Verona contro Napoli, in principio fu Dirceu

verona_0Angelo Forgione Verona-Napoli, incrocio timbrato da squallide storie di intolleranza all’italiana. I primi conati razzisti del ‘Bentegodi’ affiorarono il 20 novembre 1983 (Verona-Napoli 1-1). In quegli anni il Veneto non era il Nord-Est di oggi ma una terra molto chiusa nel suo provincialismo. La curva scaligera, la prima ad appellarsi al Vesuvio, salutò il brasiliano del Napoli José Dirceu, ex gialloblu, con un messaggio di “integrazione territoriale”: “ORA NON SEI PIU’ STRANIERO, NAPOLI TI HA ACCOLTO NEL CONTINENTE NERO”. E ancora, “DIRCEU CI HAI TRADITO, NELLA M…A SEI FINITO”.
Maradona, dieci mesi più tardi, al suo esordio in Serie A, ne avrebbe letto un altro di striscione: “BENVENUTI IN ITALIA”. Benvenuto anche a Diego nel Calcio del Nord contro il Sud, dei ricchi contro i poveri. Tutto subito chiaro, bastò tanto a fargli intendere che la missione non poteva essere solo sportiva. Il fuoriclasse argentino ci mise poco a capire che i napoletani erano per i settentrionali ciò che gli argentini erano per gli spagnoli, e si fece interprete di un’istintiva rivalsa sportiva.
Buon sangue l’hanno fatto invece alcuni striscioni divertenti passati alla storia alla storia del tifo d’autore, come lo straordinario “GIULIETTA È ‘NA ZOCCOLA” srotolato negli anni Ottanta proprio dai tifosi napoletani per rispondere al “Vesuvio facci sognare” degli ostilissimi veronesi. Evidente differenza di utilizzo dello strumento comunicativo e sublime finezza, consacrata come la più ironica delle frasi mai esposte negli stadi. Forse avrebbe sorriso anche Shakespeare, e non avrebbe avuto troppi dilemmi alla lettura della postuma integrazione con la quale i tifosi azzurri pennellarono lo spasimante della Capuleti: “ROMEO CORNUTO”… colpiti e affondati anche i Montecchi. Venti gli anni necessari per ricevere una risposta dagli scaligeri: “NAPOLETANI FIGLI DI GIULIETTA”. Tentativo di ricalcare l’ironia partenopea fallito e chiaro autogol con un’ammissione sui cattivi costumi del simbolo femminile di Verona.

