Angelo Forgione – Milano, la “capitale morale” del Paese lo è dal 1881, allorché si mise in vetrina organizzando l’Esposizione Industriale, mostrando di essersi consapevolmente posta alla testa dello sviluppo della Nazione e dando uno smacco alla sabauda Torino. Fu in quell’occasione che il napoletano Ruggero Bonghi, già direttore del quotidiano milanese La Perseveranza, tirò fuori la definizione “capitale morale”, che per il capoluogo lombardo divenne un’etichetta lusinghiera agli occhi dell’Europa.
Milano si sentiva ormai città guida del Paese non soltanto per il fatto che Roma fosse lontanissima dallo slancio industriale del Nord-est, non soltanto perché Napoli fosse luogo di divisione politico-sociale circa l’Unità, ma soprattutto perché c’era da colpire l’orgoglio di Torino, città dei Savoia e vera rivale in tema di sviluppo. In termini politici, Milano era la città che aveva tenuto fede all’idea radicale e democratica del movimento nazionale di cui non avevano dato prova né Napoli, città borbonica occupata, né Torino, città sabauda occupante. Il capoluogo piemontese, e non Roma, era l’autentico riferimento occulto della Milano “capitale morale”.
In verità, Milano e Torino si erano alleate per convenienza nel 1859, e avevano invaso Napoli. Camillo Benso di Cavour, con formidabile opportunismo diplomatico, aveva garantito al nobile milanese Cesare Giulini della Porta di rispettare la macchina amministrativa lombarda e di tenerla in piedi in caso di annessione della Lombardia al Regno di Sardegna. Gli accordi tra Cavour e Giulini erano stati cancellati immediatamente da un decreto del ministro dell’Interno del regno sabaudo, Urbano Rattazzi, con cui era stata imposta l’estensione dell’ordinamento sardo a tutti i territori conquistati da Vittorio Emanuele II, Milano compresa. Il ministro dell’Istruzione Gabrio Casati, milanese, simbolo della Lombardia nel governo del Regno di Sardegna, si era dimesso polemicamente, rappresentando il profondo malcontento per una Milano che nel gennaio 1860 era stata affidata a un governatore torinese, Massimo d’Azeglio, ritenendosi intollerabilmente piemontesizzata. Le due città, sotto la corona dei Savoia, avevano preso immediatamente a rivaleggiare in un clima di diffidenza reciproca, nonostante la componente radicale milanese avesse compartecipato alle mire espansionistiche del Piemonte, e non non sarebbero mai state amiche nella storia unitaria, anzi.
A Regno d’Italia appena fatto, i Savoia venivano sbeffeggiati in ogni modo dai milanesim che avevano trovato un modo simbolico per farlo nella nuova Galleria Vittorio Emanuele II, intitolata al Re piemontese per conseguire i permessi di espropriazione dei caseggiati della zona, allora ottenibili tramite decreto reale. Dopo la prima inaugurazione del 1867, i meneghini avevano preso immediatamente di mira il simbolo di Torino raffigurato al centro della mosaico pavimentale, sfregando gli “attributi” del toro con i piedi. Quando le guardie si avvicinavano, ci si giustificava adducendo il gesto portafortuna, ridendo sotto i baffi per il risentimento nei confronti della dinastia regnante.
Ecco perché al posto dei “gioielli” taurini fu apposta col tempo una piccola cavità per apporre il tallone e compiere la rotazione ad occhi chiusi. Chi non conosce l’origine di quel gesto crede che porti fortuna, ingannato anche dalle spiegazioni improbabili di alcuni libracci. È di fatto il retaggio del risentimento milanese nei confronti della dinastia sabauda e della città rivale.
Risentimento placato dal 1881 in poi, quando l’Esposizione Industriale portò in dote a Milano l’etichetta di “capitale morale”. Non che la definizione non sia stata mai contestata, e non solo dai romani. Lo storico Renzo De Felice, negli anni Novanta, pur riconoscendo la grande dinamicità meneghina, contestò il mito milanese come pure quello romano: “se c’è un mito della capitale morale, c’è un mito anche di quella reale. L’Italia ha solo due capitali: Napoli e Palermo, le uniche che ricordano Parigi, Madrid, Vienna.” Erano gli anni del mito offuscato da Tangentopoli. Sembrano lontani, eppure le tangenti per l’Expo 2015 non fanno, oggi come allora, rima con moralità, in senso etico.
A Ruggero Bonghi, padre del termine “capitale morale“, è dedicata una piazzetta nei pressi dell’Università Federico II di Napoli, all’imbocco di via Mezzocannone, con tanto di statua che lo raffigura.
per approfondimenti: Napoli Capitale Morale (Magenes, 2017)

Angelo Forgione





illusionismo alcuno, i napoletani. Nel condimento partenopeo spuntano le belle stazioni del metrò dell’arte di Napoli, confrontate alle lungaggini del nuovo aeroporto di Berlino. Non il migliore dei parelleli per assolvere l’Italia, perché la metropolitana di Napoli, con la sua bellezza che si fa strada nel mondo, non è esattamente l’esempio della velocità di realizzazione. Piuttosto, in tema di automobili, sarebbe stato più corretto confrontare Volkswagen con Fiat Chrysler, che ha violato le norme statunitensi sulle campagne di richiamo dei veicoli difettosi. Oppure, in tema di “grandi opere” e annesse ruberie, sarebbe stato più giusto evitare facili giochi di prestigio e ricordarsi seriamente dell’Expo di Milano, del MoSE di Venezia, della TAV centro-settentrionale, di Mafia Capitale e magari anche della Tangentopoli milanese di Mani Pulite degli anni Novanta, dei crac emiliani di Parmalat e Bipop Carire e di quello romano di Cirio. Passa il teorema assoluto dei napoletani truffatori, sempre e comunque, di quella parte marcia della capitale del Mezzogiorno stracciato più che straccione. Passa di comodo la conseguenza tipica della povertà del territorio magnogreco più povero del greco. Il truffatore napoletano è un miserabile, un uomo vuoto di istruzione, non è impiegato nelle grandi multinazionali, nelle banche o nei palazzi del potere, quelle stesse realtà dorate in cui le truffe hanno hanno fatto danno, dal dopoguerra ad oggi, più di quanto non siano stati capaci di fare tutti i piccoli truffatori napoletani, catanesi e baresi messi insieme.
una «marmellata informe». Insomma, non gli piace perché «i portoghesi sono “pressappochisti” come i napoletani». Bontà sua, bontà degli impassibili conduttori di 90° minuto, bontà della Rai, che in due giorni ha raccontato agli italiani che i napoletani sono truffatori e pressapochisti. A dire che erano pure puzzolenti (come i cinesi) ci aveva già pensato 