinema firmare per la nazionalità napoletana, che già sentiva sua. Ho visto una giostra festaiola e semiseria… e non l’hanno vista coloro cui non ha destato interesse lo scintillante mondo delle passerelle depatinato e avvolto dal geniale contrasto di un’antichità preservata, ma incomprensibile e stracciona per l’omologazione globale. Ci sarebbe voluto il provvidenzial scippetto per scatenare uno tsumami mediatico su Napoli, e non sul mondano evento a Napoli. Purtroppo per voialtri, tutto a posto quaggiù!
Domenico e Stefano, ambasciatori del Made in Italy, avrebbero potuto invadere per quattro giorni Milano per il trentennale della loro maison, e si sarebbe schierato il battaglione mediatico per darne conto. Ma a me non piace il lamento, che pure sento e leggo. I giornalisti accreditati erano quasi tutti stranieri, dal mondo, e tanto basta. Altro ancora vedrò, e preferisco sapere, e lo so da tempo, che esisto in un posto che detiene l’unicità nel mondo. L’UNESCO l’ha capito. D&G l’hanno capito. Molti napoletani non ancora. Gli altri, chissà dove esistono, e cosa davvero capiranno mai.