La ‘Pallamaglio’, radice napoletana del Golf

Angelo Forgione Febbre calcistica a Napoli, città compatta attorno alla squadra che ne porta il nome e alla passione per una disciplina oltre la quale non cresce l’erba. Una passione che nasce nel primo Novecento, quando il calcio diventa aspetto elitario delle aree in corso di modernizzazione e poi fenomeno di massa. Prima di allora, qualche passione a carattere ludico-sportivo pure c’era, perché i napoletani, almeno fino alla diffusione del biliardo, prediligevano la pallamaglio, una disciplina sportiva individuale e a squadre in cui con un bastone di legno a martelletto, detto “clava lusoria”, si doveva lanciare una palla di legno, nel minor numero di tiri possibili, in direzione di un buco o verso una meta ad archetto piantata a terra. Si tratta di un antico sport originario proprio del Regno di Napoli e giocato nella città partenopea e dintorni almeno dal secolo XII. Certamente diffuso nel Napoletano già in pieno Quattrocento, epoca in cui un giocatore, durante una partita a Sant’Anastasia, nei pressi di un arco dell’acquedotto romano che fiancheggiava la strada da Napoli a Somma Vesuviana, fece finire la palla contro un albero di tiglio e perse la partita. Furioso per la sconfitta, iniziò a bestemmiare e, non contento, a colpire con la sfera di legno un’immagine votiva della Vergine dipinta su un muro, centrando la guancia sinistra. Si racconta che la Madonna cominciò a sanguinare, e allora il giocatore di pallamaglio fu inseguito dalla folla per essere linciato, ma poi salvato momentaneamente dal conte di Sarno, e da questi fatto impiccare all’albero una volta constatato il miracolo. Quel miracolo, avvenuto nel giorno di Pasquetta, diede origine alla tradizione dei “fujenti”, i battenti vestiti di bianco con una fascia trasversale azzurra,che camminano a piedi nudi o in ginocchio durante la processione verso l’edicola votiva della Madonna dell’Arco, una delle devozioni mariane più sentite nel Regno di Napoli e oltre.
Nel Cinquecento accennò all’origine partenopea del gioco della pallamaglio il poeta fiorentino Anton Francesco Grazzini nel Canto di giocatori di palla al maglio. Lo ribadì poco dopo la metà del secolo anche il forlivese Girolamo Mercuriale, il primo medico a teorizzare la pratica della ginnastica, che sottolineò come quel gioco nato molti anni prima nel Regno di Napoli si fosse ormai diffuso per quasi tutta l’Europa. Giordano Bruno, prima di bruciare al rogo dell’Inquisizione romana, scrisse la commedia Il Candelaio in cui citò la pallamaglio tra i giochi popolari napoletani. L’orientalista romano Pietro della Valle, nel Seicento, descrivendo un suo soggiorno in Persia, scrisse che lì era il re a insegnare la disciplina di origine napoletana, facendo riferimento alla pallamaglio a cavallo, una sorta di moderno polo. Certo è che la prima partita di polo registrata nella storia fu giocata proprio in quegli anni in Persia fra locali e turkmeni.
Era verosimilmente proprio la pallamaglio il diletto dal quale nacque il nome di tre strade di Napoli dette “del Pallonetto”, cioè della piccola palla, a Santa Chiara, Santa Lucia e San Liborio. Il gioco era praticato in alcuni spazi larghi all’aperto, non solo a Napoli ma in tutta Italia, dove si diffuse nel periodo rinascimentale, e poi in Francia, dove fu detto Palle Malle e ispirò il biliardo. In Inghilterra fu tradotto in Pall Mall e a Londra prese casa in una strada frequentata da nobili signori, amanti del tabacco. Chi ha il vizio del fumo conosce bene le sigarette con questo nome, prodotte dalla British American Tobacco di Londra. Così come dal calcio fiorentino gli inglesi avrebbero tratto il football, dal gioco napoletano avrebbero fatto nascere il croquet e il golf.

‘Discriminazione territoriale’: adeguamento all’Europa? Fu proprio l’UEFA a chiedere severità

Angelo Forgione Assordanti cori contro Napoli durante Lazio-Napoli di Coppa Italia, siamo alle solite. Il passo indietro della FIGC ha di nuovo reso possibile l’impunità. Il “castigo”, dopo la modifica degli articoli 11 e 12 del Codice di Giustizia Sportiva con cui è stata cancellata la chiusura dei settori responsabili di certi atteggiamenti, ricade esclusivamente sulle società, chiamate a pagare semplici multe senza rivalersi sui responsabili. Insomma, insultare Napoli si può, a pagamento dei non responsabili, ai quali una multa fa solo il solletico.
Il dietro-front sulla responsabilità oggettiva di Carlo Tavecchio, già apparecchiato al punto 2 del suo programma elettorale, fu ispirato in sede di candidatura dal suo gran sostenitore Galliani, con Lotito (proprio il presidente della Lazio) e di tutti i presidenti dei club più importanti a ruota, e ha autorizzato gli ultras a cantare vittoria nel braccio di ferro con le istituzioni del Calcio. Si è agito in direzione di una “armonizzazione a livello europeo della responsabilità oggettiva”. Falso, falsissimo, perché era stata proprio l’UEFA a chiedere severità alle varie federazioni. La FIGC fu allertata nella primavera 2013 da Platini e soci per la degenerazione degli eventi italiani, e dovette recepirne le nuove direttive, diramate il 23 maggio 2013 nel 37° Congresso Ordinario di Londra in cui il parlamento del Calcio europeo adottò la risoluzione Il Calcio europeo contro il razzismo, con cui furono inasprite le pene per i casi associati agli eventi internazionali. Attraverso l’Articolo 14 del proprio Regolamento Disciplinare, furono vietate dall’organismo internazionale le forme di propaganda ideologica e introdotte punizioni severe, compresa la chiusura parziale o totale degli stadi, per i tifosi che avrebbero insultato la dignità umana per ragioni di razza e origine etnica.
Da Londra, l’UEFA pretese altrettanta severità da ogni federazione affiliata, chiedendo di impegnarsi per favorire l’adozione di identiche politiche sanzionatorie “in relazione alle manifestazioni nazionali”, lasciando cioè ad ognuna la libertà di allargare le tipologie di discriminazione in base alle diverse problematiche presenti nei vari paesi. In Scozia, ad esempio, la questione riguardava da sempre l’ambito religioso, diviso in presbiteriani, cattolici ed anglicani. In Italia il problema interessava la divisione interna e l’aggressione ideologico-territoriale verso i meridionali, ma de facto contro i napoletani. La FIGC si adeguò, credendo di essere in grado di vincere un’antica battaglia culturale. L’insulto alla dignità umana, non potendo (volendo) la FIGC considerarlo “razziale”, fu rubricato come “discriminazione per origine territoriale”. L’Articolo 11 del Codice di Giustizia Sportiva fu adeguato alla nuova normativa UEFA con un inasprimento delle sanzioni in materia di razzismo. Gli ispettori federali furono chiamati a non tapparsi più le orecchie per far scattare la tagliola della chiusura dei settori.
Dopo le prime sanzioni e le forti proteste delle società, incapaci di svincolarsi dal ricatto dei tifosi, fu ben presto scardinata la certezza della punizione dall’intervento di Galliani. Risultato: modifica all’applicazione della norma e introduzione da parte del Consiglio Federale della ‘sospensione condizionale’, una sorta di ammonizione per le società, le cui pene sarebbero state congelate per un anno solare e applicate in modo cumulativo solo nel caso in cui i loro supporters, nel periodo interessato, si fossero resi responsabili di una seconda violazione. L’intento era quello di ridurre il rischio di chiusura parziale degli stadi, col subdolo presupposto che il Napoli sarebbe stato ospitato solo una volta l’anno da ciascuna società, ignorando però che la maleducazione dei tifosi più accesi si sarebbe manifestata anche in partite senza i partenopei di scena. Per rendere ancora più incerta l’applicazione della sanzione fu stabilito che il giudice sportivo, in caso di presenza del fenomeno, avrebbe dovuto valutarne l’entità e la capacità di raggiungere l’offeso. E su quali parametri? Tutto in modo discrezionale e soggettivo, quindi non verificabile e influenzabile da pressioni esterne. Infine, con l’elezione di Tavecchio al posto di Abete, la totale marcia indietro per conformarsi alle altre federazioni europee e “per evitare di sottoporre i club italiani a sanzioni superiori al resto dell’Europa”, come se dappertutto esistesse un problema interno come quello italiano e come se non fosse stata l’UEFA e chiedere severità, la stessa UEFA che ha squalificato Tavecchio per dichiarazioni di stampo razzista.

La sartoria partenopea, al top nel mondo

Angelo Forgione giaccaLe giacche napoletane «zompano arrèto», cioè sono più corte sul dietro; hanno le maniche «a mappina», cioè con le pieghe all’attaccatura; hanno la «spalla napoletana», senza imbottitura per seguire la forma del cliente; hanno «il tre bottoni strappato a due», con il primo dei tre che resta sempre slacciato e quasi nascosto; hanno «lo scollo a martiello» con l’apertura sulla camicia. E poi c’è la la cravatta «a sette pieghe», un pezzo unico di seta che viene ripiegato 7 volte senza aggiungere imbottitura.
È piena di particolarità la sartoria partenopea, uno stile originale e antico di interpretare l’eleganza in modo disinvolto, morbido e piacevole, anche in quelli che possono essere considerati difetti. Le pieghe, per esempio, sono motivo di comodità e segno di vita in continuo movimento capace di eliminare l’aria da manichino in chi indossa un abito made in Naples. Tutto il contrario della giacca inglese, molto più strutturata, dura e segnata in vita.
Già nel Settecento Napoli era considerata la città più importante per la sartoria maschile. Lungo la via Toledo e le strade di Chiaja si aprirono negli anni numerose sartorie per abiti da uomo, frequentate dall’alta borghesia e dai viaggiatori stranieri, che si facevano confezionare abiti artigianali su misura e sceglievano scarpe e guanti di fattura locale, richiestissimi in ogni dove.
Ancora oggi, grazie alla tradizione che si è tramandata negli anni, Napoli vanta il più alto numero di maison maschili per abiti su misura che esportano nel Globo e dettano i canoni dell’eleganza. La sartoria partnopea, poco valorizzata, è indiscutibilmente una delle migliori al mondo.

Per Marco Esposito presidente della Regione Campania

Angelo Forgione mo_adesioneHo avvertito un sentimento e un richiamo interiore, in un momento difficilissimo del mio percorso di vita, e ho ascoltato i preziosi consigli del mio maestro Jean-Noël Schifano. Ho quindi deciso di sostenere la candidatura di Marco Esposito alla presidenza della Regione Campania. Ho scelto di prestare il mio nome alla lista civica meridionalista e apartitica MO!. Ho ceduto alla “corte” di persone corrette e pulite che vogliono il bene della Campania e del Sud, con intendimenti chiari e corretti (leggi il programma o guarda il video della  presentazione ufficiale).
Non sarà per me un’avventura politica e non andrò in giro a chiedere voti. Mi sono semplicemente convinto a supportare direttamente un candidato alla presidenza capace di difendere i diritti negati dei cittadini campani. Continuerò invece a comunicare come ho sempre fatto, nella certezza che alla diffusione della Conoscenza e alla costruzione della Coscienza debbano seguire, prima o poi, concreti tentativi di azione anche nelle sedi in cui si prendono le decisioni. Chi mi conosce sa chi sono, e sa che al mondo della politica non mi ci sarei mai accostato in condizioni diverse da quelle che MO! mi ha garantito.
Anche Pino Aprile garantirà per la lista dall’esterno. Quello che verrà sarà solo la diretta conseguenza di un sentimento popolare crescente a Napoli e in Campania (ma in tutto il Sud), sempre più intollerante alle logiche del partitismo politico e tanto più animato dalla necessità di riaffermare un’identità e una dignità [meridionale] sottomesse. Ci sono situazioni in cui puoi impegnarti con tutte le energie di questo mondo senza cavare un ragno dal buco. Ce ne sono altre in cui continui a essere spontaneo, senza particolari intendimenti e impegni, e finisci per ottenere risultati straordinari.

al minuto 54:48 il mio intervento di adesione alla lista civica meridionalista MO!

Come nasce la pizza fritta napoletana

Angelo Forgione Tratto da La Radiazza (Radio Marte), una mia breve ricostruzione delle origini della pizza fritta napoletana classica, simbolo dell’arte di arrangiarsi partenopea in tempi di stenti post-bellici.

Ferrovie: lo Stato fa viaggiare il Sud più lentamente e con meno frequenza

Angelo Forgione per napoli.com – Il Censis ha definito il Sud-Italia “abbandonato a se stesso” a causa dei “piani di governo poco chiari” ma anche, tra le varie problematiche, di infrastrutture scarsamente competitive. E di fatto i gruppi dirigenti nazionali continuano a non prevedere delle mirate politiche di sviluppo economico e civile nella parte più arretrata del Paese per rimuovere le differenze sociali esistenti. Un esempio di discriminazione governativa? Lo sviluppo della rete ferroviaria, col Governo Renzi che, nonostante l’evidente sperequazione dell’offerta ferroviaria tra Nord e Sud, ha concentrato il 98,8% degli investimenti ferroviari dalla Toscana in su, cioè nella parte del Paese che ne ha meno bisogno.
La rete ferroviaria italiana più evoluta è composta da: treni ‘Fracciarossa’ (Alta Velocità fino a 300 km/h), treni ‘Frecciargento’ (Alta Velocità fino a 250 km/h) e treni ‘Frecciabianca’ (linee tradizionali al di fuori della rete Alta Velocità). L’Alta Velocità ferroviaria, coi più veloci treni ‘Frecciarossa’, conduce da Torino a Salerno, e più a sud dell’Irno non si spinge. La diramazione secondaria da Bologna per Ancona esclude tutto il corridoio adriatico Pescara-Foggia-Bari-Taran­to-Lecce. Nel capoluogo salentino e a Reggio Calabria ci si arriva solo da Roma, coi meno veloci ‘Frecciargento’ e con una grossa sproporzione di frequenza delle corse rispetto a quelle dalla Capitale per Milano-Torino.
L’orario 2015 di Trenitalia indica che 78 Frecciarossa uniscono Milano e Roma, di cui 34 in meno di tre ore. 29 in totale le corse ‘Frecciarossa’ tra Torino e Roma, di cui 14 superveloci. Solo 6 treni ‘Frecciargento‘, più lenti, da Roma a Lecce. Addirittura 2, ovviamente ‘Frecciargento’, da Roma a Reggio Calabria. 36 sono i collegamenti Roma-Padova/Venezia e 14 i Roma-Verona.
Nelle dimenticate Sardegna e Sicilia non circolano neanche gli ancor più lenti ‘Frecciabianca’, i convogli che assicurano la copertura su rete convenzionale di grandissima parte della Penisola… ma non la congiunzione delle dorsali tirrenica e adriatica del Meridione. Nelle due isole maggiori, già penalizzate dalla mancanza di continuità territoriale, solo trenini regionali su linee complementari.
Insomma, sui binari del Sud si viaggia di meno e più lentamente che su quelli del Nord, e non è raro che vi scorrano vetture ferroviarie già utilizzate in Alta-Italia quando sostituite da materiale rotabile di ultima generazione. Un Paese che limita la mobilità di una parte dei cittadini non può certamente dirsi unito.

Fontana Monteoliveto: tra pulizia e polemiche già nuove scritte

Angelo Forgione fontana_monteoliveto_1È accaduto, finalmente: sabato 24 gennaio la fontana di Carlo II a Monteoliveto in Napoli è tornata a presentarsi decorosamente. Era una delle più colpite dal vandalismo a colpi di spray. Ripulita; non nettamente, ma ripulita. Un vero e proprio miracolo, perché nessuno ha visto impalcature perduranti. Tutto in “day-hospital”, senza ditte e spese, con intervento lampo firmato dai volontari del gruppo ‘Sii Turista Della Tua Città‘.
E poi è nata una polemica. Perchè è accaduto, finalmente, sì, ma in che modo? Chi ha autorizzato l’intervento su un monumento di interesse storico? Quale esperto di restauro l’ha condotto? E con quali modalità si è operato? Forti le preoccupazioni, anche perché nell’annuncio di adunata era richiesto di munirsi, tra le altre cose, di due pacchi di retine a testa (che, secondo gli organizzatori, sarebbero state utilizzate solo dove la situazione era critica per la presenza di pittura più resistente ai diluenti). E così il Comitato Civico di Portosalvo, impegnato da anni in un ampio dibattito sul degrado e la tutela del Centro Storico Unesco e sulla necessità di un Piano di Gestione, ha chiesto una verifica della Fontana alla Soprintendenza, i cui funzionari pare abbiano rilevato qualche danno.
Allarmato anche Francesco Chirico, il presidente della Muncipalità 2, che si è voluto accertare del risultato della pulizia. Anche a loro la Soprintendenza avrebbe comunicato che l’intervento non è stato fatto a dovere, cioè senza restauratori, e che molto probabilmente, dalle prime verifiche, le retine incriminate avrebbero fatto danni. I protagonisti dell’intervento, invece, non ci stanno e rassicurano: L’intervento – dicono i volontari – è stato fatto in collaborazione con restauratori nel pre-evento, ma anche durante e dopo. Abbiamo seguito le procedure e a conclusione del lavoro abbiamo anche sciacquato con l’acqua tutta la fontana per non lasciare agire i diluenti residui. Non abbiamo avuto nessuna autorizzazione, ma si è presentata spontaneamente l‘assessore alle Politiche Giovanili Alessandra Clemente, che ha indossato mascherina e guanti e si è messa a pulire un punto della Fontana”. Anche lei, l’assessore Clemente, ha rassicurato tutti sulla presenza di restauratori e sulle procedure usate, ma proprio la sua partecipazione apre una riflessione necessaria, perché la fontana di Monteoliveto era ed è inserita in un ampio programma di restauri assegnati dal Comune di Napoli ad una società-sponsor, nell’ambito del programma ‘Monumentando Napoli‘, un progetto di 3,5 milioni di euro con cui Palazzo San Giacomo ha garantito che l’esecuzione degli interventi di restauro di 27 monumenti sarà prossimamente eseguito esclusivamente da imprese qualificate e con l’alta sorveglianza delle Sovrintendenze di riferimento. Prossimamente, ma non si conoscono i tempi precisi, che sono evidentemente lunghi a Napoli, città dove la Soprintendenza è rigida nel vagliare progetti ma non altrettanto nel sollecitare la realizzazione di quelli approvati, e neanche si esprime sulle condizioni dei monumenti cittadini, lasciati alla mercé dei vandali. Il Comune ha approvato la Delibera dei restauri (non semplici pulizie) il 21 giugno 2012, e la Fontana, a distanza di due anni e mezzo, non ha goduto di alcuna lavorazione. Uno stallo dell’intero progetto, e tanti interrogativi aperti dalla presenza attiva di un assessore durante la pulizia-flash dei volontari.
Proprio in tal senso, il presidente della Municipalità Chirico ha scritto all’assessore all’Urbanistica Carmine Piscopo, chiedendo di intervenire presso la società aggiudicataria della gara per invitarla a utilizzare parte dei finanziamenti risparmiati con l’intervento di fontana_monteoliveto_4pulizia nella realizzazione di una recinzione al monumento (come dal sottoscritto sollecitato per altri monumenti cittadini) da sottoporre preventivamente alla Soprintendenza, in modo da preservarlo dall’aggresione che l’ha deturpato negli ultimi anni. Nuove scritte iniziano già ad affiorare (vedi foto a destra), ed è inutile dire che se non ci fossero coloro che imbrattano i monumenti non ci sarebbero neanche simili polemiche.
Resta l’interrogativo: i volontari hanno creato problemi ai marmi oppure no? La Soprintendenza, che parla di danni, farebbe bene a precisarli e testimoniarli. C’è bisogno di chiarezza, anche e soprattutto prima di certi interventi su antiche superfici, che sicuramente non possono essere improvvisati ma affidati a personale esperto. La chiarezza è fondamentale non solo per garantire l’integrità dei monumenti ma anche per evitare di mortificare il grandissimo esempio di civiltà e amore (di cui una certa parte di napoletani ha fortemente bisogno; ndr) offerto dai ragazzi di ‘Sii Turista Della Tua Città’, che nel cambiamento credono davvero. Vedere la fontana di Monteoliveto pulita dopo tanto tempo, troppo, è davvero un gran piacere, e operazioni del genere che sgretolano la burocrazia, se legittimate e chiarite, potrebbero rappresentare un volano di risveglio civico, attrarre altri volontari e creare emulazione positiva, nella certezza di operare nell’interesse comune e di non creare alcun danno al patrimonio.
L’Occidente deve la sua esistenza a Napoli, e questa cultura, questa città, meritano altro destino rispetto a quello che vogliono assegnarci per forza”. È la migliore riflessione che i volontari potessero esprimermi, per evidenti motivi.